www.resistenze.org - popoli resistenti - spagna - 27-01-15 - n. 528

Note sul "reddito di base"

Julio Mínguez | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

18/01/2015

Sembra non piacere la posizione del partito sul "reddito di base", rivendicazione ampiamente pubblicizzata da determinati settori mediatici e mantenuta da certi segmenti di sinistra.

Il Partito comunista pone - e a questo fine dirigiamo la nostra attività politica, ideologica e organizzativa - la società comunista come meta "ideale" dell'essere umano, ideale che si pone come aspirazione e come obiettivo. Una società, quella comunista, che elimina non solo lo sfruttamento, il lavoro sfruttato in ogni sua manifestazione. In questa società, inoltre, scompare "la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita". Una società prevista e desiderata nella quale si raggiungano le mete più elevate, nella quale "ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere , la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico".

Questi i grandi obiettivi che ha posto Karl Marx e verso i quali indirizziamo la nostra attività rivoluzionaria per riuscire a concretizzarli.

Ponendo come obiettivo questa grande aspirazione, attualmente il compito del Partito comunista, tutta la nostra azione pratica, si dirige nel porre le basi che permettano di costruire il dominio della classe lavoratrice o, detto in altro modo, la dittatura del proletariato. Da questo, la nostra massima preoccupazione che gli orientamenti e le parole d'ordine consentano alla classe operaia una conoscenza della situazione reale e orientino la sua azione e organizzazione verso il raggiungimento del potere.

Nella teoria marxista e nell'analisi del marxismo-leninismo, il lavoro non è qualcosa di contingente, aleatorio o secondario. Al contrario, è quello che ci ha permesso di trasformarci in essere umani. (Lavoro: l'uomo si pone di fronte alla natura per approfittare, attraverso l'utilizzo di utensili, di quanto natura mette a disposizione). E' per questo che, anche nella società capitalista, riteniamo il lavoro, nonostante sia sottomesso alla schiavitù dello sfruttamento, un diritto che non va ceduto, che deve essere preteso e conquistato attraverso un innalzamento della coscienza, l'organizzazione e la lotta. E che con gli stessi strumenti va mantenuto.

Ma anche il lavoro deve essere un dovere, una aspirazione che, naturalmente, può essere coscientemente assimilata e soddisfatta solo nella società socialista. Il diritto al lavoro, che si basa sul dovere di lavorare, è un diritto solo nel socialismo dove "principio e pratica non si accapiglino più".

Diritto e dovere che non devono esser ostacolati e camuffati con rivendicazioni apparentemente molto sociali, avvolte in un totum revolutum [accozzaglia], in una marea che abbassa la coscienza e la dignità della classe lavoratrice e di ampie masse le quali, nella loro disperazione individuale, sono disposte a tutto pur di non uscire dalla attuale società capitalista. E invece di spiegare questa situazione reale, si offre la soluzione opportunistica - e inoltre accettabile anche dal capitale affinché siano ulteriormente abbassati i costi di riproduzione della forza lavoro, il salario, socializzando una parte di esso -, di un supposto placebo che mitigherà tutti i mali. Sono proposte che occultano l'esistenza primaria, primordiale e cruciale della classe operaia e che viene dissolta nel magma della cittadinanza e dell'individuo libero.

Inoltre e a margine delle sue difficoltà "tecnico-economiche", il "reddito di base" non risponde a nessuna delle virtù che propagandano i suoi difensori. Non è stimolo per l'azione indipendente della classe lavoratrice, né elemento di unità per l'azione trasformatrice. Non tiene conto delle più elementari conoscenze e esperienze della lotta sindacale e politica per la fissazione dei salari nel capitalismo. Né il limite che il tasso di profitto impone al capitale, né quello che il profitto impone al capitalista individuale per compiere investimenti. Ovviamente, si ignora o si disprezzano i rapporti di produzione e l'attuale situazione dell'accumulazione capitalista, per cui qualsiasi concessione alle classi popolari, anche la meno importante, richiede mobilitazioni sociali dall'energia quasi rivoluzionaria. Impedire la reazione borghese implica un potere politico e statale colossale, adeguato alla necessità di espropriare, socializzare, redistribuire la produzione, il lavoro e il consumo. Ossia, quello che vuol dire cominciare a costruire il socialismo.

La prospettiva del "reddito di base" sembra disconoscere le esigenze dell'attuale accumulazione capitalista, che danno a questa richiesta un senso molto differente rispetto alle "buone intenzioni" di coloro che la avanzano. Inoltre si pretende di non ignorare il significato del potere dello Stato, prescindendo tuttavia dalla sua esposizione. In questi due temi risiede tutta l'incoerenza e l'inapplicabilità della trasformazione verso un'altra società. Nonostante quanto dicano in molti, l'accumulazione e il potere non sono il semplice portato della modernità.

Si vuole la centralità del "reddito di base" come strada maestra della trasformazione sociale, la cui realizzazione però, come tante altre cose, esige di non eludere la difficile questione della conquista del potere. Si tratta di un altro elemento illusorio nel catalogo del "trasformare il mondo senza prendere il potere". Cosa che ci condanna alla perpetuazione del capitalismo.

Il Partito comunista ha una posizione molto chiara rispetto al potere dello Stato.

TUTTO PER LA CLASSE OPERAIA!


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