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Kosovo 2005: Viaggio - reportage nell’Apartheid in Europa - (Seconda parte)


di Vigna E.

VERGOGNA Europa ed Occidente.
Sfido chiunque a dimostrare, dati e documentazioni alla mano, che UNO SOLO dei diritti negati oggi ai serbi e alle minoranze non albanesi del Kosovo, fosse negato prima del Marzo 1999 alle varie minoranze che vivevano lì da secoli ..…erano 14 quelle riconosciute…prima.
Oggi quante sono?! Non va tra l’altro dimenticato, che anchemolte migliaia di kosovari albanesi, sono dovuti scappare in Serbia per non essere uccisi, perché considerati jugoslavisti. 

Coma ha detto Dragan un ex lavoratore della Zastava di Pec: “… la democrazia dell’occidente, è una parola vuota, falsa, è un linguaggio che non riusciamo a capire. La democrazia noi l’avevamo prima, perché ognuno aveva il proprio lavoro, la propria terra, le proprie tradizioni e feste, la propria religione e le proprie chiese, i diritti e i doveri sanciti per tutti. Oggi c’è solo più distruzione, odio, violenza, terrore, criminalità. Ecco cosa ha portato la democrazia occidentale qui…”. 
Dov’era il genocidio, dove sono le fosse comuni, i massacri, gli stupri di massa, le persecuzioni, dov’erano i diritti negati? 
Domande a cui oggi c’è solo più il silenzio come risposta, da parte di tutti coloro che si sentirono arruolati nella lotta del bene contro il male. Dove naturalmente il bene era la Nato, le bombe umanitarie, i politici e  i mass media occidentali, persino grandi parti del movimento pacifista, che pur con qualche distinguo ritennero “necessario” fermare i “demoni”, i violentatori, gli assassini…ovviamente rigorosamente serbi. 

Ed oggi che la grande menzogna, la sbornia collettiva mass mediatica è svelata, dimostrata, è sotto gli occhi di chiunque vuole capire, vuole pensare con la propria testa… OGGI dove sono queste anime belle, candide della politica e della disinformazione, che scrivevano, declamavano in televisione la loro indignazione, il loro rancore contro le ingiustizie e la violenza ?
Dove sono questi signori, questi uomini e donne di grande coscienza, cosa scrivono, cosa dicono degli oltre 300mila profughi di tutte le etnie, ma nella stragrande maggioranza serbi, scacciati dalla propria terra?

Cosa dicono, cosa scrivono degli oltre 3000 assassinati o desaparecidos rapiti e ormai dati per uccisi, dalle stesse forze internazionali, dal marzo’99 ad oggi ( …questi sì documentati )?
Cosa scrivono e cosa dicono delle centinaia di migliaia di case bruciate e distrutte ?
Cosa dicono e scrivono dei 148 monasteri e luoghi di culto ortodosso, vere e proprie culle non solo della storia del popolo serbo ma dell’intera umanità, attaccati o distrutti dalle forze terroristiche dell’UCK, il grande alleato dell’occidente ?
Cosa scrivono e dicono di un popolo, quello serbo, costretto a scappare dalle proprie case e dalla propria terra, per non morire; costretto a sopravvivere in  un regime quotidiano di terrore
e di apartheid, in campi di concentramento a cielo aperto, circondati e assediati ?
Con l’unica colpa dell’appartenenza etnica.
Cosa dicono e cosa scrivono di una regione “liberata” che è indicata da tutti gli esperti investigativi internazionali come il crocevia e lo snodo di tutti traffici illegali, dalla droga alle armi, dalla prostituzione a quello degli organi?

La sensazione molto radicata è quella che abbiano paura, timore di capire la verità. Paura di conoscere la realtà, forse perchè in quel caso, la malafede o la faziosità precostituita di ciascuno sarebbe evidente e riconosciuta.

Attraverso questa relazione vorrei lanciare un APPELLO INVITO, a giornalisti, operatori dei mass media, esponenti istituzionali o politici, onesti e liberi professionalmente, che ritengono ancora un dovere fare un informazione corretta, indipendente, sul campo, forse anche scomoda, rispetto al circo mass mediatico e asservito, a cui abbiamo assistito vergognosamente in questi anni.

Facendomi “voce” come da loro richiestomi, di questo popolo e questa gente senza più voce, senza più giornali, televisioni; umiliata, vessata, violentata anche moralmente dalle falsità e menzogne della “disinformazione strategica”, addirittura annunciata e rivendicata come arma di guerra, dallo stesso Pentagono lo scorso anno, intendo dare una disponibilità completa  organizzativa e logistica, di poter venire là, incontrare, intervistare, conoscere, domandare e informarsi, senza limiti o preclusioni di alcun tipo….per cercare attraverso documentazione e testimonianze dirette, la realtà dei fatti e storica.
Faremo pervenire questo appello personalmente a un elenco di personalità del campo mediatico e informativo e attenderemo anche solo un riscontro e lo renderemo pubblico.

Aspetti politici.   Serbi del Kosovo, Palestinesi d’Europa
Un dato che emerge nella conoscenza della situazione sul campo e direttamente, è quello di  divisioni interne alle comunità delle enclavi: è evidente che questo è anche il frutto del lavoro di frammentazione e disgregazione delle comunità, che è un obiettivo delle forze di occupazione, perché rende tutto più semplice a loro e tutto tremendamente più complicato per chi vuole resistere.
In una situazione di miseria e sfacelo totale dal punto di vista sociale, bastano poche centinaia di euro o banali facilitazioni e agevolazioni, per dividere e spaccare la gente.

Per esempio una delle cose che spacca in due le comunità delle enclavi è l’accettazione o il rifiuto dei rappresentanti delle comunità indicati dalla Kfor: una parte rifiuta di riconoscere chi non è indicato o eletto direttamente dalla gente, altri per paura di non aggravare ulteriormente la situazione quotidiana di vita, contrastando gli occupatori e indispettendoli, accettano rendendosi collaborativi e inermi. Chi si rifiuta, come una parte dell’enclave di Gorazdevac, continua a mantenere propri rappresentanti i quali pur non avendo titolo come gli altri indicati dalla Kfor, trattano sui problemi e sulle richieste della comunità, arrivando a forme di resistenza e scioperi, come successo nel mese di dicembre, appoggiando uno sciopero di protesta dei maestri della scuola dell’enclave, contro la situazione di completo degrado scolastico e della situazione di vita degli scolari, oltre a rivendicazioni economiche e di diritti civili. Tutta l’enclave ha appoggiato questa lotta, mantenendo occupato tutti i giorni il piazzale dove c’è la Kfor e l’Unmik ( il virtuale governo amministrativo ONU del Kosovo), fino al termine dello sciopero; e quando la stessa Kfor e l’Unmik hanno deciso di cambiare il direttore della scuola per insediarne uno “nuovo” e più “adatto” alla nuova situazione, la comunità, si è stretta con proteste e dichiarazioni ferme, contro il cambiamento e a difesa del ruolo e dell’operato del direttore attuale, costringendo al rinvio (.. per ora) della sostituzione.

Un'altra storia di resistenza è stata quella relativa al monumento interno all’enclave; infatti a Gorazdevac c’è l’unico monumento alle vittime della Nato, insieme a quello di Belgrado, nei Balcani. Avendo la scritta sotto le foto, di “vittime della Nato”, la Kfor voleva che si levasse la frase perché ritenuta sconveniente e di danno “all’immagine” dei liberatori altrimenti l’avrebbero demolito, anche in questo caso la ferma determinazione della gente, che per giorni ha presidiato la piazzetta dove è situato il monumento minacciando disordini se fosse stato  toccato, ha impedito ( ..per ora) che questo avvenisse. Insieme alle foto delle vittime dei bombardamenti, il monumento  porta anche le foto dei due ragazzi assassinati dai cecchini dell’UCK nell’estate 2003, e dove altri quattro ragazzi furono colpiti e sono rimasti invalidi.

Marcate sono la sfiducia e le contraddizioni  verso i rappresentanti ufficiali serbi delle comunità serbe del Kosovo: sia i due Ivanovic ( Milan e Ivan), che la stessa Rada Trajkovic; in ogni colloquio avuto nessuno ha mostrato convincimento o adesione a queste figure, si sente chiaramente l’assenza di una vera e riconosciuta leadership sul campo, che riesca a dare indicazioni e prospettive positive e costruttive, per far uscire il popolo serbo kosovaro, da una situazione di annichilimento e totale sconfitta. Ancora di più profonde sono le distanze e l’estraniamento dai partiti politici di Belgrado, la dimostrazione si è avuta con il totale rifiuto a votare nelle elezioni dello scorso anno e nelle precedenti l’affluenza era stata la più bassa storicamente.

Generale e profonda è l’ostilità verso la comunità internazionale, ritenuta colpevole di tutto quanto è successo, persino più responsabile dello strumento estremista albanese, che tra l’altro nel 1998 era stato praticamente debellato, sia politicamente che militarmente, poi è stato assunto e diretto dalle centrali estere e la partita è stata capovolta, portando il Kosovo nell’abisso sociale e umano in cui è ora.

In ogni dove, qualsiasi persona con cui si parla, fosse un lavoratore, un contadino, una donna, un rappresentante di comunità, un religioso, sempre viene fuori la frase: “ Siamo soli, ci hanno abbandonato tutti, si sono dimenticati di noi...”. E non è una cantilena retorica o una piaggeria, si sente una coscienza e una lettura della posta in gioco, fatta da uomini semplici ma forse molto più “consci e intelligenti” della propria situazione e condizione ( in relazione ad eventi e dinamiche internazionali, di cui anche la loro vita è parte diretta ), di tanti sofisti e militanti qui da noi, che spesso non vanno oltre letture di provincia o regione nella comprensione della propria esistenza sociale.

La situazione nella città di Mitrovica è molto particolare e completamente diversa, per molti aspetti a tutto il resto del Kosovo; primo perché qui si stanno concentrando migliaia di serbi molto determinati che non vogliono abbandonare la propria terra e vivere da profughi lontani, quindi anche numericamente rappresentano una realtà non facile da addomesticare; in secondo luogo la città ha alle spalle una zona ancora controllabile e sicura, che la unisce alla Serbia.; per questi e altri motivi, tra cui il fatto che la popolazione è molto unita e determinata a resistere fino in fondo ai futuri assalti che verranno, la città e la zona intorno rappresentano uno scenario sociale e politico a parte. Secondo l’Osce e l’Unmik, la popolazione riconosce e ha nei “Guardiani del Ponte” una valida e radicata forza di autodifesa; l’Associazione di volontariato civile “ I Guardiani del Ponte” è stata costituita a Mitrovica dopo i bombardamenti Nato del 1999, nata per proteggere la comunità della parte nord della città e per impedire le incursioni degli estremisti albanesi attraverso il ponte sul fiume Ibar che unisce le due parti della città.

Più volte la Kfor ha cercato di smantellare questa Associazione, ma la difficoltà è che nonostante continue indagini e tentativi di criminalizzarla, intorno ad essa c’è la completa solidarietà e sostegno della popolazione, che rendono impenetrabile per gli investigatori l’infiltrazione e la comprensione delle strutture interne ed il funzionamento della stessa. Alcuni suoi esponenti ufficiali che si definiscono membri della ”Associazione dei Cittadini di San Dimitrije “, hanno dichiarato che l’obiettivo è la protezione dagli attacchi degli estremisti albanesi contro la popolazione civile e l’assistenza umanitaria per i più poveri. Stime ufficiose dell’Osce e dell’Unmik, ritengono che i militanti a tempo pieno siano 400-500, con una capacità di mobilitazione rapida di 4-5000 persone.

Nell’incontro avuto con un esponente dei Guardiani del Ponte, la lucidità nella lettura della situazione e delle prospettive future, sono emerse insieme a una determinazione non certo emotiva, ma al contrario legata alla lotta per la propria sopravvivenza come popolo, rafforzata da una coscienza politica ( non in senso di partiti, che assolutamente non riconoscono come propri rappresentanti) e di identità nazionale, che indicano in Mitrovica, quella che sarà, come una trincea della resistenza del popolo serbo, nel Kosovo pulito etnicamente.

Per rendere l’idea della forza di mobilitazione che hanno, basterebbe dire che dopo giorni di proteste e scontri imposero l’allontanamento delle truppe americane prima e tedesche poi della Kfor, che si erano caratterizzate per un atteggiamento di arroganza e prepotenza verso la popolazione civile, portando al ponte migliaia di persone notte e giorno, assediandoli di fatto e costringendo così l’Unmik a  deciderne la sostituzione con le truppe francesi, per non aggravare ulteriormente una situazione già ad altissima tensione. Così come sono risultati  fondamentali, durante le violenze del marzo 2004, impedendo alle orde degli estremisti albanesi di assaltare la zona nord, in una vera e propria battaglia campale durata tre giorni, lungo tutto il fiume Ibar per chilometri intorno alla città.

L’indipendenza entro la metà del 2006 è ormai una scadenza “ufficiosa” neanche più nascosta, di cui ormai si discute in qualsiasi istituzione locale e internazionale e tra la gente, lo stesso parlamento farsa di Pristina ha votato, a luglio dello scorso anno, alcuni emendamenti alla costituzione federale della provincia, tra cui il diritto ad indire un referendum per l’indipendenza.

Il problema per tutti è solo come farla passare e accettare, evitando combattimenti e altro sangue da versare, che potrebbero risvegliare anche nella stessa Serbia, forti sentimenti patriottici, di dignità e identità nazionali, che saldandosi a quella parte di popolazione serba kosovara resistente, ormai concentratasi sempre più nell’area di Mitrovica nord (che sarà, parole loro, l’ultima trincea per impedire l’annientamento), creerebbe una situazione che le forze internazionali denunciano ad alto rischio conflittuale, e che potrebbe far precipitare in una nuova spirale di guerra i Balcani. Così si potrebbero stravolgere tutti i disegni di colonizzazione e pacificazione armata, pianificati in questi anni di occupazione e asservimento, da parte della Nato e delle forze internazionali occidentali. Si riproporrebbe  così uno scenario di “instabilità regionale” che è il maggior cruccio della “comunità internazionale”, infatti non bisogna dimenticare che la partita non si gioca solo nel Kosovo, ma è estesa a tutta l’area balcanica.

Coinvolge a nord la Serbia meridionale, dove è proprio del mese scorso la decisione di rafforzare e dispiegare ulteriori forze dell’esercito serbo nella Valle del Presevo e ai confini del Kosovo, dopo il susseguirsi di atti di provocazione diretti dal cosiddetto Esercito di Liberazione del Presevo, Medvedja e Bujanovac ( il quale sembra ultimamente sia confluito nell’Armata Nazionale Albanese, che ha l’obbiettivo della costruzione della Grande Albania), i quali chiedono apertamente la secessione dalla Serbia e l’unificazione col Kosovo albanese. Proprio nei giorni in cui ero lì, in seguito all’uccisione di un giovane albanese che cercava di passare illegalmente il confine con la Macedonia, sono seguite grandi manifestazioni della comunità albanese nella città di Bujanovac.

Anche nella provincia del Sangiaccato, sono ormai migliaia i serbi e i rom che, sotto minacce e violente pressioni da parte degli estremisti albanesi, stanno lasciando la città di Novi Pazar e i villaggi intorno; qui tra l’altro, dopo numerose violente dimostrazioni degli estremisti, per farle cessare è stato concordato un ritiro dalla città dell’esercito serbo.

Ma “l’instabilità regionale” coinvolge anche la Macedonia, dove tuttora in molte aree è in vigore il coprifuoco e dove la minoranza albanese da anni cerca la secessione e l’unificazione con il Kosovo e l’Albania; per non dimenticare che se il “giocattolo Kosovo” si ribalta, potrebbe coinvolgere anche la Grecia, dove dall’anno scorso si è formato un partito della minoranza albanese che rivendica il Nord del Paese come territorio albanese e predica la separazione.

E non bisogna dimenticare la zona a sud del Montenegro, abitata in grande maggioranza da albanesi, i quali hanno appena ottenuto l’anno scorso tutta una serie di agevolazioni giuridiche, economiche, doganali, linguistiche nella repubblica, evidentemente come riscossione del lavoro di sostegno fatto dall’ex UCK alla figura di Djukanovic, il quale per potersi affermare ha stipulato patti non solo con la mafia pugliese ( come da mandati di cattura e incriminazioni, tuttora validi della procura di Bari), ma anche con la mafia albanese, che è, come indicato dalla DEA ( Agenzia Antidroga Statunitense), uno strumento operativo di controllo economico e militare dell’UCK.

Come si può vedere da questi schematici elementi, sotto la cenere, nell’area, la posta in gioco è molto alta, e va ben al di là dei diritti della comunità serba e non albanese della regione kosovara; quindi i negoziati che dovrebbero iniziare in questo 2005 per definire lo “status finale” del protettorato Kosovo, contengono aspetti e implicazioni politiche estremamente delicate e relative a futuri assetti geostrategici che coinvolgono pienamente l’Europa nel suo complesso ed anche il suo rapporto col gendarme americano e le sue mire ed interessi.

Per questo le contraddizioni e divisioni sono sempre più evidenti e marcate tra le strategie Usa da una parte e quelle di Germania e Francia dall’altra: che emergono sia negli aspetti politico amministrativi della regione e nella sponsorizzazione di alleati locali privilegiati; ma anche negli aspetti degli investimenti economici e dei processi di ricostruzione, in cui emerge continuamente che ciascuno ha mire e obbiettivi strategici diversi. Anche dal punto di vista militare continui sono gli approcci diversi alla situazione e l’atteggiamento verso le problematiche sul campo; clamorose addirittura si sono rivelate nella situazione di Mitrovica, sfumature ma che, nella testa dei dirigenti la comunità serba, soprattutto per le dinamiche e le prospettive future, anche conflittuali sul campo, hanno una valenza non secondaria.Infatti nelle violenze del marzo 2004, le relazioni instauratesi con il contingente francese, hanno impedito alle forze fasciste albanesi di conquistare la parte nord della città, permettendo alla comunità serba di dispiegare le misure difensive e ricacciare al di là del fiume Ibar gli assalitori.

Il ruolo e le funzioni della Kfor e dell’Unmik, che sono i reggenti del “protettorato” Kosovo, sono assolutamente chiari e precisi agli occhi di tutti, essi se da un lato sono la garanzia minima all’esistenza fisica delle enclavi, dall’altro non rappresentano nient’altro che un processo di transizione alla prospettiva, ormai pubblica e dichiarata di tutte le forze politiche albanesi kosovare, che è l’indipendenza. E’ chiaro per chiunque sul campo che in virtù di questa funzione il rapporto con la comunità serba e non albanese, è fondato sul concetto di pace armata, cioè o accettano lo status quo, seppur illegittimo o il ricatto è lasciare campo libero alle bande criminali e fasciste albanesi. Questo per far capire che i rapporti di forza sul campo, non sono solo a sfavore, ma proprio non esistono neanche minimamente; il fatto di restare a vivere nelle enclavi è una forma di resistenza civile ad una situazione di vero e proprio fascismo e di razzismo legittimati ( forse anche peggio del fascismo, sotto molti punti vista), in quanto tutto parte da una motivazione fondata sulla base etnica.

