Prima vittoria della mobilitazione contro le esercitazioni della NATO in Crimea
Dopo i quattro milioni e mezzo di firme raccolte attorno alla proposta di un referendum anti-NATO, dall’Ucraina arriva un altro inequivocabile segnale della difficoltà ad affermare il progetto di annessione dell’ex repubblica sovietica al sistema di alleanze politiche e militari dell’Occidente, avviato con la cosiddetta “rivoluzione arancione” dell’inverno 2004-2005.
Anche se l’intero apparato dei media americani ed europei (a suo tempo così sollecito e interessato a sottolineare tutti i passaggi della “rivoluzione arancione” e ad enfatizzarne il significato) ha cercato di minimizzare la portata dell’avvenimento, l’ampiezza delle mobilitazioni che si sono sviluppate nei giorni scorsi contro le esercitazioni militari (“Sea Breeze 2006”) dell’Alleanza Atlantica nel mare e nei porti della penisola di Crimea e, in particolare, contro l’arrivo, il 27 maggio scorso, di 249 marines nella località balneare di Feodosia, ha messo in evidenza il radicamento, la consapevolezza e l’efficacia di un movimento che non intende arrendersi di fronte alle pretese del “nuovo ordine” imperialista e con il quale anche le sinistre e i militanti antimperialisti del nostro paese avrebbero il dovere di interloquire e solidarizzare, senza considerarlo (come si legge in alcuni distaccati commenti) quasi alla stregua di un marginale fenomeno di “nostalgia sovietica” o, peggio, di nazionalismo russo.
Quando il presidente dell’Ucraina Viktor Juschenko ha firmato il decreto che autorizzava le manovre militari che, nell’ambito del programma “Partnership per la pace” in vigore dal 1997, per la prima volta prevedevano lo sbarco a terra di truppe NATO, nessuno era francamente in grado di prevedere una risposta popolare delle dimensioni registrate in questi giorni nella penisola del Mar Nero.
Ha cominciato il parlamento locale della Crimea – che è repubblica autonoma, popolata in maggioranza da russi, in passato parte integrante della Russia e solo nel 1954, ai tempi dell’URSS, assegnata all’Ucraina con un decreto di Nikita Krusciov – che, in seduta straordinaria, ha chiesto la sospensione delle esercitazioni, in quanto non legittimate dal voto della Rada, e il divieto d’accesso alle truppe USA e NATO. Nel frattempo le municipalità di alcune località costiere della Crimea proclamavamo il litorale “zona libera” dalla NATO e, con l’appoggio dei partiti filo-russi e di sinistra (in particolare comunisti, progressisti socialisti e “Partito delle regioni”) che hanno dato vita a un imponente fronte unitario, invitavano la popolazione a mobilitarsi con incisive azioni di “disobbedienza civile” per impedire lo svolgimento delle operazioni, che prevedevano tra l’altro la collocazione sul suolo crimeano di un enorme quantitativo di materiale bellico. La reazione della società civile locale suscitava immediatamente un’ondata di solidarietà che investiva tutte le regioni ucraine e persino la Russia, dove la Duma (il parlamento ) approvava all’unanimità una mozione di censura della nuova ingerenza occidentale e il ministro degli esteri Lavrov ribadiva con toni energici la contrarietà del suo paese all’ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica.
All’appello delle amministrazioni locali e dei partiti di opposizione hanno risposto diverse migliaia di persone che incessantemente, per parecchi giorni, con picchetti, cortei, blocchi stradali, hanno letteralmente impedito ogni movimento dei marines, obbligandoli a trincerarsi in un albergo. Neppure il tentativo di alcune centinaia di fascisti ucraini appartenenti al movimento “Pora”, convogliati con autobus in Crimea, di forzare l’assedio è riuscito. La decisa reazione dei cittadini crimeani ha ben presto costretto i “rivoluzionari arancione” ad abbandonare il campo, con tutto il loro bagaglio di armi improprie e di striscioni inneggianti alla “NATO, baluardo di democrazia e libertà”.
Manifestazioni di massa si sono svolte anche in altre località del paese, in particolare nella parte orientale, abitata in maggioranza da russi e russofoni, e naturalmente più ostile al riorientamento filo-occidentale della politica estera del governo di Kiev. Il movimento non ha però risparmiato neppure le altre regioni ucraine. Anche nella capitale si sono registrati picchetti e iniziative di piazza. Qui, in circostanze poco chiare (e nell’assoluta indifferenza dei media di tutto il mondo), un giovane manifestante anti-NATO del movimento “Per l’unità di Ucraina, Russia e Bielorussia” ha perso la vita, colpito alla testa da un colpo di pistola.
Abbiamo detto dell’ampio fronte politico che si è costruito attorno a questa vicenda.
