www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 29-02-08 - n. 217

Le elezioni presidenziali in Russia
 
di Mauro Gemma
 
I risultati definitivi delle elezioni presidenziali del 2 marzo in Russia hanno confermato in pieno le previsioni della vigilia.
 
Il 70,2% dei voti ottenuti da Dmitrij Medvedev appare ancor più significativo se teniamo conto dell’alta partecipazione (69,6%) che ha caratterizzato questa tornata elettorale. E le accuse di brogli, che pure ci sono stati, soprattutto nelle regioni periferiche della Federazione Russa, dove maggiore è il peso di clan e potentati locali di dubbia reputazione, non possono certo intaccare le dimensioni reali dello straordinario successo ottenuto da Medvedev.
 
Tutti gli osservatori sono stati concordi nel rilevare come alla strepitosa vittoria del giovane collaboratore di Putin, fino a poco tempo fa il massimo dirigente del colosso energetico statale “Gasprom”, abbia contribuito essenzialmente il fatto di essere stato scelto e sostenuto dal suo predecessore. Non è azzardato affermare che il successo di Medvedev altro non rappresenta che una manifestazione della fiducia riposta dalla stragrande maggioranza dei russi nei confronti di Putin. Un riconoscimento non solo per il suo carisma, ma soprattutto per le principali scelte di politica interna ed estera che, in discontinuità con l’era eltsiniana, hanno contribuito a ridare dignità e peso al ruolo della Russia nella scena mondiale e alcune “certezze” al popolo russo, che rischiava di affondare nella precarietà della dissennata gestione che ha caratterizzato il decennio immediatamente successivo alla dissoluzione dello stato sovietico.
 
Per queste ragioni, le accuse di non aver permesso l’ “espressione della reale volontà democratica dei russi” avanzate in queste ore da alcune istituzioni occidentali appaiono francamente stonate. Suonano piuttosto come una manifestazione di impotenza di fronte al fallimento di tutte le alternative cosiddette “democratiche” (a cominciare dal “dissidente” Kasparov, capo degli “arancioni” russi di “Altra Russia”, ospitato nelle ultime settimane, nel suo giro propagandistico, da tutte le principali televisioni europee) che l’Occidente ha sostenuto e finanziato copiosamente negli ultimi anni.
 
Se analizziamo le prime dichiarazioni di Medvedev, peraltro improntate alla genericità, lo vediamo impegnato a rassicurare l’opinione pubblica del suo paese circa l’intenzione di garantire una continuità agli indirizzi strategici che hanno caratterizzato i due mandati di Putin. Una continuità che verrebbe confermata nelle prossime settimane dalla nomina di Putin a primo ministro ed, eventualmente, dalla concessione alla compagine di governo di poteri e prerogative maggiori di quelli a disposizione attualmente.
 
Ma sul fatto che le cose debbano procedere necessariamente secondo questo copione, gli osservatori della politica russa, sia in Occidente che a Mosca, esprimono opinioni divergenti.
 
Ad esempio, se prendiamo in considerazione il dibattito in corso tra gli intellettuali marxisti russi, non è priva di significato l’analisi sviluppata da quel gruppo di studiosi che in questi anni, in assoluta controtendenza rispetto alle posizioni prevalenti nella sinistra russa (comunista e non), hanno espresso giudizi sostanzialmente positivi in merito alle scelte “patriottiche” fatte da Vladimir Putin e dai suoi collaboratori più stretti (provenienti in larga parte dalle file del KGB dei tempi di Andropov). Ebbene, oggi la posizione di questo gruppo marxista (che si raccoglie in gran parte attorno alla rivista telematica “Left.ru”), definito dei putinisti rossi, appare improntata all’estremo scetticismo nei confronti della figura del presidente appena eletto.
 
L’ex capo di “Gasprom” viene addirittura indicato come il possibile protagonista della rivincita dei settori “compradori” della borghesia russa, progressivamente emarginati o neutralizzati dalle scelte del suo predecessore.
 
Un tale sviluppo della situazione politica del paese viene attribuito alle caratteristiche del personaggio, la cui ascesa politica non è maturata all’interno del gruppo di appartenenti al settore dei cosiddetti “siloviki”, accesi propugnatori di un’ “ideologia nazionale” fautrice di un vigoroso sostegno all’apparato produttivo del paese (in contrapposizione agli interessi dei clan oligarchici e dei potentati finanziari, legati in varia misura agli interessi occidentali) e di una politica estera (abbinata al rilancio del cosiddetto “apparato militare-industriale”) indirizzata prioritariamente “alla difesa degli interessi nazionali”.
 
