La guerra e il calcolo dei profitti e delle perdite
Partito Comunista Sudanese (PCS) | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
15/04/2026
Editoriale di Al-Midan, 4450, 12 aprile 2026. Quotidiano del Partito Comunista Sudanese
Partendo da un quadro di trasformazione della guerra - da una logica di vittoria decisiva a quella di logoramento prolungato - oggi si impone una domanda più urgente: come si ripercuotono questi cambiamenti nei conflitti regionali, primo fra tutti la guerra in Sudan? E l'attuale condizione di crescente impegno internazionale può aprire un autentico orizzonte per la pace o si limita a riprodurre il ciclo della guerra in nuove mutate forme?
Alla luce di questa realtà amara e complessa, la guerra in Sudan acquisisce una dimensione che trascende i suoi confini nazionali. Essa si intreccia con un clima internazionale segnato da una crescente stanchezza che rifiuta le guerre e mostra una tendenza sempre più marcata - sebbene esitante - verso la ricerca di soluzioni politiche.
Da un lato, i costi crescenti del conflitto generano pressioni internazionali che spingono verso cessate il fuoco, anche se temporanei e fragili. Da un altro punto di vista, la persistenza dell'indecisione a livello globale rischia di perpetuare la guerra sotto nuove forme, a meno che non venga affrontata e sconfitta dall'interno attraverso un'azione politica consapevole e una lotta di massa organizzata in grado di rimodellare l'equilibrio delle forze sul campo.
Qui sta il nocciolo della questione: la pace in Sudan non verrà imposta dall'esterno; deve essere forgiata dall'interno, attraverso la lotta delle forze sociali attive del Paese.
L'esperienza storica conferma che la pace duratura non è concessa: va conquistata. L'equilibrio di potere non si sposta spontaneamente, ma attraverso una pressione popolare sostenuta e organizzata che affermi la volontà popolare di pace e democrazia, smantellando al contempo le strutture sociali e politiche che sostengono la guerra.
Tuttavia, una tale trasformazione non può concretizzarsi senza un'ampia mobilitazione ancorata a una consapevolezza approfondita del momento storico e delle sue contraddizioni. La crisi sudanese non è un fenomeno isolato; è inserita in un nesso più ampio di crisi nazionali, regionali e internazionali intrecciate tra loro - che si esprimono attraverso il "Quad" o il "Quintetto" [riferimento al meccanismo di mediazione internazionale a cinque attori (USA, UK, Arabia Saudita, EAU), ndt]. Queste formazioni sono a loro volta radicate in un ordine imperialista e un'economia globale in crisi, che perpetua la dipendenza e la disuguaglianza strutturale. Sbrogliare questa rete e coglierne le dinamiche materiali e politiche è un prerequisito per qualsiasi visione che aspiri a trascendere soluzioni frammentarie.
Da questa prospettiva, diventa evidente la necessità di una comprensione critica che collochi la guerra non semplicemente come una contesa per il potere, ma come uno strumento di dominio e un meccanismo per la ridistribuzione dell'influenza, intimamente legato alle crisi economiche che la generano e la sfruttano.
La guerra, in questo senso, si è evoluta al di là delle tradizionali lotte di potere; si è radicata nella logica stessa della gestione delle crisi all'interno del sistema capitalista globale. Si riproduce come mezzo per imporre nuove realtà, estrarre risorse e ristrutturare i mercati. In assenza di tale analisi, gli appelli alla pace rischiano di degenerare in vuote astrazioni, slegate dalle radici strutturali della crisi che cercano di risolvere.
In questo quadro, l'espansione del movimento globale contro la guerra assume un'importanza strategica. Può contribuire a smascherare l'economia politica della guerra, isolare la sua base sociale e forgiare un ampio fronte in grado di ridefinire i contorni dell'opzione politica a favore di una pace giusta, collegando le lotte locali a un orizzonte internazionalista più ampio.
La traiettoria del conflitto in Sudan non sarà risolta in modo decisivo con mezzi militari se non a costo di ciò che resta dello Stato e della società. Qualsiasi presunta vittoria militare costituirebbe, in effetti, una sconfitta nazionale ancora più profonda.
Solo un percorso politico, fondato sulla fine della guerra, sullo smantellamento del dispotismo e sulla ricostruzione dello Stato su basi civili e democratiche, può aprire la strada a una pace giusta e a uno sviluppo equilibrato.
Così, in un mondo che sta imparando lentamente e dolorosamente i limiti della guerra, il compito che attende le forze attive del Sudan diventa sempre più urgente: trasformare questo momento di esaurimento in un momento di azione rivoluzionaria e convertire il diffuso rifiuto della guerra in un potere organizzato e di base, capace di imporre la pace come imperativo storico: aprendo così nuovi orizzonti per la libertà, la giustizia e la trasformazione democratica in Sudan.
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