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Queste note appariranno nel prossimo numero della rivista comunista “L’Ernesto”


L’Ucraina nel pieno di una grave crisi istituzionale
 
A Kiev si esaurisce la “rivoluzione arancione” e avanza il movimento contro la Nato

Mauro Gemma

8 dicembre 2006

Il 14 settembre, nel corso di una conferenza stampa tenuta a conclusione del suo viaggio a Bruxelles, al termine dei colloqui con i vertici della Nato e con i dirigenti dell’Unione Europea, il nuovo premier ucraino Viktor Janukovic, pur manifestando interesse per l’approfondimento della collaborazione con l’Ue, gelava ogni aspettativa per un’imminente integrazione del suo paese nell’alleanza militare occidentale, dichiarando ai giornalisti di tutto il mondo che tale prospettiva non era condivisa che “dal 12 al 25% dei connazionali”. Janukovic, pur escludendo per ora la necessità di sottoporre il quesito in merito all’adesione alla Nato ad un referendum popolare, ha inteso così rimandare a tempi imprecisati la definizione delle modalità dell’adesione del suo paese, subordinandola ad altre più pressanti questioni che riguardano il miglioramento delle precarie condizioni del livello di vita dei suoi concittadini.

Le sue parole rappresentavano un vero e proprio colpo inferto alle speranze di conquista coltivate dai vertici atlantici fin dai tempi della “rivoluzione arancione”, che avevano indotto alcune potenze occidentali ad investire enormi risorse materiali a sostegno dei loro fedeli alleati nazionalisti, che si riteneva non potessero più perdere il saldo controllo della situazione interna.
 

La dichiarazione di Janukovic dava pienamente il senso della svolta caratterizzante le vicende politiche a Kiev, a partire dal momento in cui, sancendo formalmente la fine dell’esperienza “arancione”, da tempo entrata in crisi di consenso soprattutto per l’incapacità di far fronte alla pesante situazione economica e sociale della repubblica, il Partito delle Regioni, capeggiato dall’attuale premier e vincitore delle elezioni legislative, aveva dato vita in un primo tempo, nel mese di luglio, ad una coalizione con le forze di sinistra del paese (convincendo il Partito Socialista ad abbandonare il governo “arancione” e rompendo la pregiudiziale anticomunista, attraverso un accordo “anti-crisi” con il Partito Comunista di Piotr Simonenko) e, in seguito, aveva avviato trattative per la formazione di un governo (nato il 3 agosto 2006) che, includendo il partito del presidente Juschenko, Nostra Ucraina, determinava la momentanea rottura dell’alleanza fra le forze nazionaliste e filoccidentali dal 2005 alla guida del paese e obbligava Julia Timoshenko e le componenti nazionaliste più oltranziste all’opposizione.


Abbiamo descritto in un precedente articolo (1) le tappe che avevano condotto alla vittoria dell’opposizione il 26 marzo 2006 e che avevano segnalato il disincanto di ampi strati dell’opinione pubblica nazionale rispetto alle aspettative, generate dagli “arancioni”, di miglioramento della situazione di un paese che era stato dominato nel quindicennio precedente da cricche corrotte (espressione del connubio di oligarchie regionali e clan criminali e mafiosi), che avevano saccheggiato e dilapidato l’intero patrimonio di conquiste sociali ed economiche del periodo socialista, durante il quale l’Ucraina, più di altre repubbliche, aveva giocato un ruolo propulsore nell’economia sovietica.

Abbiamo visto come l’accelerazione del corso filo-occidentale della politica estera del nuovo governo (il conto da pagare al sostegno ottenuto dalle potenze imperialiste, determinante per la vittoria della “rivoluzione arancione”) e l’accentuazione della discriminazione nazionalista nei confronti della consistente minoranza russa e russofona, concentrata nelle regioni industriali e minerarie dell’oriente del paese, abbiano portato ad un pericoloso deterioramento delle relazioni con il grande vicino russo, culminato nella cosiddetta “guerra del gas” dell’inverno scorso, che ha avuto come conseguenza immediata un drastico peggioramento delle condizioni materiali di vita.

Il malessere provocato, in larga parte dell’opinione pubblica, dall’amministrazione Juschenko non ha avuto come unico effetto il suo ridimensionamento elettorale e il declino della sua immagine (se si votasse oggi, secondo i sondaggi, il partito del presidente non andrebbe oltre il 6%), ma si è tradotto nella crescita di un vasto movimento di opinione, culminato in momenti di mobilitazione di massa che hanno caratterizzato soprattutto le regioni orientali del paese e la Crimea (etnicamente a maggioranza russa): l’opposizione all’adesione alla Nato, considerata dal movimento la sanzione ufficiale dello stato di dipendenza coloniale del paese, è diventata così occasione per l’organizzazione di numerose, partecipate e incisive manifestazioni di massa, che hanno avuto il loro momento più significativo, alla vigilia dell’estate, nella cacciata dalla Crimea - ad opera di un’imponente azione di popolo (in cui i comunisti hanno svolto un ruolo significativo) - dei marines Usa che avrebbero dovuto, con le loro manovre militari, inaugurare simbolicamente la nuova stagione della politica internazionale e di difesa dell’Ucraina.
 

