www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 26-02-07
da: http://left.ru/2007/3/yakushev155.phtml
Quanto tempo manca alla guerra?
Dmitrij Jakushev
Il sito “Inosmi.ru” ha pubblicato un articolo della rivista americana “Time”, dal titolo “Quanto è forte la Russia?”, il cui testo inizia con questa preoccupante affermazione:
“Oggi il mondo si confronta con un fatto, tanto indiscutibile, quanto preoccupante: entro la fine di questo decennio, se non di quest’anno, tra USA e Russia potrebbe cominciare una guerra”.
Entro la fine dell’anno, naturalmente è esagerato – penserà il lettore turbato -, ma entro la fine del decennio, diventa molto probabile. Non a caso gli americani stanno dislocando il loro scudo missilistico strategico in Europa Orientale. Solo, passando alla seconda pagina dell’articolo, il lettore attento si accorge che esso è stato scritto nel lontano anno 1950. Il disattento potrebbe anche non accorgersene, sicuro di leggere materiale recente, che mette in evidenza lo stato degli attuali rapporti russo-americani. Il testo è così attuale che si potrebbe anche non capire che è stato scritto più di 50 anni fa. E in effetti, se prendete le ultimissime dichiarazioni del ministro della difesa USA, esse sembrano citazioni del vecchio numero del “Time”:
“Abbiamo bisogno di disporre degli strumenti per la conduzione di una guerra, inclusi quelli più sofisticati, necessari per la lotta contro i terroristi, e di forze terrestri in grado di affrontare le più grandi forze regolari. Non siamo in grado di conoscere quali cambiamenti avverranno in paesi come Russia, Cina, Corea del Nord, Iran ed altri”.
Ecco perché alla redazione di “Inosmi.ru” è riuscito così bene il suo inquietante scherzo. La gente affronta la lettura di un articolo vecchio di oltre cinquant’anni come se fosse scritto oggi.
E’ facile constatare come il potere russo con la propria politica sia entrato in contraddizione con i centri imperialisti. E’ assolutamente evidente, un fatto rilevabile empiricamente. E’ comprensibile anche la causa del conflitto. Una parte dell’elite russa non è d’accordo con il posto e il ruolo, attribuiti alla Russia dal sistema imperialista. E questo disaccordo è sostenuto dalla maggioranza della popolazione. E’ anche la ragione della stabilità del grande livello di popolarità di Putin.
Il fatto che gli americani dispieghino in Europa Orientale un sistema di difesa missilistica sta ad indicare che essi non credono nella possibilità che la loro quinta colonna conquisti il potere in Russia e che, di conseguenza, si stanno preparando a risolvere militarmente la “questione russa”. In questa situazione, per quanto reazionario, in quanto a convinzioni, possa essere il gruppo che governa in Russia, quali che siano i suoi obiettivi, è un fatto oggettivo che esso sta giocando un positivo ruolo progressivo nella politica mondiale. Difendendo sé stesso, il potere è costretto a vendere potenti armi moderne al Venezuela, alla Siria, all’Iran, a cercare di ottenere il rispetto delle “norme del diritto internazionale”, dimostrando in tal modo senza volerlo da che parte viene la minaccia alla pace e alla democrazia, e chi conduce “la politica del doppio standard”. Senza i complessi anti-carro russi, i combattenti di Hezbollah non avrebbero potuto sconfiggere l’esercito israeliano. Le armi russe proteggono la rivoluzione latinoamericana, dando forza a Chavez nella sua resistenza agli USA.
A tal riguardo è esemplare il recente intervento del Presidente Putin, pronunciato il 10 febbraio alla conferenza per la sicurezza di Monaco. Il presidente russo ha sollevato la questione della necessità del ritorno ad una politica di disarmo, è intervenuto contro le azioni aggressive degli USA, ha dimostrato l’ipocrisia della cosiddetta lotta alla povertà condotta dai paesi occidentali. A tratti Putin è sembrato un autentico politico di sinistra. Ecco che cosa ha detto, ad esempio, sulle cause della povertà:
“Oggi molti parlano della lotta contro la povertà. Cosa sta accadendo davvero in questo ambito? Da un lato, sono stanziate le risorse finanziarie per programmi per aiutare i paesi più poveri del mondo- e attualmente sono risorse finanziarie sostanziose. Ma ad essere onesti- e molti qui sanno anche questo- collegate con lo sviluppo delle società dello stesso paese donatore. E dall’altro lato i paesi industrializzati simultaneamente mantengono i loro sussidi agricoli e limitano ad alcuni paesi l'accesso ai prodotti ad alta tecnologia. E diciamo le cose come stanno- una mano distribuisce aiuto caritatevole e l'altra mano non solo mantiene l'arretratezza economica ma miete anche i conseguenti profitti”.
Si può immaginare il disappunto della sala di fronte a queste parole. Questi signori non amano molto che vengano sollevate pubblicamente le loro maschere, e che si metta così a nudo la loro ipocrisia e arroganza.
Ed ecco parole molto precise sull’ipocrisia della vocazione umanitaria europea e il non utilizzo della forza:
“Paesi che si oppongono alla pena di morte anche per assassini e altri pericolosi criminali, stanno partecipando apertamente ad operazioni militari che è difficile considerare legittime. E come dato di fatto, questi conflitti stanno uccidendo persone umane- centinaia e migliaia di civili!”.
Putin, sempre a proposito dell’ipocrisia dell’Occidente, ha ricordato le promesse di non rafforzare la NATO:
“E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario Generale Nato, Signor Woerner, a Bruxelles, il 17 maggio 1990. Allora lui diceva che: “il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all'Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.” Dove sono queste garanzie?”.
