www.resistenze.org - popoli resistenti - ucraina - 03-06-05

da: www.rebelion.org - 27-05-2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=15727

L’arancia meccanica e Viktor Juschenko


J. M. Alvarez

“Insurgente”

 

Viktor Juschenko è apparso come stella splendente nello spazio politico internazionale dopo che in Ucraina si sono svolte delle “elezioni”, in cui l’imperialismo ha giocato un ruolo decisivo annullando votazioni e legittimando solo quelle che gli interessavano. Al risultato di quella farsa, diretta da Washington, è stato attribuito il colore arancione di una sciarpa invernale. In appoggio al nuovo leader sono accorsi a Kiev Lech Walesa e Luis Solana, quest’ultimo considerato da alcune cancellerie come un criminale di guerra a causa dell’attitudine bellicista dimostrata nell’aggressione militare subita dall’ex Jugoslavia. Secondo il detto: dio li crea e poi li accoppia.

 

Il nuovo presidente dell’Ucraina desidera integrarsi nell’Unione Europea (UE), un insieme di paesi che, come dice Fidel Castro, in comune hanno solo il fatto di girare nell’orbita degli Stati Uniti. Le proteste spagnole e italiane per le espulsioni di coloro che pretendevano di assistere all’Avana alla rachitica riunione dei traditori della patria cubani – con relativo messaggio di saluto di colui che li paga, il genocida George Bush – conferma che l’UE è un altro strumento al servizio del maggior Stato terrorista che mai sia esistito. Sarebbe molto più dignitoso che l’Italia protestasse per la presenza, tollerata, nel territorio nordamericano, del terrorista Posada Carriles, responsabile, tra gli altri crimini, della morte di un turista italiano. Cosa farebbe la Spagna se rappresentanti del Parlamento Cubano cercassero di rilasciare una dichiarazione a Gernika insieme a Batasuna, esigendo la libertà per i prigionieri politici baschi? La vergognosa condotta assunta dall’UE in merito a queste questioni e il suo rifiuto a che si indaghi sulla situazione dei prigionieri di Guantanamo, non corrispondono certo alla pretesa indipendenza politica di cui si fa sfoggio.

 

Un mese prima del fattaccio dell’Avana, anche l’Ucraina aveva contribuito con il suo granello di sabbia. Mentre Raisa Maevsenko, funzionaria del Ministero della Sanità Pubblica dell’Ucraina, ringraziava cinicamente all’Avana per l’aiuto prestato dal paese del Caribe ai bambini di Chernobyl, Yuschenko rientrava da Washington con l’ordine di votare contro Cuba nella Commissione per i diritti umani di Ginevra. Questo voto ha significato la totale sottomissione del governo dell’Ucraina alla Casa Bianca (…)

 

Attualmente Juschenko non occupa le prime pagine dei giornali, ma non per questo ha cessato di muoversi al ritmo che gli impongono altri. In questo momento, appare impegnato a regalare le risorse del paese. E per raggiungere il suo scopo, pretende di annullare le privatizzazioni delle imprese statali effettuate da Leonid Kuchma dopo la sparizione dell’Unione Sovietica. Con la sfrontatezza propria di un gangster, si appresta a privatizzare una seconda volta queste imprese per consegnarle nelle mani delle multinazionali nordamericane. Il presidente dell’attuale governo ucraino si giustifica con l’argomento secondo cui, durante le prime privatizzazioni, non si erano tenute in considerazione le offerte delle compagnie statunitensi.

 

Non si può nemmeno dire che sia un accanito pacifista. Ha preso in considerazione la possibilità di incorporarsi nel sistema di difesa antimissilistico, desidera integrare il suo paese nella NATO e ha concordato il ritiro delle sue truppe dall’Iraq con gli Stati Uniti. Obbedendo agli ordini dell’Impero, non intende rinnovare l’accordo con la Russia in base al quale si consentiva la permanenza delle navi russe nel Mar Nero, che passerà in possesso della flotta americana. Inoltre, intende riattivare il cosiddetto “Gruppo del Guuam”, entità creata nel 1997 con finalità economiche, di cui fanno parte Ucraina, Georgia, Uzbekistan, Azerbaigian e Moldavia. Il primo degli obiettivi dell’organizzazione sarà quello di esigere dalla Russia il ritiro dei soldati dislocati in Georgia, ma non certo con l’intenzione di smilitarizzare la zona, dal momento che le truppe nordamericane manterranno la loro presenza in Uzbekistan e tra poco tempo saranno in Georgia e in Azerbaigian. I pilastri fondamentali che sorreggono il Gruppo sono la democrazia occidentale, la riattivazione dell’economia e la sicurezza; vale a dire: neofascismo, neoliberalismo e militarismo imperialista.

 

I popoli della zona vengono condotti verso l’alienazione e l’ignoranza; per non dire al massacro, di cui si è avuto prova con la sanguinaria repressione scatenata dall’uzbeko Islam Karimov, alleato degli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo”. George Bush – respinto massicciamente dovunque si rechi – starà interrogandosi sul perché in Georgia la gente esulti di fronte a colui che viene per depredarla. Quando le multinazionali saccheggeranno il paese assisteremo a rivolte popolari come quelle dell’Uzbekistan, della quale i mezzi di informazione occidentali si sono affrettati a segnalare come istigatori solo i settori islamici, senza prendere in considerazione l’aumento della povertà e la sparizione delle politiche sociali registratisi da quando l’Uzbekistan ha cessato di esistere come repubblica sovietica. Se, per qualche caso, uno di questi Stati osasse porre obiezioni alle aspirazioni imperiali di cui il presidente ucraino è portavoce, assisteremmo, molto probabilmente alla nascita di una “rivoluzione” i cui colori potrebbero essere perfettamente l’azzurro, il rosso e il bianco della bandiera a stelle e strisce.

 

Risulta evidente che Viktor Juschenko aspira ad essere il braccio imperiale che impone il neoliberalismo, per amore o per forza, nella regione. Molti ricorderanno il famoso film “Arancia meccanica”. Il suo titolo originale (“The Clockwork Orange”) era formato con un gioco di parole che nascondeva il senso dello stesso che in realtà era “L’Uomo Meccanico”, aggettivo che calza come un anello al dito nel caso di Juschenko: un robot, con sciarpa arancione, guidato a distanza dalla Casa Bianca.

 

Traduzione a cura del

Centro di Cultura e Documentazione Popolare