www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 19-03-07
Le elezioni dell’11 marzo in Russia
Forte spinta a sinistra, a sostegno delle forze che si battono per una “prospettiva socialista”
L’11 marzo si sono svolte in Russia le elezioni per la nomina dei deputati delle assemblee legislative di 13 regioni. La votazione prevedeva l’obbligo per le liste di partito di superare lo sbarramento del 7%. Sono stati chiamati alle urne circa 30 milioni di cittadini, vale a dire un terzo circa del corpo elettorale complessivo. La consultazione ha assunto il valore di test in vista delle imminenti elezioni parlamentari, che dovrebbero essere convocate entro la fine dell’anno, ed ha offerto elementi significativi di raffronto con il risultato ottenuto dalle varie formazioni politiche nelle elezioni legislative del 2003, che avevano visto una schiacciante vittoria di “Russia Unita”, il partito che sosteneva l’amministrazione presidenziale.
Le elezioni dell’11 marzo assumevano particolare rilievo anche perché, per la prima volta dopo il suo recente congresso di costituzione svoltosi alla fine di febbraio, venivano presentate le liste di un nuovo partito, “Russia Giusta” (Spravedlivaja Rossija), risultato della fusione di alcuni partiti rappresentativi della componente “orientata socialmente” del regime russo (in particolare di quei settori dell’apparato federale, che operano per il rafforzamento del ruolo dello stato, spesso in feroce competizione con il capitale privato) e capeggiato da un uomo di fiducia di Vladimir Putin, Serghey Mironov, presidente del Consiglio della Federazione Russa (la “camera alta” del parlamento). Ciò spiega perché proprio sulla prestazione elettorale di questa nuova formazione politica, piuttosto che sulla vittoria “annunciata” della poderosa macchina clientelare del partito centrista di governo “Russia Unita”, fosse concentrata l’attenzione degli osservatori di politica russa.
Al contrario delle passate competizioni elettorali, quando alcune formazioni politiche sembravano proporsi come obiettivo unicamente quello di “fare il pieno” del voto dei settori sociali più “sofferenti” - allo scopo di assicurare al controllo degli apparati del potere russo parte del voto potenzialmente comunista -, limitandosi a generici richiami alla difesa dello “stato sociale”, mescolati ad ambigue (e spesso inquietanti) parole d’ordine di stampo nazionalista e persino xenofobo, oggi, attraverso “Russia Giusta”, l’ “ala sinistra” dello schieramento che sostiene Putin sembra essersi dotata di un programma che, almeno nelle intenzioni, propone un’autentica alternativa di società al modello liberista, arrivando addirittura a teorizzare una “prospettiva socialista” per la Russia che, pur distinguendosi dal “socialismo realizzato” dell’epoca sovietica - a cui tuttora continuano a guardare, a volte in modo acritico, alcune frange dell’elettorato che si riconosce nel PCFR -, non può neppure essere meccanicamente fatta coincidere con gli attuali programmi “riformisti” (tutti varianti più o meno “morbide” del modello liberista”) delle grandi socialdemocrazie occidentali.
L’11 marzo, a pochissimi giorni dal suo congresso di fondazione, “Russia Giusta” ha sostanzialmente confermato la percentuale dei voti ottenuti nel 2003 dalle formazioni politiche che hanno concorso alla sua formazione (la parte maggioritaria di “Rodina”, il “Partito dei pensionati” e il “Partito russo della vita” dello stesso Mironov), incassando una serie di rilevanti successi in alcune elezioni di particolare importanza.
In tal modo, il partito di Mironov è riuscito a conquistare la seconda posizione in cinque regioni, e la terza in altre cinque, con una media di quasi il 15%.
Nella regione di Leningrado (che a differenza della città, ha mantenuto il suo vecchio nome), “Russia Giusta” ha superato il 20% dei voti, riducendo sensibilmente il dominio esercitato dal partito di governo, oggi sceso al 35%. Nella metropoli di San Pietroburgo il nuovo partito “socialista” ha raggiunto il 21,9%.
Anche in altre parti della Russia, il successo di “Russia Giusta” è accompagnato da una flessione di “Russia Unita” (che in generale si limita a confermare, con qualche cedimento, il suo primato, rafforzando le posizioni unicamente dove riesce a trarre profitto dell’esistenza di un poderoso sistema clientelare locale, come ad esempio nelle repubbliche autonome): è il caso della regione meridionale di Stavropol, dove il partito di Mironov si afferma primo partito con circa il 40%, mentre “Russia Unita” passa dal 32% del 2003 al 24% di queste elezioni.
Dalla consultazione dell’11 marzo è emerso un altro elemento di particolare significato, che non è assolutamente passato inosservato ai politologi russi: contrariamente alle aspettative della vigilia, che avevano spinto i comunisti russi a definire la nascita di “Russia Giusta” una “pericolosa” operazione di “ingegneria politica” tesa a sottrarre loro voti, la forza elettorale del Partito Comunista della Federazione Russa non sembra essere stata scalfita se non in maniera assolutamente irrilevante dalla concorrenza della nuova formazione politica di sinistra.
