www.resistenze.org - popoli resistenti - spagna - 07-04-06
dal quotidiano GARA del 31.03.2006
Intervista ad Arnaldo Otegi, portavoce della Mesa Nacional di Batasuna
«Questo è un processo di lotta»
«Sarebbe un errore gigantesco persistere in una strategia che persegue la perpetuazione del conflitto»
Il quotidiano GARA ha intervistato Arnaldo Otegi, che ora si trova incarcerato in una prigione spagnola, alcune ore dopo che ETA rendesse pubblica la sua decisione di dichiarare un cessate il fuoco permanente per promuovere un processo democratico in Euskal Herria (Paese Basco, N.d.T.). Un processo che, come rimarca Otegi, deve essere «di lavoro, di lotta, di accumulazione di forze sul terreno sociale, popolare, elettorale… perché nessuno ci regalerà nulla». Considera che l’incarcerazione di dirigenti di Batasuna è «un’ulteriore aggressione strutturale contro la sinistra indipendentista» e che in questo nuovo scenario «deve cessare immediatamente».
Questa intervista ad Arnaldo Otegi può essere letta al passato, al presente ed al futuro; passato, perché è stata fatta il pomeriggio di mercoledì 22 marzo; presente, perché le riflessioni che riporta sono pienamente vigenti, nonostante in queste ore Otegi abbia trascorso la sua seconda notte nella prigione di Soto del Real e futuro perché l’analisi punta all’orizzonte: «Questa partita sarà lunga, con molti tempi supplementari, ma la maggioranza è con noi».
Innanzitutto, Arnaldo Otegi è portavoce di Batasuna. Che responsabilità ha Batasuna nella decisione di ETA?
In quella che è la decisione di ETA, nessuna. La responsabilità è nel lavoro che Batasuna ha svolto in questi anni per generare condizioni che rendano possibile questa decisione in un determinato momento. È una decisione di ETA di una profondità politica innegabile e che dà un contributo evidente alla ricerca di soluzioni politiche. La nostra responsabilità è sempre stata quella di creare le condizioni che permetterebbero di iniziare un processo di superamento del conflitto politico ed armato con basi solide.
Dunque, queste condizioni esistono già?
Da Anoeta (località nel cui velodromo Batasuna presentò, il 14 novembre 2004, la sua proposta di risoluzione, N.d.T.), noi abbiamo sempre detto che esiste una reale opportunità di avviare questo processo. Abbiamo fatto un’analisi corretta della situazione: la crisi degli ambiti politici ha portato quasi tutti alla certezza che il futuro deve essere concordato a partire da altri parametri politici. Noi, ad Anoeta, non abbiamo fatto che fornire un metodo per questo. Questo è stato il merito della sinistra indipendentista.
Ma come va inteso questo gesto di ETA? È solo un gesto di buona volontà oppure indica che vi sono già delle solide basi concordate?
In attesa che ETA esponga chiaramente quali sono state le ragioni che accenna nel suo comunicato, io credo che abbia visto condizioni oggettive e soggettive che permettono di avviare un processo democratico. Un processo che si concluda con un grande accordo che renda definitiva la risoluzione del conflitto politico ed armato. Sarebbe un’iniziativa di tregua permanente che non apre il processo, ma che si somma agli ingenti sforzi fatti da settori popolari di questo paese.
Rodríguez Zapatero ha detto che si raccoglie ciò che si semina. Le pare che abbia seminato?
Io credo che Zapatero abbia mantenuto un atteggiamento che noi a volte abbiamo valutato positivamente ed altre in maniera assolutamente negativa. Il maggior passo che ha compiuto per creare delle condizioni, è probabilmente la dichiarazione del Congresso. Ma a seminare le condizioni, sono stati fondamentalmente la sinistra indipendentista e tutti i settori che hanno lottato in questo paese per costruire questa opportunità. Conviene ricordarlo, ora che tutti si appuntano medaglie e sembra che tutti abbiano contribuito. A costruire questa opportunità siamo stati noi, tutti gli uomini e tutte le donne della sinistra indipendentista, la gente che ha collaborato con noi nel Forum di Dibattito Nazionale, coloro che stanno all’interno della strategia di costruzione nazionale, coloro che sono impegnati nella difesa dei prigionieri, noi che manifesteremo il 1° aprile…
Molti portavoce indicavano il cessate il fuoco come quel «punto zero» a partire dal quale tutto deve iniziare a girare. Cominciando da dove?
