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- popoli resistenti - russia - 15-12-07 - n. 207
La Russia, il mercato degli armamenti e la politica estera del Cremlino.
Sergio Ricaldone per www.resistenze.org
Per evitare fraintendimenti, prima di affrontare un tema delicato e controverso come quello degli armamenti, è necessaria una premessa. Che ci piaccia o no, il potenziale militare pesa, eccome, nei rapporti di forza e occupa una posizione di tutto rispetto nelle relazioni internazionali e nella politica estera degli Stati. Per quanto oscene e detestabili siano le armi di ogni specie, non sempre l’opposizione a mani nude dei movimenti contro la guerra è in grado di contrastarla, specie quando viene meno un ragionevole equilibrio militare tra aggrediti e aggressori. Non a caso il concetto di deterrenza, basato sulla reciproca distruzione assicurata (MAD) in caso di guerra nucleare, è stato l’elemento basilare che durante la guerra fredda ha garantito la pace in Europa per più di mezzo secolo.
Dopo il crollo dell’URSS l’equilibrio militare tra i due blocchi si è spezzato a favore degli Stati Uniti e la guerra, seguita dall’invasione-occupazione di territori altrui, è ridiventata (sappiamo tutti dove e come) una opzione praticabile da parte dei paesi imperialisti. La politica e i movimenti pacifisti hanno certamente svolto un ruolo di contrasto non piccolo contro le ultime guerre imperialiste (Jugoslavia, Afghanistan e Iraq), ma alla fine l’uso della forza ha prevalso vanificando un’opposizione pacifista che pure ha avuto dimensioni planetarie. Ora che Bush ha evocato come possibile una terza guerra mondiale ed il tema “guerra fredda” è ritornato di attualità nel confronto tra Russia e Nato, vale la pena di affrontare, senza inutili ipocrisie, il tema scabroso degli armamenti. Soprattutto dopo che la Russia, risalita dall’abisso entro cui l’aveva trascinata il neoliberismo selvaggio di Boris Eltsin, non perde occasione per esibire le sue consistenti credenziali militari.
Il ritorno della Russia come potenza globale
A giudicare dalla paranoia con cui certa informazione (Repubblica, Corsera, Stampa, ecc.) attacca con un crescendo rossiniano la Russia di Putin si direbbe che laggiù sia tornata l’epoca sovietica: Putin manipola i dati elettorali, Putin schiaccia gli oppositori, Putin liberticida, Putin fa assassinare i giornalisti, Putin populista, Putin il nuovo zar, Putin il nuovo Stalin, Putin punta i missili contro l’Europa.
Dal che se ne deduce che l’ondata di entusiasmo con cui la Russia postsovietica era stata accolta nel club dei paesi democratici si è dissolta ed ora si tende a presentarla nuovamente come il “nemico” che minaccia la sicurezza e la pace come ai tempi della guerra fredda.
In realtà quello che più preoccupa l’Unione Europea (ma soprattutto l’America) è il ritorno della Russia sulla scena geopolitica mondiale sorretta da un potenziale economico e da ritmi di sviluppo che fino a pochi anni fa sembravano pura fantascienza. Ma la Russia era ed è anche un gigante militare. Fino a qualche anno fa aveva, forse, i piedi di argilla e si limitava a rispondere ai provocatori dislocamenti Nato alle sue frontiere con qualche nota diplomatica. Ora non più. L’Armata russa è uscita dalla sala di rianimazione e si mostra pronta a rispondere con contromisure adeguate alla sfida dello scudo spaziale in allestimento alle sue frontiere. Ma non è solo lo scudo spaziale che preoccupa la Russia. Mosca si è chiesta anche per quale ragione i 27 paesi dell’UE, benché difesi da 12.000 carri armati americani presenti sul suo territorio ne schierino altri 12.000 di produzione europea (Repubblica, 27/04/07/, Taccuino strategico). Che ci fanno questi 24.000 mezzi corazzati Nato in Europa contro gli 8.000 russi?
E siccome la risposta è scontata, nessuno si meravigli se la Russia, tra le tante risposte date al tentativo dell’Occidente di esportare con la forza democrazia e diritti umani, abbia deciso di rilanciare anche il suo potenziale militare che non è né piccolo, né tanto meno obsoleto come si vuol far credere. E poiché dopo l’avventura afgana e irachena il mondo intero si sente molto più esposto alle crescenti minacce militari della superpotenza americana, una corretta lettura dei rapporti di forza spiega come la tendenza al riarmo stia diventando una scelta autodifensiva obbligata per i paesi – Russia inclusa - che intendono tutelare la propria sovranità e la propria indipendenza.
