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Date: Tue, 15 Jul 2003 21:09:43 +0200
Subject: [aa-info] America's Monetary Imperialism

L'Imperialismo Monetario Americano

Michael Hudson (ISLET, UMKC)

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Non è difficile trovare esempi di sfruttamento coercitivo nell'economia globale di questi tempi. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) impone misure di austerità ai sistemi economici con debito, con la contrazione stretta dei loro investimenti e della produzione. Questo produce disoccupazione e una crisi fiscale interna, mentre quegli Stati diventano sempre più dipendenti dagli aiuti esterni. Ne risulta un deficit commerciale che si allarga sempre più, alimentato da ulteriore indebitamento finanziario, i cui tassi di interesse aggravano il deficit complessivo della bilancia dei pagamenti in una spirale di progressivo deterioramento.


La Banca Mondiale (BM) esige che le nazioni con debito si procurino il denaro privatizzando il loro patrimonio pubblico, nonostante il deprezzamento tristemente noto dei loro beni pubblici, la sottoscrizione di tassi esorbitanti, i rapporti commerciali sleali, e la caduta di livello degli standard dei servizi dopo le privatizzazioni.
L'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ostacola i governi nella loro azione di tassare i profitti e le rendite prodotti dalle privatizzazioni di questi beni pubblici.
Il suo programma neoliberista ha lo scopo di dirigere verso le società di capitali multinazionali il controllo sui mercati, promovendo regole di tassazione che consentono alle società di dedurre dai profitti tassabili tutte le quote di interessi e di assicurazioni, i compensi per il management, e la variabile inevitabile di indebolimento, lo scotto da pagare dovuto al trasferimento di capitali all'interno delle stesse società finanziarie attraverso i paradisi fiscali esteri. Questo costringe finanziariamente alla fame i governi, costringendoli a farsi prestare sempre più denaro, anche se tagliano drasticamente i servizi pubblici.


Perciò le nazioni con debito subiscono l'inquinamento di un debito sempre più crescente - l'incremento dei debiti superiore alla loro possibilità di pagare, oltre alla sofferenza dovuta agli standard "ecologici", per purificarle dal debito, che comportano condizioni economiche da miseria.
L'austerità impedisce ai governi dal mettere in atto gli investimenti sociali necessari per evitare i costi di una radicale ed educativa "pulizia" a lunga scadenza per riparare un sistema sociale spezzato, i costi della pulizia dal debito per far fronte alla potenza dei creditori che incombe sulle loro teste e i costi della pulizia propriamente fisica che risultano dall'ospitare alcune delle industrie più distruttive dell'ambiente del mondo.

Il significato del "Washington Consensus" [l'identità di vedute tra FMI, Banca Mondiale e Tesoro degli Stati Uniti rispetto alle ricette più efficaci da applicare ai Paesi in via di sviluppo, austerità dei bilanci pubblici, privatizzazioni e liberalizzazioni] imposto dal FMI, dalla Banca Mondiale, e dal WTO è quello di smantellare il potere finanziario dei governi nel mondo e il loro potere di produrre norme.
Non solo ai governi delle nazioni con debito si impedisce di governare i loro deficit di bilancio, che gli Stati Uniti gestiscono liberamente nonostante la loro stessa alta disoccupazione, ma anche la Banca Centrale Europea (BCE) blocca i governi membri del Continente dal gestire deficit di bilancio sostenuti più del 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL), malgrado la contenuta disoccupazione continentale e l'avanzo della bilancia dei pagamenti.

Queste nazioni con surplus nella bilancia dei pagamenti si trovano esse stesse incapaci a tenere testa all'afflusso di dollari derivante dal deficit della bilancia commerciale Americana, attualmente gravato dalle spese militari, che minaccia di intensificarsi per l'estendersi dell'avventurismo degli Stati Uniti nel Medio Oriente. In cambio di questo eccesso di dollari, l'Europa e l'Asia forniscono le esportazioni e svendono le loro industrie e le loro risorse. Ma cosa ricevono in cambio?

Nelle regole economiche mondiali era stato sottinteso un duplice protocollo, quando il dollaro è stato sganciato dall'oro, nel 1971, quando il deficit commerciale USA di 10 miliardi di dollari era equivalente a più della metà delle riserve in oro USA. Ma oggi non vi è più la convertibilità in oro e quindi non esiste un vincolo significativo alla spesa degli USA all'estero o in casa. Gli Stati Uniti non hanno sottoposto se stessi ad alcuna delle dolorose condizioni finanziarie che tutte le altre nazioni hanno sentito l'obbligo di seguire. Quello che rende questa asimmetria tanto ironica è che questo è stato reso possibile da un'apparente sconfitta finanziaria per gli Stati Uniti.
Una volta che l'America aveva bloccato i pagamenti in oro, niente di più rimaneva per le altre banche centrali che chiedere di essere inondate da dollari da parte di esportatori del settore privato e da venditori di risorse in eccedenza delle loro necessità.