Secondo noi, questo è un errore. Il processo non inizia il 24 marzo, era in gestazione da qualche mese. Il futuro di questo processo dipende fondamentalmente dal popolo basco e dal fatto che i soggetti politici, sociali e sindacali che lo rappresentano siano capaci di affrontare, una volta per tutte, in maniera definitiva, uno scenario di pace stabile, giusta e duratura per questo paese. Questo significa accettare una regola di aritmetica democratica: che tutti accettiamo ciò che decidono i baschi. Questo è il grande contributo della sinistra indipendentista a questa congiuntura politica. L’ultimo contributo è stato la mobilitazione di Santurtzi e Portugalete (località d’origine degli ultimi due prigionieri politici baschi morti in carcere, N.d.T.) e la giornata di sciopero e mobilitazione. Coloro che vi hanno preso parte, sono quelli che più si sono impegnati per questa opportunità e la si deve a loro.
Ora entriamo in una fase di iniziative bilaterali e non di gesti meramente unilaterali come accaduto finora?
In questo momento iniziamo una tappa nella quale la responsabilità esige che nessuno giochi carte in modo unilaterale, ma che lo si faccia in maniera concordata. Ciò che spetta a noi, è intensificare ulteriormente il grado di relazione politica con le altre formazioni ed avanzare nella costruzione di basi solide e di un accordo che permetta di creare un tavolo multipartitico, che metta in moto il processo.
Questi contatti devono già essere pubblici?
Credo che attraverseremo ancora una fase nella quale questi contatti si manterranno con una certa discrezione. Fra l’altro, questa opportunità, è stata possibile perché i contatti sono stati tenuti con una certa discrezione da anni. Bisogna affrontare le cose con una certa prudenza. Il livello di fiducia che si è potuta dimostrare ed il fatto che dirigenti del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo, N.d.T.) e della sinistra indipendentista abbiano mantenuta aperta una via di comunicazione al di là di congiunture elettorali e di parte è, fra l’altro, ciò che ha reso possibile tutto questo.
Negli ultimi mesi, si è usata contro Batasuna quella frase di Anoeta, che dice di «portare il conflitto fuori dalle strade per portarlo al tavolo dei negoziati». Come bisogna leggerla, oggi?
Come prima, negli stessi termini nei quali è stata presentata. Questa frase, che dissi ad Anoeta, si è tentato di manipolarla al massimo. In primo luogo, dal punto di vista di qualsiasi militante di sinistra, è chiaro che la strada è uno strumento per il protagonismo della gente, del popolo, quindi nessuno smetterà di lottare nelle strade. Altra cosa è che questo si esprima in un’altra maniera. Ciò che abbiamo fatto allora, è stato raccogliere alcune parole di Alec Reid (religioso irlandese, protagonista del processo di risoluzione di quel conflitto, N.d.T.), nel senso di togliere il conflitto da parametri di scontro armato o violento nelle strade per portarlo ad un tavolo di negoziato e risolverlo, ma non rinunceremo al protagonismo popolare nelle strade. Questa ci pare, inoltre, una misura d’igiene democratica, che può consentire di avallare il processo.
Avete sempre messo in guardia dalle provocazioni e, nelle ultime settimane, queste sono state chiare; ma a partire da ora, possono anche aumentare? E in quali ambiti?
In un processo con queste caratteristiche, le provocazioni possono venire da ambienti che hanno un estremo timore di uno scenario democratico. Abbiamo sentito leader politici dell’estrema destra spagnola dire che i militanti devono prepararsi ad una fase dura… pare che ora le fasi dure siano le tregue di ETA. Con ciò, non fanno che mostrare l’estrema debolezza delle loro posizioni politiche. In un dibattito politico, sono incapaci di mantenere le loro posizioni, perché sanno che abbiamo ragione, sanno che nessuno può negare a questo paese il carattere di nazione e sanno che nessuno dotato di buon senso può dire che noi baschi non abbiamo diritto di decidere il nostro futuro. Questa è la loro grande debolezza e la nostra grande forza e la sinistra indipendentista si presenta a questo processo con enorme forza, perché sa che ciò che va a sostenere al tavolo dei negoziati è ciò che pensa la grande maggioranza della società basca e, oserei dire, una gran parte dell’opinione pubblica spagnola progressista. Perché sostenere, oggi, che va bene il diritto a decidere del Montenegro o del Sahara Occidentale e negarlo ai baschi è una posizione estremamente difficile da difendere.
