www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 21-09-07 - n. 195

da: www.voltairenet.org/article148361.html#article148361
 
Dalle illusioni al realismo
 
Aleksander Karavaiev - Centro di Studi dello Spazio Postsovietico
 
La versione originale dell’articolo apparso in spagnolo in “Red Voltaire” è stata pubblicata alla fine di maggio nel sito dell’agenzia russa “RIA Novosti”
 
Per la squadra di Boris Eltsin l’occidentalizzazione rappresentava un sogno da realizzare e la cooperazione con gli Stati Uniti un’eccellente opportunità. L’influenza di Washington liberava Mosca dalle responsabilità che avrebbe voluto continuare ad esercitare. Ma con la ripresa del paese, sotto la direzione di Vladimir Putin, la Russia ha ripreso il ruolo naturale che le compete nella regione. Il risultato, secondo Aleksandr Karataiev, è la paralisi della collaborazione.
 
Tutti commettiamo errori più o meno fatali, ed anche la certezza di Mosca sul fatto che la Russia sarebbe stata sempre l’unica protagonista dello spazio postsovietico si è alla fine rivelata fallace.
 
Il Cremino aveva apparentemente dimenticato ciò che principalmente muove la politica statunitense: gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Infatti, questo atteggiamento statunitense cambiava solo sul piano tattico, a seconda delle situazioni concrete. Quando, per esempio, si sono manifestati sintomi di tendenze che creavano allarme, gli Stati Uniti hanno cominciato ad operare attraverso la concessione di crediti a sostegno dell’economia russa mediante il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o con la distribuzione di fondi per garantire la sicurezza dell’arsenale nucleare, per liquidare gli arsenali di armi di distruzione di massa (ADM), ecc. Certo, non bisogna considerare gli Stati Uniti come un nemico particolarmente cinico che ha collocato per sempre la Russia nella lista degli avversari. Un potenziale beneficio e un potenziale pericolo rappresentano pur sempre la principale motivazione della politica statunitense. Entrambi questi elementi sono presenti, infatti, nelle relazioni degli Stati Uniti con la Federazione Russa nello spazio postsovietico, in tutte le loro manifestazioni.
 
Gli Stati Uniti hanno cercato di trarre un vantaggio dall’apparizione di una decina di nuovi Stati che rivolgevano il loro sguardo verso Occidente. I paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) erano alla ricerca di capitali e proponevano costantemente grandi progetti di investimenti agli statunitensi. E, mentre Mosca ha iniziato a considerare in preda al disordine lo spazio interno alla CSI, Washington continuava a giudicarlo abbastanza monolitico. Gli Stati Uniti sono andati formando la loro visione della futura configurazione della CSI, osservandola da lontano.
 
Washington ha anche incontrato delle difficoltà a risolvere i conflitti di carattere separatista. E il merito della cessazione delle ostilità, dalla Transnistria fino al sud del Caucaso e al Tagikistan, appartiene principalmente al Cremlino. Il regolamento del conflitto nell’Alto Karabakh è stato di esempio per gli Stati Uniti, quale primo corso pratico di “conflittologia” postsovietica, attraverso la loro partecipazione alla conferenza sull’Alto Karabakh del marzo 1992 e il seguente ingresso nel Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per la composizione di quel contenzioso, su richiesta esplicita delle parti in causa – Azerbaigian e Armenia. In questo caso in particolare, ma anche in altri casi simili, la cessazione delle ostilità è stata possibile solo grazie agli sforzi dei diplomatici russi. Nel 1994, Azerbaigian e Armenia si sono accordati sul rispetto della cessazione del fuoco informale, ancora in vigore.
 
Il gruppo di lavoro “Conflitti regionali” della Conferenza di Dartmouth è stato l’unico progetto congiunto russo-statunitense. Tra i successi di questo gruppo ci sono i negoziati sfociati nella firma, il 27 giugno 1997 a Mosca, dell’accordo di pace tra il governo del Tagikistan e l’opposizione unita di questo paese. Ma anche in questo caso, è necessario fare un’opportuna precisazione: il gruppo di Darmouth non ha rappresentato assolutamente un progetto promosso a livello di Stati, ma l’iniziativa di alcune persone, semplici cittadini, impegnati a ridurre il grado di tensione nelle relazioni tra Stati Uniti e Federazione Russa negli anni ’90.
 
Più tardi, alla fine degli anni ’90, la situazione interna della Comunità degli Stati Indipendenti è andata deteriorandosi molto rapidamente. Washington propose allora a questi paesi la creazione di un foro, da cui la Russia sarebbe stata esclusa (GUAM). In seguito, prima dell’epoca delle “rivoluzioni di velluto”, non si sapeva ancora bene quale uso fare della struttura, sorta per promuovere gli interessi statunitensi in seno alla CSI. Al giorno d’oggi, il GUAM [1] è una sorta di progetto economico utile alla propaganda dei rivoluzionari “arancioni”, per organizzare un mercato interno in seno alla struttura stessa, e, in tal modo, dare soluzione, entro le frontiere degli Stati unitari, ai problemi nei territori separatisti.
 
