Per affrontare e sostenere l’argomentazione e la parola d’ordine del ritiro delle truppe italiane dal Kosovo ( e dagli altri paesi dove sono presenti…) intendo affrontare il problema da due angolature: una è quella relativa alla situazione sul campo, verificando cioè nei fatti e nella situazione concreta se le giustificazioni o obiettivi che si diceva sarebbero stati raggiunti attraverso queste operazioni di guerra, hanno effettivamente cambiato la situazione precedente che si diceva “necessitare” di cambiamenti e come.
La seconda va vista invece, dal punto di vista “interno”, cioè del nostro paese, cosa questo ha comportato e comporta in termini politici, civili e sociali, e quali sono le conseguenze dirette sulle condizioni di vita dei lavoratori e i rischi dal punto di vista degli equilibri e della convivenza internazionali del nostro paese.
Come si sa, l’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava del 1999, culmina nei 78 giorni di bombardamenti da parte dei 19 paesi della Nato, a cui l’Italia ha contribuito con 1381 missioni aeree ( è bene ricordarlo…); ma non bisogna dimenticare i precedenti otto anni costellati di ricatti, pressioni, sanzioni, embarghi, guerre e tragedie, che erano già stati necessari per distruggere la vecchia Jugoslavia. L’8 giugno si arrivava al cessate il fuoco ed agli accordi di pace di Kumanovo, che attraverso la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sancivano il ritiro delle forze militari jugoslave ( esercito e polizia), sostituite da forze internazionali ( KFOR) che avrebbero dovuto, da un lato garantire la cessazione delle violenze e la salvaguardia della popolazione civile del Kosovo, e dall’altro avviare un processo di pacificazione che doveva favorire la ripresa della vita civile, sociale, economica e politica della regione serba. L’avevano chiamato “intervento umanitario”.
Sono stati
raggiunti questi obiettivi nel Kosovo Methoija ?
Prima di tutto facciamo chiarezza sulle presunte motivazioni che avevano “indotto” all’intervento “umanitario”: genocidio, pulizia etnica e fosse comuni per un “totale massimo” della campagna di disinformazione strategica, raggiunto nei media di “ 500.000” albanesi kosovari uccisi. Penso sia fondamentale scrivere anzi scolpire nella memoria storica, la cifra non presunta, ma ufficiale finora sancita dalle forze investigative di 17 paesi, coadiuvate dalla CIA, dall’FBI, dalla Kfor, dall’Osce, dall’Unmik. ecc. ecc., a tutt’oggi il numero di corpi identificati è di 2108 vittime appartenenti a tutte le etnie e decedute per varie cause. A questo proposito vedere l’articolo di F. Battistini sul Corriere della Sera del 28 novembre 2003.
Sfido chiunque a dimostrare, attraverso dati e documentazioni alla mano, che uno solo dei diritti negati nell’attuale “ Kosovo liberato” e “democratico” ai serbi, ai rom e alle altre minoranze non albanesi che vivevano lì da secoli, fosse negato prima del marzo ’99 a qualsiasi minoranza lì residente. Fino all’intervento della Nato erano 14 le minoranze lì riconosciute e garantite paritariamente. Oggi quante sono ? …Una sola, le altre sono dovute scappare dalla regione o vivere come prigionieri nelle enclavi circondati dalle forze militari della Kfor per non essere uccisi. E anche alcune decine di migliaia di albanesi kosovari sono dovuti scappare in Serbia in quanto jugoslavisti e considerati traditori dalle forze secessioniste e scioviniste dell’UCK.
Come detto da Dragan B., un ex lavoratore della Zastava di Pec nell’intervista raccolta nel video “ Kosovo 2005, viaggio nell’apartheid in Europa” :
“…La democrazia dell’Occidente è una parola falsa e vuota, un linguaggio che non riusciamo a capire. La democrazia l’avevamo prima, perché ognuno aveva il proprio lavoro, la propria terra, le proprie chiese, diritti e doveri sanciti per tutti. Oggi c’è solo distruzione, odio, violenza, terrore, criminalità. Ecco cosa ha portato qui la democrazia occidentale…”. (1)
Dov’era il genocidio? Dove sono le fosse comuni, i massacri, la pulizia etnica,
gli stupri di massa, le persecuzioni, i diritti negati? Domande a cui oggi,
risponde solo il silenzio da parte di tutti coloro che si sentirono arruolati
nella lotta per il bene contro il male. Dove naturalmente il bene era la Nato
con le sue bombe umanitarie, politici e mass media occidentali, persino grandi
parti del movimento pacifista, che pur con qualche distinguo ritennero
“necessario” fermare “demoni”, violentatori, assassini…ovviamente tutti
rigorosamente serbi.
