Paradossali discriminazioni anticomuniste in Ungheria
www.solidnet.org - giugno 2003
Il Partito dei Lavoratori Ungherese ha diffuso la seguente nota “in
merito alla violazione dei diritti umani dei comunisti in Ungheria”
Nel
1993 il parlamento ungherese ha modificato il codice penale. L’articolo 269/B
impone di punire coloro che utilizzano o esibiscono in pubblico le svastiche,
gli emblemi delle SS e delle “Croci frecciate”, la falce e il martello, la
stella rossa a cinque punte. Se “un crimine più serio venisse perpetrato”, ciò
verrebbe punito severamente.
In nessuno degli stati-membri dell’Unione Europea viene proibita la stella
rossa insieme ai simboli tradizionali del movimento operaio.
Secondo il Partito dei Lavoratori Ungherese, la qualifica di “crimine” per le
azioni menzionate e la loro punibilità sono da mettere in discussione e non
sono in armonia con le norme in vigore nei paesi-membri dell’UE.
Nel 2000 il Tribunale Costituzionale esaminò il ricorso presentato dal Partito
dei Lavoratori nel 1993. Il Tribunale Costituzionale ha respinto il ricorso,
facendo riferimento al fatto che l’atto “determina l’identificazione dei
simboli ad ideologie spregevoli e all’intenzione di propagandarle
pubblicamente”. Con tale sentenza il Tribunale Costituzionale ha equiparato il
marxismo alle ideologie fasciste.
Lo scorso 19 dicembre, il Partito Ungherese dei Lavoratori ha presentato una
missiva al primo ministro, chiedendo di modificare la legge, per armonizzarla
con la legislazione dell’UE e la “Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo”.
Non siamo stati neppure ascoltati. Peter Barandi, ministro della Giustizia, ha
respinto un’iniziativa politica tendente a modificare la legge promulgata per
ragioni politiche, adducendo cavilli legali.
Il 19 febbraio ci siamo rivolti al presidente della Corte Suprema.
Abbiamo proposto che egli si faccia promotore di una mozione al Parlamento
perché si modifichi il suddetto regolamento criminale per creare armonia tra la
legislazione penale ungherese e quella in vigore negli stati-membri dell’UE.
Abbiamo chiesto che il presidium della Corte Suprema si pronunciasse perché gli
emblemi dei partiti comunisti, ammessi negli stati-membri dell’Unione Europea
possano venire utilizzati, dal momento che i contatti tra partiti fratelli non
possono continuare senza l’uso dei reciproci simboli.
Infine abbiamo chiesto l’opinione della Corte Suprema circa la possibilità di
utilizzare come emblema una stella bianca o gialla su base rossa. La Corte Suprema
ha respinto la nostra richiesta, senza motivare la decisione.
Il 10 marzo 2003, la stazione di polizia del V e XIII distretto di Budapest ha
ascoltato Attila Vajnai, vicepresidente del Partito dei Lavoratori, in qualità
di indagato. Secondo la polizia, Attila Vajnai avrebbe esibito la stella rossa
nella conferenza stampa del 21 febbraio è perciò verrebbe sospettato “di avere
indossato i simboli del dispotismo”.
Il vicepresidente del Partito dei Lavoratori ha dichiarato di non ritenersi
colpevole, poiché l’articolo 19 della “Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo” garantisce il diritto di ciascuno a propagandare notizie e idee con
qualsiasi mezzo.
Attila Vajnai ha dichiarato di non pentirsi della sua azione, e che sarebbe
intenzionato a ripeterla, senza dover essere limitato nell’esercizio dei suoi
diritti.
Fonti ufficiali della Procura del V e del XIII distretto di Budapest informano
che è stato aperto un procedimento contro Attila Vajnai. Il processo dovrebbe
avere inizio nell’autunno di quest’anno.
Durante le sedute del processo proveremo che il codice penale è in
contraddizione con la Costituzione. In caso di condanna, utilizzeremo tutte le
possibilità legali per far valere i nostri diritti umani, garantiti dalle leggi
vigenti nell’UE e dai trattati internazionali.
Essendo i “media” proprietà dello Stato, non informano l’opinione pubblica di
quanto ci sta accadendo. Gli attuali partiti di governo vi esercitano
un’influenza crescente. Diverse inchieste lo hanno evidenziato, ma non è
cambiato nulla. Al Partito dei Lavoratori è stato impedito l’accesso alla
televisione. Durante la campagna per le elezioni amministrative del 1998, la
televisione pubblica ha proibito lo spot elettorale del partito. Circa 3 anni
più tardi abbiamo vinto la causa legale, ma, in ogni caso, non siamo riusciti
ad esercitare il nostro diritto costituzionale in campagna elettorale.
Durante la campagna per le elezioni parlamentari del 2002, i rappresentanti del
Partito dei Lavoratori sono stati esclusi dai dibattiti televisivi. In questo
caso, non abbiamo neppure potuto avviare una causa, perché la Corte Suprema ha
dichiarato che nessun organismo ha il diritto di interferire in merito alle
scelte della televisione pubblica in campagna elettorale.
Casi simili possono accadere in assenza di una legge sui “media”. Il Partito
dei Lavoratori si era rivolto al Tribunale Costituzionale già nel 1993, ma non
aveva ricevuto risposta.
Traduzione di Mauro Gemma