Le pare positivo che Rodríguez Zapatero si riferisca, nella sua prima dichiarazione dopo il cessate il fuoco, alla sua fiducia nella società basca?
Io non so se lui ha fiducia nella società basca, noi abbiamo una fiducia estrema e siamo convinti che, con l’evoluzione politica che c’è stata negli ultimi anni, oggi, uno scenario di non riconoscimento del diritto a decidere del popolo basco sia difficilmente compatibile con l’aspirazione della maggioranza di questa società. Con l’ingegneria politica e l’intelligenza, questo tavolo deve contribuire a fare di una regola di gioco democratico, quale è il diritto a decidere, un’approssimazione politica per tutti i settori di questo paese. Il giorno nel quale tutti i settori politici di questo paese riconosceranno Euskal Herria nel suo ambito geografico e riconosceranno la facoltà di decidere come norma prima di convivenza, avremo dato un grande contributo per strutturare la nazione basca in termini civici ed in termini democratici.
Queste aggressioni delle ultime settimane avevano sicuramente un fine chiaro, che era sostenere che la sinistra indipendentista arriva a questo momento costretta. La preoccupa che si faccia questa lettura in chiave di debolezza?
Non mi ha mai preoccupato. La forza di un settore non si misura in funzione di ciò che è avvenuto nelle ultime ventiquattro ore. Dov’è la forza politica della sinistra indipendentista? È nell’avere sconfitto la transizione politica spagnola, nell’avere messo in crisi gli ambiti politici, nell’avere inserito stabilmente nel dibattito politico il diritto a decidere e la territorialità e nel sapere che, oggi, la maggioranza del popolo basco accetta con naturalezza che Euskal Herria è una nazione di sette territori, plurale e dotata del diritto a decidere in pace ed in libertà. Questa è la grande vittoria. Che colpiscano strutture ci procurerà maggiori o minori danni, ma la nostra forza è il popolo, non c’è forza maggiore che il popolo e per questo partecipiamo a questo processo con una forza assoluta, con fiducia e tranquillità politica, perché ciò che andremo a sostenere a questo tavolo è ciò che sostiene la maggioranza del paese.
Vede possibile che, in questo scenario, il Governo spagnolo ordini la sua incarcerazione?
Sì, lo vedo possibile. Altra questione è che questo renderebbe difficilmente comprensibile la credibilità del processo. Ma è già accaduto con Juan Joxe Petrikorena (responsabile del settore comunicazioni di Batasuna, N.d.T.), con Juan Mari Olano (ex responsabile del movimento per l’amnistia ai prigionieri politici baschi, N.d.T.)… Ciò che è evidente è che c’è un’aggressione strutturale contro la sinistra indipendentista, in termini di Audiencia Nacional (Tribunale Speciale, N.d.T.), di persecuzione poliziesca, di rapporti di polizia, di apartheid politica… Pertanto, non è un’aggressione contro Arnaldo Otegi, Olano o Petrikorena, è un’aggressione strutturale contro la sinistra indipendentista che, in questa situazione, deve cessare immediatamente. È evidente che, se così non fosse, staremmo costruendo qualcosa che non ha basi solide.
Chi sarebbe maggiormente danneggiato dalla decisione di incarcerarla?
In questi momenti, l’incarcerazione di Arnaldo Otegi, come quella di Juan Joxe Petrikorena o quella di Juan Mari Olano, metterebbe la palla nel campo dello Stato. La sinistra indipendentista ha già accreditato sufficientemente quale sia il suo livello di volontà e di impegno per uno scenario nuovo. Se, una volta accreditata questa volontà, si perseguisse la perpetuazione del conflitto, sarebbe un errore immenso. Confido che lo Stato spagnolo ed il suo Governo saranno capaci di comprendere che una dinamica di questo tipo condurrebbe il processo ad una mancanza di credibilità; credibilità che può non essere indispensabile ma che sarebbe molto importante.
