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13° Seminario comunista internazionale
“La strategia e la tattica della lotta contro la guerra globale imperialista degli Stati Uniti”

Bruxelles, 2-4 maggio 2004
www.wpb.be/icm.htm , wpb@wpb.be

L’attuale posizione dei movimenti ungheresi contro le guerre imperialiste


Società Karl Marx
Ungheria

Traduciamo il contributo dello storico Andràs Széchy, membro della direzione della “Società Karl Marx” e del “movimento dei Cittadini per la Pace”

1. Le caratteristiche del “neo-imperialismo” nella nostra epoca

Le nuove conquiste imperialiste traggono la loro origine dai fondamenti del capitalismo moderno. Il capitalismo ha acquisito nuovo slancio, concretizzando la realizzazione della rivoluzione scientifico-tecnologica. Ha utilizzato la propria superiorità, registrata soprattutto in campo militare, per esercitare minacce e ricatti permanenti, per intervenire nell’esistenza stessa degli Stati sovrani, per occupare quegli stessi Stati, per piazzare “governi sottomessi” e una borghesia compradora, violando permanentemente le leggi internazionali e installando basi militari in ogni continente. Esso costringe paesi economicamente e politicamente dipendenti a contrattare alleanze politiche e militari e progetta un’espansione totale allo scopo di occupare il mondo in piena globalizzazione. Alcuni fatti recenti lo testimoniano: ha “dissanguato” i paesi dell’Europa dell’Est e le ex repubbliche sovietiche, attraverso la corsa agli armamenti e “incorporandoli” ricorrendo a strumenti economici; è intervenuto nella vita dei popoli dei Balcani, dell’America del Sud e del Medio Oriente, ha scatenato la guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq ed ha occupato questi due paesi con il pretesto di “lottare contro il terrorismo”, ha messo sotto sopra Haiti, ecc.

Il “neo-imperialismo” costituisce una nuova fase del capitalismo moderno. Nella competizione per il raggiungimento dei superprofitti, le multinazionali aspirano necessariamente a conquistare nuovi mercati, a moltiplicare le integrazioni capitaliste. La tecnologia moderna sempre più rimpiazza la manodopera umana, accresce la disoccupazione e l’impiego a tempo parziale, anche nei “paesi sviluppati” e trasferisce i capitali nei mercati migliori, per le caratteristiche della manodopera, delle regioni meno sviluppate. Crisi ricorrenti di sovrapproduzione fanno tremare il mondo o certe regioni e provocano enormi difficoltà, nello stesso tempo in cui creano nuove possibilità di speculazione in seno ai mercati finanziari. Un numero significativo di piccole e medie imprese falliscono e la stessa competitività della borghesia nazionale viene ridotta a mal partito. Anche la crisi ecologica incoraggia l’inserimento di nuove regioni nella corsa alle materie prime e all’energia e nel trasferimento delle produzioni pericolose e inquinanti verso i paesi sottosviluppati. Le tensioni sociali aumentano a causa dell’esplosione demografica, della sotto-alimentazione che ne consegue, delle malattie, di un nuovo tipo di analfabetismo, non solamente elementare ma funzionale, derivante dalla mancanza di educazione generale o specializzata, che impedisce di far fronte ai rapidi mutamenti che toccano il mondo del lavoro. La manipolazione delle coscienze attraverso una cultura di massa americanizzata che aspira all’egemonia, la fomentazione di conflitti tra i popoli e le religioni, l’approfondimento della contraddizione tra un pugno di ricchi e la povertà crescente nel mondo non provocano meno storture che le tensioni prima elencate.

Oggi, la conquista e la colonizzazione assumono forme nuove: Esse appaiono sotto la forma dell’esercizio di influenza su pseudo-democrazie economicamente dipendenti, su sedicenti democrazie parlamentari e su Stati “rispettosi delle leggi” nel quadro di sistemi di alleanza dipendenti dai capitali multinazionali. E, naturalmente, qualora lo si giudichi necessario, non si esita a ricorrere a interventi violenti, a guerre locali e regionali condotte con il supporto di armamenti ad alta tecnologia. Tutto ciò provoca necessariamente ampi movimenti di massa antimperialisti e multicolori di resistenza alla globalizzazione imperialista, un riflesso di autodifesa della sovranità e, ancora di più, acutizza i conflitti di interesse in seno ai gruppi economici, politici e militari considerati singolarmente.