Il budget militare degli Stati Uniti non è mai stato cosi alto: 500 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti gli stanziamenti dei paesi alleati della Nato (1). Una somma enorme e soverchiante equivalente ai tre quarti delle spese militari di tutto il pianeta. Per difendersi da chi, contro chi? A questa domanda Putin ha dato un sua risposta: “Nella sostanza egli vuole che la Russia torni a contare anche militarmente nelle sedi internazionali e rivendica la legittimità della difesa interna contro terrorismo e separatismo. Quel terrorismo che gli stessi Stati Uniti e la Nato hanno individuato e stanno combattendo a livello globale, ma soprattutto in casa d’altri, con dispiego di risorse e mezzi enormi. Per Putin anche troppi.” (Repubblica, 27/4/07, Taccuino strategico).
La risposta russa allo scudo spaziale e alla Nato
La produzione e il commercio delle armi hanno perciò acquisito per la Russia una triplice valenza: costituisce un fattore primario di appoggio alla sua politica estera mirante a contenere l’aggressività imperialista, arrivata ormai a ridosso delle sue frontiere; consolida i suoi legami con i paesi più deboli e gli “stati canaglia”; è la seconda voce, dopo il gas e il petrolio, delle sue esportazioni e delle sue riserve valutarie.
“Il ritorno della Russia come principale attore del mercato mondiale delle armi presenta caratteristiche particolari per tipologia di armamenti e per regione geografica. Ma è sopratutto la conferma che questo mercato è per il Cremlino, dopo che lo Stato ha ripreso in mano la gestione delle industrie di interesse nazionale, un elemento chiave della sua politica estera, sempre più in sintonia con la volontà di molti paesi di affermare una sempre maggiore autonomia militare di fronte al pericoloso bellicismo unilaterale degli Stati Uniti.”.
Cosi comincia il lungo, documentato saggio di Eric Lahille sul n° 79 della rivista francese Recherches internationales diretta da Michel Rogalski, di cui cercheremo di offrire una sintesi attraverso alcuni dei passaggi più significativi.
La terapia “choc” applicata alla Russia negli anni di Boris Eltsin, abilmente governata nell’ombra (ma non troppo) dagli onnipresenti “consiglieri” americani, avrebbe dovuto smantellare l’economia sovietica centrata sul complesso militare-industriale lasciando il posto ad una economia mercantile finalizzata ai consumi di massa. E di armi, in un mondo dato ormai per pacificato e democratico, non ce n’era più bisogno. Almeno di quelle russe. E allora ecco che il grande complesso militare-industriale viene scomposto e lasciato libero di fluttuare sul mercato, e perciò preso d’assalto da famelici oligarchi e dalla mafia che mettono le mani sul lucroso commercio delle armi. Insomma, un immane disastro. Per il popolo russo.
La drammatica crisi finanziaria del 1998 ha spazzato via questa versione “made in Disneyland” della transizione postsovietica e ha mostrato le vere finalità delle politiche economiche neoliberiste introdotte dal Fondo monetario su suggerimento di Washington.
Il complesso militare-industriale ritorna sotto il controllo dello Stato
Il nuovo gruppo dirigente guidato da Putin si è perciò posto il problema di come far uscire la Russia dal disastro. Inizialmente coperta da molte incognite e da una indecifrabile prudenza, la politica di Putin ha poi gradatamente mostrato i suoi veri obbiettivi. Nel 2003, dopo l’invasione dell’Iraq, la svolta.
E’ stata la spinta imperialista della Casa Bianca che ha creato inquietudine e costretto la leadership russa a rivedere l’insieme del quadro strategico. Le conclusioni di Mosca sono state che futuri ed aspri conflitti con Washington non potevano essere esclusi. Dopo di che la Russia di Putin si è posta l’obbiettivo di riconquistare totalmente la sua libertà d’azione sulla scena internazionale. Ma per farlo occorreva riportare sotto il controllo dello Stato i settori strategici dell’economia e, tra questi, l’industria degli armamenti, ossia il settore che più di altri traina e rilancia la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.
