Estratto da Osservatorio
Balcani, a cura di SOS Yugoslavia
La Bosnia da Karadzic
a Ashdown
La recente crisi in
Kosovo impone una riflessione sull’andamento del processo di pace nella intera
regione. In Bosnia si avvicina il secondo anniversario del mandato dell’Alto
Rappresentante Ashdown. Uno sguardo sullo stato delle cose nel Paese
(08/04/2004) Di Andrea Rossini
Pochi giorni dopo il riacutizzarsi della crisi nel Kosovo, l’ennesimo fallito
raid della Nato in Bosnia Erzegovina alla ricerca di Radovan Karadzic – con il
grave ferimento del pope di Pale e del figlio – ha portato ad un innalzamento
del livello di tensione nel Paese. Le istituzioni della Republika Srpska - una
delle due Entità che compongono la Bosnia insieme alla Federazione – sono poste
sotto pressione da parte della comunità internazionale, mentre l’HDZ (Unione
Democratica Croata) bosniaco ufficializza la propria volontà di dissolvere la
Federacija BiH, la seconda Entità del Paese.
L’Alto Rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina, il britannico Paddy
Ashdown, ha recentemente presentato il proprio rapporto periodico di fronte al
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una relazione che si sforza di
essere ottimista, ma dalla quale emerge il fallimento dell’approccio
pragmatico, basato sul dialogo con i nazionalisti e sulla enfasi posta sulle
riforme, che ha caratterizzato i primi anni (a breve il secondo anniversario)
del suo mandato.
Non è Pristina, è Sarajevo. Anche qui tuttavia, otto anni dopo la fine della
guerra, la strategia della comunità internazionale sembra mancare di una
prospettiva chiara. Soprattutto, non è chiaro fino a quando gli internazionali
resteranno in Bosnia Erzegovina, e quando il Paese diventerà normale. In
realtà, non è ancora chiaro nemmeno quale sarebbe la normalità, per la Bosnia
Erzegovina. E in questa lunga transizione, ogni scossone fa paura.
Operazione Karadzic
“Non lo abbiamo trovato”, ha
dichiarato il primo aprile a Sarajevo Dave Sullivan, il portavoce della Sfor
(Stabilization Force), la forza a guida Nato presente nel Paese con funzioni di
mantenimento della pace.
La notte precedente, un commando di circa 40 militari, americani e britannici,
aveva circondato la chiesa ortodossa e la vicina canonica nel centro di Pale,
16 km da Sarajevo. L’operazione avrebbe dovuto portare alla cattura di Radovan
Karadzic, ex leader politico dei Serbo Bosniaci, ricercato dal Tribunale
dell’Aja per genocidio e crimini contro l’umanità. Nessuna traccia del
superlatitante, ma nel corso dell’azione sono stati gravemente feriti il pope
di Pale, Jeremija Stavrovlah, e il figlio Aleksandar. I due, feriti dalla
esplosione utilizzata per abbattere la porta della canonica, sono ricoverati
nell’ospedale di Tuzla, dove tutt’ora versano in gravi condizioni. La Nato ha
ammesso che la quantità di esplosivo utilizzata era eccessiva. La violenta onda
d’urto avrebbe raggiunto il primo piano dell’edificio.
La Chiesa serbo ortodossa della Bosnia ha reagito con durezza al fallito blitz,
definendolo “atto criminale”, accusando la Nato di terrorismo e minacciando di
interrompere ogni collaborazione con le istituzioni bosniache ed
internazionali: “Si tratta di
terrorismo, ed è ancora più grave perché è stato commesso da coloro che si
presentano come i principali oppositori del terrorismo. L’obiettivo non era
quello di catturare presunti criminali di guerra, ma di attaccare l’anima del
popolo serbo, cioè la sua Chiesa” – ha dichiarato l’Arcivescovado di
Bosnia della Chiesa serbo ortodossa al termine di una riunione cui ha
partecipato anche una delegazione del Santo Sinodo della Chiesa serba ortodossa
di Belgrado.
Il governo della Republika Srpska (RS) ha accusato la Sfor di aver “oltrepassato i limiti del proprio mandato”.
Nel pomeriggio di giovedì, centinaia di persone hanno manifestato a Pale contro
l’azione della Sfor. Una ventina di manifestanti portavano immagini di
Karadzic.
Il membro serbo della Presidenza collegiale bosniaca, Borislav Paravac, ha
criticato l’accaduto stigmatizzando la violenza nei confronti del religioso e
della sua famiglia. Dragan Cavic, presidente della Republika Srpska, ha
affermato che secondo i medici i due sarebbero stati picchiati con oggetti
contundenti nel corso della operazione, circostanza negata dalla Sfor che ha
invece dichiarato di aver immediatamente soccorso i feriti.