All’interno del PSOE si sono sentite riflessioni molto differenti sulla figura di Arnaldo Otegi, sulla sua condizione di interlocutore no… che conclusioni ne ha tratto da tutto questo?
La sinistra indipendentista ha sempre sostenuto di avere un’interlocuzione collettiva. Abbiamo risorse umane sufficienti per mantenere il livello di interlocuzione con lo Stato spagnolo e con quello francese. Rifiuto un dibattito sull’interlocuzione personale. Io non rappresento Arnaldo Otegi ad un tavolo, io rappresento un settore popolare che ha combattuto in questo paese, ha vinto una battaglia politica e che continua a lottare. Non mi interessa quale sia la predisposizione del PSOE a riconoscermi come interlocutore. Alla fine, deve riconoscere la sinistra indipendentista ed il suo interlocutore. Non c’è processo senza Batasuna al tavolo dei negoziati, non c’è processo se Batasuna non recupera tutti i suoi diritti e le aggressioni contro Batasuna e contro i suoi militanti sono aggressioni contro il processo, contro l’interlocuzione che è Batasauna.
C’è un altro spazio nel quale lo Stato spagnolo sta giocando molto duro, che è quello dei prigionieri. Cosa deve accadere, rispetto a questa questione, ora?
Dobbiamo essere particolarmente prudenti nel trattare questo tema. Dobbiamo renderci conto, da una parte, che lo Stato ed il PNV (Partito Nazionalista Basco, N.d.T.) hanno interesse nel far vedere che questo processo è di «pace in cambio di prigionieri», mentre noi insistiamo sul fatto che è un processo di «pace in cambio di democrazia e giustizia per il popolo basco». Ma, detto questo, è evidente che il livello di repressione e di aggressione contro il Collettivo dei prigionieri politici nelle carceri spagnole e francesi deve scomparire; in primo luogo, perché il Collettivo deve essere un soggetto che collabori al processo e, per questo, bisogna rispettarne la dignità e la capacità di attività politica.
Guardando a precedenti processi di pace non andati a buon fine, di quali insegnamenti tiene conto in modo particolare?
In primo luogo, sapere che questo è un processo lungo, duro e difficile. Zapatero lo dice e noi lo confermiamo. In secondo luogo, che questo è un processo di lotta: abbiamo raggiunto un importante primo stadio, che è obbligare tutti a condividere con la sinistra indipendentista la riflessione secondo la quale bisogna sedersi ad un tavolo e concordare nuove basi politiche per questo paese, parlare di cosa è Euskal Herria e di come si rispetta la sua facoltà di decidere. Ciò che bisognerà comprendere ora, è che questo è un processo di lavoro, di lotta, di accumulazione di forze sul terreno sociale, popolare, elettorale… Nessuno ci regalerà nulla, bisogna continuare a lottare. Io credo che questo sia l’insegnamento fondamentale. Il processo di negoziazione ed il suo culmine con successo non dipendono tanto da quanto saremo abili al tavolo di negoziato, ma dal fatto che la sinistra indipendentista, a questo tavolo, rappresenti, insieme ad altri, le aspirazioni popolari maggioritarie e queste devono manifestarsi nella vita sociale, politica e sindacale, perché questa è la migliore garanzia che il processo si concluda positivamente.
Che atteggiamento si attende dal PNV? Dopo Lizarra (l’Accordo di Lizarra-Garazi fu quello che, nel 1998, permise di iniziare un processo di pace poi interrotto, N.d.T.) voi diceste che uno degli errori fu accordarsi con una parte del PNV, ma non con tutto il PNV e questa divisione fra due settori ora appare più evidente che mai, non è così?