Insieme al gas e al petrolio, anche il complesso militare-industriale è stato sottratto ai grandi oligarchi e le esportazioni di armi sono state affidate, nella misura del 95%, al controllo di una agenzia statale, la Rosboronexport, che gestisce e sceglie quale tipologia di armi vendere, in quale misura e a chi. In parole povere, la clientela di questo mercato viene scelta in base alle priorità strategiche dettate dalle scelte di politica estera del governo di Mosca. Stringendo soprattutto intese economiche e militari con alcuni dei più importanti produttori di greggio, particolarmente esposti alle pressioni americane (Venezuela, Iran, Algeria), ma ben decisi a difendere la loro sovranità. Poi, a seguire, ridando alla voce esportazione degli armamenti il peso necessario atto a contrastare le crescenti minacce di Washington.
La posizione della Russia nel mercato degli armamenti
A partire dalla fine degli anni 90, si assiste ad una spettacolare rimonta della posizione russa sul mercato mondiale delle armi convenzionali. Tra il 2001 e il 2005 l’indicatore sintetico del SIPRI (l’Istituto svedese che pubblica annualmente i dati del mercato delle armi), piazza la Russia alla testa dei fornitori dei materiali da guerra col 31%. Al secondo posto gli USA col 30% (che più che venderle, le armi le usa in proprio), al terzo la Francia col 9%.
La presenza massiccia di Mosca nel mercato mondiale delle armi è uno degli elementi di questa nuova traiettoria strategica tesa a ridare alla Russia il suo status di potenza globale. Ed essendo i fattori di geopolitica, più che quelli economici, gli elementi centrali di questa crescita si spiega perché le esportazioni di armi russe siano concentrate verso due destinazioni principali: la Cina e l’India. Questi due “clienti” rappresentano i tre quarti circa della vendita di armi della Russia. Il fabbisogno crescente dei due giganti asiatici costituisce un elemento essenziale per comprendere l’evoluzione quantitativa, ma anche qualitativa delle sue esportazioni nonché le ricadute che queste esercitano sul potenziale militare della stessa Russia e sulle sue crescenti capacità difensive.
Pechino acquista mediamente il 45% delle esportazioni russe. Le forniture di Mosca coprono il 95% delle sue esigenze difensive: armamenti terrestri, missili, aerei da caccia e da trasporto, bombardieri, elicotteri, installazioni militari, sottomarini, sistemi antiaerei, ecc. E’ interessante osservare che le relazioni militari tra Russia e Cina evolvono in quantità ma anche in qualità. La cooperazione tra i due paesi è massima, ma Pechino, che sulle armi è sottoposta ad embargo internazionale, non nasconde la volontà di utilizzare i transfers di tecnologia per produrre in proprio sistemi d’arma altrettanto moderni e sofisticati potenziando in tal modo la propria industria di difesa. Il che conferma che la Cina non è un “cliente” qualunque, ma un alleato strategico della Russia, alleanza che si basa su un intesa solida, che aspira a ridisegnare gli equilibri mondiali ed ha l’obbiettivo comune di ridimensionare l’influenza già vacillante degli Stati Uniti nel mondo.
Molto consistenti anche le forniture militari all’India che per decenni è stato cliente tradizionale dell’Unione Sovietica ed ora lo è della Russia. Nuova Delhi assorbe un quarto delle esportazioni di armi russe, ossia l’80% del suo fabbisogno militare. La loro tipologia è simile a quella della Cina, con una prevalenza del settore aeronautico e missilistico a cui si sono aggiunti ultimamente sistemi d’arma sottomarini. Diverso invece, rispetto alla Cina, lo stato dei rapporti politici di Delhi con Mosca. L’India ha assunto una collocazione internazionale più incerta dopo l’accordo concluso con gli USA nel 2006 sulle tecnologie nucleari. Accordo che ha suscitato un autentico vespaio tra il partito di governo – Congress Party – e i partiti della sinistra indiana che, pur sostenendo il governo, difendono con forza la tradizionale politica di non allineamento seguita dall’India.
L’accoppiata armi-politica estera consolida i legami internazionali di Mosca
Oltre ai due giganti asiatici le autorità russe sono impegnate in un processo di allargamento della loro sfera di influenza politica che tocca praticamente tutti i continenti. La fornitura di armi si dimostra un eccellente battistrada e rafforza i legami politici con i paesi considerati nemici dalla Casa Bianca in quanto governati da regimi ostili da piegare o abbattere. A loro volta i paesi che si sentono minacciati difendono il loro diritto ad esistere stringendo intese sempre più larghe con la Russia mano a mano che il Cremlino prende sempre più le distanze dall’amministrazione Bush.