Il Partito Comunista di Ucraina (KPU) ha richiesto le dimissioni del ministro della difesa, Anatolij Gritsenko, e del ministro degli esteri, Boris Tarasjuk, accusandoli di favorire la permanenza di truppe straniere sul suolo nazionale, violando in tal modo la Costituzione, che, tra l’altro, prevede lo status di neutralità per l’Ucraina. Secondo il leader del KPU, Piotr Simonenko, il suo partito sarebbe in possesso di informazioni che danno per certi lo sbarco in forma massiccia di truppe americane sulle coste della Crimea e, in sostituzione del contingente navale russo presente a Sebastopoli, l’installazione di una base della marina USA in Crimea.
Ancora più dure le richieste del movimento “Opposizione Popolare”, guidato dal Partito Progressista Socialista di Ucraina (PSPU). Natalja Vitrenko, leader del PSPU, ha avanzato la proposta di una mozione parlamentare di sfiducia nei confronti dello stesso Juschenko e chiesto l’avvio di un procedimento giudiziario a carico dei responsabili della sicurezza e del servizio di frontiera per avere facilitato l’ingresso delle imbarcazioni della NATO nei porti del paese. La rivendicazione della Vitrenko è stata fatta propria dai manifestanti di Feodosia, tra i quali risaltava la presenza dei militanti del suo partito, particolarmente radicato e attivo nelle regioni del sud-est del paese ed escluso per un soffio dal parlamento nelle elezioni legislative del marzo scorso, soprattutto in virtù degli enormi brogli registrati a suo danno.
Decisiva ai fini della riuscita della mobilitazione è stata la posizione assunta dal principale partito politico ucraino, il “Partito delle regioni”, diretto dall’ex premier Viktor Janukovic, estromesso dalla presidenza della repubblica dopo la ripetizione del voto nelle ultime elezioni presidenziali avvenuta in seguito alla vittoria della “rivoluzione arancione”. Il “Partito delle regioni”, prima forza politica del paese con oltre il 30% dei voti e considerato portavoce degli interessi delle lobby filo-russe, ha partecipato attivamente alle manifestazioni, impegnando tutti i suoi uomini presenti in forze nelle amministrazioni locali del sud-est ucraino, a cominciare dal governo locale della Crimea, e in tal modo ha offerto un apporto decisivo alla creazione di efficaci forme di “contropotere” rispetto all’ingerenza del governo di Kiev nella repubblica autonoma. Ma non si è limitato a questo. Esso si è fatto promotore di iniziative a livello nazionale, quali la proposta della formazione di un gruppo interparlamentare alla Rada, in grado di raccogliere tutti i deputati (i comunisti, innanzitutto) che si oppongono all’adesione dell’Ucraina alla NATO e che si pronunciano per la neutralità del paese e il mantenimento di stabili legami con la Russia e con le altre repubbliche che occupano lo spazio post-sovietico.
In tal modo, il largo fronte che non ha lasciato sole le popolazioni della Crimea e che ha visto finalmente unite, su un tema tanto importante come quello della difesa della pace, dell’indipendenza e della neutralità, tutte le forze dell’opposizione (e persino pezzi significativi della sempre più traballante coalizione “arancione”, come dimostrano la presa di posizione anti-NATO dei socialisti e la partecipazione alle manifestazioni di alcuni esponenti del “Blocco Timoshenko”) ha fatto si che la prima fase del braccio di ferro con il presidente Juschenko si sia conclusa a favore del movimento.
Il comando navale USA, di fronte all’impossibilità per i suoi soldati addirittura di muoversi in un territorio completamente ostile, ha deciso che l’intero contingente abbandonasse Feodosia, per fare ritorno – accompagnato fino all’aeroporto di Simferopoli da migliaia di dimostranti, che scandivano slogan contro la NATO e inneggianti all’amicizia con la Russia – nella base militare di Rumsfeld in territorio tedesco. Uno smacco che gli “yankee”, poco avvezzi a subire simili umiliazioni, non avevano certo previsto.
Nel frattempo le autorità britanniche annullavano, rinviando “a data da destinarsi”, un’iniziativa analoga a quella statunitense, programmata per le prossime settimane.
E’ fuori di dubbio che ci troviamo di fronte a una significativa vittoria del movimento pacifista e degli antimperialisti della Crimea.
Forse è ancora troppo presto per affermare che esso sarà in grado di sventare definitivamente ogni progetto annessionista della NATO. L’importanza strategica del controllo dell’Ucraina, in particolare ai fini di un ridimensionamento del nuovo ruolo protagonista della Russia di Putin, è troppo rilevante perché “l’osso venga mollato” così velocemente.
E’ certo comunque che la rottura del “muro del silenzio” attorno alle ragioni del popolo di Crimea e la manifestazione della più ampia solidarietà internazionale (a cominciare da quella del movimento per la pace europeo) molto possono incidere nei futuri sviluppi della vicenda.