www.resistenze.org - popoli resistenti - turchia - 08-02-16 - n. 575

Intervista esclusiva a A. Güler membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Turchia)

Initiative Communiste | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/02/2016

Intervista realizzata da "Iniziativa Comunista", giornale del Polo della Rinascita Comunista in Francia (PRCF)

IC: Caro compagno ci puoi esporre sinteticamente l'analisi della situazione in Turchia che fa il PC (di Turchia)?

Dal primo governo istituito nel 2002, l'AKP (Partito islamista il cui nome è letteralmente «Partito della giustizia e dello sviluppo») ha significato una sfida contro il regime laico, già troppo fiaccato e deformato dalla politica borghese, soprattutto dopo il colpo di stato del 1980. I militari cosiddetti kemalisti, rafforzarono la reazione religiosa per combattere meglio la sinistra e le classi lavoratrici, stabilendo così una ideologia ufficiale denominata
«sintesi turco-islamista».

Fu a metà degli anni '90 che per la prima volta in Turchia il partito islamista divenne il primo partito nelle urne, conquistando le municipalità delle due più grandi città, Istanbul e Ankara, per non parlare di decine di città sparse in Anatolia, e che riesce a formare un governo di coalizione. Questo partito è quello che diede alla luce l'AKP, e Erdoğan venne eletto sindaco di Istanbul.

La scena politica di quel tempo sembrava in un certo senso quella della Francia di oggi, «l'ordine stabilito» riunisce le correnti centriste, socialdemocratiche, liberali, ecc. (anche filo-curda in quanto questa si classifica sia come socialdemocratica che liberale!) e la critica degli islamisti contro questo gruppo eterogeneo, era naturalmente una critica demagogica, ma molto forte.

Le manovre dei «centristi», quasi impossibile da definire laiche ma che volevano limitare l'islamismo in crescita, portarono al contrario le masse verso le file islamiste. La crisi politica alla fine del secolo terminò con le elezioni del 2002, vinte nettamente dall'AKP, appena creato e che sosteneva non solo un ritorno all'Islam ma anche il matrimonio di quest'ultimo con il neo-liberismo e gli interessi regionali statunitensi, così come l'integrazione o meglio la sottomissione della Turchia all'UE.

E' da notare che l'islamizzazione della Turchia fa parte di un modello imperialista globale, e non può esser considerato come un fenomeno proprio alla società turca. Al contrario, le conquiste storiche delle forze laiche e di sinistra, in particolare le richieste culturali e ideologiche, per nulla trascurabili, hanno preparato il movimento di Gezi Parc nel 2013, che il PC chiama la «resistenza di giugno.»

La questione evidente non è che la maggioranza della popolazione è per un regime islamista, ma che le forze laiche e popolari sono tradite dalla politica borghese in particolare socialdemocratica e kemalista e non sono rappresentate nella scena politica. La resistenza di giugno arriva dopo la sconfitta della Repubblica laica del 1923. La Repubblica borghese e laica del 1923 è impossibile da restaurare, ma d'altra parte, non è facile da sostituire con un regime neo-ottomano e islamista. La crisi politica continua ancora oggi e le classi dirigenti così come l'imperialismo cercano una soluzione di governance della Turchia, che si avvicina giorno dopo giorno ad una esplosione sociale, una guerra civile.

La posizione comunista si riassume in «Repubblica Socialista» che non si potrà ottenere che per via di una rivoluzione socialista. Il 1923 è morto e la classe operaia non lascerà vincere una «seconda repubblica», che rifiuta totalmente le acquisizioni moderne e storiche del paese.

IC: Qual è la vostra valutazione della situazione regionale, con la questione siriana, la tensione tra potenze regionali e gli interventi imperialisti?

Il Partito Comunista e l'Associazione della Pace, membro del Consiglio Mondiale della Pace, hanno organizzato delle manifestazioni mobilitando le masse in tutti questi ultimi anni durante i quali i principali dirigenti del paese hanno commesso gravi crimini di guerra.

All'inizio la politica estera dell'AKP fu presentata sotto il titolo di neo-ottomanismo, che si scontrava con i popoli vicini e l'equilibrio attuale delle forze nella regione. In breve Ankara non ha potuto assumere un ruolo egemonico nel Medio-Oriente.

Quello che resta dell'ottomanismo, sono le politiche avventuriste dell'AKP, a nome dell'imperialismo occidentale in generale, specificatamente degli Stati Uniti. Lo scontro turco-russo non è un'azione e decisione indipendente, ma la Turchia si fa strumento nel quadro delle operazioni imperialiste, come è stato il caso del sostegno dato allo Stato Islamico (ISIS) e ad altre organizzazioni jihadiste. La Turchia di Erdoğan, è solamente lo strumento utile per gli sporchi affari nei quali le «democrazie occidentali» non vogliono intervenire direttamente.

