TRA STORIA E POLITICA
Kosovo, cinque anni dopo
Angelo d’Orsi
A due anni dall“impresa” irakena, cade il quinto anniversario di un’altra
infame guerra, quella del Kosovo. E la ricorrenza viene “festeggiata” con
attacchi armati da parte di bande kosovare, incendi di monasteri ortodossi,
uccisioni di serbi e fuga di questi ultimi, ormai ridotti a una presenza poco
più che simbolica nella regione; e poi, rappresaglie, ulteriori attacchi, nella
sostanziale incapacità delle forze internazionali presenti sul territorio di
proteggere i serbi. Insomma, ancora dolore, distruzione, morte, mentre ormai il
Kosovo chiede apertamente l’indipendenza, non bastando più ai suoi dirigenti
(che sembrano soffiare apertamente sul fuoco) la pur larga autonomia di cui la
regione gode. Se essa venisse concessa, si tratterebbe del penultimo passo
verso la scomparsa della Jugoslavia di Tito, un capolavoro di equilibrio fra
religioni ed etnie, fondata su un compromesso costituzionale efficace.
Confrontando quel paese alle macerie odierne, non smetteremo di sottolineare le
responsabilità dell’Occidente, a
cominciare dal papa Giovanni Paolo II e dal cancelliere tedesco Helmuth Kohl, i
quali si affrettarono a un improvvido riconoscimento unilaterale della Slovenia
e della Croazia, contando di lucrare sulla mossa, l’uno sul piano
economico-politico, l’altro su quello politico-religioso. Da quel gesto, di cui
non si fu in grado di calcolare le conseguenze (gesto dunque impolitico per
eccellenza, se si accetta la definizione di politica come dell’arte di guardare
lontano), scaturì un decennio di conflitti, che distrussero la creatura titina,
ma soprattutto diedero vita a un inestinto focolare di odii, le cui conseguenze
vediamo, appunto, di nuovo in questi giorni, nel Kosovo.
Allora, cinque anni fa, come in precedenza, su di un piano più generale, era
possibile arrivare a soluzioni ragionevoli, a non scontentare troppo né gli
uni, né gli altri, ma troppi interessi premevano, e il famoso accordo di
Raombouillet, “respinto” da Milosevic, fu un mero gesto di provocazione il fui
esito era scontato, già nella mente dei suoi promotori estensori. Quello che si
voleva era eliminare l’“anomalia” jugoslavia nel cuore d’Europa, mettere in
atto forme di tutela politica e militare pesantissime, cercare mercati nuovi
per gli investimenti a basso costo e ad alto profitto, e via di seguito.
Certo, c’erano state le “provocazioni” di Milosevic, c’erano stati massacri,
distruzioni (come dimenticare la stupenda, straordinaria Biblioteca di
Sarajevo?), ma l’impressione di fondo era che l’Occidente aspettava proprio che
accadesse quello che accadeva e che indubitabilmente avrebbe portato alla fine
della Repubblica Federale (socialista!) Jugoslava.
Il Kosovo fu un pretesto, usato sulla base di una gigantesca campagna
propagandistica. Come non ricordare l’on. Fassino, allora ministro della Difesa del Governo D’Alema, e
la sua frase immortale: “Chi non vuole il nostro intervento non ha mai guardato
negli occhi un bambino kosovaro…”? Come non ricordare le vergnose leggerezzze
della Missione Arcobaleno, “garantita” da Bobbio, Montanelli e Scalfari? (Poi
venne addirittura alla luce un penoso scandalo a quegli “aiuti umanitari”
legato). Come non ricordare le incredibili punte toccate dalla campagna volta a
giustificare preventivamente la guerra, e a farla accettare all’opinione
pubblica? Non potremo dimenticare quel tremendo aggettivo (“etica”) che proprio
Bobbio usò per giustificare una ingiustificabile aggressione di una coalizione
di 19 Stati contro una nazione piccola, malridotta e isolata quale la
Jugoslavia di Milosevic. E tanti commentatori disinvolti fecero ricorso alla
più “giusta” delle guerre, quella del
’39-45, per dare nobiltà all’ignobile, per travestire la guerra da operazione
di polizia internazionale, per nascondere l’impiego di armi all’uranio
impoverito, le cui conseguenze rimarranno tragicamente presenti sul territorio
per un tempo quasi infinito.
La Serbia fu distrutta economicamente, dal punto di vista delle infrastrutture,
dei rapporti sociali, e del peso politico internazionale, da quella guerra, la
più asimmetrica di tutti i conflitti del Dopo-Muro: Clinton batte Milosevic
10.000 a zero, titolò un quotidiano statunitense alla fine delle ostilità. E in
effetti le truppe Nato non ebbero né un morto, né un prigioniero, né un mezzo
perduto, a dimostrazione che quella non era stata nemmeno una guerra, ma una
sorta di experimentum in corpore vili, per dimostrare quanto potente fossero
gli Stati Uniti e i loro alleati, ammonendo il mondo ad accettare il potere
dell’Impero.