E’ apparsa così fuori discussione la ripresa tra l’elettorato dell’influenza dei comunisti russi che sembrava essere stata seriamente compromessa, nel nuovo millennio, con il risultato delle elezioni politiche del 2003, quando il PCFR era crollato al 12,8%, dal 24,8% dei voti raccolti nella consultazione precedente del 1999.
Ora, se analizziamo gli ultimi risultati, osserviamo una generale avanzata dei comunisti, in alcuni casi persino clamorosa.
Rispetto al 2003, in 12 regioni su 13 il PCFR incrementa, e in modo rilevante, i consensi ricevuti. Alcuni dati: 23,8% (16,3% nel 2003) nella regione di Oriol, 22,6% (16,2%) nella regione di Omsk in Siberia, 18,6% (9,7%) nella regione attorno a Mosca, 17,1% (9,1%) nella regione di Leningrado, 16,1% (8,5%) a San Pietroburgo (200.000 voti), 17,5% (7,4%), nella regione di Murmansk. Rilevanti avanzate si registrano pressoché in tutte le altre regioni investite dal voto. Solo nel Daghestan, al centro delle turbolenze caucasiche e in presenza di massicci brogli elettorali, dove, peraltro, la sola presenza dei comunisti viene già considerata un successo, il PCFR subisce un tracollo, passando dal 18,3% del 2003 all’attuale 7,1%.
Neppure la presentazione delle liste di “Patrioti di Russia”, una coalizione di sinistra, a cui partecipa il cosiddetto “Partito Comunista Panrusso del Futuro” (emerso negli anni scorsi da una scissione del PCFR che ha provocato l’esodo di almeno un terzo del gruppo dirigente e di alcuni parlamentari), ha creato problemi al partito di Zjuganov, non andando oltre il 2-3% dei consensi. Stessa sorte hanno subito, nelle poche regioni in cui si sono presentati, le formazioni comuniste “alla sinistra” del PCFR.
Come hanno fatto rilevare alcuni politologi, sebbene il partito comunista sia ancora lontano dal 25% del 1999, se si fosse votato oggi in tutto il paese, presumibilmente si sarebbe attestato tra il 15 e il 20 per cento, confermandosi ancora una volta seconda forza politica del paese.
Degli altri partiti, l’unico in grado di superare con sicurezza la barriera del 7% sembra essere il nazional-populista e xenofobo “Partito Liberal Democratico di Russia” di Vladimir Zhirinovskij, comunque in calo di circa il 3% in tutte le regioni (dato certamente confortante, poiché raccolse ben l’11,7% nel 2003).
Nonostante l’attivismo (o, per meglio dire, l’aggressività) recentemente dimostrato dai gruppi “informali” rappresentativi dell’opposizione liberale, i loro partiti di riferimento (“Mela” e “Unione delle forze di destra”), pur disponendo di potenti sostegni finanziari anche all’estero, sono stati ancora una volta (in particolare “Mela”) duramente puniti dall’elettorato russo, che tende ad identificarli con gli interessi dei grandi magnati, arricchitisi all’ombra di Eltsin, e delle lobbies economiche occidentali che li sostengono. Con questi risultati, probabilmente, nelle elezioni per la Duma, tali partiti non saranno in grado di superare la soglia di sbarramento.E’ un dato incontestabile che costoro riescono a risultare “credibili” solo in Occidente, dove anche la sinistra “alternativa” spesso tende ad adattarsi acriticamente ai cliché antirussi costruiti dalla propaganda americana, promuovendo anch’essa l’opposizione liberale e liberista “arancione” russa a “paladina” delle battaglie “di libertà” e facendo così (più o meno inconsapevolmente) da “cassa di risonanza” delle argomentazioni sostenute dalle oligarchie russe in cerca di una rivincita.
Risulta così facile prevedere che l’imminente battaglia per la conquista della Duma sarà sostanzialmente limitata a quattro attori principali (“Russia Unita”, PCFR, “Russia Giusta” e liberal-democratici di Zhirinovskij).
E soprattutto, se le tendenze di questa ultima consultazione parziale dovessero essere confermate, chiunque sarà chiamato ad assumere la presidenza della Russia, alla scadenza del mandato di Vladimir Putin, dovrà fare i conti con l’esistenza di due componenti politiche (PCFR e “Russia Giusta”) diverse fra loro ma che, assumendosi entrambe la responsabilità di rappresentare quel fortissimo settore dell’opinione pubblica russa che reclama un ruolo protagonista delle classi subalterne e una “prospettiva socialista” per il proprio paese, non potranno certo eludere le questioni collegate alla necessità di percorrere insieme la strada dell’unità di programma e di lotta.