www.resistenze.org
- popoli resistenti - spagna - 15-07-12 - n. 418
da www.lamanchaobrera.es/?p=15675
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Soy Minero
di Isaac Rosa
12/07/2012
Che in questi tempi iper tecnologizzati siano dovuti essere i minatori coloro che indicano la strada agli altri lavoratori, lascia da pensare. Che nell'epoca delle imprese flessibili, della società dell'informazione, dell'economia globale, della ricchezza virtuale e dei lavoratori dislocati e deideologizzati, siano dovuti essere i vecchi minatori, con i loro duri utensili, le loro callose mani e la loro forte coscienza di collettivo, coloro che accendono la luce e ci indicano il cammino da seguire, dovrebbe farci riflettere su quanto è successo ai lavoratori negli ultimi anni, su cosa abbiamo fatto e non fatto, su quello che ci hanno fatto e che noi abbiamo lasciato fare.
Qualcuno potrebbe dire che il protagonismo dei minatori in questi giorni è pura coerenza: se la crisi e le politiche anti-crisi suppongono per i lavoratori un salto indietro nel tempo, un ritorno al XIX secolo, niente di meglio che i minatori in testa alla manifestazione, coloro che con tanta enfasi incarnano gli inizi del movimento operaio. Ma questa non è solo una questione di coerenza storica, ma molto di più.
Le scene emozionanti vissute in ogni città in cui sono passati i minatori nel loro cammino verso Madrid, l'accoglienza, le parole d'incoraggiamento, l'aiuto ricevuto, la solidarietà diffusa in tutto il paese, nelle strade e sui social network e infine l'accoglienza nella capitale e l'appoggio alla loro protesta di molti lavoratori, dovrebbe essere una scossa, che segna una svolta nella costruzione della resistenza collettiva. I minatori hanno rotto qualcosa, hanno risvegliato qualcosa che dormiva in noi, ci hanno dato una spinta.
Non c'è alcuna piccola componente di simpatia che sfugge alle ragioni della loro protesta. Vi è una certa giustizia storica, la memoria, il sentimentalismo operaio se si vuole, nell'amore che i minatori ricevono in questi giorni e dico amore di proposito, perché a volte è amore, piuttosto che comprensione delle loro richieste. La figura del minatore, con il suo casco, con la sua lampada ed il viso annerito è fortemente radicata nell'immaginario della classe operaia da secoli, quindi non funziona l'abituale discorso dei "privilegiati" utilizzato da alcuni della destra mediatica (per questo e perché la miniera è da sempre il più difficile e pericoloso posto dove lavorare, per la fatica, gli infortuni, le malattie e gli incidenti che non si adattano bene a nessun privilegio). Per questo, per la condizione popolare di eroi della classe operaia (dimostrata, del resto, in molti episodi della lotta eroica nei secoli), è naturale che i minatori incontrino tutto questo calore nel loro cammino dai popoli. Non credo che una marcia a piedi, per esempio, di camerieri, muratori, giornalisti e funzionari, avrebbe ottenuto supporto, tanto amore, tanti ricevimenti, tributi e adesioni, per giuste che fossero le loro richieste.
Ma al di là di questa componente emotiva, importa il momento in cui si sta producendo questa sollevazione dai pozzi. In un momento di terrore economico come questo, quando i lavoratori si sentono braccati, senza speranze e la nostra resistenza è limitata a indovinare dove arriverà il prossimo colpo, la comparsa sulla scena dei minatori può essere la piccola luce alla fine del tunnel (il tunnel in cui camminano perduti i lavoratori perduti, non il topico tunnel dell'uscita dalla crisi in cui l'unica luce che si vede è quella del treno che arriva contro), il segnale che aspettavamo. I minatori ci stanno dando una lezione che non dobbiamo perdere che va al di là delle loro rivendicazione per giuste che esse siano.
E lo sono. I minatori hanno ragione nella loro lotta e non mi soffermo adesso sul perché hanno ragione. L'hanno per tutti i motivi che avete sentito e letto in questi giorni, ma anche se non avessero avuto questi motivi, avrebbero lo stesso la ragione dalla loro parte, per una elementare questione di giustizia storica. Lo dobbiamo a loro e alle precedenti generazioni di minatori e questo è sufficiente per noi per essere obbligati a rispettare il loro modello di vita e i loro territori e offrirgli soluzioni degne senza lesinare un soldo, che sono spiccioli rispetto ai salvataggi finanziari.
