www.resistenze.org - popoli resistenti - serbia - 05-12-04

già pubblicato da "Avvenimenti"

TRA STORIA E POLITICA

Kosovo, cinque anni dopo


Angelo d’Orsi

A due anni dall“impresa” irakena, cade il quinto anniversario di un’altra infame guerra, quella del Kosovo. E la ricorrenza viene “festeggiata” con attacchi armati da parte di bande kosovare, incendi di monasteri ortodossi, uccisioni di serbi e fuga di questi ultimi, ormai ridotti a una presenza poco più che simbolica nella regione; e poi, rappresaglie, ulteriori attacchi, nella sostanziale incapacità delle forze internazionali presenti sul territorio di proteggere i serbi. Insomma, ancora dolore, distruzione, morte, mentre ormai il Kosovo chiede apertamente l’indipendenza, non bastando più ai suoi dirigenti (che sembrano soffiare apertamente sul fuoco) la pur larga autonomia di cui la regione gode. Se essa venisse concessa, si tratterebbe del penultimo passo verso la scomparsa della Jugoslavia di Tito, un capolavoro di equilibrio fra religioni ed etnie, fondata su un compromesso costituzionale efficace.

Confrontando quel paese alle macerie odierne, non smetteremo di sottolineare le responsabilità dell’Occidente,  a cominciare dal papa Giovanni Paolo II e dal cancelliere tedesco Helmuth Kohl, i quali si affrettarono a un improvvido riconoscimento unilaterale della Slovenia e della Croazia, contando di lucrare sulla mossa, l’uno sul piano economico-politico, l’altro su quello politico-religioso. Da quel gesto, di cui non si fu in grado di calcolare le conseguenze (gesto dunque impolitico per eccellenza, se si accetta la definizione di politica come dell’arte di guardare lontano), scaturì un decennio di conflitti, che distrussero la creatura titina, ma soprattutto diedero vita a un inestinto focolare di odii, le cui conseguenze vediamo, appunto, di nuovo in questi giorni, nel Kosovo.

Allora, cinque anni fa, come in precedenza, su di un piano più generale, era possibile arrivare a soluzioni ragionevoli, a non scontentare troppo né gli uni, né gli altri, ma troppi interessi premevano, e il famoso accordo di Raombouillet, “respinto” da Milosevic, fu un mero gesto di provocazione il fui esito era scontato, già nella mente dei suoi promotori estensori. Quello che si voleva era eliminare l’“anomalia” jugoslavia nel cuore d’Europa, mettere in atto forme di tutela politica e militare pesantissime, cercare mercati nuovi per gli investimenti a basso costo e ad alto profitto, e via di seguito. 

Certo, c’erano state le “provocazioni” di Milosevic, c’erano stati massacri, distruzioni (come dimenticare la stupenda, straordinaria Biblioteca di Sarajevo?), ma l’impressione di fondo era che l’Occidente aspettava proprio che accadesse quello che accadeva e che indubitabilmente avrebbe portato alla fine della Repubblica Federale (socialista!) Jugoslava.

Il Kosovo fu un pretesto, usato sulla base di una gigantesca campagna propagandistica. Come non ricordare l’on. Fassino, allora  ministro della Difesa del Governo D’Alema, e la sua frase immortale: “Chi non vuole il nostro intervento non ha mai guardato negli occhi un bambino kosovaro…”? Come non ricordare le vergnose leggerezzze della Missione Arcobaleno, “garantita” da Bobbio, Montanelli e Scalfari? (Poi venne addirittura alla luce un penoso scandalo a quegli “aiuti umanitari” legato). Come non ricordare le incredibili punte toccate dalla campagna volta a giustificare preventivamente la guerra, e a farla accettare all’opinione pubblica? Non potremo dimenticare quel tremendo aggettivo (“etica”) che proprio Bobbio usò per giustificare una ingiustificabile aggressione di una coalizione di 19 Stati contro una nazione piccola, malridotta e isolata quale la Jugoslavia di Milosevic. E tanti commentatori disinvolti fecero ricorso alla più “giusta” delle guerre,  quella del ’39-45, per dare nobiltà all’ignobile, per travestire la guerra da operazione di polizia internazionale, per nascondere l’impiego di armi all’uranio impoverito, le cui conseguenze rimarranno tragicamente presenti sul territorio per un tempo quasi infinito.  

La Serbia fu distrutta economicamente, dal punto di vista delle infrastrutture, dei rapporti sociali, e del peso politico internazionale, da quella guerra, la più asimmetrica di tutti i conflitti del Dopo-Muro: Clinton batte Milosevic 10.000 a zero, titolò un quotidiano statunitense alla fine delle ostilità. E in effetti le truppe Nato non ebbero né un morto, né un prigioniero, né un mezzo perduto, a dimostrazione che quella non era stata nemmeno una guerra, ma una sorta di experimentum in corpore vili, per dimostrare quanto potente fossero gli Stati Uniti e i loro alleati, ammonendo il mondo ad accettare il potere dell’Impero.