Oggi che le menzogne di guerra così attentamente descritte dal giornalista
tedesco J. Elsasser nel suo libro (2),
oggi che la sbornia collettiva mass mediatica ispirata dalle strategie di
disinformazione di guerra è superata, e hanno preso nel mirino nuovi obiettivi:
Iraq, Siria, Iran, Bielorussia, Corea Nord, ecc. ecc.; oggi dove sono , cosa
dicono quelle anime candide della politica (anche pacifista) e della
disinformazione, che scrivevano e declamavano in televisione la loro
indignazione contro le ingiustizie e la violenza? Perché ora tacciono? Dove
sono e cosa dicono o cosa scrivono dei seguenti dati presi da fonti totalmente
occidentali e documentati riga per riga, numero per numero (3), che
sintetizzano e inchiodano la verità storica e le loro menzogne:
oltre 300.000 mila profughi di tutte le etnie, ma nella stragrande maggioranza serbi e rom, scacciati dalla loro terra; più di 3.000 casi di desaparecidos denunciati all’Onu e quasi 5.000 presunti, rapiti e assassinati dal marzo ’99 ad oggi; quasi 100.000 persone sopravvissute alle violenze e alla pulizia etnica dei secessionisti albanesi che vivono in poche decine di enclave, veri e propri campi di concentramento a cielo aperto, di fatto in un regime di apartheid in Europa (4); centinaia di migliaia di case bruciate e distrutte; 148 monasteri e luoghi di culto ortodosso, distrutti o danneggiati dalle forze criminali dell’UCK; il Kosovo è oggi indicato dalla stessa DEA ( Agenzia Antidroga Usa) come un narcostato nel cuore dell’Europa; questa regione è oggi indicata da tutti gli esperti investigativi occidentali, come il crocevia e lo snodo internazionale di tutti i traffici criminali, dalla droga alle armi, dalla prostituzione al traffico di organi, lo stesso ex premier albanese kosovaro B. Bukoshi ha dichiarato al giornale tedesco Der Spiegel del 1 agosto 2004 : “…il nostro governo si basa di fatto su strutture mafiose…”. E’ una regione senza più apparati produttivi, dove la disoccupazione degli stessi albanesi kosovari comprende i due terzi della popolazione; una regione completamente uranizzata dai bombardamenti umanitari e dove i dati sulle nascite di neonati malfermi o i decessi per linfomi di Hodgins, sono assolutamente top secret, ma basta parlare con sanitari del luogo per farsi un’idea della situazione reale.
La verità storica sotto gli occhi di tutti è una sola: l’operazione Kosovo, ha
raggiunto gli obiettivi politici, militari e geostrategici della Nato e
dell’imperialismo, ma è stato un totale fallimento per i popoli della regione.
Il totale “silenziamento” degli sviluppi dell’illegale Tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia, dove l’ex Presidente della RFJ, S. Milosevic è uno degli accusati, dovrebbe far riflettere. Come mai, invece di pubblicizzare e far conoscere all’opinione pubblica occidentale, i risultati, le prove, i fatti documentati, di questo processo non c’è traccia nei mass media occidentali, se non rare e limitate eccezioni che non raggiungono il grande pubblico? Il motivo molto semplicemente è che l’ex Presidente Milosevic, sta frantumando, azzerando e smantellando tutte le accuse e soprattutto tutto l’impianto politico, strategico e disinformativo, su cui si fondano accuse che non hanno neanche uno straccio di prove concrete, dove i testimoni, spesso addirittura anonimi indicati con sigle, vengono sistematicamente smentiti o smascherati come falsi, o peggio si contraddicono e abbandonano l’aula. Dove i testi “eccellenti” richiesti dalla difesa non accettano di presentarsi al contradditorio per timore di essere accusati loro stessi di un atto criminale come l’aggressione e la distruzione di un Paese, la Jugoslavia e dei suoi popoli, ridotti in miseria e annichilimento. (5) Anche in questo caso per l’imperialismo un fallimento, anche se la condanna è già stata emessa prima del processo (6); ma Milosevic non l’hanno piegato e un libro con gli atti della sua difesa durata giorni è appena stato editato in Italia (7), dove ogni riga è un atto d’accusa documentato e suffragato da fatti e documentazioni inoppugnabili, contro la Nato e l’imperialismo, e di difesa della Jugoslavia e del popolo serbo di fronte alla storia.
