da Il Manifesto -
9 dicembre 2004
Le vie di
Damasco sotto la neve tra passato e futuro
Nella Siria uscita dal culto della personalità del
vecchio Assad
I profumi di sempre del suq e la puzza del traffico, in
una città che apre all'economia di mercato e accenna timidi passi politici
verso la democrazia. Il nuovo presidente Bashar, alla ricerca di una
modernizzazione che non entri in conflitto con la base sociale del suo partito
Baaht da sempre al potere. E di un ritorno della Siria sulla scena internazionale
Stefano
Chiarini
Damasco:
La neve cade lentamente sulla statua di Salah ed Din, il
liberatore di Gerusalemme, davanti alle mura della cittadella di Damasco e dà
un carattere irreale alle figure umane che si affollano verso i suq della
città, sotto lo sguardo severo dell'ex presidente siriano Hafez el Assad, il
«Leone di Damasco» scomparso nel 2000, e di quello, assai meno inquetante, di
suo figlio Bashar, che insieme scrutano la folla dagli enormi poster appesi ai
palazzi. Il clima è rigido come l'atmosfera della città, sospesa tra una
situazione economica difficile e un vero e proprio assedio politico-militare da
parte degli Usa e di Israele. Pochi si fanno illusioni sulle intenzioni degli
assedianti. «L'amministrazione Bush - ci dice il vice segretario del partito
Baath, Abdullah al Ahmar, esponente della vecchia guardia - ha sposato la
posizione israeliana abbandonando qualsiasi pretesa di neutralità. Noi siamo
pronti a trattare ma non a scapito degli interessi del paese» . Le condizioni
poste dagli Usa alla Siria sono impossibili da soddisfare ma come già fece suo
padre, maestro della trattativa ad oltranza, il nuovo presidente Bashar al
Assad ha subito rilanciato dichiarandosi disposto a negoziare con Usa e
Israele. Sul terreno negoziale la Siria è stata sempre maestra. La
contrattazione senza fine è un'arte nata in questi vicoli tra i saggi mercanti
del suq di Damasco, una città di sei milioni di abitanti chiamata un tempo «la
perla tempestata di smeraldo» per quei prati verdi, ormai scomparsi, irrorati
dal fiume Barada che dava origine a una stupenda oasi nel deserto.
Tra Oriente e Occidente
Una città dai mille contrasti dove l'Oriente si incontra con
l'Occidente, al caos del suq si somma quello di un traffico che, nonostante i
vialoni di stile moscovita a sei corsie, è sempre bloccato, mentre l'aria è
tagliata dal suono dei clacson e dalle musiche arabe di migliaia di bancarelle.
La città, grazie allo stretto laicismo del regime del Baath - il partito arabo
socialista al potere dal 1963 - al di là dell'area archeologica ha un volto
moderno nel quale le varie comunità, sunniti arabi (63%), alawiti (12%), drusi
(3%), cristiani (10%), kurdi (10%), si mescolano in un caleidoscopio di
dialetti e usanze. Allo stesso modo, anziane e meno anziane donne velate si
mescolano a ragazze e signore vestite laicamente che affollano, spesso fumando
senza remore, ristoranti, bar, università, ministeri. Damasco è una città
tinteggiata di realismo socialista - persino i semafori sono gli stessi di
Mosca - nella quale cominciano a impallidire i ricordi dell'ossessivo culto
della personalità dell'ex presidente Hafez Assad. Il nuovo, costretto a fare i
conti con un sistema di potere quarantennale, all'indomani della sua ascesa al
potere dove venne catapultato dal suo studio oculistico di Londra - l'erede
designato, il fratello Basil, era morto in un incidente d'auto - ha tentato di
portare avanti profondi cambiamenti politici ed economici. Un'apertura che si è
sentita soprattutto a livello dei diritti umani: pur nell'ambito di uno stato a
partito unico, importanti la liberazione di gran parte dei detenuti politici e
la nascita di un forte dibattito interno al partito al potere, tra i riformisti
vicini al presidente e la vecchia guardia; una dialettica con il Partito comunista
e gli altri raggruppamenti presenti nel Fronte progressista al governo con il
Baath; un dissenso «tollerato», da quello di alcuni esponenti della «società
civile» e di ex membri della Fratellanza musulmana tornati dall'esilio degli
anni Ottanta, a quello del Raggruppamento nazionale democratico, sostenitore di
una linea intermedia «democratica», tra il pugno di ferro del governo e
l'insurrezione violenta islamista.
L'esplosione nel 2000 di un vero e proprio terremoto, con la
nascita di un movimento arrivato a chiedere una rimessa in discussione del
partito al potere, sommata alle minacce Usa e iraeliane, hanno provocato un
raffreddamento della democratizzazione politica e un'accelerazione delle
riforme economiche di tipo «cinese». Del resto, anche l'ex presidente Hafez
Assad si era sempre mosso guidato da un forte pragmatismo. Se da una parte
Assad stroncò con il pugno di ferro la rivolta degli estremisti islamisti (ad
Hama vi furono oltre 20.000 morti), dall'altra abolì qualsiasi rigidezza
ideologica, cercò di dare ai mercanti la possibilità di arricchirsi e realizzò
una sorta di dignitosa condivisione dell'austerità. Grazie al petrolio, il
regime è riuscito a superare l'austerità e a portare il paese verso una
stabilità. Operazione riuscita ad Hafez Assad anche grazie al nuovo colpo di
scena con il quale nel 1990, orfano dell'Urss, si schierò al fianco della
coalizione anti irachena. Una scelta che consentì di allentare la morsa nella
quale teneva la società siriana, liberando nel `92 duemila militanti islamisti
e politici e nel `95 altri 1500 e du far tornare alcuni loro leader in esilio.