Una situazione molto particolare si creò attorno alla Commissione intergovernativa Chernomyrdin-Gore. Si trattò senza dubbio dell’unico momento nelle relazioni russo-statunitensi considerato da entrambe le parti come un periodo positivo di azioni e risultati concreti. Secondo l’idea di questa commissione, le intese di carattere generale raggiunte dai presidenti (che spesso rimanevano sulla carta) dovevano essere messe in pratica dalla seconda carica di ciascun Stato, in modo da ottenere soluzioni ai problemi concreti a livelli inferiori, non solo al secondo, ma anche al terzo grado della macchina burocratica. Anche altre questioni di carattere “confidenziale” erano di competenza della Commissione Chernomyrdin-Gore.
 
Fu alla fine degli anni ’90 che gli Stati Uniti tracciarono chiaramente lo schema delle loro relazioni con la CSI e, separatamente, con ognuno dei paesi che ne fanno parte. La lontananza statunitense dall’Eurasia, come pure certo idealismo filo-statunitense presente tra le elite dei paesi della CSI, permisero finalmente a Washington di realizzare i suoi obiettivi, utilizzando le contraddizioni e i conflitti esistenti nella stessa Comunità degli Stati Indipendenti. Mentre Mosca non era in grado di ottenere la stessa “riserva di fiducia” degli Stati Uniti da parte dei paesi della CSI, Mosca si trovava condizionata dal suo coinvolgimento nelle questioni che la accomunavano a questi paesi e in una moltitudine di impegni politici ed economici in ognuno di essi, che si manifestavano soprattutto nei conflitti separatisti e interstatali. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, essi non erano implicati nelle dispute separatiste, al contrario della Russia. Washington era libera da simili impegni e disponeva, di conseguenza, di un margine di manovra più ampio. Inoltre, Washington poteva permettersi il lusso di giocare su diversi tavoli, compreso quello dell’opposizione e dei vari gruppi che componevano l’elite, mentre Mosca era bloccata dagli impegni assunti con i gruppi che si trovavano al potere.
 
Alla fine, gli Stati Uniti destinarono fondi finanziari considerevoli a programmi concreti di sviluppo economico e sociale; concessero crediti gratuiti e favorirono la concessione di enormi prestiti attraverso il Fondo Monetario Internazionale. La Russia allora era dipendente dagli Stati Uniti tanto quanto dagli altri paesi della CSI. Di modo che la Russia non poteva permettersi alcuna mossa indipendente e seria nello spazio postsovietico. In definitiva, il blasone statunitense appariva più luccicante in presenza del processo di globalizzazione promosso dall’Occidente, sul piano dei rapporti di mercato, della dollarizzazione delle economie nazionali, dell’accesso delle compagnie straniere ai mercati locali, del brusco aumento della varietà degli articoli di consumo o della ricca gamma di tecnologie industriali. Tutto ciò favorì una penetrazione sempre più profonda degli Stati Uniti nello spazio postsovietico.
 
Nei piani statunitensi, l’importanza della collaborazione con la Russia è caduta dal primo all’ultimo gradino della scala delle prime dieci priorità e ciò si è reso evidente anche prima dell’apparizione della minaccia islamica. Nel frattempo, il Cremlino continuava a trascurare, nell’ambito della stessa CSI, numerosi temi di interesse russo. Per poter menzionare un’esperienza politica positiva, bisogna arrivare al momento in cui, chiusasi definitivamente l’epoca della fiducia illimitata, si è compresa la necessità di un equilibrio simmetrico nelle relazioni con gli Stati Uniti.
 
L’attuale crisi in relazione allo scudo antimissilistico statunitense ha segnato il passaggio netto e definitivo di questa frontiera, e continuerà ad approfondirsi in futuro. Da questo momento alla fine dell’anno 2008, quando la vecchia squadra sarà nuovamente installata al Cremlino (Vladimir Putin se ne andrà, ma la sua equipe rimarrà) e una nuova dirigenza “democratica” arriverà al potere a Washington, assisteremo ad un aggravamento dei conflitti di interesse e ad una diminuzione dei tentativi di occultamento diplomatico delle divisioni e dell’acutizzarsi delle contraddizioni.
 
Tale situazione non mancherà di avere conseguenze nello spazio postsovietico. Il terrorismo internazionale, gli interessi commerciali, le conquiste dello spazio interstellare e la lotta contro la proliferazione nucleare non saranno sufficienti a controbilanciare le spinte allo scontro. E anche se la cooperazione tra Russia e Stati Uniti non sarà interrotta bruscamente, essa è destinata ad affievolirsi sempre più sullo sfondo delle divergenze politiche.
 
[1] L’Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico è costituita da Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldova (GUAM). Dal 1999 fino al 2005 anche l’Uzbekistan ha fatto parte di tale organizzazione, che per questo allora si chiamava GUUAM.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare