Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Chi sta incendiando la Siria?
Una delegazione del Partito Comunista della Federazione Russa visita la Siria
di Yelena Bekiyeva
Pravda
14/09/2011
Da chi è formata l’opposizione in Siria? La sua composizione è straordinariamente varia. C’è l’opposizione interna non armata. Ci sono gli intellettuali dissidenti dei tipo “tardosovietico”, alcuni piccoli partiti e gruppi, tra cui alcuni che si definiscono marxisti. Non sono pochi gli estremisti appartenenti ai “fratelli musulmani” e al Wahhabismo che ricevono armi e sostegno da Turchia e Arabia Saudita. Ci sono anche gli oppositori all’estero, esuli politici che stanno lavorando per riunirsi da tutto il mondo. Tra questi, è nato in Turchia il corrispondente “Consiglio di Transizione” da operetta, guidato da una persona dal nome curioso, Galiun (1). Naturalmente non vi è, né può esserci tra gruppi diversi, un programma comune di sviluppo del paese. Li unisce una sola rivendicazione: le immediate dimissioni di Bashar Al-Assad.
L’opposizione non può contare su una figura, un leader in grado di sostituire il presidente alla guida del paese. L’autorità e la notorietà di Galiun sono nulli.
Va detto che quest’improvvisa esplosione d’odio contro il presidente Assad, ha molto di irrazionale. Nell’opinione della maggior parte dei siriani con cui abbiamo avuto l’opportunità di parlare, Assad è tutt’altro che un dittatore. Bashar non fu educato a prendere il posto di suo padre, giacché questo ruolo sarebbe dovuto toccare al fratello maggiore, morto in un incidente stradale. Ha studiato medicina in Europa e dopo la morte del padre nel 2000, ha assunto la guida del paese. Nel referendum del 2007, Assad ha ottenuto il consenso del 97,63% degli elettori. Sembra che il popolo voglia sinceramente il suo giovane presidente, il suo ritratto si può vedere in ogni angolo, alla porta di ogni negozio. In Russia, sarebbe definito culto della personalità, ma in Oriente rientra nella normalità.
Non sono pochi i problemi di fronte alla Siria. Il paese è molto eterogeneo in termini di confessioni religiose e composizione etnica: oltre agli arabi vivono anche curdi, armeni e circassi. La maggioranza religiosa è composta da sunniti, ma ci sono anche sciiti, drusi e circa il 10% di cristiani, mentre nel governo si trovano da tempo gli alawiti (ramo dell’Islam). Così, i nemici della Siria hanno diversi “tasselli” su cui far leva, aizzando l’odio interrazziale e interreligioso. Tuttavia, come indicato dal capo della più antica chiesa ortodossa, il patriarca di Antiochia Ignatio IV, all’incontro con la nostra delegazione: “I nostri popoli e le nostre chiese coesistono pacificamente in questa terra da più di mille anni e siamo in grado di risolvere i nostri problemi purché non ci siano pressioni, né ingerenze”.
I membri della delegazione del PCFR, A.P. Filippov e I.N. Makarov, hanno avuto una serie di incontri con i comunisti siriani e in particolare con il segretario generale del Partito Comunista Unificato di Siria, Huneinn Temer e con il presidente onorario del Partito e attivista di primo piano del movimento comunista internazionale, Yusef Faisal. I comunisti in Siria hanno una rappresentanza in parlamento e nel governo e sono stati in realtà i precursori del dialogo nazionale, di cui attualmente sono parte attiva. A questo dialogo sono state invitate tutte le forze della società, ma gli istigatori delle proteste di strada non lavorano per sedersi al tavolo dei negoziati. Da tempo essi hanno un altro obiettivo: rovesciare Assad a prescindere dalle conseguenze che ne possono derivare.
Bashar al-Assad e il Partito del Rinascimento Arabo Socialista (Baath) da lui incarnato, hanno lanciato nel paese una serie di importanti riforme politiche. Certamente non sono state intraprese oggi, sotto la pressione dell’Occidente, ma molto prima. Su questo ci ha riferito il primo vicesegretario del Baath, A. Al-Ahmar: “Le riforme annunciate sono decisioni del Congresso del Baath del 2005, - spiegava. L’attuazione di tali riforme era stata bloccata per diverse ragioni, oggettive e soggettive. Per tre anni consecutivi, la Siria ha dovuto fronteggiare una siccità senza precedenti che ha pregiudicato sensibilmente la situazione economica. Poi è sopraggiunta la crisi economica mondiale, che ha ugualmente colpito la Siria. La situazione generale del Medio Oriente ha richiesto al paese un incremento di spesa per il mantenimento delle forze armate. La dirigenza del Baath è convinta che la risoluzione della crisi passi unicamente attraverso mezzi pacifici”.
E’ stato abrogato lo stato d’emergenza in vigore nel paese da quasi mezzo secolo. E’ stata approvata una nuova legge sui media, che garantisce la libertà di espressione. Si stanno preparando nuove leggi elettorali e dei partiti, ed è anche in discussione l’abolizione dell’articolo ottavo della Costituzione sul ruolo dirigente del Baath, una norma in vigore dal 1964. Ma sia l’opposizione irriducibile che l’Occidente, non vogliono oramai sentir parlare di riforma alcuna. Si stanno approvando nuove sanzioni contro la Siria, volte a minare l’economia del paese. La decisione è presa: “Assad non è legittimo” dichiarano apertamente i leader dei paesi occidentali. Perché a deciderlo è l’Occidente e non il popolo siriano? “Tu sei il colpevole della mia fame” sembra essere il teorema principale dei “lupi” USA e NATO. Sulla scena internazionale hanno finito di sistemare la regola dei due pesi e due misure e il diritto del più forte. Ci sono ancora dei tentativi di salvare la forma: attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, spingendo per una risoluzione simile a quella che si è trasformata in sentenza per la Libia, ma per il momento bloccata da Russia e Cina. Tuttavia, sappiamo che per invadere l’Iraq o l’Afghanistan, gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di alcuna risoluzione.
Condivide le sue impressioni Leonid Kalashnikov, segretario del CC del PCFR e primo vicepresidente del Comitato della Duma per gli Affari internazionali:
- Senza dubbio, la Siria oggi si è convertita in vittima di un complotto internazionale, il cui obiettivo finale è la destabilizzazione definitiva di tutta la regione nell’ambito della realizzazione del progetto americano di “Grande Medio Oriente”. Se non sono riusciti a resistere un regime come quello di Mubarak, assolutamente fedele agli Stati Uniti, né uno relativamente leale come Gheddafi, che possiamo dire della Siria, che ha sempre dimostrato la politica più indipendente nella regione, sostenendo la lotta palestinese e che fin dall’epoca sovietica rimane un fedele alleato del nostro paese. Dal punto di vista degli Stati Uniti, già solo per questo un regime così merita di essere liquidato ma temo che non si accontentino della Siria. C’è il pericolo che il conflitto in Siria possa essere usato come “detonatore” per lanciare una guerra su larga scala in Medio Oriente, nella quale quasi certamente verrebbero trascinate Turchia, Iran, e molto probabilmente, Israele, Giordania, Azerbaigian e Libano. Naturalmente, gli aerei della NATO non se ne starebbero in disparte e il bilancio delle vittime sarebbe di molte migliaia.
Il governo russo in questa situazione, dovrebbe capire chiaramente che la storia non gli perdonerà un nuovo errore. La consegna della Libia da parte di Medvedev, per il momento ha comportato solo la perdita di contratti multimilionari, perché la faccia l’avevamo persa da tempo. Basta guardare, come le società russe debbano ora inchinarsi tornare ad essere accettate in Libia, come il governo lecchi i piedi ai “ribelli”. Ma questo difficilmente ci aiuta: il vero vincitore, l’Occidente, sicuramente continuerà a comportarsi da bandito: cosa gli impedirà allora di sbarazzarsi della Russia?
Se Mosca ora tradisce la Siria, dal punto di vista strategico le perdite saranno maggiori: in primo luogo, è l’unico sbocco al Mediterraneo. In secondo luogo, è il nostro unico alleato in una tormentata regione chiave. E infine il fattore più pericoloso: le fiamme di un grande “incendio” in Medio Oriente potranno facilmente raggiungere le nostre frontiere meridionali, dal Caucaso all’Asia Centrale, così come le nostre regioni musulmane, a cominciare dal Caucaso del Nord russo.
Credo che al governo russo rimanga del buon senso e che compierà tutti gli sforzi possibili per fermare l’aggressione contro la Siria.
I nostri compagni siriani sanno bene che la posizione del PCFR, rispetto al popolo della Siria e al suo governo legittimo, continua ad essere stabilmente amichevole. Il messaggio inviato da Gennadi Zyuganov al presidente Bashar Al-Assad in cui esprimeva il suo sostegno, è stata accolto con grande soddisfazione.
Note
1. In russo “galiun” significa servizi igienici (in una barca).
Fonte http://gazeta-pravda.ru/content/view/8831/34/