Un risultato scontato
di Mauro Gemma
27 dicembre 2004
Mentre stiamo scrivendo queste note, concluse le operazioni di voto per il
terzo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina, a cui avrebbe partecipato
circa il 77% degli aventi diritto, sono stati comunicati i dati relativi allo
spoglio del 98,36% delle schede. E’ praticamente sicura la vittoria di Viktor
Juschenko, a cui sarebbe andato il 52,29%, contro il 43,92% del suo concorrente
Viktor Janukovic.
Nessuna sorpresa, dunque, rispetto alle previsioni della vigilia, se non nel
maggior numero di consensi che Janukovic avrebbe ricevuto, in confronto ai dati
forniti dagli exit-polls.
Del resto, il risultato delle elezioni era già stato scritto il 2 dicembre, il
giorno in cui, secondo la puntuale analisi formulata dai comunisti del piccolo
Partito Progressista Socialista di Ucraina, si era praticamente consumato il
colpo di mano istituzionale che, privando della sua vittoria Viktor Janukovic,
eletto nel ballottaggio del 21 novembre, aveva in pratica assicurato a
Juschenko il pieno controllo della nuova campagna elettorale.
Paradossalmente proprio il presidente uscente Kuchma, contro cui sembra
indirizzata larga parte del malcontento di quei settori in buona fede delle
piazze che hanno sostenuto l’opposizione, si è fatto garante della vittoria di
Juschenko. A farne le spese, il premier Janukovic che, da qualche tempo (dopo
avere costretto il precedente primo ministro Juschenko alle dimissioni con il
voto determinante dei comunisti) si era impegnato a correggere gli effetti
nefasti delle riforme economiche e del nazionalismo esasperato, di cui la
responsabilità principale è attribuibile proprio all’accoppiata
Kuchma-Juschenko (il secondo da sempre beniamino del Fondo Monetario
Internazionale, le cui ricette ultraliberiste aveva cercato di applicare,
soprattutto nel Sud-Est, durante il suo premierato).
Il destino dell’Ucraina era segnato dal momento in cui l’Amministrazione USA
era intervenuta pesantemente per bocca dello stesso presidente Bush (che aveva
preteso l’immediato cambiamento del verdetto elettorale) e i principali paesi
dell’Unione Europea si erano accodati servilmente alla posizione americana.
Essi cedevano alle pressioni che venivano dai nuovi vassalli est-europei, a
cominciare dalla Polonia, che da tempi immemorabili accampa pretese egemoniche
ed anche annessionistiche sull’Ucraina e che, in questa occasione, ha fatto
valere, in modo ricattatorio verso i partner dell’Europa occidentale, il suo
rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.
Nell’esito del voto hanno fatto la differenza l’intervento occidentale, la
messa in un angolo della Russia, l’immediato allineamento di Kuchma e dei
settori più influenti del potere, il rapido voltafaccia delle oligarchie
dell’oriente ucraino, che hanno subito dichiarato di preferire il rapporto
privilegiato con l’occidente al futuro dell’apparato produttivo nazionale in
uno spazio economico comune con i paesi dell’ex URSS, il passaggio di quasi
tutti gli strumenti di comunicazione di massa dalla parte dell’ “opposizione”,
la pressione della piazza di Kiev filo-Juschenko (che ha oscurato la protesta
di milioni di cittadini contro lo “scippo” elettorale, nelle regioni
sud-orientali del paese), foraggiata con una parte dei 195 milioni di dollari
investiti dagli USA nella campagna per le presidenziali e sostenuta dalla
presenza determinante delle bande fasciste dell’UNA-UNSO, dei “non violenti” di
“Pora” addestrati nei centri della CIA, e da mercenari giunti da ogni parte
d’Europa (anche dall’Italia). Nella piazza è arrivato dall’ “esilio” di Londra
anche il magnate russo Berezovskij, ricercato dalla magistratura russa, uno dei
maggiori responsabili del saccheggio della ricchezza nazionale russa e oggi tra
i massimi ispiratori e finanziatori dell’opposizione “democratica” a Putin.
E poi, “mano libera” ai sostenitori di Juschenko nei brogli verificatisi
massicciamente nell’occidente nazionalista, mentre la grande maggioranza degli
“osservatori” occidentali veniva convogliata nelle regioni operaie dell’est.