Il PNV, in questo momento, è percepito dal popolo basco come un partito diviso in due, ma bisogna tenere conto del fatto che comanda chi comanda ed a comandare non sono esattamente i settori più entusiasti della situazione di Lizarra-Garazi. Non ci attendiamo grandi cose dal PNV. Ci aspettiamo che, innanzitutto, sarà un fedele alleato dello Stato e che, pertanto, interpreterà più il ruolo di chi cerca di fare una sintesi fra le posizioni del PSOE e quelle della sinistra indipendentista che quello di chi mantiene posizioni ferme in termini democratici e nazionali. Questo va tenuto presente. Ma altra questione è se questo PNV ha spazio di manovra o no per fare un pasticcio come trent’anni fa e pensiamo che non l’abbia. L’unica garanzia che questo non torni a ripetersi, è che vi sia un polo popolare, direi maggioritario, che si ponga fin dall’inizio in una posizione di ferma difesa di Euskal Herria come nazione e del diritto a decidere. Non possiamo permettere al PNV di recedere da questa posizione al tavolo dei negoziati. A partire da questo, sappiamo abbastanza bene che il PNV di Imaz, quello della Dichiarazione di San Ignazio, quello che ci ha picchiati in piazza a Santurtzi ed a Portugalete è un PNV che giocherà come alleato dello Stato, perché il suo unico obiettivo, in questo processo è, se si riesce a raggiungere uno scenario di non-conflitto, quello di continuare a gestire le istituzioni di Gasteiz (sede del Governo Autonomo Basco, N.d.T.) ed a fare affari.
Il fatto che il PNV sia rimasto estraneo alla promozione di questo processo, rappresenta un rischio aggiunto? Non è stato presente al Bilbao Exhibition Center (dove la sinistra indipendentista ha presentato la sua proposta, N.d.T.), non sarà presente alla manifestazione del 1 aprile…
Semplicemente, è coerente con la Dichiarazione di San Ignazio. Lì, dice allo Stato una cosa abbastanza semplice: per risolvere il conflitto bisogna accettare la facoltà di decisione per il popolo basco, però, da lì in avanti, la garanzia è che il PNV non giocherà per creare uno Stato indipendente. A partire da questa rinuncia all’indipendentismo, si offre come alleato fedele dello Stato. Gli dice «io, che sono un partito egemone (per ora, direi io), ti garantisco che non creerò uno Stato indipendente». È ciò che ha fatto Convergencia i Unió in Catalogna. Però, qui, il PNV ha diversi problemi: uno è che la maggioranza del paese non è più disposta ad accettare questi pasticci ed un altro è che la base dello stesso PNV digerirebbe male un pasticcio come quello di trent’anni fa. Ma a partire da lì, il PNV agirà come un alleato dello Stato, senza dubbio.
Lei parla di un processo lungo, duro e difficile, ma quanto lungo duro e difficile?
Fino a quando non sarà risolto. Non sappiamo quanto tempo potrà essere necessario, ma prevediamo che un conflitto che dura da secoli, difficilmente si risolverà in qualche mese e, pertanto, è un processo che vivrà alti e bassi, momenti difficili, forti pressioni… un processo nel quale bisognerà lottare, mobilitarsi, lavorare nelle istituzioni. Bisogna affrontarlo come una maratona. Scenderemo in campo; se lo faremo, significa che abbiamo concordato le regole del gioco, ma la partita sarà lunga, con molti tempi supplementari e speriamo che, alla fine, si svolga in condizioni democratiche e che porti ad un risultato favorevole agli interessi popolari di questo paese. Noi abbiamo un vantaggio: la maggioranza del pubblico è d’accordo con ciò che diciamo.
La sinistra indipendentista ha già valutato come dare risposte agli scogli che si presenteranno: la questione dei prigionieri, quella delle vittime…?
Evidentemente, ci sarà chi utilizzerà temi sensibili per cercare di frapporre ostacoli, ma io proporrei una riflessione ed un concetto che, a suo tempo, utilizzò Tomás Borge nella rivoluzione nicaraguense: la paziente impazienza. Bisogna essere abbastanza pazienti da sapere che le cose non cambiano dalla sera alla mattina e bisogna avere ogni giorno l’impazienza di cambiare le cose il più rapidamente possibile. Ma sempre guardando il processo da una certa prospettiva. Oggi, mi azzarderei a dire che c’è un cessate il fuoco permanente di ETA, che abbiamo svolto tutto un percorso nel Forum di Dibattito Nazionale, che c’è l’Accordo Democratico di Base, che c’è la manifestazione del 1 aprile e che tutti sono contenti perché ETA ha fornito un contributo a questo sforzo collettivo, ma domani i famigliari dei prigionieri continueranno a fare loro visita, i prigionieri continueranno ad essere tali, noi siamo stati convocati dalla Audiencia Nacional, le forze di occupazione non se ne sono andate dal paese… Riassumendo, siamo all’inizio di un processo lungo.