La Presidenza collegiale bosniaca ha chiesto un rapporto sui fatti di Pale al
Ministero della Sicurezza, in collaborazione con Sfor e missione di polizia
della Unione Europea (Eupm).
Quanto avvenuto a Pale è stato largamente commentato non solo dai media della
RS, ma anche da quelli serbi. Alcuni giornali, particolarmente attenti alle
posizioni serbe, hanno accolto la versione del pestaggio. Il belgradese
Vecernje Novosti, nella edizione del 6 aprile, ha titolato ‘Sono stati
brutalmente picchiati’. Così anche Nacional, quotidiano di Balgrado, che nello
stesso giorno ha titolato sulla vicenda: ‘I crimini di sadici malati’.
Il religioso ferito, Jeremija Stavrovlah, era noto per dichiarazioni vicine
all’ex leader dei Serbi di Bosnia. In una intervista, rilasciata il mese scorso
ad un giornale montenegrino, aveva dichiarato che “è dovere di ogni Serbo difendere Karadzic.”
Ancora Pale?
Una fonte del Tribunale Internazionale dell’Aja, citata dai giornalisti
dell’Institute for War and Peace Reporting (IWPR) Nerma Jelacic e Hugh
Griffiths, ha fortemente criticato la strategia utilizzata dalla Sfor, e in
particolare il valore delle informazioni raccolte dalla intelligence: “Nessuno crede che Karadzic sia a Pale.
Perché dovrebbe essere lì, quando la Sfor vi ha condotto almeno un raid al mese
dall’inizio dell’anno?”.
Recentemente, la comunità internazionale sembrava aver avviato una nuova
strategia per catturare Karadzic: colpire la sua rete di protezione. In
gennaio, la Sfor aveva arrestato due ex guardie del corpo del leader serbo
bosniaco, Dusan “Bato” Tesic e Zeljko “Luna” Jankovic. In febbraio erano state
emesse – sia dagli Usa che dalla UE - liste di proscrizione nei confronti di
persone considerate vicine al latitante, erano stati bloccati conti correnti e
destituiti uomini politici della RS, tra i quali il vice presidente del Partito
Democratico Serbo (SDS), Mirko Sarovic.
I recenti fatti, tuttavia, sembrano suggerire che la Sfor abbia ripreso a
colpire luoghi simbolici (in particolare Pale, ex roccaforte dei Serbo
Bosniaci) o perlomeno che ci siano opinioni diverse sulle strategie da
adottare. Anche la strada avviata in febbraio, per il momento, non ha prodotto
risultati di rilievo. Le due ex guardie del corpo arrestate, Tesic e Jankovic,
sono state rilasciate senza accuse.
Il fattore tempo
Il tempo a disposizione sta per scadere. Entro la fine dell’anno, la Nato
passerà le proprie consegne in Bosnia Erzegovina ad una forza dell’Unione
Europea, la cui composizione sarà verosimilmente ridotta rispetto ai militari
internazionali oggi presenti nel Paese (circa 12.000 uomini). Andarsene, con il
ricercato numero 1 ancora in libertà, contribuirebbe a gettare una ombra di
fallimento sulla intera missione.
Anche il Tribunale Internazionale dell’Aja (TPI) ha una data di scadenza,
stabilita nell’agosto scorso: il 2010. In una intervista per «Le Courrier des
Balkans» (J. Arnault Dérens, 21.01.04), la Procuratrice capo del Tribunale,
Carla Del Ponte, precisa i termini della questione: “Dobbiamo aver terminato le nostre inchieste e avviato tutte le
imputazioni entro la fine del 2004. Secondo la Risoluzione 1503 del Consiglio
di Sicurezza, i processi di primo grado devono essere terminati entro il 2008,
e le procedure di appello entro il 2010. Detto questo, va da sé che non
possiamo mettere un termine ai lavori del Tribunale prima di aver arrestato
Karadzic, Mladic e il generale croato Gotovina…”
Nonostante la posizione della Procura, è indubbio che il fattore tempo inizi a
giocare un ruolo sempre più importante anche nei casi dei tre super latitanti,
e che in particolare nel caso Karadzic la prossima dipartita delle truppe Nato
dalla Bosnia rappresenti un ulteriore elemento, stante la indisponibilità
sinora dimostrata dalle autorità locali (la Republika Srpska) nel consegnare i
ricercati.