2. Il ricorso agli strumenti “neo-imperialisti” nell’Europa dell’Est, in particolare in Ungheria

La combinazione di “guerra fredda” e di conflitti parziali di una “guerra calda” (Corea del Nord, Vietnam), la rapida accelerazione della corsa agli armamenti e l’incoraggiamento dei conflitti interni (Jugoslavia, Ungheria, Cina, Albania, Cecoslovacchia) hanno dissuaso i paesi socialisti e anticolonialisti dal perseguire il compito consistente nell’imprimere ulteriore dinamismo allo sviluppo dei propri settori civili e hanno spinto i paesi appartenenti alla comunità socialista est europea a farsi carico del principale fardello della salvaguardia dell’equilibrio e della pace in un mondo bipolare. Singolarmente, i paesi non sono stati in grado di mantenere il ritmo della competizione verso la modernizzazione, a cominciare dai settori civili e si sono trovati nell’impossibilità di sviluppare le loro società e il livello di vita in modo equilibrato.

Il Comecon ha perso la capacità di resistenza, la tattica della distensione è stata rimpiazzata da una politica deliberata di rivolgimento radicale. La Jugoslavia, la Romania, la Cecoslovacchia, l’Ungheria ed anche la RDT sono sempre più entrate nella spirale del debito contratto con i circoli finanziari del capitalismo occidentale e non sono potute sfuggire alla penetrazione culturale e politica che l’accompagnava. Il neo-revisionismo “eurocomunista” ha conquistato terreno in seno alla direzione del partito e dello Stato, così come nell’ambito dell’ideologia. I quadri del cambiamento del sistema sono stati sistematicamente preparati all’estero con il sostegno di fondazioni diverse (Fulbright, Soros, ecc.).

Le crisi economiche degli anni ’70 e ’80 hanno spinto i paesi della comunità socialista est europea prima verso la depressione, e poi verso il fallimento; la politica di Gorbaciov è addirittura giunta a disintegrare l’Unione Sovietica e, finalmente, il neo-imperialismo diretto dagli Stati Uniti ha costretto i paesi del potente conglomerato socialista a capitolare e a subire la disfatta. Naturalmente, ciò ha generato una situazione ancora più penosa nei paesi socialisti meno sviluppati dell’Asia, a Cuba, piccolo paese isolato dell’America Latina, ed anche nell’insieme del movimento radicale operaio e di liberazione nazionale democratica.

In Ungheria, sotto la pressione imperialista e in ragione delle tradizioni storiche, della composizione sociale e della situazione geopolitica del paese, i riformisti e i neo-revisionisti, convertiti alla socialdemocrazia (attraverso la scissione del partito unico dei lavoratori e la fondazione del Partito socialista nell’autunno 1989), hanno portato a compimento la restaurazione capitalistica in connivenza con le forze conservatrici di destra del clero nazionalista (il Forum democratico ungherese, i partiti dei piccoli proprietari e quelli della democrazia cristiana) e con i gruppi liberali borghesi (l’Associazione dei Liberi Democratici e l’organizzazione dei “giovani democratici”).

La coalizione, diretta dal Forum democratico ungherese e sostenuta dalla CDU-CSU tedesca (storicamente, è il capitale tedesco ad avere esercitato la maggiore influenza sull’economia ungherese), è giunta al potere ed ha costituito il primo governo del dopo cambiamento del sistema. Immediatamente dopo, essa ha aperto tutte le porte alla privatizzazione capitalista, assicurando un trattamento preferenziale alle multinazionali, smantellando le cooperative contadine e collocando la sua clientela nei posti di potere a qualsiasi livello della società. L’economia e la società ungherese si sono ritrovate in una situazione grave, con questa restaurazione del capitalismo.

Le multinazionali hanno acquisito i due terzi dei beni e delle proprietà nazionali. La produzione e il tenore di vita della popolazione si sono abbassati in modo vertiginoso e, ancora oggi, raggiungono appena il livello del 1989. La disoccupazione è aumentata in proporzioni preoccupanti. Il divario tra il livello di sviluppo dell’Ungheria occidentale e orientale e tra il tenore di vita dei ricchi e dei poveri si è allargato in maniera insopportabile. Ancora una volta, l’Ungheria è diventata il paese dei “tre milioni di mendicanti” e il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di sussistenza.
E’ per questa ragione che il governo conservatore è stato rimpiazzato da una coalizione socialista-liberale. Tuttavia, anche questa ha dovuto introdurre severe restrizioni economiche allo scopo di assicurare il ripristino di un equilibrio economico, e, a causa di tali restrizioni, gli elettori sono tornati a votare per un governo di destra. Il quale ha continuato ad accrescere il sostegno dello Stato ai più ricchi ed ha accordato benefici alla gioventù della classe media, per costruire una base elettorale futura.
Tali misure di favoritismo, la corruzione, l’acquisizione illegale e massiccia dei beni pubblici e il deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori hanno aiutato nuovamente la coalizione socialista-liberale a tornare al potere e a formare un governo. L’attuale governo deve affrontare una situazione difficile a causa della guerra in Iraq e della continuazione della recessione mondiale. Tali circostanze hanno incoraggiato l’estrema destra a unificarsi e a diventare ancora più aggressiva, mantenendo il paese in uno stato di tensione permanente.