In Asia è il Vietnam il cliente principale. Anche paesi non allineati come la Malesia, l’Indonesia e la Thailandia hanno firmato importanti contratti per l’acquisto di elicotteri e di modernissimi aviogetti da caccia Sukoi. In Africa è l’Algeria il migliore cliente della Russia, le cui forniture militari coprono i settori della difesa terrestre, aerea e marittima. Ma è soprattutto l’America Latina il continente che registra i maggiori incrementi delle esportazioni russe con in testa Brasile e Venezuela. Clienti questi, non accostabili a pura casualità.
E’ interessante notare come dall’elenco dei maggiori clienti emergano i nomi dei paesi che detengono grandi riserve petrolifere e siano autorevoli membri dell’OPEC: Venezuela, Iran, Algeria. Non è un mistero che questi paesi coordinino con la Russia le produzione e i prezzi del gas e del greggio sfruttando al meglio la congiuntura mondiale creatasi dopo la catastrofica invasione americana dell’Iraq.
Il prezzo di questo disastro lo avvertiamo tutte le volte che facciamo il pieno alla pompa di benzina.
Sconfitto il terrorismo islamico in Cecenia e avviata la ricostruzione della martoriata regione (2), il Cremlino appare risolutamente e abilmente impegnato in una strategia di diversificazione e di intensificazione delle sue relazioni estere, che provocano a loro volta ricadute positive importanti sulla industria della difesa, la cui efficienza economica e tecnologica dipende in larga misura dagli introiti delle esportazioni.
Il potere russo ha saputo trarre un doppio vantaggio dal suo riposizionamento strategico: ha portato a notevoli livelli l’esportazione di armi e ha rafforzato nel contempo il suo prestigio politico e la sua influenza internazionale. La crescita spettacolare di questo abbinamento risulta perciò essere un elemento basilare della sua politica estera e delle sue iniziative diplomatiche, ossia un potente mezzo per contrastare le pressioni militari crescenti dell’imperialismo americano.
Note
(1) Mentre si spara a palle incatenate contro il riarmo della Russia si omette di ricordare: 1) in Italia, in due anni di governo Prodi, le spese militari sono cresciute del 20% rispetto al precedente governo Berlusconi; 2) al vertice di Riga del novembre 2006 l’Italia, governata dal centro-sinistra, ha approvato e concorre a fare della Nato una struttura dichiaratamente offensiva e globale che, con l’inclusione di Australia, Giappone e Corea del Sud, completa l’accerchiamento militare di Russia e Cina considerati, dalla stessa Nato, nemici strategici e antagonisti globali; 3) il governo di centro sinistra ha confermato l’autorizzazione per la costruzione della base militare USA a Vicenza, una delle più grandi dell’Europa occidentale; 4) il governo Prodi intende confermare la partecipazione dell’Italia alla guerra in Afghanistan.
(2) Particolarmente interessante il reportage dell’inviato a Grozny, C.J. Chivers, del The New York Times, 8 ottobre 07, nel quale si legge come nel giro di una ventina di mesi la città sia rinata a nuova vita. “..anche i critici più severi ammettono che egli (Kadyrov il nuovo leader insediato da Mosca ndr) è riuscito a conquistarsi un notevole sostegno popolare, dovuto in parte ai cambiamenti che hanno accompagnato il suo governo ferreo.” “..il governo di Kadyrov ha ricostruito gran parte della capitale e delle aree circostanti. Non più tardi dell’inizio del 2006 Grozny era un ammasso di edifici in rovina, affacciati su fogne a cielo aperto. Oggi la corrente elettrica è disponibile quasi 24 ore al giorno e in città fluiscono le forniture di gas naturale. In molti quartieri della capitale è tornata a scorrere l’acqua corrente, interi isolati sono stati ricostruiti. I mercati traboccano di merci: computer, mobili, impianti di condizionamento, televisori a schermo piatto e automobili nuove”. Alerei Malashenko, commentatore politico del Carnegie Moscow Center, esperto di Cecenia, di ritorno da un viaggio recente racconta il suo stupore alla vista del ritmo con cui procedono i cambiamenti: “Non riuscivo a credere di essere a Grozny”.