L'America non avrebbe ceduto mai il controllo dei suoi settori strategici ai detentori stranieri di questi dollari, nonostante le nazioni straniere avessero privatizzato le loro principali aziende fornitrici di servizi di pubblica utilità e le infrastrutture. Nel 1973, diplomatici USA avevano messo in chiaro che se le nazioni dell'OPEC avessero tentato di usare i loro dollari per acquistare le più importanti società degli Stati Uniti, questo sarebbe stato considerato un atto di belligeranza. Le nazioni Islamiche venivano informate che avrebbero incassato interessi depositando il loro denaro nelle banche Americane, o acquistando Buoni del Tesoro USA, o - considerando i loro impedimenti di natura religiosa rispetto all'usura - acquisendo quote di minoranza dei capitali delle imprese USA, un'attività che avrebbe aumentato l'offerta del mercato azionario e quindi aiutato a creare un boom negli Stati Uniti, ma non comprando azioni sufficienti per dominare quelle società.
Loro potevano acquisire patrimoni immobiliari, sullo stile Giapponese, aiutando a gonfiare il mercato immobiliare USA. Ma, in una maniera o in un'altra, l'OPEC e gli altri detentori di dollari avrebbero conservato i loro flussi di entrate di dollari nella forma di dollari. Infatti non esisteva altra alternativa, politicamente parlando e per meglio dire militarmente.

Tanto basti, per la patina del guanto della retorica del libero mercato nel quale era stato avvolto questo pugno di ferro! Ora che l'oro era stato demonetizzato, tutto quello che le banche centrali estere potevano fare con i loro dollari in eccedenza era di ritornarli all'Amministrazione USA, acquistandone Buoni del Tesoro. Se loro non avessero fatto questo, le loro valute avrebbero fluttuato verso l'alto nei confronti del dollaro, con la minaccia per i loro produttori e gli esportatori di merci e di prodotti alimentari di non essere competitivi nei mercati esteri.

Quello che può causare una frattura fra gli Stati Uniti e i detentori esteri di dollari è una tensione non-economica: la guerra Americana contro l'Iraq e la sua minaccia di attacchi preventivi (assolutamente ingiustificati) contro l'Iran, la Corea del Nord, la Siria e il Nord Africa.
Nel 1960 le spese militari per la guerra in Vietnam avevano indotto un deficit nella bilancia dei pagamenti Americana, prosciugando le riserve auree che erano state la fonte del potere internazionale degli USA fin dalla Prima Guerra Mondiale.
Tornando ad allora, per lo meno il settore privato era in pareggio. Ma oggi questo è profondamente in deficit, mentre le spese militari stanno spaventando il mondo, non soltanto per l'offerta finanziaria a basso prezzo del valore del dollaro già in fase di deterioramento, ma per l'avventurismo politico che sta scatenando le proteste popolari in tutto il globo. Altre nazioni temono ora l'aggressività militare dell'America, come pure il suo unilateralismo finanziario incontrollato. Sebbene la Guerra contro l'Iraq sia solo il più recente coronamento dello sviluppo incontrastato del deficit commerciale e della bilancia dei pagamenti degli USA, le proteste contro la guerra che si sono viste in tutto il mondo hanno dato al problema una colorazione altamente politica.

Il mondo ancora ricorda come era stata la Guerra del Vietnam che aveva costretto l'America a sganciarsi dall'oro, dato che il deficit Usa nella bilancia dei pagamenti durante gli anni Sessanta derivava interamente dalle spese militari d'oltremare. Dal 1971 gli Stati Uniti avevano bloccato il bilanciamento di oro contro dollari detenuti all'estero, e il dollaro cessava di avere come corrispettivo l'oro. Quando il deficit dei pagamenti si trasferì al settore privato, questo si espresse nella forma della domanda di prodotti esteri. Questo era ben accetto alle nazioni straniere per il fatto che così almeno veniva dato impulso alla loro occupazione interna.
Ma il nuovo avventurismo militare Americano non procura vantaggi da nessun punto di vista per l'Europa, l'Asia o le altre regioni. Invece ha fornito alla "qualità" dei Buoni del Tesoro Statunitensi la connotazione di minaccia politica e militare, oltre ad essere una pura forma economica di sfruttamento.