Carla Del Ponte si è recata matredì a Sarajevo, proprio per discutere con i
dirigenti bosniaci della mancata collaborazione della Republika Srpska con il
Tribunale. Nel corso della visita la procuratrice ha incontrato anche il
comandante della Sfor, il generale americano Virgil Packett.
Alcuni osservatori si sono spinti ad immaginare una agenda “politica”, che determinerebbe
i tempi della cattura di Karadzic: in tempo per le prossime elezioni americane
o, addirittura, prima del summit Nato a Istanbul del giugno prossimo, così da
facilitare la accessione della Bosnia Erzegovina al programma di Partnership
per la Pace. Ma si entra nel dominio delle speculazioni…
Lo scenario, però, è complicato. Secondo James Lyon, direttore
dell’International Crisis Group per Bosnia, Serbia e Montenegro: “Il motivo per cui la Sfor non riesce a
catturare Karadzic è che non dispone di adeguati servizi di intelligence; in
secondo luogo, mancano nei Balcani il tipo e la quantità di truppe
specializzate che servirebbero per tali operazioni; in terzo luogo, manca la
volontà politica ai livelli più alti.” (citato in “Neanche vicino: il
raid contro Karadzic”, IWPR, 02.04.04)
Il terzo fattore citato da Lyon è il più interessante. Il primo piano per la
cattura di Karadzic risale all'estate del 1997, ma la causa del suo fallimento
si conoscerà solo nel 2002 quando un ufficiale francese, Herve' Gourmelon,
viene accusato di aver avvertito il ricercato. A vuoto anche tutti i tentativi
successivi. Dopo il raid condotto a Pale nel gennaio di quest’anno da truppe
americane, britanniche e italiane, la moglie di Karadzic, Lijliana, ha
dichiarato che nel 1996 c'era stato un patto con gli Americani: ''Mio marito si e' ritirato dalla vita
pubblica su insistenza di Richard Holbrooke - ha detto - c'era un gentlemen’s agreement, il suo
ritiro in cambio dell'impegno che non lo avrebbero perseguito.” (cit. in
Ansa Balcani, 01.04.04)
Se la volontà politica della comunità internazionale, “ai livelli più alti”,
non è chiara, otto anni dopo la fine della guerra è difficile dire quale sia il
grado di sostegno di cui Karadzic continui a godere tra i Serbi di Bosnia. Dopo
ogni fallita operazione ci sono manifestazioni di protesta, come l’altro giorno
a Pale. Dopo il raid di gennaio, avvenuto sempre a Pale, sui muri della RS
erano apparsi molti manifesti con la faccia del latitante e la scritta “Siamo
sempre con te.” Questi episodi, tuttavia, così come i gadgets e le magliette
con le immagini di Karadzic e Mladic che si possono trovare a Banja Luka così
come sulla Knez Mihailova a Belgrado, sono forse più indicativi dello stato
d’animo della stretta cerchia dei supporters che non della maggioranza della
popolazione. Quello che è certo è che il partito fondato da Karadzic, il
Partito Democratico Serbo (SDS), continua a godere del favore della maggioranza
degli elettori, e che le autorità della RS non sembrano prendere in seria
considerazione le minacce di una comunità internazionale frustrata per la
scarsa collaborazione con il TPI.
Pressioni sulla Republika Srpska
L’Ambasciatore americano per i crimini di guerra, Richard Prosper, ha
minacciato il mese scorso la RS di sanzioni politiche ed economiche se i suoi
dirigenti non assumeranno le proprie responsabilità sulla questione dei
ricercati.
All’interno della RS, e dello stesso SDS, diverse correnti sembrano
affrontarsi. Dopo le dimissioni di Mirko Sarovic dal collegio di presidenza
bosniaco in seguito allo scandalo Orao (armi all’Iraq) e alle accuse di
spionaggio da parte dei servizi serbo bosniaci nei confronti delle istituzioni
internazionali (Aprile 2003), la carica vacante era stata assunta da un altro
esponente dell’SDS, Borislav Paravac.
Ex sindaco di Doboj durante la guerra, considerato un nazionalista “della
vecchia scuola” e secondo alcuni addirittura sulla lista del Tribunale
dell’Aja, ha reagito fuori dal coro al recente ferimento del pope e di suo
figlio nel corso del raid di Pale. Paravac ha infatti indicato nel ministero
dell’Interno della RS il principale responsabile dell’accaduto: “Se avessero fatto il loro dovere, arrestare
i ricercati, questo non sarebbe accaduto - ha dichiarato Paravac (Ansa
Balcani, 02.04.04).”
Verso una messa al bando dell’SDS?