Possiamo però affermare che il fatto che Janukovic, in una condizione di
straordinaria difficoltà, abbia
comunque ottenuto la maggioranza schiacciante dei voti in ben 10 regioni del
paese, fa si che Juschenko e i suoi protettori occidentali non si trovino certo
di fronte ad una strada completamente sgombra e che la spaccatura del paese in
due aree tra loro contrapposte rappresenti una realtà difficile da contestare
da parte di chi aveva cercato di presentarsi all’opinione pubblica
internazionale come il presidente di tutta l’Ucraina.
Quali saranno le conseguenze dell’incredibile ripetizione del ballottaggio (un
dato inquietante per il futuro del già precario Diritto Internazionale) è
difficile prevederlo in questo momento.
Certo è che non c’è da ben sperare sul futuro del dialogo democratico tra le
varie componenti della società ucraina, se le intenzioni dei vincitori sono del
tipo di quelle manifestate nell’intervento del capo dello staff elettorale di
Juschenko, Aleksandr Snicenko, che ha affermato, quando si stava profilando
l’affermazione del candidato filo-occidentale,
di considerare il rispetto delle autonomie del sud-est “questione che
riguarda i politologi russi”, e lasciando così intravedere che il processo di
“ucrainizzazione forzata” proseguirà.
E se poi, dovesse essere confermata l’intenzione di Juschenko di proporre
l’elezione come premier di Piotr Poroshenko, magnate dell’industria dolciaria
ed esponente di spicco della borghesia compradora ucraina, si potrà essere
certi che un futuro di ristrutturazioni e liberalizzazioni si profilerebbe per
l’apparato produttivo del Sud-Est e l’emigrazione verso la Russia delle
popolazioni russe e russofone rappresenterebbe forse l’unica via di uscita alla
disoccupazione di massa. Favorendo così quella “pulizia etnica” che i fascisti
e i sanfedisti “uniati” della Galizia ultranazionalista da sempre vagheggiano.
Sull’accelerazione del processo di adesione alla NATO non è ancora,
tatticamente, questo il momento opportuno, per i nazionalisti al potere, di
sbandierarne la necessità, provocando oltre misura il vicino russo. Ma si può
star certi che presto i padroni americani chiederanno il “rimborso politico”
dei tanti soldi che hanno sottratto ai loro contribuenti e all’Ucraina verrà
imposto il suo ingresso nel consesso del “mondo libero”.
Sul fronte dei perdenti, per i quali decisivo appare lo scontro che avverrà
nelle elezioni parlamentari, che dovrebbero determinare un rimescolamento tra
le forze politiche presenti nel paese e l’affermazione di nuovi blocchi
politici, c’è da registrare una prima dichiarazione di Janukovic, che,
attribuendo la sua sconfitta a un’operazione diretta “dall’estero” e “ai soldi
per la rivoluzione arancione”, ha annunciato una “opposizione dura” e “nessuna
trattativa con lo staff di Juschenko”. Un commento apparso oggi su “RIA
Novosti” ipotizza che, in previsione delle elezioni parlamentari, si potrebbe
assistere ad un avvicinamento di Janukovic ai settori dell’estrema sinistra, ad
esempio, con l’inclusione nel suo programma di temi cari ai comunisti del
Partito Progressista Socialista. E, a tal proposito, non è privo di significato
che proprio Natalja Vitrenko, la leader del Partito Progressista Socialista
abbia dichiarato che prevede la formazione di “una possente opposizione
popolare”, che “se dovesse essere capeggiata da Viktor Janukovic, sono pronta
ad appoggiare per cambiare il regime” (http://www.strana.ru , 27 dicembre).
Una posizione di sostegno a Janukovic è stata espressa anche dall’Unione dei
comunisti di Ucraina.
Diversa la posizione del Partito
Comunista di Ucraina. Dimostrata una sostanziale neutralità tra i due
candidati, che gli è già costata, al primo turno, la perdita di gran parte
dell’elettorato proletario delle regioni orientali tradizionalmente vicine al
partito (i sondaggi lo danno in caduta libera, dal 20% delle ultime politiche a
poco più del 5%, se si votasse oggi) e l’insubordinazione di intere
organizzazioni, a cominciare da quella della Crimea, il principale partito
comunista del paese si limita a denunciare in modo vibrante le “interferenze
americane”, senza però farne seguire azioni coerenti nel parlamento e nel
paese.