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- popoli resistenti - russia - 07-12-07 - n. 206
La politica estera di una Russia emergente
Txente Rekondo*
02/12/2007
La Russia è intenzionata a recuperare il suo ruolo protagonista nella scena internazionale, come potenza mondiale, non esitando ad utilizzare a questo scopo l’ampio spettro di possibilità offerto dalla sua ricchezza energetica, dal suo poderoso arsenale militare e dalla sua influenza strategica.
Sebbene nella campagna elettorale russa questo tema non sia stato trattato in profondità, poiché la quasi totalità delle forze politiche ha incentrato i suoi messaggi su questioni interne, “Russia Unita” ha voluto presentare al mondo un “programma chiaro”, in cui i suoi sostenitori si pronunciano per “la difesa dei diritti umani, la lotta contro il terrorismo e la proliferazione delle Armi di distruzione di massa, la ricerca di soluzioni ai problemi dell’ambiente e la partecipazione della Russia, in qualità di membro a pieno titolo, all’organizzazione Mondiale del Commercio”, ma soprattutto si ergono a difensori “della sovranità russa e dei diritti dei cittadini russi nel mondo”.
Anche il Partito Comunista ha fatto menzione brevemente al suo progetto di politica estera, annunciando il “collasso inevitabile del sistema capitalista, denunciando il sistema consumista e auspicando uno sviluppo sostenibile per tutto il pianeta”. Altre forze, poi, hanno usato la paura delle “forze straniere” per dare sostanza ad un discorso di stampo nettamente nazionalista.
Se all’inizio degli anni novanta la Russia aveva perso la sua posizione di vantaggio nel teatro delle relazioni internazionali, in questo momento essa si sta avviando a recuperare, se non lo ha già fatto, buona parte del suo peso. Una delle priorità di Vladimir Putin è stata quella di cercare di recuperare il protagonismo russo e soprattutto di dimostrare ai suoi cittadini che la Russia è un “paese forte” e che non è più nelle mani di oligarchi disposti a vendere tutte le ricchezze a un qualsiasi offerente occidentale.
In questi anni Putin ha ottenuto una maggiore stabilità politica, aumentando considerevolmente la centralizzazione del potere in Russia, e allo stesso tempo ha saputo approfittare, sia in politica interna che in quella estera, del boom economico. Grazie a quello, la Russia ha partecipato con più forza e protagonismo alle questioni internazionali, con una voce propria e indipendente, e a volte mantenendo un comportamento diplomatico aggressivo, che rompe con la passività dimostrata nei confronti dell’Occidente negli anni di Gorbaciov, Eltsin ed anche nei primi anni dello stesso Putin. C’è chi ha definito ciò come la transizione “dalla cooperazione nelle operazioni contro il terrorismo alla dura retorica del 2007”.
Nelle Relazioni Internazionali attuali, parlare di “difesa dei missili strategici, del nuovo ordine mondiale, degli agenti della politica estera, delle priorità geopolitiche, della risoluzione internazionale dei conflitti, della cooperazione nucleare, della stabilità strategica o del concetto di sicurezza” comporta ascolto e attenzione nei confronti dell’atteggiamento mantenuto dal gigante russo in merito a ciascuna di queste questioni.
Uno dei pilastri fondamentali della politica estera di Putin è basato sulla difesa di un mondo multipolare, come contrappeso all’attuale mondo unipolare che affida agli Stati Uniti il ruolo di principale attore internazionale, e che è il frutto della fine della scena bipolare dopo la Guerra Fredda. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, e dopo vari anni di incertezza, i dirigenti russi si sono lanciati alla ricerca di una propria identità nella politica estera, per restituire alla Russia un ruolo centrale nelle politiche globali attuali. La dominazione unipolare statunitense è totalmente inaccettabile per gli strateghi russi che ricordano continuamente che il loro paese è “quello che possiede il più esteso territorio del mondo, è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ancora conserva un’importante arsenale nucleare”.
L’idea di un mondo multipolare (che alcuni definiscono come la “dottrina Primakov”) che difende l’esistenza di vari poli di potere, sebbene con il mantenimento di una certa scala gerarchica, è vista di buon occhio da paesi come Cina, India, Giappone e da alcuni stati dell’Unione Europea. Anche le cosiddette potenze emergenti del mal definito “Terzo Mondo” sarebbero d’accordo con la realizzazione di questo scenario che, di fatto, significherebbe un freno alle ansie e ai progetti omogeneizzanti che oggi vengono lanciati da Washington.
La posizione della Russia le permette di estendere le sue strategie e azioni verso l’Europa o verso l’Asia e il potere economico delle sue potenzialità energetiche si è trasformato negli ultimi tempi in una delle più poderose armi in mano al Cremlino nelle sue relazioni con i restanti paesi. La politica di Putin è riuscita a diversificare le relazioni e a rompere quella visione eurocentrica, secondo cui la Russia “aveva bisogno” dell’Europa, malgrado le insolenze di quest’ultima verso il gigante russo. In alternativa non ha avuto dubbi nello stringere i legami con due potenze emergenti come Cina e India. Con la prima ha dato impulso all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), che qualcuno si è spinto a definire come l’alternativa asiatica alla NATO, e ha realizzato importanti accordi sulle frontiere comuni. Anche il peso russo nel continente asiatico è cresciuto, sebbene sia ancora in corso, dietro le quinte, un braccio di ferro con la Cina, in considerazione del quale un analista ha sottolineato che “il vertice di Cooperazione Economica Asia-Pacifico, che si celebrerà a Vladivostok nel 2012, rappresenterà un avvenimento più importante dei Giochi Olimpici d’Inverno a Soci nel 2014”.
Putin non ha dimenticato di far riprendere peso alla Russia in altre zone come l’Africa e l’America Latina, alla ricerca di una posizione simile a quella che vi manteneva l’ex Unione Sovietica. Gli interessi energetici propri di una potenza come la Russia la costringono a seguire attentamente anche gli avvenimenti nel Medio Oriente, e l’atteggiamento del Cremlino intorno all’Iran si è rivelato recentemente come oscillante verso l’una o l’altra direzione.
Il bilancio di questi anni di Putin ha significato per la Russia, in materia internazionale, “trasformarsi in partner privilegiato della NATO, in membro fondatore della SCO, in membro del quartetto per il Medio Oriente, in membro del G8, in osservatore della Conferenza Islamica e a volte in portavoce delle economie emergenti (Brasile, Russia, India e Cina), conosciute come i paesi BRIC”.
Nel nuovo panorama internazionale, avvenimenti come quello del Kosovo, l’allargamento della NATO, la durata degli accordi sul controllo degli armamenti, i piani degli USA per installare missili in Europa, il programma nucleare iraniano, la distribuzione di gas e petrolio, passano anche per le mani russe, e l’atteggiamento del Cremino su tutte queste questioni può far pendere la bilancia in una direzione o nell’altra.
La Russia sta dimostrando di avere propri interessi e di essere disposta a difenderli, nel momento in cui lancia un chiaro messaggio all’Occidente: “accettateci come siamo, trattateci da uguali e lasciateci difendere i nostri interessi dove e quando ciò sia richiesto”.
* Gabinete Vasco de Analisis Internacional (GAIN)
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare