Queste note appariranno nel prossimo numero della rivista comunista “L’Ernesto”
La dichiarazione di Janukovic dava pienamente il senso della svolta caratterizzante le vicende politiche a Kiev, a partire dal momento in cui, sancendo formalmente la fine dell’esperienza “arancione”, da tempo entrata in crisi di consenso soprattutto per l’incapacità di far fronte alla pesante situazione economica e sociale della repubblica, il Partito delle Regioni, capeggiato dall’attuale premier e vincitore delle elezioni legislative, aveva dato vita in un primo tempo, nel mese di luglio, ad una coalizione con le forze di sinistra del paese (convincendo il Partito Socialista ad abbandonare il governo “arancione” e rompendo la pregiudiziale anticomunista, attraverso un accordo “anti-crisi” con il Partito Comunista di Piotr Simonenko) e, in seguito, aveva avviato trattative per la formazione di un governo (nato il 3 agosto 2006) che, includendo il partito del presidente Juschenko, Nostra Ucraina, determinava la momentanea rottura dell’alleanza fra le forze nazionaliste e filoccidentali dal 2005 alla guida del paese e obbligava Julia Timoshenko e le componenti nazionaliste più oltranziste all’opposizione.
E’ un movimento, quello contro la Nato, che ancora oggi non accenna a dar segni di cedimento e che si sta traducendo nella sempre più pressante richiesta, anche da parte di molte amministrazioni regionali, dell’effettuazione di quel referendum finora rinviato dallo stesso Janukovic, in cui, secondo i più recenti sondaggi, il rifiuto dell’adesione dovrebbe prevalere in modo schiacciante. In questi giorni, ad esempio, una simile iniziativa, dal carattere autogestito, dovrebbe svolgersi nella repubblica autonoma di Crimea.
Il dissidio sulla questione delle alleanze internazionali, reso manifesto dalle dichiarazioni di Janukovic a Bruxelles e accentuato da un rapido riavvicinamento alla Russia di Putin (attraverso la sigla di un importante accordo economico il 24 ottobre e la rinnovata partecipazione ucraina alle vicende degli organismi comunitari post-sovietici), non poteva che portare ad un inasprimento dei già difficili rapporti tra i partiti del nuovo governo e all’apertura di uno scenario di profonda crisi istituzionale, con lo scontro tra il presidente della repubblica e le istituzioni rappresentative del nuovo quadro politico, in particolare la Rada Suprema (il parlamento), dove la coalizione cosiddetta “filo-russa” dispone della maggioranza dei voti.
A questo punto occorre far osservare che pochi tra i giornalisti occidentali che si occupano delle vicende riguardanti lo spazio post-sovietico – impegnati peraltro a scandagliare i retroscena della “spy story” di Londra, conclusasi con la tragica morte di Litvinenko, in cui svolge indubbiamente un ruolo il peggioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, con il conseguente scatenamento di una guerra “propagandistica” contro l’attuale amministrazione di Mosca – hanno pensato di richiamare, sul vero e proprio terremoto che, nelle ultime settimane, ha sconquassato la scena politica dell’Ucraina, la stessa attenzione che in passato aveva accompagnato l’ascesa al potere delle forze filo-Nato.
Lo scontro durissimo che, ormai da anni, contrappone i due blocchi, schematicamente definiti dalla maggior parte degli osservatori “filo-occidentale” e “filo-russo”, protagonista della competizione per il potere, ha in effetti conosciuto il suo momento più drammatico ai primi di dicembre, con il voto della maggioranza dei parlamentari, che ha sollecitato (raccogliendo le raccomandazioni del leader comunista Simonenko) le dimissioni dai loro importanti incarichi di governo degli ultimi esponenti di quel movimento politico che, sull’onda di una straordinaria mobilitazione delle piazze della capitale ucraina e di un impressionante sostegno esterno da parte delle potenze occidentali, tra il 2004 e il 2005 aveva portato gli uomini della cosiddetta “rivoluzione arancione” ad assumere il temporaneo controllo della situazione nel paese.
La decisione del parlamento è evidentemente diretta a privare il presidente Juschenko del sostegno di cui ancora gode all’interno della compagine governativa nonostante la decisione presa alcune settimane prima dal suo partito di abbandonare la maggioranza, attraverso le dimissioni di alcuni suoi esponenti dall’esecutivo, accompagnata però dalla pretesa di mantenere, su suggerimento dello stesso presidente della repubblica, il controllo di alcune funzioni strategiche: in particolare Esteri e Difesa, gestite da uomini che, notoriamente e da sempre, rispondono alle direttive provenienti dai centri di pressione occidentali e che più di altri operano per rafforzare la collaborazione con la Nato, in vista dell’adesione ucraina.
I ministri, di cui, in questi giorni, si è votato l’allontanamento dalle loro mansioni, sono Borys Tarasyuk, responsabile degli Esteri, e Jury Lutsenko, figura di spicco della “rivoluzione arancione”, alla guida del dicastero degli Interni. Nel frattempo, anche per Anatoly Hrytsenko, attualmente alla guida del ministero della Difesa, è stata formulata una richiesta di immediate dimissioni da parte di un gruppo di rappresentanti del “Partito delle regioni”, con la grave accusa di aver lavorato “per l’indebolimento della capacità difensiva delle forze armate”: tale proposta non dovrebbe incontrare difficoltà in sede di voto parlamentare.
La reazione di Juschenko a una decisione del parlamento ampiamente legittimata dalle attuali regole costituzionali, è stata quella di respingere immediatamente le dimissioni dei suoi uomini. Egli ha voluto così dimostrare la sua volontà di inasprire uno scontro istituzionale, aperto a qualsiasi sbocco, in cui sa bene che gli interlocutori occidentali dell’Ucraina non vorranno certo giocare la parte dei semplici spettatori.