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Le riforme del lavoro. O come i vari governi legiferano secondo i dettami del capitale

Severino Menendez | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/03/2014

Negli ultimi quattro decenni il quadro giuridico del lavoro ha subito innumerevoli modifiche. Le oltre cinquanta riforme del lavoro varate ad oggi sono riuscite a sbarazzarsi di quel quadro di diritti conquistati dai lavoratori e che raggiunse il suo picco tra la fine della dittatura e l'inizio della transizione politica spagnola, quando la classe operaia godette di un sistema giuslavoristico molto più favorevole che l'attuale. Ovviamente nessun diritto fu regalato alla classe operaia spagnola ma invece conquistato al calore di due decenni di lotte operaie che percorsero tutto lo stato sin dai primi anni '60.

Furono due decenni di lotte sviluppatesi in un quadro di completa assenza delle più minime garanzie per l'esercizio della libertà politica. Due decenni di lotta politica di massa e del sindacalismo di classe che riuscirono a raggiungere molte conquiste: la contrattazione collettiva, l'aumento dei salari indicizzati al IPC (Indice Prezzi al Consumatore, ndr), la causalità nell'impiego, la parità di trattamento salariale a parità di lavoro, l'applicazione del Contratto Collettivo a tutti i lavoratori di una stessa azienda, l'introduzione della giusta causa come presupposto al licenziamento, l'indennizzo per licenziamento ingiusto pari a  45 giorni per anno lavorato fino a 48 mensilità, la libertà sindacale, il diritto di sciopero, la creazione dei comitati d'impresa come rappresentanza unitaria dei lavoratori e lavoratrici, ecc.

Ma a nessuno sfugge il fatto che lo stato borghese, come ogni stato, è l'articolazione della dittatura di una classe sulle altre. E in questo caso della classe che detiene il capitale e possiede i mezzi di produzione su coloro che per soddisfare le proprie necessità vitali abbiamo solo la possibilità di vendere la forza lavoro.

Viviamo in una società governata dal modo di produzione capitalistico, dove la produzione di beni di consumo risponde alla logica del profitto e non alle necessità sociali e individuali dell'insieme della popolazione. Pertanto, il prodotto del lavoro salariato diventa merce e il suo unico ruolo nel mercato è quello di realizzare il plusvalore del quale si appropria il proprietario dei mezzi di produzione. Tutto questo, può sembrare una banalità, ma è importante tenerlo sempre a mente, dato che ogni modo di produzione della storia dell'umanità si dota di un modello politico che dà copertura e legittimità allo stesso. O detto in altro modo, lo Stato si costruisce per generare una dittatura della classe dominante che viene assunta come legittima dalla classe o classi dominate per inculturazione, alienazione, repressione o una miscela delle tre.

Questa è la prospettiva in cui dobbiamo inquadrare le oltre cinquanta riforme del lavoro. Ma per quanto dittatura, le leggi oggettive dello sviluppo economico capitalistico fanno sì che il capitale, per quanto si cerchi di evitarlo, affonda sempre di più in una crisi strutturale di sovraccumulazione che rende impossibile mantenere un ritmo adeguato di crescita del suo tasso di profitto. Molte sono state le bolle economiche con le quali il capitale ha rinviato l'inevitabile, ma in ogni momento erano consapevoli che l'unica produzione di ricchezza reale viene dalla forza lavoro operaia, e il suo tasso di profitto è possibile mantenerlo solo aumentando il plusvalore. Quindi, al di là degli inganni contabili che precipitano sempre più il capitalismo nella sua crisi, questa consapevolezza della necessità di sovrasfruttare la forza lavoro è stata e sempre sarà presente all'ordine del giorno del nostro nemico di classe.

Un nemico di classe che ha saputo introdurre
in ogni momento modifiche normative atte a distruggere le conquiste economiche e di sicurezza lavorativa, al fine di disarmare la classe operaia e poter giungere a costringerci a lavorare per giornate interminabili con salari che iniziano a non soddisfare in misura dignitosa le necessità minime di sostentamento e alloggio.

E tutto questo è stato conseguito con successive riforme del lavoro obbedienti al dettame del capitale, emanate dai successivi gabinetti dei governi della borghesia. Prendiamo come esempio il pacchetto di misure che il governo si accinge a introdurre:

Facilitazione del licenziamento, de-causalizzazione dei contratti temporanei, creazione di modalità di contrattazione con diritti irrisori soprattutto per la gioventù, aumento della quota operaia nella previdenza sociale e diminuzione di quella del datore di lavoro, forti tagli ai sussidi di disoccupazione, legalizzazione del prestito sullo stipendio lavorativo e trasformazione in falsi autonomi di migliaia di lavoratori, distorsioni del IPC e introduzione di altri indici per ridurre il potere d'acquisto dei salari, distruzione progressiva del modello pubblico di pensione, distribuzione irregolare della giornata lavorativa, attacco e svuotamento del contenuto della Contrattazione collettiva permettendo clausole di deroga salariale e agevolando le modifiche sostanziali alle condizioni di lavoro, aumento dell'età pensionabile, cancellazione della durata indeterminata dei contratti, forte limitazione del diritto di sciopero proibendolo di fatto durante la contrattazione collettiva per disarmare la parte operaia del suo principale metodo di pressione aggiungendo il quasi obbligo di arbitrato in caso di conflitto collettivo, e molto altro.

Ma tutto questo non è sufficiente per una oligarchia che osserva l'edificio del capitalismo sfaldarsi e che non vede altra soluzione che costringerci a produrre di più per molto meno, non importa che questa formula significhi l'espulsione di milioni di lavoratori dal mercato del lavoro senza indennità di disoccupazione e senza prospettive, con una crescita del  numero di suicidi e incidenti sul lavoro.

Possiamo osservare un elenco schiacciante di regressi, ma anche un crescente grado di aggressività che è essenziale invertire. La classe operaia non può sprecare un altro minuto per sollevare la controffensiva. Il rischio è che il nostro presente e il nostro futuro si circoscrivano nelle condizioni di estrema povertà.

E per questo non possiamo continuare ad avere fiducia nelle promesse dei nostri nemici di classe che attraverso diverse organizzazioni politiche ci vogliono far credere che la fine della crisi è vicina o che una gestione differente del capitalismo ci porterà fuori dalla crisi. La classe operaia può contare solo sulle proprie forze, le stesse di quando storicamente si è messa in piedi sottomettendo i nemici e sapendo che nessuna conquista è definitiva nel capitalismo. Così oggi è necessario che la lotta sia inquadrata nella difesa delle conquiste operaie con criteri di classe e nella prospettiva del socialismo.


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