Gli atti di Ankara, molto provocatori e rischiosi per natura, sono il prezzo pagato dalla Turchia al sostegno continuo del capitalismo mondiale senza il quale l'AKP non sarebbe in grado di gestire la crisi politica e anche la potenziale crisi economica.

Va aggiunto che le politiche estere e interne sono un tutt'uno inseparabile, come la politica di guerra deve essere accompagnata dall'islamizzazione della società. Lo Stato Islamico è da tempo un problema interno; noi abbiamo il nostro IS, che serve alla militarizzazione della vita sociale e politica del paese, a reprimere le forze d'opposizione, sia delle classi lavoratrici che del movimento filo-curdo.

Il rischio di guerra è ben vivo e multidimensionale in Turchia. La difesa della pace è un elemento essenziale della nostra lotta. Attualmente l'Associazione della Pace (AP) sta preparando un rapporto approfondito sui crimini di guerra commessi dall'AKP. L'AP ha già organizzato delle conferenze internazionali di pace nel 2012 e 2013 ad Istanbul e Hatay (Antiochia), provincia vicina alla Siria.

Infine, voglio segnalare che noi ammettiamo che l'intervento russo serve a frenare le forze della reazione e dell'imperialismo, compreso il governo turco, ma il principale ruolo di pace spetta sempre all'intervento attivo e organizzato dei popoli e delle classi operaie e dei partiti laici, antimperialisti, rivoluzionari e comunisti della regione.

IC: come il PC(T) considera la questione curda?

Il PC(T) si definisce non come partito «turco», ma come il partito della classe operaia che è composta da operai di differenti origini nazionali o etniche, soprattutto turchi e kurdi. La questione curda viene generalmente vista come un problema che va risolto «prima» di qualunque altro problema, in modo che sia possibile approcciare poi i problemi di classe. Questo punto di vista è simile a quello del «marxismo legale» russo che insegnava ad attendere l'evoluzione del capitalismo e della democrazia borghese come prerequisito della lotta di classe. Senza democrazia, nessuna lotta per il socialismo!

Il Partito Comunista rifiuta questo metodo primitivo di rinviare la rivoluzione socialista e operaia. Al contrario, una soluzione democratica, pacifica, giusta e adatta agli interessi dei poveri e oppressi, non sarà possibile che dopo il rovesciamento del capitalismo regnante, la sconfitta dell'imperialismo che divide i popoli vicini e fratelli, la sconfitta dei nazionalismi reazionari e borghesi.

E' pertanto indiscutibile che è nostro dovere urgente propagandare e organizzare l'amicizia tra i popoli, protestare contro la politica di guerra di governo, di chiedere un cessate il fuoco senza condizioni.

Il PC(T) sostiene i diritti nazionali del popolo kurdo e si oppone allo stesso tempo all'attitudine filo-imperialista e nazionalista dei movimenti kurdi.

IC: Qual è la strategia proposta dal PC(T) alla classe operaia, ai contadini, al popolo di Turchia?

La Turchia non è più una società arretrata. La classe operaia si è sviluppata in particolare prima e dopo gli anni '50. Inoltre il movimento comunista è ben esperto. Siamo sopravvissuti all'auto-liquidazione gorbacioviana e abbiamo creato di nuovo un partito giovane su basi leniniste. Il nostro programma denominato «il programma del socialismo» prevede una rivoluzione socialista come la sola via che possa condurre il popolo all'emancipazione totale.

La nostra lotta attuale si basa sui principi del patriottismo antimperialista, della laicità contro la reazione religiosa-fascista. Attualmente noi constatiamo che solo i comunisti lottano veramente contro il regime neo-liberale, filo-imperialista e religioso, e crediamo con certezza che il PC arriverà ad organizzarsi più profondamente nei ranghi della classe operaia e accrescere la sua influenza politica in poco tempo. I nostri voti alle elezioni anche se sono insufficienti per entrare in parlamento, si sono quadruplicati da giugno a novembre dell'anno scorso e il partito cresce con nuovi militanti.

IC: Vuoi trasmettere un messaggio ai lettori di Iniziativa Comunista e ai militanti del PRCF?

In questa situazione, con il mondo che si avvicina velocemente ad una guerra terribile in cui i capitalisti cercheranno una soluzione alla loro crisi economica e politica, noi, comunisti, abbiamo poco tempo per prepararci e dobbiamo veramente accelerare. L'internazionalismo proletario non è qualcosa di astratto e noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, di sviluppare la nostra solidarietà, di conoscerci meglio, coordinare il nostro lavoro per minimizzare l'influenza delle ali opportuniste nel movimento operaio e della sinistra, e fermare la barbarie capitalista. Auguro un felice anno nuovo ai militanti del PRCF, e progresso nella nostra comune lotta.


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