C’è un altro aspetto che non va sottovalutato e che riguarda tutta la comunità
internazionale: i pericoli dell’esplosione di nuove conflittualità nell’area,
legate alla definizione dello status internazionale della regione, scadenza
ormai delineata per giugno 2006, e indirizzata ad una indipendenza “de facto”
perseguita come obiettivo non negoziabile dalla parte albanese e rifiutata in varie forme e modi dalla
comunità serba kosovara e dal governo di Belgrado; in questo evolversi della
situazione si potrebbe determinare un effetto
domino anche per i paesi limitrofi. In quanto la destabilizzazione
dell’area balcanica toccherebbe nuovamente la Serbia nelle sue zone meridionali, nel Sangiaccato dove ormai da
anni la situazione è in uno stato di tensione quotidiana con violenze, minacce,
attentati e dove una gran parte della popolazione serba e rom ha deciso di
andare via; e nelle valli del Presevo, Medvedja e Bujanovac dove opera un
clandestino Esercito di Liberazione PMB della minoranza albanese che chiede
l’unificazione con il Kosovo. La Macedonia,
dove, forse pochi lo sanno, in molte zone è tuttora vigente il coprifuoco
serale e dove da anni l’agguerrita minoranza albanese tenta da anni la
secessione e l’unificazione con il Kosovo e l’Albania, anche qui mediante una
formazione guerrigliera legata all’ANA ( Armata Nazionale Albanese ). Il Montenegro dove nella sua zona
meridionale, dove numerosa e folta è la presenza della comunità albanese, in
cui il controllo statale è ormai di fatto impossibile, e dove la comunità
albanese, negli ultimi anni ha ottenuto numerose agevolazioni giuridiche,
economiche e politiche in una partita di scambi di favori tra l’ex Uck e
l’attuale presidente montenegrino Djukanovic, perseguito da numerose inchieste
legate alla mafia ( tra cui quella della Procura di Bari), ma sostenuto dai
secessionisti albanesi. Per arrivare poi alla Grecia, dove dall’anno scorso si è formato un partito della
minoranza albanese che rivendica il nord del paese come territorio albanese e
predica la separazione, cominciando a fomentare disordini, violenze e tensioni
sociali. E’ evidente che la posta in gioco in quest’area è notevole e che la
cenere di nuove violenze e guerre cova e potrebbe incendiare nuovamente quelle
regioni; le stesse forze internazionali presenti sul campo denunciano l’alto
rischio conflittuale, capace di far precipitare i Balcani in nuove spirali di
guerra. In questo modo verrebbero
azzerati tutti i disegni di pacificazione armata pianificati in questi anni di
occupazione da parte della Nato e si riproporrebbe uno scenario di “instabilità
regionale” con nuovi stravolgimenti di quella parte d’Europa, probabilmente con
ripercussioni anche delle strategie della stessa Russia, da sempre molto
attenta e interessata, per i suoi stessi
interessi nazionali agli equilibri balcanici,
Queste dinamiche se si realizzano, potrebbero coinvolgerci nuovamente, in quanto membri della Nato, in nuove avventure militari…ovviamente umanitarie.
Dal punto di vista “interno”
La violazione dell’Art. 11 della Costituzione, avvenuta con l’aggressione alla
Jugoslavia per il Kosovo, della Nato al di fuori dell’ONU, non è stato solo un
problema etico o formale, ma significa che quando in un paese vengono
disconosciuti o calpestati i suoi ordinamenti statuali, sanciti da una lotta di
liberazione nazionale antifascista, è evidente che anche una formale volontà
popolare ne esce disconosciuta e annichilita; e con essa anche gli stessi
“diritti” in quanto lavoratori e cittadini ne escono fortemente indeboliti,
anche se non ce ne accorgiamo. Quando l’illegittimità giuridica viene
“giustificata” una volta, sarà sempre più difficile per il futuro, imporre
anche a “poteri forti” l’arretramento o la loro fermata con le armi
costituzionali; ognuno troverà le motivazioni o giustificazioni di
“necessarietà” contingente.