Sabato scorso, Paddy Ashdown ha ordinato il congelamento degli aiuti finanziari
accordati all’SDS. Lo sblocco dei fondi, ha dichiarato Ashdown in un
comunicato, avverrà quando le autorità avranno dato prove convincenti di
collaborazione con il Tribunale dell’Aja.
Ashdown ha poi chiesto al presidente del partito, Dragan Kalinic, di fornirgli
entro la data del 19 aprile un rapporto sulle attività finanziarie dell’SDS: “Dragan Kalinic è il Presidente dell’SDS, e
quindi la persona responsabile di garantire che sia stato interrotto ogni
legame tra il partito e le persone accusate di crimini di guerra. E’ stato
sostenuto che l’SDS stia ancora finanziando e sostenendo alcuni indiziati, io
mi auguro che il signor Kalinic mi convinca del contrario - ha detto
Ashdown.”
Il 5 aprile, l’Alto Rappresentante era a Banja Luka. Alla domanda se avesse
intenzione di mettere al bando l’SDS, Ashdown ha risposto: “La mia azione negli ultimi due giorni è
stata volta a dare una possibilità ai membri dell’SDS, piuttosto che a mettere
al bando il partito”, aggiungendo che la palla era ora nel campo
dell’SDS, e che restava da vedere come il partito avrebbe risposto. (Fena,
05.04.04)
Il presidente del Partito Socialdemocratico Indipendente della RS (SNSD),
Milorad Dodik, ha una opinione diversa dello scontro in atto tra SDS e comunità
internazionale. Secondo Dodik, la decisione dell’Alto Rappresentante di
bloccare i conti correnti dell’SDS avrà come unico effetto quello di far giocare
a questo partito il ruolo della vittima. “Se questa misura fosse portata nei nostri confronti non potremmo più
lavorare, ma per l’SDS non vuol dire niente, perché i loro soldi non sono su
quei conti. Credo che ci sia un accordo tra l’SDS e Ashdown, per la soluzione
di questa questione.” (BHTV, 05.04.04)
“Serbo”, Repubblica “Serba”
Il 26 marzo scorso, la Corte Costituzionale bosniaca ha ordinato alle autorità
serbo bosniache di cambiare il nome di tutte le città cui è stato apposto il
prefisso “srpski” (Association Sarajevo, 31.03.04). La decisione si riferisce a
13 città della RS, ribattezzate nel corso della guerra 1992-1995. “La Costituzione della BiH garantisce eguali
diritti per tutti i gruppi etnici, la Corte ha valutato che questi nomi avevano
un carattere discriminatorio nei confronti della popolazione non serba –
ha dichiarato in conferenza stampa il presidente della Corte, Mato Tadic.”
L’Assemblea della RS ha tre mesi di tempo per rinominare le città o restituire
loro i nomi che avevano prima della guerra. Le città in questione sono Srpsko
Sarajevo, Srpska Derventa, Srpski Mostar, Srpski Sanski Most, Srpsko Gorazde,
Srbinje, Srpski Kljuc, Srpska Kostajnica, Srpski Brod, Srpska Ilidza, Srpsko
Novo Sarajevo, Srpski Stari Grad e Srpsko Orasje.
La maggioranza dei deputati della RS (Nezavisne Novine, 02.04.04) si è invece
risolutamente opposta, con dichiarazione adottata il 31 marzo scorso, alla
iniziativa di legge - portata avanti da Sulejman Tihic, presidente dell’SDA
(Partito dell’Azione Democratica, Bosniaco Musulmano), e da Haris Silajdzic,
fondatore del Partito per la Bosnia Erzegovina (Stranka za BiH) - che contesta
il fondamento costituzionale del nome di “Republika Srpska”. Dragan Kalinic,
presidente del Parlamento della RS (e presidente dell’SDS), ha dichiarato che
questa iniziativa rimette in discussione la stessa esistenza della BiH,
aggiungendo che “i Serbi non
minacceranno nessuno in Bosnia Erzegovina fino a quando non saranno loro stessi
minacciati.”
I commenti più arguti sulla vicenda, che ha attraversato velocemente la stampa
bosniaca, sono stati quelli di due deputati socialdemocratici della RS.
Dimitrije Ivanic, del Partito Socialdemocratico Indipendente (SNSD), ha
dichiarato che l’SDS e l’SDA si mantengono al potere secondo il sistema dei
vasi comunicanti. Slobodan Popovic, altro rappresentante socialdemocratico, ha
affermato invece che SDS, SDA e HDZ (Unione Democratica Croata) si mantengono
al potere vicendevolmente grazie alle loro iniziative sugli ”interessi
nazionali minacciati.”