Come convincere gli scettici che questa è la volta buona?
Beh, fino ad oggi la domanda era «perché lei è ottimista e di quali dati è in possesso». La gente deve avere fiducia in una cosa; quando la sinistra indipendentista ha detto delle cose, presto o tardi queste si sono dimostrate vere. Ciò che è successo oggi, certifica che quando dicevamo che nelle settimane successive avremmo visto degli avvenimenti era la verità: non solo questo, ma anche l’avvicinamento fra UGT (sindacato di ambito nazionale spagnolo, N.d.T.) e LAB (sindacato vicino alla sinistra indipendentista, N.d.T.)… Tutto questo ci fa essere coscienti del fatto che bisogna avere fiducia nella gente, nelle nostre forze. Nessuno ci regalerà nulla, bisogna continuare a lottare, ma abbiamo una grande opportunità, costruita fondamentalmente dalla sinistra indipendentista. Bisogna approfittarne. Per cosa? Per continuare a lottare per l’indipendenza e per il socialismo.
E cosa vi aspettate dall’ambito internazionale, con cosa può contribuire?
È fondamentale un impegno, soprattutto dall’ambito europeo.Noi baschi siamo un problema europeo, che riguarda due stati dell’UE. Oggi, questo paese è sotto una lente e dobbiamo approfittarne per parlare con il mondo, per dirgli che noi baschi vogliamo semplicemente votare, decidere, che si rispettino la nostra condizione nazionale, i nostri diritti linguistici… La comunità internazionale può giocare un ruolo di garante in questo processo.
Il prima possibile. Otegi non vuole stabilire termini temporali per il tavolo multipartitico che è la chiave della soluzione, ma rifiuta che «si allunghino inutilmente». Avverte che c’è il rischio di sminuirlo e che il suo finale non è scritto.
In questi anni di colloqui con partiti come il PSE (Partito Socialista di Euskadi, N.d.T.), avete già trovato gli ancoraggi solidi che cercate per il tavolo del negoziato?
Ci stiamo lavorando. A suo tempo, pubblicamente, prospettammo che per costruire questo tavolo di dialogo e di risoluzione era necessario condividere una diagnosi, alcuni principi, alcuni impegni, un metodo per l’assunzione di decisioni, una copertura internazionale… Ci siamo. Ciò che la situazione attuale consentirà, è sbloccare definitivamente, se ne esiste la volontà, questa ricerca, affinché questo accordo sia possibile nelle prossime settimane. Perché ora tutte le scuse si sono esaurite.
Dunque, si può dire che il tavolo è ora irreversibile ma che ancora non si sa di cosa si parlerà, né come?
La situazione attuale ci consentirebbe di dire che, a partire dalla lotta della sinistra indipendentista, dall’erosione degli ambiti e dalla percezione popolare maggioritaria, c’è la certezza che la divisione territoriale e la mancanza di facoltà di decisione sono un fallimento politico. Curiosamente, ho sentito un dirigente del PP dire che gli ambiti che si impongono non sono ambiti che durano. Mi piacerebbe che applicassero a loro stessi questo concetto. Tutto ciò che si è imposto qui è stato un fallimento politico e non ha fatto che generare conflitto. Pertanto, ora si tratta di affrontare il futuro secondo parametri differenti. Cosa abbiamo ottenuto? Certificare che questi ambiti sono in crisi. Certificare che tutti comprendono che sono necessarie basi politiche nuove. Certificare che questo va fatto in maniera negoziata e concordata. Certificare che a questi tavoli e forum multipartitici bisogna affrontare il tema della territorialità, dell’esistenza del popolo basco e del suo diritto a decidere. Questo è lo stadio che abbiamo raggiunto; a partire da qui, sarà una lotta lunga, difficile e della quale non è scritto il finale.
Dunque, si accetta, per esempio, di dare un certo tempo alla creazione del tavolo di partiti politici, come proponeva Josu Jon Imaz (Presidente del PNV, N.dT.) qualche settimana fa?
