da Il Manifesto del 30/10/2005
«Usa complici dei jihadisti»
di Stefano Chiarini
La Siria accusa gli Usa di non voler sigillare il confine siro-iracheno per
destabilizzare l'intera area e rovesciare il governo di Damasco. «Abbiamo
fermato 1500 presunti jihadisti per l'Iraq»
Il governo siriano, alla vigilia della riunione del Consiglio di sicurezza
dell'Onu che lunedì discuterà la mozione per l'adozione di sanzioni contro la
Siria - accusata da Washington di non voler collaborare con la commissione di
inchiesta sull'uccisione dell'ex premier libanese Rafiq Hariri e di permettere
l'afflusso verso l'Iraq di combattenti e capitali - ha dato vita ad una sua
inchiesta giudiziaria sulla strage del giorno San Valentino, e accusato il
governo Usa di non aver voluto «sigillare» il confine con l'Iraq ai combattenti
Jihadisti. L'accusa, assai grave, di aver dato la priorità ad un «cambio di
regime» a Damasco rispetto ad una «exit strategy» dall'Iraq che potrebbe
salvare tante vite americane e irachene, è stata rivolta all'Amministrazione
Bush dall'ambasciatore siriano a Washington, Imad Mustapha, in una lettera
indirizzata ad un gruppo di membri del Congresso ed in particolare alla
deputata Sue Kelly.
Nella missiva - fatta filtrare alla stampa da alcuni settori minoritari del
Dipartimento di stato contrari ad aprire un altro fronte in Siria mentre ancora
si combatte in Iraq - l'ambasciatore sostiene che ormai da un anno Damasco
starebbe cercando di collaborare con gli Usa nel campo della «sicurezza» ma
senza aver avuto alcuna risposta da Washington. Eppure il governo siriano si
sarebbe dato da fare non poco in questo senso. Basti pensare che i cittadini di
paesi arabi arrestati o espulsi dalla Siria mentre cercavano di entrare in Iraq
illegalmente sarebbero oltre 1500, per non parlare degli arresti dei mujaheddin
siriani prima della loro partenza per l'Iraq o al momento del loro ritorno, e
persino di quelli dei loro parenti.
L'ambasciatore ricorda poi come siano stati gli Usa e non Damasco a rifiutare
ogni collaborazione per «chiudere ai terroristi» il confine siro-iracheno.
Damasco avrebbe spostato nella zona orientale, verso l'Iraq oltre 10.000
soldati, costruito barriere di sabbia e filo spinato, chiuso i passaggi
illegali e messo in funzione 540 postazioni ma la lunghezza - dalla Turchia
sino alla Giordania per oltre 376 miglia - e il carattere assai artificiale
della linea di separazione tra i due paesi - con le stesse popolazioni e tribù
di qua e di là - renderebbero impossibile un controllo del confine senza una collaborazione
tra le truppe siriane da una parte e quelle americane e irachene dall'altra.
Eppure Washington di collaborare con la Siria non vuole neppure sentir parlare
tanto che lo stesso capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, avrebbe vietato
espressamente la partecipazione di una delegazione siriana al recente incontro
ad Amman - dedicato proprio al controllo dei confini - dei paesi confinanti con
l'Iraq. La mancanza di comunicazione tra le due parti sarebbe tale che durante
una recente offensiva Usa contro il centro iracheno di al Qaim, a pochi
chilometri dalla Siria, i marines americani, non sapendo come comunicare la
chiusura del confine ai siriani, hanno inventato una specie di catapulta con la
quale sono riusciti a far arrivare il messaggio dall'altra parte e a fermare
l'afflusso di merci e passeggeri verso l'Iraq.
La mancanza di comunicazione, sommatasi alla politica dell'Amministrazione,
avrebbero inoltre provocato duri scontri a fuoco a cavallo del confine tra
marines e truppe siriane, oltre 100, con una ventina di vittime. L'ambasciatore
Imad Mustapha nella sua lettera ricorda poi come gli Usa da una parte accusino
il suo paese di chiudere gli occhi sui «finanziamenti» alla resistenza irachena
ma dall'altra non intendono fornire alla Siria alcuna informazione in merito né
alcun strumento informatico per modernizzare il sistema bancario del paese. Si
è creata così una situazione paradossale nella quale Washington vuole
introdurre nuove sanzioni contro la Siria mentre Damasco, il mese prossimo,
ospiterà un vertice internazionale sulla «Lotta al riciclaggio e al
finanziamento del terrorismo» organizzato in collaborazione con il Fondo
Monetario Internazionale, la Banca Mondiale.
La lettera ai membri del Congresso si conclude con un appello: «Quando sentite
l'Amministrazione sostenere di avere «prove credibili» che la Siria sta facendo
questo o quello ricordate che «prove credibili» di quel tipo vennero usate per
giustificare un'altra guerra contro un altro paese arabo. Speriamo non
commettiate lo stesso errore anche con la Siria».