La Kfor, mentre da un lato non ha permesso finora di attaccare e distruggere definitivamente, le ultime comunità serbe rimaste, o per esempio  non ha permesso finora gli attacchi finali ai due monasteri di Pec e Decani addirittura difendendoli le scorse volte; dall’altro è una forza straniera di occupazione e il “garante” de facto del processo di espulsione e della pulizia etnica perpetrata dalMarzo ’99 ad oggi, da parte delle bande criminali dell’UCK, che conduce inesorabilmente verso l’obiettivo dell’indipendenza. Devo dire che tutto ciò è estremamente chiaro a tutti là, dal ragazzino fino ai più anziani, il problema è che in una situazione internazionale di questo tipo, dove i padroni del mondo (l’imperialismo americano) stabiliscono a partire dai propri interessi e finalità, non solo ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è il bene e il male, ma anche quali popoli devono vivere e quali devono morire…. credo sia terribilmente complesso, trovare una soluzione realistica praticabile oggi, che non sia una qualche forma di resistenza a lungo termine che provochi contraddizioni internazionali e interimperialistiche, per esempio tra Usa e suoi fedeli vassalli ( per esempio l’Italia) e quello europeo (non fosse altro per prendere ossigeno e non morire). La popolazione serbo kosovara e non albanese chiede il ritorno dell’esercito e della polizia serbi, ma è evidente che la Serbia di oggi, in ginocchio economicamente e socialmente, e genuflessa ai diktat della Nato, non abbia la forza, oltrechè la volontà di imporre questo, al di là di qualche dichiarazione di circostanza e pro forma, ad uso elettorale e della pace sociale, e le forze socialiste e patriottiche sono troppo deboli in questa fase per potersi fare vettori di un progetto così grande.

Un obiettivo perlomeno su cui dare battaglia politica  può essere solo l’applicazione della Risoluzione 1244 dell’ONU del 1999, che sancisce la sovranità federale della Serbia Montenegro sulla regione, la presenza della polizia e dell’esercito serbo a garanzia e protezione della legalità costituzionale di tutte le etnie, e il diritto al ritorno delle centinaia di migliaia di profughi di tutte le minoranze costrette a fuggire e profughe. Anche perché  oggettivamente è l’unica possibilità in alternativa al piano di “cantonizzazione”, opzione ormai apertamente sostenuta anche all’interno della “comunità internazionale”, come definitivo seppellimento di ipotesi di sovranità e diritti nazionali, obiettivi validi ormai non solo per la Serbia e il Kosovo, ma per qualsiasi popolo o paese “renitente” o “resistente” all’ordine mondiale imperialista.

Mi rendo conto che sembra di parlare di cose irreali vista la situazione, ma questo non è solo un problema della Serbia, ma deve diventare un problema di quella Comunità internazionale che ha provocato e causato tutto questo. Bisognerebbe impedire che scappino dalle loro responsabilità, e questo potrebbe essere un compito di forze che si definiscono di sinistra, progressiste, pacifiste e legate agli interessi dei popoli, le quali dovrebbero farsene carico qui in occidente…Almeno sostenere questa battaglia, come risarcimento morale e politico per non essere stati capaci di impedire la guerra di aggressione e distruzione della Jugoslavia.

Prospettive, Futuro:…non so se esiste futuro per i serbi e le altre minoranze perseguitate nel Kosovo, l’odio ed il terrore sono stati pianificati e programmati come parte fondante del progetto per la pulizia etnica del Kosovo e l’obiettivo della Grande Albania, da parte delle forze terroriste e secessioniste anti-jugoslave dell’UCK, servili e funzionali strumenti dei piani geostrategici dell’occidente e dell’imperialismo della Nato, nella sua marcia verso la Russia. Molto semplicemente e banalmente non poteva restare una Serbia non allineata e non asservita, nelle retrovie di una Europa orientale, escluse Bielorussia e Moldavia, tutta ormai occupata ed egemonizzate dalla Nato e dal FMI, fino ai confini russi. Solo così si può comprendere la Base USA di Bondsteel, la più grande base americana dai tempi del Vietnam:…metodo Far west, semplice confisca brutale dei terreni e per 99 anni. Alla faccia della conquistata “libertà” da parte degli albanesi kosovari! Ora forse qualche anima bella democratico umanitaria ci vorrà spiegare, che decine di migliaia di Marines e Rambo Usa, servono lì per timore di qualche migliaio di vecchi, donne e bambini delle enclavi o per assistere “spiritualmente” gli albanesi kosovari ( che tra le altre cose si dichiarano musulmani e hanno costruito una Moschea chiamata…Bin Laden )!

E siccome non si può mai sapere, ecco che ne stanno costruendo un’altra, Camp Goldsmith, ma forse anche questa è per salvaguardare i diritti, la democrazia, la libertà…
Così come, e anche questo ormai è pubblico e sotto gli occhi di chiunque voglia vedere, si è resa chiara la questione strategica dei corridoi energetici e delle risorse, degli “investimenti”, delle privatizzazioni selvagge e illegali, dei pezzi di industrie e miniere locali.
Altroché genocidi, fosse comuni,diritti, democrazia, libertà ecc. ecc…
Come ha scritto F.Battistini sul Corriere della Sera il 28-11-04: “ …cinque anni dopo ancora introvabili le fosse comuni denunciate all’epoca. Dal ’99 ad oggi l’Unione Europea ha già speso 2 miliardi e 877 milioni di euro, il più grande investimento mai fatto all’estero, senza contare il costo dei 18 mila soldati della missione Kfor-Nato, senza alcun risultato….”
Ora qualsiasi persona sensata e non in malafede ( esclusi ovviamente i fautori e paladini dei “valori universali” dell’occidente capitalistico e del libero mercato…), ha la realtà davanti, non analisi, supposizioni o interpretazioni, una realtà fatta anche di cifre, dati, atti e fatti documentati e scolpiti nella storia, non le loro menzogne e falsità usate per fare le loro guerre.