Essendo occorsi più di tre decenni perché la crisi raggiungesse oggi la sua massa critica, il carattere multilaterale della finanza internazionale sta ora iniziando a sgretolarsi, dato che altre nazioni ora stanno cominciando a rendersi conto come lo Standard Dollaro abbia consentito agli Stati Uniti di ottenere la più grande scorpacciata gratuita della storia. Mentre in precedenza il sistema finanziario mondiale era ancorato all'oro, ora le riserve delle banche centrali sono costituite da "pagherò" del Tesoro USA che vengono accumulati senza limiti. L'America è stata acquirente di prodotti all'estero, e anche di società in Europa, in Asia e in altre regioni, con crediti cartacei, il cui volume ora ha assunto dimensioni che vanno oltre la possibilità da parte degli USA di pagare, e gli Stati Uniti hanno ben chiarito come non vi sia nemmeno la piccola intenzione di saldare i propri debiti.
Questa è oggi l'essenza dell'«oro di carta.»!

Il deficit della bilancia dei pagamenti che si sta allargando e la conseguente brusca caduta del dollaro pongono la questione se qualche concreto limite esista- o possa essere imposto - agli Stati Uniti dallo spendere di più di quello che incassano. Il problema consiste nel fatto che si stanno pagando beni non Statunitensi e servizi con "pagherò" del Tesoro, cambiali che rapidamente stanno perdendo la credibilità di essere in qualche tempo onorate.

Questo è il campo in cui il modello disonesto e falso viene messo in gioco.
Se le nazioni Africane e dell'America Latina - e ora l'Iraq - non possono ricevere proroghe nel pagamento dei loro debiti che stanno crescendo in termini esponenziali e chiedono la cancellazione del debito, possono gli Stati Uniti starsene nel retroscena? E se il debito USA venisse cancellato, l'Europa e l'Est Asiatico cosa riceveranno in cambio per avere fornito un torrente sempre in aumento di automobili e altri prodotti, per non parlare della vendita delle loro industrie e società, in conto dollari?
Per quel che li riguarda gli Stati Uniti riceveranno via libera, proprio mentre i loro economisti promettono al mondo che questa cosa non può essere considerata come una libera mangiatoia.

Quello che mette in atto il Super Imperialismo di oggi, a differenza del passato Imperialismo dell'«impresa privata»

È stato creato un nuovo modo di sfruttamento internazionale. Come ha sottolineato di recente Henry C. K. Liu in Asia Times, «L'egemonia del dollaro è una condizione strutturale nel commercio e nella finanza mondiali, per la quale gli Stati Uniti producono dollari e il resto del mondo beni che i dollari possono comprare.»
Specialmente nella sua caratteristica finanziaria, questo nuovo tipo di imperialismo sta trasformando, buttando tutto all'aria, le forme più classiche di imperialismo. Diversamente dai modo precedenti di imperialismo, si tratta di una strategia che prevede un solo potere, quello degli Stati Uniti, che deve essere applicato. Inoltre nuovo è il fatto che il livello standard dei Titoli del Tesoro USA non dipende dai profitti del capitale o dalle iniziative delle imprese private che investono in altre regioni per ricavare profitti e interessi. L'imperialismo monetario opera soprattutto attraverso la bilancia dei pagamenti e con gli accordi con le Banche Centrali, che in ultima istanza dipendono dal Governo. Questo avviene fra il Governo degli Stati Uniti e le Banche centrali delle nazioni che presentano degli attivi nella bilancia dei pagamenti. Più alta risulta la crescita di questi attivi, maggiori sono le obbligazioni del Tesoro USA che loro sono costrette ad acquisire.

Di recente ho aggiornato e ripubblicato un libro che avevo scritto quando questo processo stava proprio mettendosi in marcia, nel 1972: Super Imperialism: The Origins and Fundamentals of U.S. World Dominance. La nuova edizione è stata pubblicata da Pluto Press, quest'anno. Il testo fornisce una più completa spiegazione, che ora posso fornire, di come l'America nel 1971 usciva dall'oro, obbligando le Banche Centrali del mondo a finanziare il deficit della bilancia dei pagamenti USA usando il loro surplus di dollari per acquistare Titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Questo spiega perché poco
l'Europa o l'Asia, rispetto a questa situazione, possono fare, meno che rifiutare il dollaro. Il problema consiste nel fatto che il rifiuto del dollaro porterebbe alla rivalutazione delle loro monete correnti, creando però lo scontro con i loro stessi esportatori nei mercati mondiali.

