TRA STORIA E POLITICA
KOSOVO. Per non dimenticare
Angelo
d’Orsi
Si è votato in Kosovo: un voto senza storia, ma sul cui svolgimento
non mancano i dubbi, anche se il mite, un po’ ridicolo Ibrahim Rugova, canta
vittoria. Intanto, la minoranza serba ha boicottato le urne contro la nessuna
sicurezza per sé, chiedendo come preliminare all’esercizio dei diritti civili e
politici, il fondamentale diritto alla vita. Nessuna novità si profila
all’orizzonte, dopo queste seconde elezioni, dopo la guerra della Nato; e
Rugova e i suoi alleati si dirigono verso una risibile indipendenza, assai pericolosa
sul piano geopolitico.
Queste elezioni sono giunte a coronamento di un pseudo processo di “costruzione
della democrazia” in un Paese distrutto prima dai nostri bombardamenti (ah,
D’Alema!), poi sottoposto a una “pulizia etnica” assai più grave di quella
attribuita a Milosevic, e soprattutto diventato terra franca delle bande
militari delinquenziali (ovviamente armate e finanziate dagli USA) dell’UCK, e
approdo per mafiosi di ogni provenienza: oggi il Kosovo è il maggior santuario
europeo della grande criminalità organizzata, come ben sanno le autorità
giudiziarie e di polizia del Continente. Ma non se ne parla, e mentre si
insiste a parlare del “dopo Milosevic”, attribuendo ogni responsabilità a
costui, compresi i sogni (assai improbabili, a dire il vero) di una pretesa
“Grande Serbia” che avrebbe dovuto far tremare il mondo (!?), si tace della
sistematica espulsione dei serbi, le cui case sono occupate dagli albanesi. In
un Occidente che vede dappertutto Al Quaida – anche se nessuno osa più nominare
Osama Bin Laden e il suo braccio destro, il mitico Mullah Omar, fuggito in
motocicletta fra le steppe afghane…; in un Occidente ove ogni giorno viene
montato un nuovo episodio della paura dell’ “integralismo” islamico; in un
Occidente che parla e straparla delle proprie “origini giudaico-cristiane”…;
ebbene in questo Occidente si nasconde la sistematica opera di distruzione dei
monasteri ortodossi in Kosovo, culla della civiltà serbo-ortodossa. Una
distruzione condotta dalle bande dell’UCK e da altre simili bande paramilitari,
tutte di etnia albanese e di religione islamica: mentre assai fondati sono i
sospetti che proprio in Kosovo si trovino basi logistiche e di sostegno di Al
Quaida.
Insomma, la grande menzona sul Kosovo, mentre un processo farsesco, da tempi
imprevedibili, viene stancamente portato avanti all’Aja, dopo che Milosevic fu
sottoposto a un sequestro e a una vera e propria compravendita agli americani,
da un capo del governo dell’ex Jugoslavia, all’insaputa dello stesso presidente
della Federazione. Il primo fu elettoralmente punito, mentre il partito di
Milosevic, anche dopo aver cambiato nome, gode di una discreta salute.
La menzogna, lo sappiamo, è attributo irrinunciabile di qualunque propaganda
bellica. Per giustificare l’ingiustificabile guerra della Nato alla Jugoslavia
si ricorse addirittura a tirare in ballo la “soluzione finale”, con Milosevic
trasformato (indimenticabile una copertina dell’”Espresso”) in Hitlerosevic. E
l’eterno paradigma antifascista riaffiorava come strumento di legittimazione
della nuova guerra delle democrazie e il corollario inevitabile della
riproposizione della cinica politica di Monaco, con la Polonia data in pasto al
“grande dittatore”, come ora il “piccolo Hitler dei Balcani” si stava mangiando
il Kosovo; e, infine, il peana agli Stati Uniti “salvatori d’Europa”.
La resistenza alla guerra e ai suoi effetti (l’esempio del Kosovo si ripete in
Afghanistan, dove altre eleazioni farsesche hanno lasciato il potere in mano a
un presidente che è in grado di controllare una percentuale minima del
territorio nazionale; e stanno per riprodursi in Iraq, nel quale un personaggio
ancora più screditato, tale Allawi, un mestatore usato disinvoltamente dagli
statunitensi), consiste nello smascheramento delle mistificazioni, in guerra
ieri, nel dopoguerra oggi; che in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, tutto è
tranne che pace. Ma accanto alla menzogna, dobbiamo mettere nel conto anche
l’oblio: occorre invece ricordare la follia di quella guerra, la più inutile,
la più asimmetrica, la più sciagurata delle guerre del “dopo Muro”. Con il
pretesto di esportare la democrazia, di eliminare un tiranno (sempre eletto in
libere elezioni), e di por fine alle sofferenze dei kosovari (dimenticando
quelle dei serbi espulsi dalla Krajna), si è bombardato un Paese europeo, a due
passi dall’Italia, provocando migliaia di morti civili, infrastrutture
distrutte, e dando un ulteriore colpo alla difficile convivenza tra etnie e
religioni. E poi temiamo lo “scontro di civiltà”…