Josu Jon Imaz ha un problema. Lui pensa che costruire il tavolo di partiti contemporaneamente al verificarsi della tregua avallerebbe le tesi sostenute dalla sinistra indipendentista negli ultimi trent’anni, ma io credo che queste tesi siano già state assolutamente avallate. Ora nessuno nega la ragione storica e politica alla sinistra indipendentista; questo è evidente quanto il fallimento di coloro che trent’anni fa tentarono di costruire un ambito politico che non ha provocato che sofferenza, divisione territoriale, mancanza di sovranità eccetera. Senza fretta ma senza pause, ora si tratta di fare sì che la responsabilità dei partiti permetta di costruire un tavolo o un forum il più presto possibile. Senza darci delle scadenze, ma senza che si rimandi inutilmente.
Continua a sussistere il rischio che questo tavolo si componga su un altro appoggio, quale, ad esempio, un tavolo di riforma dello Statuto?
Questo rischio è sempre presente, anche se penso che l’evoluzione della società basca non lo renda possibile. Qui tutti sono coscienti, piaccia o no, che questo tavolo deve cercare di risolvere il conflitto politico ed il conflitto esiste non perché noi abbiamo o no competenze sulla Sicurezza Sociale ma perché non ci si riconosce come nazione, né ci si riconosce il diritto a decidere. Questo è ciò che bisogna evidenziare e sottoporre a consultazione in tutta Euskal Herria.
Ibarretxe (Presidente del Governo Autonomo Basco, N.d.T.) ha già aperto un altro giro di colloqui con i partiti per tentare di porsi alla testa di quello che potrà essere un tavolo multipartitico. Come valuta, questo, Batasuna?
Quando il lehendakari (Presidente, N.d.T.) ha prospettato l’uscit dal conflitto in termini di contenuti politici, di Euskal Herria, di facoltà di decisione, noi abbiamo sempre valutato positivamente. Rispetto ad un tavolo guidato da lui, noi abbiamo sempre detto la stessa cosa: questo tavolo non può vedere esclusioni politiche né territoriali e, per questo, non c’è alcun tavolo al Parlamento di Gasteiz, non c’è alcun tavolo nel territorio della Comunità Autonoma Basca, bisogna istituire un forum di carattere nazionale. Il lehendakari ha delle difficoltà strutturali per guidarlo. Per chiarire definitivamente la questione della guida, perché ora tutti dicono di avere contribuito enormemente, ciò che diciamo è che il processo è l’insieme del popolo basco e la guida deve essere condivisa da tutti coloro che vi partecipano. Non ci sono leader-star in questo processo, tutti dobbiamo essere leader perché alla fine è un processo del popolo basco, non di ETA, né della sinistra indipendentista, né del lehendakari, né di Miguel Sanz (Presidente del Governo Autonomo di Navarra, N.d.T), né di Carlos Chivite (Segretario del Partito Socialista di Navarra, N.d.T.), né di Daniel Poulou (Deputato al Parlamento francese per il Dipartimento dei Pirenei Atlantici, N.d.T.)…
La conclusione del caso dello Statuto catalano, in qualche modo la scoraggia? Carod-Rovira (Vicepresidente del Governo Catalano, N.d.T.) ha concluso, ad esempio, che è impossibile che Madrid riconosca che esistono altre nazioni…
Dalla Catalogna bisogna trarre parecchie lezioni. In primo luogo, ciò che si è proposto dal Parlamento catalano è una riforma dello Statuto, cosa che noi non proponiamo. Noi proponiamo una risoluzione del conflitto e lo facciamo ad un tavolo di partiti, non in sede parlamentare. In secondo luogo, se si raggiunge un accordo tra le formazioni politiche basche, non si accetterà di tornare a negoziarlo a Madrid; a Madrid si negozia solo l’applicazione di questo accordo e tutti dobbiamo essere fermamente determinati a difenderlo in maniera unanime. Un’altra grande lezione è che la mancanza di mobilitazione popolare in Catalogna, dove la si è rinviata quasi al momento del fallimento, è un grave errore, lo dico senza alcuna intenzione di critica, né di ingerenza. Il popolo deve spingere il processo fin dal primo momento nella direzione che interessa alla maggioranza popolare, che è quella di risolvere il conflitto in questi termini: Euskal Herria è una nazione che ha il diritto di decidere, nella maniera che concorderanno i soggetti politici.