Solo che per quei popoli questa verità ha un prezzo di miseria, devastazione sociale, umana, di umiliazioni e vessazioni che si protrarranno per generazioni. Con il loro lascito di odio e violenze, che non si potranno placare con buoni propositi, scuse formali o intendimenti compassionevoli; occorrerà che la “storia” renda giustizia per il popolo serbo e jugoslavo e certo questo costerà altri prezzi…..

E’ molto probabile che quei bambini, quelle donne, quei i giovani, che ancora sono lì, nelle poche enclavi rimaste ( alcune decine di migliaia, dati ufficiosi parlano tra 80 e 100 mila i serbi e non albanesi rimasti, di cui la stragrande maggioranza di essi è concentrata a Mitrovica e nella sua provincia verso la Serbia), dovranno lasciare nella stragrande maggioranza, le loro case, la loro terra, la propria vita lì, perché lì la vita ed  il futuro non hanno  più dimora. Molti hanno dichiarato che resteranno per resistere e morire perché è giusto così, secondo loro; in questa situazione nel Kosovo non ci può essere futuro per nessun serbo o di  altre minoranze non asservite al terrore instaurato dalle forze fasciste e razziste eredi dell’UCK. Questa è la tremenda realtà attuale: o restare per morire nella propria terra e casa, o andarsene, abbandonare tutto e vivere da profughi.

La stessa nomina di R. Haradinaj, a primo ministro del governo di Pristina, dà l’idea di quale è la situazione sul campo e nei fatti: un ex comandante dell’UCK ( una figura fortemente e dichiaratamente sostenuta dagli USA, fin dal ’99), per cui il Tribunale internazionale dell’Aja ha pronto un mandato per crimini di guerra contro la popolazione serba. Il paradosso sta proprio nel fatto che il politico, che dovrebbe garantire la sicurezza e la vita dei serbi nel Kosovo è  tra le figure di spicco dei crimini e della pulizia etnica perpetrati in quelle terre, in questi anni. Egli infatti era comandante dell’unità denominata “Cipat”, che operava nella zona di Decani dove tra assassinii e rapimenti, sono alcune centinaia gli atti efferati compiuti dagli squadroni della morte da lui guidati; esattamente è accusato ufficialmente di aver assassinato direttamente 67 serbi e di averne ordinato l’uccisione di  altri 267. Noto anche tra i suoi sostenitori e ai kosovari come “ Pugno di Dio” per le sue capacità pugilistiche, ma anche per le sue pratiche intimidatorie di spogliare, pestare a sangue, attaccare a dei pali e trascinare per le strade soprattutto di Pristina, serbi e nemici.

Dimessa poi l’uniforme ( non prima di aver avuto un conflitto a fuoco con le truppe russe della Kfor nel 2000, che gli impedirono l’assalto a case di serbi che lui voleva bruciare ), si presenta ora con cravatte e vestiti firmati dai migliori stilisti occidentali, ha fondato nel’99 l’Alleanza per il Futuro del Kosovo, che alle elezioni di ottobre 2004 ha preso l’8% dei voti, ma è divenuto primo ministro grazie all’alleanza con la Lega Democratica del Kosovo, il partito del beniamino dei politici e mass media occidentali I. Rugova, paladino della non violenza e dei diritti umani, ma che ora ha gettato la maschera, come dice il vecchio proverbio popolare…”dimmi con chi vai e ti dirò chi sei…”. Certo una bella alleanza: un presunto gandhiano con un criminale assassino accertato, che tra l’altro arriva dopo una faida sanguinosa in questi cinque anni tra i due partiti, con la morte di oltre 70 albanesi appartenenti ai due clan; ora probabilmente grazie all’interesse reciproco  della spartizione del potere e suoi derivati, è scoppiata la pace e l’unità. Potere della democrazia…

D’altronde lo scorso anno ( 31-7-04), in un intervista al giornale tedesco Der Spiegel, l’ex premier kosovaro albanese ed ex compare di Rugova, B. Bukoshi, ha denunciato che i governi kosovari si basano su strutture e pratiche mafiose e sono completamente inquinati e corrotti dalla criminalità; con ministri che assumono 200 persone della propria famiglia in uffici pubblici, che stabiliscono bandi e concorsi senza esami, ma con liste già precostituite di coloro che saranno assunti, col riciclaggio del denaro sporco, attraverso privatizzazioni ed espropriazioni dei beni statali e privati serbi e così via. Questo è secondo i dati internazionali il Kosovo oggi.

Righe a parte meritano gli incontri avuti nell’antico patriarcato ortodosso di Pec e al monastero di Decani con il Patriarca ortodosso del Kosovo, Padre Teodosio.
Due luoghi dove la sensazione della spiritualità è di una intensità che ammutolisce; posso dire tutto questo con estrema serenità, essendo laico e non credente; due vere e proprie “culle” non solo della storia e cultura serba, ritengo che sarà un crimine imperdonabile all’occidente, se si permetterà la distruzione di questi due tesori dell’umanità, anche se c’è poco da essere ottimisti, in quanto sono ormai 148 le chiese e monasteri ortodossi attaccati o distrutti dal marzo ’99 ad oggi.

