da Il
Manifesto del 02/10/2005
Islamisti made in Usa per destabilizzare Damasco
di Stefano Chiarini
Per Kadri Jamil, comunista dissidente, Washington vuole riproporre in Siria il
modello iracheno
«L'Amministrazione Usa, strumentalizzando le imminenti conclusioni della
commissione d'inchiesta sull'uccisione di Hariri, intensificherà i suoi
tentativi di destabilizzazione della Siria non tanto e non solo, come dicono,
per arrivare a un cambiamento di regime ma piuttosto per disgregare lo stato
unitario siriano facendo leva, come in Iraq, sulle differenze etniche e
confessionali». Kadri Jamil, «comunista dissidente», si mostra preoccupato per
le manovre americane nei confronti di Damasco che, a suo parere, potrebbero
rallentare, se non vanificare, quel timido processo di democratizzazione
avviatosi con la salita al potere di Bashar Assad. Lo incontriamo a Damasco
all'hotel International, alto e grigio palazzone non lontano dalla città
vecchia. In passato incontrare un esponente comunista non allineato sarebbe
stato difficile, ma ora per il regime siriano il pericolo principale viene
dall'alleanza fondamentalisti musulmani- Stati uniti e quest'area politica ha
ripreso a lavorare alla luce del sole e a pubblicare le sue riviste. Tra questi
Qassium, il periodico del movimento per l'unificazione comunista di Kadri Jamil
che si propone da una parte di portare avanti il dibattito per un'uscita da
sinistra dalla crisi attraverso un processo di democratizzione reale,
soprattutto a livello economico, e dall'altra un'unificazione dell'area
comunista e marxista dai due Pc presenti nel fronte di governo egemonizzato dal
Baath «ai molto più numerosi senza partito», soprattutto tra i giovani, gli ex
militanti e gli intellettuali. Questi primi abbozzi di vita politica correrebbero
però il rischio di essere schiacciati, secondo Jamil, da una destabilizzazione
«made in Usa» basata sul sostegno ai movimenti estremisti sunniti da giocarsi
poi contro la comunità alawita, a cui appartengono il 13% dei siriani e
soprattutto il presidente Bashar e vari esponenti del regime e delle forze di
sicurezza. «La scelta di far leva sulle differenze etnico-confessionali -
sostiene l'esponente comunista - è pericolosa perché mina alla base ogni
processo di reale democratizzazione. Confessionalismo e patrie etniche in
realtà vanno benissimo a Washington perché nascondendo e ibernando le
contraddizioni sociali e di classe, creano un ambiente ideale per la rapina
imperiale e lo sfruttamento intensivo di uomini e cose». «In altri termini -
continua Jamil - gli americani intendono usare i fratelli musulmani sunniti
contro il regime promettendo loro la Siria in cambio dell'accettazione di un
controllo americano-sciita sull'Iraq». Le organizzazioni fondamentaliste
musulmane - la rivolta tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 dei
fratelli musulmani sunniti ad Hama e Aleppo contro «gli eretici» e i «contadini
senza terra» alawiti e il loro regime ultra-laico, venne repressa nel sangue e
segnò una militarizzazione e chiusura del regime- sarebbero secondo Jamil
divise tra la tentazione di farsi strumento degli Usa e l'avversione contro
Washington per quanto accade in Iraq. «Ufficialmente - sostiene l'esponente
comunista - i Fratelli musulmani nell'aprile 2005 hanno ribadito le loro
credenziali democratiche ma la loro proposta politica, quella di un Congresso
Nazionale su basi etniche e confessionali, introduce in Siria questi pericolosi
criteri facendoli diventare la base, come in Iraq, della futura vita
politico-istituzionale».
Il discorso non può non cadere sulle accuse americane alla Siria di non
bloccare a sufficienza un ipotetico flusso di uomini e mezzi verso i settori
più estremi della guerriglia irachena. «In realtà - dice sorridendo l'esponente
comunista - il governo di Damasco ha fatto non poco per collaborare con gli Usa
dopo l'11 settembre (ma senza avere nulla in cambio) e poi non controlla più di
tanto le regioni verso il confine con l'Iraq. Quel che mi preoccupa sono le
infiltrazioni in senso contrario degli estremisti islamici dall'Iraq verso
Siria e Libano, a mio parere non sgradite agli Usa, in funzione anti-sciita e
anti-alawita. L'idea americana è chiudere un occhio o tutti e due, sul
rafforzarsi di questi gruppi estremisti sunniti in Libano in modo da
destabilizzare il paese dei cedri e poterne poi gettarne la colpa sulla Siria e
domani, se ve ne fosse bisogno, usarli contro gli Hezbollah e gli sciiti in
Libano e contro il governo siriano in Siria».