Approfittando del cambiamento di sistema, il primo governo ungherese si è affrettato a raggiungere il Consiglio d’Europa. Ha favorito la liquidazione del Comecon e del Patto di Varsavia. Allo stesso tempo, ha concluso un accordo di associazione con la Comunità Europea e ha fatto richiesta di affiliazione alla NATO e all’Unione Europea. E’ vero che l’85% dei partecipanti al referendum ha votato si all’adesione alla NATO, ma, tuttavia, più della metà della popolazione ha disertato le urne.

3. Il movimento ungherese per la pace contro la guerra neo-imperialista

Il governo ungherese, allo scopo di “guadagnare punti”, si è associato alle guerre ispirate dalle potenze imperialiste (Germania, Gran Bretagna, Francia) e, in particolare, alla disintegrazione della Jugoslavia, già prima che l’Ungheria diventasse membro della NATO. Il primo governo dopo il cambiamento del sistema inviava segretamente armi ai Croati. Dopo l’intervento americano, il governo conservatore di Boros ha permesso alla NATO di utilizzare lo spazio aereo ungherese e il governo successivo, da parte sua, ha autorizzato l’installazione di una base militare nella regione trans-danubiana meridionale. Poi, c’è stato l’invio di una unità armata del genio in Bosnia, che sarebbe in seguito stata incorporata tra le altre unità nella regione dei Balcani.

Ancora prima dell’assunzione di tali misure, si era costituito il movimento “Per la pace nei Balcani”, con la partecipazione di noti scienziati, artisti, uomini politici di sinistra, personaggi pubblici, sindacalisti, organizzazioni civiche progressiste, pacifisti, ecologisti, diverse comunità religiose a favore della pace, ecc. In seguito alle guerre di rappresaglia pretestuosamente lanciate per combattere il terrorismo, e particolarmente dopo l’inizio della guerra contro l’Iraq, questo movimento ha acquistato vigore per merito delle attività permanenti dei “Cittadini per la Pace”: frequenti manifestazioni per le strade, conferenze teoriche, petizioni indirizzate e consegnate al governo e al parlamento, sottoscrizioni e spedizioni di aiuti alle vittime delle guerre, partecipazione alle manifestazioni e alle conferenze internazionali, ecc.

Il governo ungherese ha la pesante responsabilità di aver fatto parte degli “otto firmatari” che hanno autorizzato Bush e Blair a scatenare la guerra in Iraq, che hanno inviato truppe sul teatro delle operazioni, pur giocando un ruolo secondario, e che non le hanno richiamate, a dispetto delle proteste sia in Ungheria che sul piano internazionale. La caratteristica del movimento ungherese per la pace è che la sua lotta contro la guerra imperialista è fortemente legata alla lotta per i diritti sociali, la giustizia sociale, la difesa e lo sviluppo della democrazia e la solidarietà con la lotta dei popoli per la libertà. Il movimento ungherese è anche caratterizzato da una cooperazione multicolore, rispettosa dell’indipendenza e dell’autonomia delle sue diverse tendenze considerate singolarmente.

Le decisioni vengono prese sulla base del più vasto consenso, lasciando molto spazio alle iniziative indipendenti. I partecipanti al movimento ungherese sono i seguenti:
a) pacifisti, umanisti, antimilitaristi, comunità religiose progressiste che si oppongono all’aggressione e alla guerra in tutte le sue forme e che sottolineano l’esigenza della giustizia sociale;
b) ATTAC-Ungheria, che rappresenta una forza motrice del movimento, e che ugualmente lotta per la giustizia sociale nel nostro paese; al contrario di ATTAC internazionale, presenta una netta caratterizzazione antimperialista, collabora con i sindacati progressisti ed è strettamente legata a tendenze simili in seno al movimento sociale mondiale;
c) “i verdi”, che combinano la loro lotta per la pace e la giustizia sociale a quella per la protezione dell’ambiente;
d) c’è una componente che segue la tendenza “eurocomunista” nel Partito dei Lavoratori (che ha aderito al Partito della Sinistra Europea, nota del traduttore) e un’altra che ritiene accettabile cooperare con i circoli della destra che agitano la demagogia sociale e un’ideologia nazionalista, in profondo disaccordo con coloro che seguono i principi del socialismo scientifico;
e) infine, e certo non senza esercitare influenza, il nocciolo marxista, che comprende i comunisti e i socialisti di sinistra. La loro organizzazione civica è la “Società Karl Marx” e i suoi membri sono attivi in ogni gruppo progressista che tenta di ampliare – conformemente alla situazione concreta in Ungheria – la cooperazione dei movimenti democratici progressisti.

Traduzione di Mauro Gemma