Sia nell’incontro con le anziane suore che quello con il padre di Decani, molto amare e pessimiste sono le valutazioni sul futuro di quei luoghi. Tutti danno quasi per scontato l’arrivo di altri futuri assalti e violenze nei prossimi mesi e la condanna alla distruzione di questi due antichi luoghi sacri per i credenti, ma che hanno anche un forte valore identitario proprio di un intero popolo, quello serbo in particolare e slavo più in generale. Infatti la presenza  di queste figure sul campo, in questi luoghi accanto e non lontano alle sofferenze del proprio popolo, condividendone destini e condizioni, per quasi tutti coloro che ho conosciuto e incontrato  (anche persone non certo bigotte o praticanti, molte anche laiche), si traducono in un forte sentimento identitario nazionale e di resistenza patriottica all’oppressione e all’ingiustizia. So che è molto difficile qui in occidente, ormai così lontani da valori e sensazioni interiori, comprendere culture, come quella slava ma anche la stessa cultura araba o altre, per questo vorrei far comprendere il ruolo dei Padri che non sono fuggiti e sono accanto al proprio popolo, non certo per sostenere una fede religiosa, in cui non credo e non mi riconosco, ma semplicemente per cercare di far comprendere quale esso è oggi, nel contesto del Kosovo ( già molto diverso in Serbia…).

“…Lei ha detto che è venuto qui perché la ritiene un’ azione per la giustizia e la verità, ebbene, noi siamo qui nelle nostre dimore, nella nostra terra, con il compito di Resistere contro la sopraffazione, la violenza, l’odio, l’ingiustizia…. Per impedire che quando questi terroristi torneranno, e presto torneranno…per distruggere tutta la magnificenza e la storia millenaria che lei stesso ha sentito nella visita al monastero, essi nella loro opera di distruzione non lasceranno solo pietre e macerie, ma dovranno anche lasciare nella terra le nostre vite…ed essa resterà seminata di sangue libero e giusto…Solo così ad essi non riuscirà di estirpare le radici della storia e dell’identità del nostro popolo serbo, che in queste terre hanno la loro genesi da oltre 800 anni, e a queste terre tanto hanno dato e pagato in sofferenze per la libertà di esse…Solo in questo modo, un giorno il nostro popolo potrà ritornare e riprendere il suo posto nei propri focolari, nelle proprie case e nella propria terra…Se noi non resistiamo e scappiamo di fronte all’ingiustizia e alla violenza, non ci potrà più essere futuro per un intero popolo, perché nella cenere delle distruzioni, non ci  sarebbero più neanche le nostre radici, la nostra identità, la nostra storia…Si vive una volta sola, noi qui è vero siamo dei prigionieri ma siamo uomini liberi, perché siamo nel giusto e quindi liberi dentro l’anima, come penso sia lei, che è venuto sino a qui per testimoniare attraverso la solidarietà, anche un atto di giustizia e verità, sfidando la violenza, la sopraffazione, l’oppressione… adesso siamo fratelli, le nostre strade sono comuni…Come ha potuto vedere siamo soli, isolati, eppure da oggi siamo già meno soli di ieri, perché lei venuto ed è qui con noi, circondato e minacciato insieme a noi… Grazie di essere venuto…vada in pace e serenità, questa gente non la dimenticherà mai più e se può, torni presto, prima che sia troppo tardi, per poterci ancora vedere. Noi saremo qui fino all’ultimo per testimoniare la giustizia, la verità, la dignità, la libertà di ogni essere umano di esistere…e per la pace.
Arrivederci… perché so che lei tornerà…”.

Alle parole di Padre Teodosio, penso che non c’è nulla da aggiungere, solo un profondo sentimento di rispetto e commozione da parte mia, ma vorrei che si capisse invece, quanto più stretto e profondo può essere quello del popolo serbo kosovaro, che con lui divide il destino e le sorti, giorno dopo giorno nell’incubo chiamato Kosovo di oggi.

Il mattino della ripartenza, con i saluti, gli abbracci forti, stretti, caldi di una umanità vera, sincera; abbracci che fanno venire i brividi sulla pelle e dentro l’anima. Ma c’è un’immagine che ti si fissa, ed è quella di questa gente che viene all’ora che si forma il convoglio settimanale e si mette sul bordo della strada e senza rumori o clamori, aspetta in silenzio che il convoglio parta e alza semplicemente la mano per salutare, non qualcuno in particolare, ma semplicemente…chi parte, chi va via, chi esce. E in quei visi, in quegli occhi, di donne, uomini, ragazzi, non ci sono nemmeno lacrime, c’è come un vuoto: un vuoto colmo di tutta l’ingiustizia subita, le menzogne e le falsità sentite, la difficoltà, il senso di solitudine, la stanchezza di vivere.

