www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti - 20-10-02

Atto di forza contro i portuali in sciopero

Bush fa la guerra anche ai sindacati
di Emanuele Di Nicola
Le banchine della West Coast sono di nuovo attive da giovedì 10 ottobre. La catena di scioperi portuali si è quindi conclusa, ma soltanto grazie a una procedura governativa. Anzi a un atto di forza: i portuali in sciopero per il rinnovo contrattuale sono stati costretti a tornare al lavoro. Dopo oltre dieci giorni di astensione dalle attività, l'intervento della Casa Bianca era ormai nell'aria; è stata istituita una commissione d'inchiesta sulle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro, che dovrà riferire al presidente Bush in persona. Per garantire il regolare svolgimento dei traffici la presidenza è ricorsa al Taft-Hartley Act: una procedura varata nel 1947 e mai utilizzata nella storia del Paese, che permette al capo dello Stato, tramite il procuratore generale, di ottenere un'ingiunzione che costringa la ripresa delle attività nei porti per i successivi 80 giorni lavorativi. A questo punto, le parti hanno 60 giorni per siglare un accordo definitivo; se ciò non dovesse avvenire, la commissione d'inchiesta presenterà un secondo rapporto. Sarà quindi il National Labor Relations Board (NLRB) a convocare gli iscritti del sindacato, per farli pronunciare in una votazione a scrutinio segreto sull'ultima offerta di rinnovo del contratto. Se neanche l'intero arco degli 80 giorni dovesse portare ad un accordo, le parti sarebbero autorizzate a riprendere il blocco delle attività sulle banchine.
Il vento degli scioperi non soffiava così forte sulla West Coast dal 1971. Ha cominciato ad alzarsi agli inizi di settembre, quando si sono interrotte le trattative per il rinnovo del contratto di lavoro dei portuali. La Pacific Maritim Association, (PMA) associazione che rappresenta gli utenti della costa (compagnie di navigazione americane ed estere e tutte le società che dall'Oregon a Washington), ha lanciato la prima scintilla: "Abbiamo raggiunto un accordo di massima sul trattamento sanitario, ma il sindacato rifiuta la tecnologia necessaria per modernizzare i porti", sostenne allora il presidente Joseph Miniace, dichiarandosi intollerante verso "qualunque rallentamento delle attività".
In risposta ad una catena di scioperi, già tre anni fa l'organizzazione si lanciò in uno scontro frontale contro l''ILWU (International Longshore and Warehouse Union, il sindacato dei portuali), precludendo agli addetti ogni possibilità di lavoro. La risposta del sindacato non si è fatta attendere, nella persona del suo segretario generale James Spinoza: "Siamo favorevoli alle innovazioni tecnologiche, abbiamo soltanto chiesto garanzie per tutti i lavoratori che rimangono".
Le trattative si sono trascinate fino al 19 settembre, data in cui è iniziata la mobilitazione: proprio mentre veniva annunciato un incremento mensile del 5,3% nel traffico dei container del porto di Long Beach, i dipendenti hanno marciato esplicitando il loro dissenso. Nell'arco della stessa giornata anche le zone di Seattle ed Oakland hanno conosciuto una situazione simile. La possibilità di un accordo ha continuato ad allontanarsi, fino alla svolta del 30 settembre: la PMA ha deciso l'interruzione dell'attività lavorativa, per indurre i dipendenti ad accettare un contratto di lavoro su base giornaliera, quando il precedente era ormai scaduto; il sindacato è stato accusato di aver ripetutamente rallentato e bloccato le attività nei terminal portuali, sollecitando un ricorso all'astensione dal lavoro nei cinque mesi di trattative per il rinnovo del contratto. Servizi ferroviari e marittimi sono stati paralizzati, mentre le merci si accumulavano sulle banchine di Seattle, Tacoma, Portland, Oakland, Los Angeles e Long Beach.
La richiesta principale dell'ILWU consiste nella garanzia che i nuovi posti di lavoro siano assegnati agli iscritti del suo sindacato: "La PMA ha la completa responsabilità dell'impatto di questa decisione sull'economia americana", ha accusato Spinoza. Da questi presupposti si è articolata la lunga serie di scioperi e cortei, capaci di bloccare 29 porti sulla West Coast. Le stime parlano di una perdita giornaliera che si aggira sul miliardo di dollari, dovuta al blocco degli scambi commerciali con i paesi asiatici.
E' in queste condizioni che hanno cominciato a muoversi personaggi della politica nazionale; fin dalle prime agitazioni, il sindaco di Los Angeles James Hahn ha operato un tentativo di mediazione. Nonostante la sua azione, le parti hanno rifiutato ulteriori incontri, continuando a lasciare deserti i principali moli della costa. Nei giorni successivi è stato raggiunto soltanto un accordo marginale: sono stati ripristinati gli scambi commerciali con l'Alaska e le Hawaii, evitando di danneggiare l'economia di questi paesi. Contemporaneamente, le principali compagnie di navigazione hanno però minacciato di sospendere i servizi per tutta la West Coast, in assenza di uno sbocco nelle trattative. Le aziende sono corse al riparo: la Honda ha deciso di effettuare alcune spedizioni dall'Asia per via aerea, aumentando notevolmente i prezzi di consegna. Di riflesso, anche le tariffe aeree hanno registrato una concreta impennata. All'interno del territorio americano le succursali della Toyota e della Nissan sono rimaste a corto di pezzi di ricambio, arrivando a minacciare licenziamenti temporanei e tagli alla produzione. Al di là delle banchine, oltre 150 navi di scarico (soprattutto a San Diego e Seattle) si sono ritrovate ancorate a largo per diversi giorni, con le comprensibili conseguenze sulle merci deteriorabili. Neanche il servizio federale di mediazione e conciliazione è riuscito ad intravedere una soluzione: "Non c'è l'accordo, né ci sono piani per riprendere a breve i negoziati" aveva dichiarato il direttore Peter Hurtgen.

Da qui l'intervento della Casa bianca (non esattamente rispettoso degli spazi d'autonomia sindacale) per sbloccare le trattative.

(14 ottobre 2002)
Da Rassegna Sindacale