Ritengo questo uno dei tasselli attraverso cui da anni sta andando avanti il processo di “revisionismo storico” su tutti i terreni, che pezzo per pezzo stanno smantellando quelle radici e quell’identità nazionale nate il 25 aprile 1945. E su questo le responsabilità della cosiddetta “sinistra italiana” non sono certo leggere o superficiali; e questo vale purtroppo anche per coloro che, nello stesso PRC si avventurano su terreni quali quelli della “ …Resistenza che ha commesso anche orrori”, “…la questione Foibe”, le teorizzazioni astoriche e apolitiche circa la questione non violenza, ecc. ecc.
La vicenda Kosovo ha fatto anche emergere la questione della limitatezza della
nostra indipendenza nazionale e della nostra sovranità, in quanto
l’appartenenza all’unica alleanza militare rimasta, la Nato, comporta
l’impossibilità di dire no alle avventure e strategie militari che questa,
assolutamente obsoleta storicamente e totalmente asservita all’imperialismo
USA, persegue per suoi interessi
geopolitici e geostrategici, spesso anche in contrasto con interessi economici
nazionali del nostro paese.
Per rafforzare la posizione contro la guerra è necessario legare alla nostra realtà sociale l’aspetto materiale dei costi delle guerre. Le guerre si fanno per gli interessi imperialisti, ma le pagano i lavoratori ed i popoli; gli imprenditori ed il capitale internazionale si spartiscono il bottino dei mercati conquistati, i lavoratori, oltre a “pagare” monetariamente la guerra, avranno anche un ulteriore massa di diseredati ed immiseriti dalle varie guerre, che busseranno alle porte dell’occidente, per cercare un lavoro, sottoposti a ricatti e sfruttamento bestiale, che indebolisce di fatto lo stesso movimento dei lavoratori e le sue conquiste.
Solo in Kosovo l’Unione Europea ha speso fino ad oggi circa 4 miliardi e 400
milioni di euro, ed il mantenimento del nostro contingente di 2800 soldati, fa
parte delle spese militari delle varie finanziarie; e queste non vengono mai
tagliate, anzi di volta in volta crescono, mentre le voci dello stato sociale
vengono costantemente tagliate se non levate del tutto. Mentre i soldi per il
rinnovo del contratto di milioni di lavoratori ( quest’anno sono quasi 4
milioni i lavoratori che lottano per il rinnovo dei loro contratti), si dice
che non ci sono e occorrono sacrifici, i soldi per le loro “ guerre” cosiddette
“umanitarie” non mancano mai.
Così come va denunciato che nel perpetrare logiche e politiche di guerra, gli stessi diritti civili e sociali di qualsiasi paese, vengono ristretti o in casi estremi sospesi; fino ad arrivare ipoteticamente, ma non assurdamente, a poter sospendere lo stesso diritto di sciopero o di manifestazioni pubbliche, perché antinazionali.
Occorre far capire che dire no alla guerra significa anche lottare concretamente per la difesa dei salari e delle conquiste economiche e sociali dei lavoratori e dei ceti popolari.
Il nostro possibile che fare, come comunisti, movimento per la pace e antimperialista, e per la difesa degli interessi dei lavoratori.