E’ la sensazione di chi lascia qualcuno dietro di sé; in fondo, in quei momenti chi se ne va, si sente peggio di chi resta, perché è come lasciare “dietro di sé” amici, compagni, fratelli prigionieri, con cui hai delle radici, delle condivisioni comuni, frammenti di vita “vissuti” pienamente e radicalmente nei suoi aspetti più intensi, duri e profondi. Ecco la sensazione quel mattino è stata di lasciare “lì dentro”, in quella prigione a cielo aperto, una parte di sè…
Ma già si pensa a quando tornare.

Vorrei che non si pensasse che sono righe intrise di retorica o tragicità, le scrivo con fredda lucidità e con il massimo realismo; seppure vengono dal profondo del mio essere, perché  ho ancora negli occhi e nel cuore i loro visi, le loro parole, i loro sguardi, il loro dolore, il loro annichilimento, la loro stanchezza di vita, seppure anche l’instancabile ricerca della speranza, di un futuro vivibile, la loro grande dignità. Come le parole dettemi in assemblea: “…non è importante cosa o quanto lei ha portato. Per noi la cosa più bella e importante è che lei sia venuto, e che siamo qui insieme...”.

E spero resteranno come scolpiti nella mia coscienza e nel mio cuore, in modo da darmi le forze per non lasciarli soli, per essere sempre al loro fianco, con loro nella battaglia per la verità e la giustizia calpestate.
Chiudo questa faticosa relazione di viaggio, difficile e molto onerosa non per la fatica materiale ma per quella dell’anima, che è sempre più in questi anni messa a dura prova dalle realtà che incontro, conosco, condivido e dalle immense ombre di tristezza e stanchezza che come una nebbia avvolgente…”assediano” pensieri, emozioni, speranze, e, forse, cambiano vite e sensazioni quotidiane. Ma la coscienza della lotta per la giustizia e la verità, è sempre più forte e lucida.
Penso che queste righe del poeta partigiano, croato e costruttore della nostra cara, vecchia, giovane, libera Jugoslavia, G. Kovacic, hanno in sé molto più di tutte le parole che sarei in grado di dire io:

“…Di colpo il vento mi portò dal villaggio
l’odore dell’incendio e in quell’odore
rivissi ogni ricordo: le vendemmie e le nozze,
e le danze, le veglie, i funerali, i lamenti;
ciò che la vita semina e la morte raccoglie.
Ma dove sono le brevi gioie di un tempo:
il riverbero dei vetri, il nido della rondine,
lo stridere di una chiave dentro la serratura,
un raggio di sole che indora la porta di casa….”.

Enrico Vigna, Gennaio 2005



Il nostro CHE FARE:  il PROGETTO “SOS KOSOVO”

La situazione logistica è veramente complessa e molto difficile da tutti i punti di vista, sia per la comunicazione estremamente complicata e discontinua, che per l’impossibilità di fatto di portare cose particolari. Ma soprattutto è la situazione politica  stessa, che rende complicata qualsiasi progettualità, in quanto la prospettiva anche di questo precario stato di vita nelle enclavi, non ha oggettivamente e realisticamente un futuro. Tutti coloro incontrati e intervistati in Kosovo, alla domanda cosa pensano degli sviluppi futuri, danno pacificamente per scontato una nuova ondata di violenze nei prossimi mesi per cacciare gli ultimi rimasti, per poi arrivare all’appuntamento finale con il completamento della pulizia etnica, che sarà il momento dell’indipendenza, probabilmente il prossimo anno. Questo è un po’ il pensiero comune di tutti gli abitanti lì, ad altri sviluppi loro non credono; un'altra realtà è quella invece di Mitrovica , dove pur partendo dalle stesse valutazioni di sopra, danno altre valutazioni e scenari come risposta a quanto accadrà, come descritto nella relazione sopra.

Per questo i nostri Progetti di solidarietà  vanno pensati in un ottica di contingenza, che saranno indicati nei dettagli del Progetto SOS Kosovo, che faremo circolare nei prossimi giorni, sulla base degli accordi presi con i nostri referenti del posto.
Un altro aspetto delicato e su cui va fatta una specifica attenzione è proprio quello dei referenti nelle comunità delle enclavi. C’è un rischio molto alto che, se non si è attenti nello stabilire il referente, peccando di superficialità, invece di aiutare si fanno gravi danni e problemi alla comunità dell’enclave, provocando divisioni e disgregazioni, che già esistono per motivi più generali. Così l’aspetto della solidarietà, invece che avere una funzione positiva e costruttiva, produce un fattore di negatività sociale, con gravissime conseguenze nel loro vivere quotidiano internamente all‘enclave.

Per questo, come Associazione SOS Yugoslavia e nello specifico del Progetto SOS Kosovo, ancora di più, ho chiesto a loro, di fronte a me e pubblicamente, di indicare il loro referente di fiducia.
I dettagli, le richieste e i percorsi concordati, i programmi di lavoro specifici a seguire nei prossimi giorni.

Per chi volesse darci una mano o essere informato, contattare:
338-1755563 oppure mail: posta @ resistenze.org