E’ un movimento, quello contro la Nato, che ancora oggi non accenna a dar segni di cedimento e che si sta traducendo nella sempre più pressante richiesta, anche da parte di molte amministrazioni regionali, dell’effettuazione di quel referendum finora rinviato dallo stesso Janukovic, in cui, secondo i più recenti sondaggi, il rifiuto dell’adesione dovrebbe prevalere in modo schiacciante. In questi giorni, ad esempio, una simile iniziativa, dal carattere autogestito, dovrebbe svolgersi nella repubblica autonoma di Crimea.

 

Il dissidio sulla questione delle alleanze internazionali, reso manifesto dalle dichiarazioni di Janukovic a Bruxelles e accentuato da un rapido riavvicinamento alla Russia di Putin (attraverso la sigla di un importante accordo economico il 24 ottobre e la rinnovata partecipazione ucraina alle vicende degli organismi comunitari post-sovietici), non poteva che portare ad un inasprimento dei già difficili rapporti tra i partiti del nuovo governo e all’apertura di uno scenario di profonda crisi istituzionale, con lo scontro tra il presidente della repubblica e le istituzioni rappresentative del nuovo quadro politico, in particolare la Rada Suprema (il parlamento), dove la coalizione cosiddetta “filo-russa” dispone della maggioranza dei voti.

 

A questo punto occorre far osservare che pochi tra i giornalisti occidentali che si occupano delle vicende riguardanti lo spazio post-sovietico – impegnati peraltro a scandagliare i retroscena della “spy story” di Londra, conclusasi con la tragica morte di Litvinenko, in cui svolge indubbiamente un ruolo il peggioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, con il conseguente scatenamento di una guerra “propagandistica” contro l’attuale amministrazione di Mosca – hanno pensato di richiamare, sul vero e proprio terremoto che, nelle ultime settimane, ha sconquassato la scena politica dell’Ucraina, la stessa attenzione che in passato aveva accompagnato l’ascesa al potere delle forze filo-Nato.

 

Lo scontro durissimo che, ormai da anni, contrappone i due blocchi, schematicamente definiti dalla maggior parte degli osservatori “filo-occidentale” e “filo-russo”, protagonista della competizione per il potere, ha in effetti conosciuto il suo momento più drammatico ai primi di dicembre, con il voto della maggioranza dei parlamentari, che ha sollecitato (raccogliendo le raccomandazioni del leader comunista Simonenko) le dimissioni dai loro importanti incarichi di governo degli ultimi esponenti di quel movimento politico che, sull’onda di una straordinaria mobilitazione delle piazze della capitale ucraina e di un impressionante sostegno esterno da parte delle potenze occidentali, tra il 2004 e il 2005 aveva portato gli uomini della cosiddetta “rivoluzione arancione” ad assumere il temporaneo controllo della situazione nel paese.

 

La decisione del parlamento è evidentemente diretta a privare il presidente Juschenko del sostegno di cui ancora gode all’interno della compagine governativa nonostante la decisione presa alcune settimane prima dal suo partito di abbandonare la maggioranza, attraverso le dimissioni di alcuni suoi esponenti dall’esecutivo, accompagnata però dalla pretesa di mantenere, su suggerimento dello stesso presidente della repubblica, il controllo di alcune funzioni strategiche: in particolare Esteri e Difesa, gestite da uomini che, notoriamente e da sempre, rispondono alle direttive provenienti dai centri di pressione occidentali e che più di altri operano per rafforzare la collaborazione con la Nato, in vista dell’adesione ucraina.

 

I ministri, di cui, in questi giorni, si è votato l’allontanamento dalle loro mansioni, sono Borys Tarasyuk, responsabile degli Esteri, e Jury Lutsenko, figura di spicco della “rivoluzione arancione”, alla guida del dicastero degli Interni. Nel frattempo, anche per Anatoly Hrytsenko, attualmente alla guida del ministero della Difesa, è stata formulata una richiesta di immediate dimissioni da parte di un gruppo di rappresentanti del “Partito delle regioni”, con la grave accusa di aver lavorato “per l’indebolimento della capacità difensiva delle forze armate”: tale proposta non dovrebbe incontrare difficoltà in sede di voto parlamentare.

 

La reazione di Juschenko a una decisione del parlamento ampiamente legittimata dalle attuali regole costituzionali, è stata quella di respingere immediatamente le dimissioni dei suoi uomini. Egli ha voluto così dimostrare la sua volontà di inasprire uno scontro istituzionale, aperto a qualsiasi sbocco, in cui sa bene che gli interlocutori occidentali dell’Ucraina non vorranno certo giocare la parte dei semplici spettatori.

 
(1)Elezioni parlamentari in Ucraina”, in “l’ernesto”, n. 2, marzo-aprile 2006.