Ma insisto: ciò che mi interessa adesso, non è tanto la loro lotta in particolare (che appoggio), ma la lezione di dignità, solidarietà e resistenza che stanno dando agli altri lavoratori. Tutti siamo stati chiamati in questi giorni dalla lotta dei minatori, in due direzioni: perché nella loro richiesta per un futuro degno ci ritroviamo tutti; e perché la forza della loro lotta rende più evidente la nostra scarsa risposta agli attacchi subiti.
Per quanto riguarda il primo punto, la rivendicazione dei minatori è estendibile a tutti noi. Nei minatori vediamo il nostro passato, la nostra coscienza di classe che ad un certo punto abbiamo perso, le possibilità di lotta collettiva che non incontriamo oggi. Ma soprattutto, vediamo in loro il nostro futuro: nel loro grido per non essere abbandonati, per sopravvivere, di non vedere le loro città e villaggi devastati dalla disoccupazione e dall'inattività, vi è un assaggio del futuro che attende tutti noi, convertendo tutti in lavoratori abbandonati al loro destino, condannati a un lungo periodo di carenza, miseria, in balia di un vento che non lascia nulla in piedi; con milioni di posti di lavoro in via d'estinzione e tutta la Spagna trasformata in una grande regione mineraria minacciata dalla desolazione e dalla mancanza di prospettive.
Per quanto riguarda il secondo punto, la classica durezza col quale resistono i minatori, che rispondono alla violenza con la violenza, ci impone di trovare un'altra parola per quello che facciamo noi, che spesso utilizziamo in modo esagerato la parola resistenza. Mentre noi "incendiamo" i social-network, i minatori realmente hanno dato fuoco alle barricate sulle autostrade. Mentre abbiamo convocato uno sciopero ogni due anni, senza troppa convinzione e soprattutto senza soluzione di continuità, i minatori hanno proclamato lo sciopero a tempo indeterminato per settimane, inflessibile. Mentre scriviamo post e tweet di protesta contro i tagli (me per primo), loro si chiudono nei pozzi, paralizzano il traffico, mettono sul piede di guerra intere regioni e finalmente hanno iniziato ad andare lungo la strada. Mentre noi dipingiamo ingegnosi striscioni e componiamo simpatici grida in segno di protesta, loro si scontrano faccia a faccia con la Guardia Civil. Mentre twittiamo e mettiamo migliaia di "mi piace" per sostenere le rivendicazioni dei gruppi più colpiti, loro vanno di villaggio in villaggio a dare e ricevere abbracci, condividere il cibo e l'alloggio. Mentre noi aspettiamo la data del prossimo anniversario per tornare nelle strade, loro si sono piantati in Puerta del Sol, dopo aver occupato le strade di tutte le città attraverso le quali sono passati.
La lezione è chiara: di fronte all'attacco contro i lavoratori, questi non sono i tempi di hashtag, ma di barricate. Contro l'effimera solidarietà nei social network e l'indignazione innocua, è il momento di camminare insieme, condividere luoghi o marce, stando nelle strade, abbracciandoci come si abbracciano in questi giorni i minatori con coloro che gli attendono all'ingresso di ogni paese.
Pertanto, il governo non può permettere ai minatori di dare questo impulso, perché in caso di successo, sarà un cattivo esempio per gli altri lavoratori, potrebbero prender atto, imparare la lezione, seguirne l'esempio per essere ascoltati, per non essere calpestati, per non continuare a perdere: lottare, resistere, costruire reti di solidarietà, essere fermi, giungere fino alla fine, occupare le strade, ritornarci. Per questo, la durissima repressione della polizia contro i minatori e la loro criminalizzazione mediatica.
Per le stesse ragioni i lavoratori hanno bisogno che i minatori diano questo impulso: la loro vittoria apre la strada a tutti noi e al contrario la loro sconfitta rende più difficile la nostra resistenza. Così oggi siamo tutti minatori e dobbiamo essere con loro. Per la giustizia, la storia, la memoria, perché se lo meritano. Ma anche per tutti noi, perché se loro temono per il loro futuro, il nostro è più che nero, nero carbone.
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