Con la caduta del campo socialista e progressista formatosi nel corso del
secondo novecento, al di là dei giudizi nello specifico, tranne i paladini ( a
volte inconsci) del liberismo e dell’imperialismo ( a volte umanitario e
ammantato di socialdemocrazia ), si sarebbe dovuto ormai aver compreso sia
politicamente che storicamente, quale peso e ruolo di deterrenza sui destini
dei popoli e di ogni paese “renitente” al nuovo ordine mondiale, aveva quella contrapposizione
e quel bilanciamento. E per quantificare materialmente quanto tragico sia stato
il prezzo pagato dai popoli: sia dal punto di vista economico, sociale, di
sviluppo, che in termini di vite umane sacrificate nelle ormai centinaia di
guerre, fatte scatenare dalle politiche imperialiste di rapina e
assoggettamento, basta semplicemente scorrere una cronaca internazionale di
questi ultimi quindici anni. Attraverso la concezione di “guerra infinita”,
sulle macerie del muro di Berlino, dal punto di vista economico si è dispiegata
da parte dell’imperialismo, una vera e propria corsa ai territori di conquista,
utilizzando la disponibilità e gli interessi delle varie “borghesie compradore”
e fomentando e gestendo divisioni, odi o contraddizioni locali. Questo permette poi attraverso ricatti,
pressioni e imposizioni, anche l’intervento militare in quelle situazioni che
oppongono “resistenza” sotto qualsiasi forma e orientamento, ma che di fatto
sono un ostacolo al controllo e all’assoggettamento al dominio imperialistico,
dei suoi obiettivi ed interessi. Ecco perché qualsiasi popolo o paese, al di là
del tipo di leadership abbia, se cerca di portare avanti un proprio modello di
sviluppo, un proprio percorso di trasformazione sociale che non è interno e subalterno
alle strategie imperialiste predeterminate, è già un ostacolo, è potenzialmente un nemico, e davanti a lui si
erge una spaventosa e all’apparenza invincibile macchina da guerra, dove
l’imperialismo USA la fa da padrone ed i vari sub imperialismi europei si
arrabattano nella ricerca degli avanzi per ritagliarsi un ruolo. Io penso che
da questa sintetica e schematica lettura, si possa e si debba necessariamente
partire, sia per comprendere quale disparità di forze ci sia in campo ( e
questo non dobbiamo mai scordarlo, per non fare i grilli parlanti o i liberi
pensatori fuori dalla realtà del mondo ); sia per comprendere quali tipi di
alleanze, mediazioni, programmi a breve termine sia possibile e realistico fare
( nei terreni sociali, politici ed economici). Soprattutto io credo, per
definire cosa sia necessario fare,
per contribuire ad un processo internazionale di ricostruzione di un campo di
forze comuniste da un lato e antimperialiste dall’altro; non perché siano in
antitesi, ma semplicemente penso che hanno passaggi, dialettiche e strategie
differenti, pur ritenendo necessario e fondamentale che i comunisti siano
interni e motore, di qualsiasi processo dove vivono forme di antimperialismo.
Questo seppur faticosamente e tra grandi difficoltà nel contesto internazionale sta crescendo e avvenendo, essendone testimone diretto in varie assisi internazionali in questi ultimi anni.
Concretamente, alcuni indirizzi possibili di lavoro:
- Riaffermazione e difesa della Costituzione nata della Resistenza antifascista e dalla lotta di liberazione nazionale, fondata sul ripudio della guerra come strumento di soluzione dei conflitti.
- Riapertura di una forte e larga campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato e delle basi straniere dal nostro territorio, non in una lettura solo strettamente ideologica, ma fondata sulla base degli interessi nazionali dei lavoratori e dei ceti popolari, e della lotta per la pace.
- Riproporre e mantenere costante una campagna contro gli embarghi e le sanzioni, armi e strumenti di ricatto e annichilimento in primis dei popoli.
- Chiedere ai candidati comunisti o schierati nella lotta per pace contro le logiche di guerra, una dichiarazione di intenti, dove si prende un solenne e pubblico impegno, di rispettare nel loro mandato una ferma e irresoluta posizione contraria a qualsiasi politica di guerra del futuro governo, comunque sia camuffata o giustificata ( noi non dimentichiamo che la guerra in Kosovo e l’aggressione alla Jugoslavia è avvenuta da parte di un governo cosiddetto di centro sinistra, e un certo signor D’Alema, ancora solo pochi mesi fa in TV ha ribadito la sua convinzione della giustezza di quella infame scelta…).
E inoltre prendano l’impegno di sostenere e portare avanti le parole d’ordine del ritiro dei militari italiani dalle zone di guerra e dell’uscita dell’Italia dalla Nato.
Sottoscrivendo il concetto basilare che se
una guerra viene fatta senza essere aggrediti, è sempre una guerra
d’aggressione e non difensiva, quindi
anticostituzionale.
A noi poi l’ impegno di pubblicizzarne i firmatari, come candidati da
sostenere da parte di tutte le realtà di lotta per la pace ed antimperialiste.