Per molti versi, la “scalata” di Medvedev ha molto in comune con quella dei rappresentanti delle elite liberali cresciute all’ombra di Eltsin. Anche le sue prese di posizione in merito agli indirizzi strategici della politica russa sono in verità apparse più in linea con l’impianto “neoliberista” che ha caratterizzato molti degli esponenti dell’era precedente a Putin. Tanto da suscitare più di una speranza anche negli ambienti economici occidentali, sulla possibilità di recuperare in futuro le posizioni perdute nel mercato russo, a scapito del capitale nazionale.
 
E’ proprio uno dei più rappresentativi esponenti del putinismo rosso, Dmitrij Jakushev, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, ad analizzare puntigliosamente quelle che, a suo avviso, sono le differenze più significative, avvertite nei più recenti e importanti interventi pronunciati rispettivamente da Putin e dal suo “delfino”.
 
Ad esempio - fa notare Jakushev - mentre Putin, nel suo discorso dell’8 febbraio di fronte alla Duma di Stato, ribadisce con nettezza la sua fiera ostilità a quelle che definisce “strutture oligarchiche e apertamente criminali” e ai “circoli politici stranieri”, rivendicando alla sua politica il merito di aver sottratto finalmente lo stato alle loro pressioni che “ignorano cinicamente non solo gli interessi nazionali, ma anche le esigenze più elementari di milioni di persone”, Medvedev, intervenendo il 15 febbraio a Krasnojarsk, esprime valutazioni di segno opposto, quando afferma che “parte significativa delle funzioni, esercitate dagli organi statali, dovranno essere trasferite al settore non statale…Oggi lo stato non sta assumendo le misure necessarie alla difesa dei diritti dei proprietari”.
 
E’ evidente che ci troviamo di fronte, nel giro di pochi giorni, a due approcci diametralmente opposti.
 
Questa differenza di accenti forse permette anche di spiegare come, negli ultimi tempi, si sia manifestata da parte dei gruppi politici ultraliberisti (in particolare, l’Unione delle Forze di Destra) una sempre più marcata presa di distanze dalle frange più estreme dell’opposizione “arancione” a Putin, ormai marginalizzate. Analogamente un atteggiamento di prudente sospensione di giudizio sembra caratterizzare gli approcci al cambio al vertice russo da parte degli analisti rappresentativi delle elites occidentali più avvedute e interessate a riannodare il filo del dialogo con il gruppo dirigente russo.
 
Gli sviluppi della politica russa, al di là dei convenevoli “mediatici” a cui ci ha abituato la coppia Putin-Medvedev, non sembrano dunque per nulla scontati. Anche la rivincita delle oligarchie va inserita tra i possibili sbocchi dell’evoluzione politica a Mosca.
 
In ogni caso, non è assolutamente da escludere un periodo di duro confronto politico per il controllo degli assetti di potere tra i diversi settori delle elite al governo. E non è nemmeno escluso che la designazione di Medvedev possa aver rappresentato una sorta di temporanea mediazione tra le varie anime del Cremlino.
 
Per quanto riguarda le opposizioni, tra le poche “sorprese” di queste elezioni c’è la rimonta inaspettata dei comunisti raccolti attorno a Zjuganov. I sondaggi li davano all’11%. Hanno raccolto quasi il 18% dei consensi (quasi il 7% in più delle elezioni parlamentari del dicembre 2007”), riassorbendo gran parte del voto confluito su formazioni socialdemocratiche e nazionaliste, allontanando lo spettro del definitivo ridimensionamento e riavvicinandosi alle percentuali ottenute nelle elezioni degli anni ’90. E a smentire il carattere “nostalgico” e residuale del voto comunista (tesi spesso accreditata strumentalmente in Occidente da “innovatori” che faticano a superare gli sbarramenti elettorali) ci sono gli splendidi risultati ottenuti nelle realtà metropolitane, dove più forte è la presenza operaia e dove sono presenti i centri scientifici e culturali più importanti del paese. Qui i comunisti hanno raggiunto percentuali del 30 e addirittura del 40%.