Il presidente russo ha anche sollevato il tema del disarmo, dimenticato da tempo, ma estremamente importante per l’umanità, e si è pronunciato contro la pretesa dell’Occidente di arrogarsi il diritto di utilizzare la forza, quando lo ritenga opportuno:
“quello che il nostro collega Ministro della Difesa italiano ha detto…Cioè, ho inteso che l'uso della forza può essere solamente legittimo quando la decisione è presa dalla Nato o dall'EU…Se lui realmente pensa così, allora noi abbiamo punti di vista diversi…Il pericolo potenziale di destabilizzazione nelle relazioni internazionali è connesso con l’ovvia stagnazione nella questione del disarmo. La Russia sostiene un rinnovato dialogo su questa importante questione. È importante conservare il quadro di legalità internazionale relativo alla distruzione delle armi e perciò assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari”.
Nel mondo ci sono pochi capi di stato, capaci di dire queste cose pubblicamente. Non è un caso che, prima di iniziare il suo intervento, Putin abbia avvertito che avrebbe parlato con sincerità ed abbia espresso la speranza che il signor Teltschik che presiedeva la conferenza “non avrebbe spento la luce rossa dopo due minuti”. Se ne deduce che il presidente russo sia consapevole di dire cose che non si dovrebbero pronunciare ad alta voce nella “buona società”. Egli deve allora capire che accordarsi con l’Occidente non è possibile. Come ha fatto notare in modo saccente il presidente ucraino Juschenko impaziente di entrare nella NATO, anch’egli tra i partecipanti alla conferenza: “oserei dire che dopo questo intervento, ci sarà materia per riflettere nelle strutture europee”.
Nel tentativo di salvarsi, la Russia senza volerlo gioca nuovamente il ruolo di anello debole della catena dell’imperialismo. E’ sufficiente dare uno sguardo alla carta del mondo, per comprendere che l’imperialismo non può permettersi di tollerare l’esistenza di uno stato con un così esteso territorio. Se cercano di dividere in tre parti l’Iraq, immaginate cosa hanno in progetto per la Russia.
Mentre - come ha scritto Lenin - per il proletariato più grande (nel senso di popolazione e territorio) è lo stato, più efficace sarà l’effetto del suo intervento rivoluzionario, al contrario, alla borghesia imperialista è sempre convenuto dividere i popoli allo scopo di indebolirli.
Il noto comunista latinoamericano Rodney Arismendi, nel suo lavoro “Problemi della rivoluzione latinoamericana” ha scritto:
“Il concetto di unità della rivoluzione latinoamericana significa che noi dobbiamo volgere lo sguardo a tutta l’America Latina – in verità, in senso relativo e con una certa prudenza – come ad un unico anello della catena imperialista…La sottolineatura delle particolarità nazionali dei singoli paesi, l’accensione delle passioni nazionalistiche sono utili solamente ai nemici dei popoli latinoamericani. Nel XIX secolo così si comportò la diplomazia britannica con coloro che lottavano per l’indipendenza latinoamericana. Allo stesso modo agisce ora l’imperialismo americano”. (Arismendi Rodney. “Problemi della rivoluzione latinoamericana”. Mosca, 1964).
E’ evidente che i popoli dell’ex URSS, in particolare le popolazioni che parlano una sola lingua di Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan, hanno tutte le ragioni per considerare i nostri paesi “un unico grande anello della catena imperialista”. Proprio per questo i nazional-comunisti ucraini (in questa repubblica è particolarmente sviluppata una corrente nazional-comunista), che sostengono lo slogan “L’Ucraina non è la Russia” sono alleati oggettivi dell’imperialismo, qualsiasi sia il paravento pseudo-marxista dietro cui si nascondono.
Da questo si capisce perché, pur manifestando lealtà all’imperialismo anche il gruppo di Janukovich, il fatto di non voler recidere i legami con la Russia lo rende preferibile ai maniaci nazionalisti che si raccolgono attorno a Juschenko-Timoshenko. Si capisce perché, nonostante tutte le espressioni di lealtà di Janukovic nei confronti dell’imperialismo, l’Occidente abbia comunque dato fiducia e continui a dare fiducia agli autentici nazionalisti. L’imperialismo ha la necessità di dividerci, di separare per sempre l’Ucraina dalla Russia, di scavare un fossato tra i nostri paesi e popoli, di seminare l’odio tra noi. Janukovic, costretto a tener conto degli interessi della popolazione del Sud-Est, non può attuare un’aggressiva politica antirussa sullo stile del dimissionario Tarasjuk e, per questa ragione, non potrà mai esserci pace tra Juschenko e le forze che gli stanno di fronte.
Allo stesso tempo, occorre prestare attenzione all’apparizione in Russia del cosiddetto “secondo partito del potere”, che è stato esplicitamente definito “socialista” dal suo leader Serghey Mironov. Il partito gode del chiaro appoggio del presidente Putin. Dopo un primo esame, è possibile trarre la conclusione che “Russia Giusta” rappresenta le forze che stanno dietro la politica di capitalismo di stato attuata nel paese. A differenza di “Russia Unitaria”, il partito di Mironov dispone di un profilo ideologico maggiormente definito. E’ evidente che “Russia Giusta” non appoggerà Dmitrij Medvedev (tra i possibili candidati alla successione di Putin, nota del traduttore), che ha sostenuto recentemente a Davos posizioni neoliberali, favorevoli a una riduzione del ruolo dello stato nell’economia. Se così non fosse, non si capirebbe perché si sia dato vita a questo partito.
La pressione dell’Occidente sta radicalizzando una parte dell’elite, spingendola a sterzare a sinistra e a parlare di socialismo. Di fronte ad un imperialismo aggressivo non ha altra via d’uscita. Quanto seria e decisa sia quella che viene definita una “svolta a sinistra”, lo dimostrerà l’immediato futuro.