Ritenendo che solo in questo modo, un governo che pretende di voler essere di cambiamento e intende essere diverso dalle politiche aggressive e antipopolari del centro destra, potrà costruire una politica estera fondata su un ruolo di equilibrio nello scenario delle contraddizioni e conflittualità internazionali,
fondata e imperniata su strategie di pace, collaborazione e sviluppo paritario tra i paesi ed i popoli.
Il resto sono solo chiacchiere e solite trite promesse elettorali.
- La necessità di un processo di ricostruzione di un vasto e forte movimento antimperialista, fondato sul rafforzamento e propugnamento di politiche e strategie di sostegno e difesa delle aspirazioni di emancipazione e sviluppo dei popoli; di difesa delle sovranità e integrità territoriali dei paesi; delle indipendenze nazionali di ciascun paese; e della non ingerenza come pietre miliari delle relazioni tra popoli e nazioni. Il tutto fondato su una concezione di diritto internazionale legato agli obiettivi di sviluppo, emancipazione e difesa dei popoli.
- Nello specifico un appello lo rivolgo sia alla rivista che ospita questo articolo L’Ernesto, sia altre realtà informative e di solidarietà, del movimento, ed è quello di sostenere la Campagna Kosovo Methoija che in anteprima annuncio tramite questa occasione, e che sarà lanciata a livello nazionale dal Forum Belgrado Italia e SOS Yugoslavia, concordata e decisa nell’ultima riunione fatta in Dicembre a Belgrado, a cui ero presente, con esponenti politici, giornalisti, accademici, militanti della Serbia e dalle comunità delle enclavi serbe nel Kosovo. Una campagna tesa ad informare e solidarizzare con gli oppressi e i dimenticati di questa realtà, in concomitanza con il dibattito dei prossimi mesi per la definizione statutaria della regione serba.
Un obiettivo concreto che viene proposto all’interno di questa campagna è quello di chiedere al movimento per la pace ed antimperialista, e al maggior numero di esponenti istituzionali coerenti con la lotta per la pace e contro le logiche di guerra, di sostenere nelle istanze istituzionali e come battaglia politica, l’applicazione della Risoluzione 1244 dell’ONU, che sancisce la sovranità federale della Serbia Montenegro sulla regione, la presenza della polizia e dell’esercito serbo a garanzia e protezione della legalità costituzionale di tutte le etnie e il diritto al ritorno delle centinaia di migliaia di profughi di tutte le minoranze costrette a fuggire.
Per chiunque si ritiene impegnato a difendere gli interessi dei popoli, questa pacifica parola d’ordine, che fa fede al semplice rispetto del Diritto Internazionale, puòessere unificante e costruttiva di politiche di pace e rispetto dei diritti dei popoli. Oltrechè suonare come risarcimento morale e politico per non essere stati capaci, noi tutti, di impedire la guerra di aggressione e distruzione della Jugoslavia.
Per ulteriori informazioni, articoli, materiali, libri riguardanti il Kosovo, vedere sul sito www.resistenze.org, che raccoglie molta documentazione e indicazioni di altri siti. Comprendente,oltre le attività di informazione tra cui il Forum di Belgrado Italia, quelle di solidarietà, tra cui il Progetto SOS Kosovo Methoija di SOS Yugoslavia.
Oppure contattare il 338/1755563.
NOTE:
1) “Kosovo 2005, viaggio nell’apartheid in Europa”, Video di SOS Yugoslavia
2) J. Elsasser , “ Menzogne di guerra “, La Città del sole Ed.
3) Vedere sul sito www.resistenze.org e sul sito del CNJ, la mole di articoli e documentazioni di tutti questi anni.
4) Idem, “Kosovo 2005….”
5) Vedere sul sito www.resistenze.org, nel periodico Tribunale Aja Notizie alcune traduzioni di udienze significative e documentazioni internazionali circa il Tribunale e i riferimenti di altri siti che seguono le vicende del processo.
6) Vedere “Jugoslavia 2001, atti fatti e misfatti”, Manes ed. dove è documentato prima che accadesse, che già prima di essere rapito dalla Nato, Milosevic era cosciente che non sarebbe mai più stato libero.
7) S. Milosevic, “ In difesa della Jugoslavia”, Zambon ed. (curato da Icdsm Italia)
Febbraio 2006,
Enrico Vigna, Portavoce del Forum di Belgrado Italia e dei Nuovi Partigiani della Pace.