Il 28 agosto
altri due ragazzi serbi sono stati uccisi
e altri due sono gravemente feriti, in un agguato armato avvenuto vicino
al villaggio di Banjica, nel Kosovo centrale. A. Stankovic di 28 anni e I.
Dejanovic di 24 anni sono rimasti uccisi da una raffica di mitra sparata da una
macchina che li aveva affiancati, mentre altri due ragazzi N. Dukic e A.
Janicijevic sono gravemente feriti.
I quattro ragazzi verso le 11 di sera stavano andando in macchina dall’enclave
( sono le zone assediate e circondate a protezione dalle truppe della Kfor,
dove vivono le ultime migliaia di serbi e rom sfuggiti alla pulizia etnica e
che non intendono lasciare la loro terra) di Urosevac a quella di Strpce.
Probabilmente erano seguiti all’uscita dell’enclave e poi attaccati in aperta
campagna; ancora una volta le bande criminali estremiste albanesi hanno colpito
con determinazione e predeterminazione, per continuare il lavoro di espulsione
di quelle ultime comunità serbe che cercano di opporsi al piano di pulizia
etnica, messo in atto dal giugno 1999 con la fine dei bombardamenti e che cerca di piegare la resistenza di
quelle ultime comunità di serbi e rom,
che continuano a sopravvivere nelle aree protette ( veri e propri campi di
concentramento a cielo aperto, vedere gli articoli e i reportage dei viaggi
nelle enclavi da me fatti), ma continuamente vessati e minacciati se solo
tentano di uscire senza scorta armata. E ciò che è successo è la tragica dimostrazione
di quale è la realtà in quella regione a poche centinaia di chilometri
dall’Italia, altro che democrazia e multietnicità del “nuovo, libero” Kosovo.
La stessa dinamica dell’aggressione dimostra la preparazione militare degli
attaccanti, infatti dalla Mercedes bianca che seguiva i giovani, prima hanno
colpito una gomma dell’auto dei ragazzi serbi e quando essi sono scesi sono
stati bersagliati da raffiche di mitra e fucili automatici, per poi dileguarsi.
Il messaggio è evidente, non c’è posto in questa regione per serbi o non
albanesi, o andarsene o morire; e neanche quindici giorni dopo, l’undici settembre sulla stessa statale
alcuni chilometri distante, Sasa Durlevic un poliziotto serbo in abiti civili,
che stava rientrando nella sua enclave è stato attaccato e ferito da raffiche
di mitra sparate da un auto in corsa. Tra l’altro lo scorso anno proprio in
questa stessa zona, nel villaggio di Drajkovac, Dobrivoje e Borko Stolic padre
e figlio furono uccisi, anche loro perché trovati fuori dall’enclave.
E questo è quello che continuamente mi ripetono i cittadini delle enclavi e
anche i padri della Chiesa ortodossa rimasti, quando sono con loro: chiunque
conosca la situazione reale e abbia un’onestà intellettuale e una coscienza, SA
CHE QUESTA E’ LA VERITA’.
In tutte le enclavi ci sono state manifestazioni di protesta, da Mitrovica Nord
a Gracanica, da Gorazdevac a Orahovac, Stprce e così via, la gente è scesa in
piazza per denunciare la loro situazione e la loro disperazione, per chiedere
le dimissioni del responsabile UNMIK Petersen, e il ritorno dell’esercito serbo
a difesa delle enclavi, ma anche il diritto all’autodifesa, mediante una
milizia autorganizzata legale; molti slogan e interventi erano contro la
Comunità internazionale ritenuta colpevole di questa terribile situazione in
cui vive il popolo serbo del Kosmet.
L’8 settembre poco lontano dal luogo dove sono stati uccisi i due ragazzi
serbi, ignoti hanno fatto saltare con la dinamite un monumento dedicato agli
eroi dell’UCK nel villaggio di Firaje, scatenando la reazione degli estremisti
albanesi che stanno bloccando le strade intorno all’enclave che è ora isolata
completamente.
Il Consiglio Nazionale Serbo del Kosovo Metohija ha emesso un comunicato stampa
dove si denuncia la situazione dei serbi del Kosovo definita “…intollerabile
ulteriormente, ed è giunta l’ultima possibilità per la comunità internazionale
di assumersi la responsabilità storica per la situazione catastrofica nella
quale vivono attualmente i serbi nel Kosovo…”.
E’ evidente a tutti gli osservatori che questo è l’ennesimo episodio, il più
grave ma solo uno dei molteplici, che negli ultimi tempi si vanno diffondendo
per creare una situazione ed una atmosfera di tensione e insicurezza sul
terreno, in vista delle trattative che dovrebbero cominciare a novembre con
Belgrado, per stabilire lo status giuridico finale della Provincia, infatti
proprio in questo periodo l’inviato speciale dell’ONU, K. Aide sta preparando
il rapporto sui cosiddetti “parametri” e “standard” di democrazia e di
sicurezza, che sarà la base dei negoziati per il futuro della regione, anche se
ormai appare evidente, l’obiettivo finale dell’indipendenza quasi raggiunto.
Questi fatti stanno a dimostrare quali
“standard democratici” sono stati raggiunti o qual è la situazione della
sicurezza, definita normalizzata
dall’attuale capo dell’UNMIK J. Petersen…
anche se in questo Kosovo di oggi giovani, uomini, donne e bambini vengono uccisi sulla base di colpevolezza, che è semplicemente quella dell’appartenenza etnica; e dal giugno 1999 ad oggi, tra assassinati e rapiti, si tratta di oltre 5000 casi denunciati.
