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Nel 102° anniversario della Repubblica: se ne andranno come sono venuti

Partito Comunista di Turchia | tkp.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/10/2025

Dichiarazione rilasciata dal Comitato Centrale del TKP nel 102° anniversario della fondazione della Repubblica di Turchia

La Repubblica di Turchia è nata dalla resistenza, dalla lotta contro l'occupazione imperiale e contro i resti decadenti di un impero che si era rivoltato contro il proprio popolo.

L'imperialismo non si riduce al costrutto di semplice "ingerenza straniera". È il sistema globale dei monopoli multinazionali, un ordine economico basato sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza. È la conseguenza inevitabile del "libero mercato" tanto amato dalla borghesia. Le stesse potenze che hanno cercato di spartirsi l'Anatolia dopo la prima guerra mondiale sono di nuovo all'opera in una regione che comprende ancora la Turchia.

La differenza è che ora abbiamo una classe capitalista interna che marcia al loro passo. Questa classe si è arricchita grazie al lavoro del nostro popolo, ha preso il controllo delle risorse del Paese e ha usato lo Stato come strumento nella propria competizione con le altre potenze. Eppure non ha mai spezzato i suoi legami con il capitale degli altri stati imperialisti, siano esso economici, politici o militari.

Un secolo fa, coloro che collaboravano con gli occupanti venivano bollati come traditori. La lotta nazionale rendeva giustamente la collaborazione un crimine. Oggi, lo stesso comportamento viene mascherato da diplomazia. L'adulazione a favore di Washington è considerata segno di distinzione.

Alla base di tutto questo c'è una semplice verità: la classe dirigente turca è egoista e dipendente. Condanna la maggioranza alla povertà e all'insicurezza, si inginocchia davanti ai potenti e ringhia contro i deboli. I confini della "politica mainstream" sono determinati dai suoi interessi. Che usi il linguaggio della "modernità occidentale" o dell'"orgoglio nazionale", la sua lealtà non è mai verso il popolo.

Una nazione non può esistere senza il suo popolo. Un sistema che abbandona la maggioranza dei lavoratori alla fame e alle difficoltà non può definirsi "nazionale", né nella politica interna né in quella estera.

In tutto il mondo, le multinazionali che dominano la finanza, la tecnologia, l'industria e il commercio sono legate tra loro dai flussi di capitale, dalle catene di approvvigionamento e dai mercati. Ma ciò che le unisce veramente è la loro comune dipendenza dalla manodopera a basso costo e il loro comune interesse a mantenere questa situazione.

E nonostante tutte le loro interconnessioni, rimangono bloccate in una rivalità costante, trascinando interi Stati nelle loro dispute. Queste rivalità sono il vero motore dei conflitti e delle guerre. Non esiste capitalismo senza guerra. Non esiste un "capitalismo pacifico". E l'idea di un "capitalismo nazionale" è una contraddizione in termini.

L'atteggiamento che dice: "Almeno il ladro è uno dei nostri" o "Se dobbiamo essere sfruttati, meglio dai nostri che dagli stranieri" non è realismo, è un tradimento della lotta stessa che ha fondato la Repubblica.

I comunisti hanno sostenuto quella lotta perché si opponevano a ogni forma di ingiustizia. Non si sono limitati a tifare da bordo campo, ma hanno combattuto, perché si opponevano all'imperialismo stesso. Avevano fiducia nel popolo e amavano il loro Paese. Anche quando altri hanno cercato di distorcere quella lotta per guadagno personale, si sono rifiutati di lasciarla screditare. Si sono opposti non solo alla guerra imperialista, ma anche alla cosiddetta "pace imperialista" che ne è seguita: il Trattato di Sèvres, che il nostro popolo ha respinto.

Oggi noi ci poniamo nella stessa tradizione.

Il Partito Comunista di Turchia non considera la Repubblica o la Guerra d'Indipendenza come questioni di cieco nazionalismo. L'ingiustizia è ingiustizia, ovunque si verifichi. I miliardi di persone comuni in tutto il mondo che non hanno ostilità gli uni verso gli altri sono nostri fratelli e sorelle. Non ci nascondiamo dietro discorsi sulle "potenze straniere". L'imperialismo non è una cospirazione esterna: è il dominio dei monopoli globali che saccheggiano ogni nazione che toccano: turca, curda, araba, greca, tedesca, britannica, francese, russa, indiana, pakistana. Tra i colpevoli ci sono i nostri cosiddetti profittatori "locali" e "nazionali". Non si può onorare la lotta nazionale e allo stesso tempo giustificarli. Ovunque ci siano sfruttamento e ingiustizia, il nostro dovere è chiaro: resistere.

La nostra classe capitalista ha un'altra caratteristica distintiva: per quanto ricca o assertiva diventi, non può liberarsi dalla sua dipendenza dagli Stati Uniti e dalla NATO. Le stesse élite che un tempo subirono una sconfitta dai poveri contadini dell'Anatolia durante la guerra d'indipendenza continuano ad aggrapparsi alle gonne degli inglesi. Girano senza sosta sotto le ali imperiali, sognando di diventare una "potenza regionale".

Guardate l'attuale governo. In economia segue la scuola britannica, in politica estera idem. Anche nei servizi segreti i legami sono così profondi che il capo dell'agenzia di spionaggio britannica può tenere una conferenza stampa a Istanbul esortando il nostro popolo a "servirli" - e il governo non batte ciglio.

La verità è che i predatori a quel tavolo di lupi non si piacciono molto tra loro. Con poche eccezioni, le fazioni filoamericane, filobritanniche, filotedesche e filofrancesi in Turchia disprezzano tutte silenziosamente i loro protettori all'estero, e il sentimento è reciproco. Gli americani sanno che i loro "alleati" non li sopportano. Ma nel mondo del capitale, dove il denaro suona la musica, l'amicizia è un'illusione. Ci sono solo interessi e scontri tra di essi. In un mondo del genere, la collaborazione diventa un crimine ricorrente.

Ancora una volta, la Turchia viene riportata nell'orbita di Washington e Londra. Le radici di questo fenomeno risiedono nella struttura della sua classe capitalista, che indossi i colori della TÜSİAD o della MÜSİAD [organizzazioni imprenditoriali, ndt], il giallo, il verde o il rosa. Su quella linea si collocano Menderes, Demirel, Evren, Özal, Çiller. Su quella linea si collocano i Fratelli Musulmani e la cosiddetta "Prospettiva Nazionale". Su quella linea si collocano gli ordini religiosi ingrassati dalle crociate anticomuniste. L'AKP è sia il prodotto di quella linea, sia il suo inevitabile fine.

Centodue anni fa abbiamo fondato la Repubblica. La Repubblica significava uguaglianza, governo del popolo.
Centodue anni dopo, il nostro popolo sta affogando nella disuguaglianza. Centodue anni dopo, le potenze imperiali si aggirano ancora una volta liberamente per la nostra terra.

Salutare la Repubblica oggi significa sfidare quella vergogna. Salutare Mustafa Kemal, il leader della Lotta Nazionale, e coloro che hanno combattuto al suo fianco, significa opporsi ancora una volta all'imperialismo e allo sfruttamento.

Ci impegniamo solennemente di liberare la Turchia dall'imperialismo e dallo sfruttamento. Che siano "stranieri" o "nazionali" non fa differenza: entrambe sono malattie nel corpo della nazione. Ricostruiremo la Repubblica su basi socialiste e rimuoveremo ogni parassita che vi si aggrappa.

Come un secolo fa:
Se ne andranno come sono venuti.
Sfruttatori del mondo!
Ve ne andrete come siete venuti.


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