Il rientro sulla scena internazionale della Siria, seguente alla guerra del
Golfo, portò con sé l'ammodernamento dell'esercito, (che comunque assorbe il
50% della), dei settori elettrico e telefonico, la costruzione di un moderno
sistema fognario e, a livello politico, la partecipazione alla conferenza di
pace di Madrid e l'avvio di trattative con Israele sulla restituzione del
Golan.
Bashar Assad ha ereditato un paese uscito lentamente da una
situazione di estrema difficoltà, anche grazie all'avvio delle esportazioni di
petrolio e gas dalla zona di Deir Ez-Zur, lungo l'Eufrate e allo sviluppo
dell'agricoltura (il 25% del Pil).
Una delle manifestazioni piu evidenti del miglioramento della
situazione economica è la scomparsa dei lunghi black out elettrici, mentre sul
piano sociale c'è da registrare il passsaggio in venti anni dell'indice di
alfabetizzazione dal 50% al 70%. La scuola è gratuita a livello elementare e
superiore. Gli effetti sono evidenti ovunque in città: palazzi restaurati,
nuovi alberghi a cinque stelle, negozi e merci di ogni tipo. Il governo ha
aperto ai capitali stranieri, ha varato una nuova legge che permette l'apertura
di banche private, ha deciso di far fluttuare il dinaro, ha creato «zone di
libero scambio».
Un paese giovane
Alla base di tali aperture, la drammatica necessità di dare
lavoro ogni anno ad altri 250.000 giovani, anche se il tasso di incremento
della popolazione è sceso da oltre il 3% al 2,6% nel 2000. Nelle strade di
Damasco si constata quanto giovane sia la popolazione. Sono soprattutto i
giovani ad affollare le strade del suq, luogo di compravendita ma anche sede
delle più variegate attività. Il suq, accanto alla stupenda moschea omaiade di
Damasco, costruita sul luogo in cui sorgeva una basilica cristiana (con la
reliquia della testa di san Giovanni Battista) e prima ancora un tempio romano,
è uno dei più antichi del mondo: qui arrivava da Shangai la seta diretta verso
il Mediterraneo e Roma, così come le porcellane, la carta e vari medicamenti.
Qui arrivavano la mirra e l'incenso per gli antichi riti religiosi. Qui era
solito venire a vendere le sue merci il profeta Maometto. Qui arrivavano il
pepe e le spezie, che nel 1100 venivano acquistate dai mercanti di Amalfi,
Genova e Venezia, e dal 1600 il caffè. Ancora oggi nel suq al Attarine, il
coloratissimo mercato delle spezie, possiamo ammirare sacchi di cannella,
chiodi di garofano, coriandolo, noce, moscata, zafferano, henné. Accanto ai
pochi negozi per turisti con le stoffe damascate, le viuzze dei suq sono
affollate di officine e laboratori che aggiustano con torni e vecchie macchine
qualunque cosa. Il suq è innanzitutto per i damasceni, che si affollano con
poche lire a comprare un fiume di prodotti a basso prezzo arrivati dall'India e
dalla Cina o vestiti prodotti in Siria e a curiosare nelle botteghe artigianali
dell'oro e dell'argento, quelle del rame e dei metalli tra fucine e rumori
assordanti. Venditori di profumi, erboristi, tessitori di tappeti, produttori
di saponi e l'ultimo fabbricante di spade.
Il suq, specchio del paese, è anche uno degli alleati più
solidi del presidente Assad e delle sue riforme economiche tendenti - per la
leadership politica - a superare tassi di sviluppo del 7%. Da una parte il
regime sembra aprire ai nuovi ricchi, agli imprenditori privati, al capitale
straniero, alla borghesia del paese che affolla le strade con le sue Bmw,
ristoranti lussuosi, dall'altra non può portare avanti fino in fondo quel modello
liberista spinto che Usa e Ue vorrebbero imporgli: se lo facesse potrebbe
perdere buona parte della sua base sociale. Questo conflitto, insieme al
costante aumento dei prezzi, ha finito per ridare una certa vita al Fronte
progressista e soprattutto al Partito comunista, diviso in due ali, che ha
fatto della difesa dello stato sociale, del settore pubblico e delle
limitazioni alle aperture verso i capitali stranieri il suo cavallo di
battaglia. Uno dei successi conseguiti dal Pc e dai settori del Baath che lo
hanno appoggiato è stata la modifica della nuova legge sul licenziamento dei
dipendenti pubblici. «La battaglia è sul futuro economico del paese - ci dice
il deputato Ammar Bagdash, esponente del Partito comunista - sullo stato
sociale e sul settore statale dell'economia, una battaglia simile a quelle del
movimento operaio al di là del Mediterraneo. Faremo di tutto perché non si
verifichino i disastri sociali che gli Usa vorrebbero imporci come premessa per
la disgregazione di uno dei pochi paesi che ancora si oppongono al loro
strapotere».