Anche se in questo moderno Kosovo, un Rapporto dell’UNDP ( ufficio per i Programmi dello Sviluppo dell’ONU) e della LWA di Pristina ( Agenzia di monitoraggio delle armi), ha stabilito che il Kosovo Metohija è “ ..la regione con la presenza più alta di armi illegali di tutta l’Europa..” In questo rapporto è stato stabilito che ci sono attualmente “ tra le 380.000 e le 460.000 armi illegali” nell’area. Questo rapporto intitolato “ Il Kosovo e le armi” riferisce che il mercato delle armi ha oggi nel Kosovo la sua base e nell’Albania la strada di passaggio. In compenso nel settembre 2003, in conseguenza dell’amnistia sulle armi decretata dall’amministrazione kosovara, erano state consegnati 127 fucili…
Il signor Petersen è ottimista sulla situazione pacificata del Kosovo,anche se il Ministro degli Interni del
Montenegro ( come già indicato negli scorsi anni dall’Agenzia Antidroga degli
USA) ha denunciato che solo lo scorso anno erano stati sequestrati circa 215 Kg
di droga provenienti dal Kosovo e che 294 omicidi avvenuti nella regione
confinante ad esso, erano legati al mercato della droga e al traffico con il
Kosovo.
Il signor Petersen è ottimista sugli “standard” normalizzati della regione anche se numerosi procuratori europei
indicano nel Kosovo una delle aree di transito più utilizzate per la tratta delle donne e degli organi.
Intanto il sangue di altre due giovani vite, ha intriso la terra di questa regione
e seminato altro terrore nelle comunità serbe resistenti, la loro colpa era
quella di aver voluto lasciare la loro prigione a cielo aperto per andare da
altri ragazzi come loro, in un'altra prigione a cielo aperto, un viaggio da
enclave a enclave, un modo per sfuggire alla tremenda monotonia di una vita
passata giorno dopo giorno in un diametro di alcune centinaia di metri, facendo
sempre le stesse identiche cose, vedendo sempre le stesse identiche persone,
parlando sempre delle stesse identiche assurde condizioni di vita. Forse non
parlando mai di futuro, di speranze, di sogni, di gioie.
La loro colpa non era quella di aver fatto qualcosa di male, la loro terribile
colpa è stata quella di voler evadere per una sera da una condizione di
frustrazione e tristezza, di mera sopravvivenza, forse di poter parlare di
qualcosa di diverso con altri ragazzi come loro, di essere, sentirsi giovani
come tutti gli altri. Ora non faranno più errori di questo tipo, ora non
avranno più colpe, ora non lasceranno più la loro prigione, ci resteranno per
sempre nella loro terra. E probabilmente gli altri due ragazzi feriti e gli
altri giovani dell’enclave non vorranno più uscire, non sogneranno più di
sentirsi normali anche solo per poche ore, di sentirsi giovani, di sentirsi
normali ragazzi di vent’anni. Ora anche loro come i due ragazzi uccisi nel 2003
a Gorazdevac e le altre migliaia disseminati in tutta la regione avranno un
piccolo monumento, che forse un altr’anno, quando il Kosovo sarà completamente
pulito etnicamente con l’indipendenza, sarà spazzato via anch’esso come le loro
giovani vite, nell’indifferenza generale di un Europa che anche nei suoi
settori solitamente più sensibili, è
colpevole di indifferenza e complicità oggettiva.
Il silenzio e l’indifferenza sono armi più letali e terribili di un proiettile
perché uccidono silenziosamente.
La loro colpa nel Kosovo di oggi “liberato” dalla comunità internazionale
occidentale era quella di essere serbi e
di non essere andati via dalle loro case, dalla loro terra.
“…come una qualsiasi madre, vorrei che questo fosse l’ultimo ragazzo ad essere ucciso, l’ultimo colpo sparato in Kosovo. Ma la simpatia o la comprensione per l’uccisione di un figlio non sono sufficienti ad una madre. Una volta per tutte i padroni del mondo devono mettere fine a tutta questa violenza. Questa è una morte lenta…e qualcuno ne è responsabile e deve risponderne…”. Queste le parole di Milica Dukic, la madre di Nikola uno dei due ragazzi sopravvissuti ora ricoverato all’Ospedale Militare di Belgrado in prognosi riservata.
Penso non ci sia altro da aggiungere alle sue parole.
Una guerra…seppur “umanitaria”, 78 giorni di bombardamenti…seppur ” terapeutici” a base di “uranio impoverito”, un intero paese la ex Repubblica Federale jugoslava, oggi Serbia e Montenegro, portato indietro di oltre cento anni, secondo le statistiche ONU…tutto questo per produrre una società fondata sulla violenza, la sopraffazione, l’eliminazione fisica attraverso la pulizia etnica. E’ questa la civiltà e la “giustizia”che l’occidente pretende di esportare mediante la sua armata NATO in giro per il mondo, e di cui si riempiono la bocca e le pagine dei giornali un giorno sì e l’altro anche?!
Sono questi i risultati di 6 anni di “libertà” e “democrazia” imposti con la forza e l’arroganza del più forte, per questo il più “giusto” , a cui i popoli dovrebbero sottostare ed accettare?!
Sarebbe sufficiente soltanto un barlume di coscienza o di ragionevolezza, per provare un profondo e “umano” senso di VERGOGNA.
"...la luna splenderà tutta la notte, la luna chiamerà tutta la notte, bisogna partire con essa, partire da soli, partire ed errare, partire e morire,partire e vivere questa notte: che resta, quando tutto si dilegua..."[Mesa Selimovic, Il derviscio e la morte] E la loro notte non finirà più, gliel’hanno rubata vili mani assassine che si nutrono di tenebre… non di lune. Dedicato ad Aleksandar e Ivan:Nessuno dimentica, niente sarà dimenticato. Settembre 2005 Enrico Vigna,Portavoce Forum Belgrado Italia e Presidente Associazione SOS Yugoslavia