L'oro era la fonte del potere finanziario Americano fin dalla Prima Guerra Mondiale, quando le vendite di armamenti agli Alleati e le esportazioni di materiali correlati avevano trasformato gli Stati Uniti da una nazione con debiti in una creditrice. Dal 1917 fino a tutto il 1950 gli Stati Uniti hanno sfruttato questa loro posizione di creditori per dominare la diplomazia internazionale. Il Prestito alla Gran Bretagna del 1944 aveva garantito sulla condizione che l'Impero Britannico e la relativa Area della Sterlina sarebbero decaduti, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e praticamente prodotto un'espansione dell'economia USA. Lo stesso potere creditizio era stato usato nei confronti dei debitori del Terzo Mondo fin dagli anni Cinquanta, una volta che questi avevano esaurito le loro riserve di valuta estera accumulate durante la Seconda Guerra Mondiale, come risultato delle forniture di materie prime agli Alleati e non trovando più da importare molti beni di consumo o da investire.
Quando gli Stati Uniti si sganciarono dall'oro, apparì subito che quest'epoca era giunta alla fine. La maggior parte degli osservatori avevano presunto che le nazioni creditrici avrebbero dettato legge. Un'epoca era finita, nel senso che gli Stati Uniti stavano diventando il più grosso debitore del mondo. Ma quello che sostituiva il loro potere di creditori era un nuovo potere debitorio, basato sul potere Americano di mandare in rovina il sistema finanziario mondiale, se le altre nazioni avessero fatto valere i loro interessi come creditori, a fronte della richiesta USA di diventare debitori insolventi.


Imperialismo Classico di Ieri 
Opportunità globalmente simmetriche, basate su scambi commerciali ed investimenti, sostenuti da prestiti internazionali.
Si fonda sul potere cosmopolita del credito.
L'attivo commerciale della nazione imperialista fornisce le risorse per sostenere gli investimenti di capitale all'estero.
La competizione maggiore risulta nella conquista dei mercati delle esportazioni.
Tutte le nazioni possono diventare imperialiste, seguendo un identico modello.
L'effetto è quello di dare sviluppo il meno possibile a dipendenze.
Forte aumento di lavoro a basso salario nelle regioni a minor sviluppo.
Lo sfruttamento viene misurato dal differenziale salariale.
Il potere imperialista viene rafforzato con l'uso delle cannoniere.

Egemonia del Dollaro all'Insegna dei Titoli di Stato del Tesoro USA
Asimmetria geopolitica, e quindi instabilità, basata sui dollari USA che suppliscono alle riserve auree delle banche centrali attraverso i Titoli di Stato del Tesoro USA.
Si fonda sul potere straordinario del debito Americano.
L'economia Statunitense gestisce un deficit commerciale che si allarga sempre più, in aggiunta ad un deficit finanziario e per spese militari.
L'obiettivo è quello di importare quanto più possibile, senza avere a disposizione il "quid pro quo".
Solo gli Stati Uniti possono giocare la nuova partita del dollaro.
L'effetto è quello di rendere le banche centrali estere strumenti dell'Accordo, "Consensus", monetaristico di Washington.
Si estorcono forzatamente crediti e prestiti all'Europa e all'Asia.
La mira risulta quella di raccogliere l'intero prodotto non pagando nulla.
Il potere imperialista viene rafforzato con la potenza missilistica e della Forza Aerea.  


I vantaggi da signoria feudale dell'Egemonia del Dollaro

 
Il via libera che l'America riceve per la sua capacità di gestire il deficit della bilancia dei pagamenti è stato paragonato ad una signoria feudale, quando un governo stampa moneta corrente cartacea e la spende per beni e servizi. Viene tenuta cartamoneta USA all'estero più di ogni altra nazione, anche più di quella tenuta negli stessi Stati Uniti. Per la maggior parte consiste di biglietti da 100 dollari. La Russia ne tiene conto per una larga percentuale, e i trafficanti di droga nel mondo, gli evasori fiscali e altri criminali ne hanno assorbito la grande quantità.
Alle nazioni straniere va la carta, mentre agli Americani vanno beni e servizi.

Ma il massimo dei vantaggi del credito per il dollaro USA proviene dalle Banche Centrali estere che ricevono cambiali bancarie definite in dollari.
Oltre al fatto che il loro settore privato ha speso per comprare  merci di esportazione USA, paga interessi e dividendi agli investitori USA o rimette profitti alle loro stesse società negli USA, si è raggiunto l'ammontare quasi di un trilione di dollari nelle Banche Centrali mondiali, dollari che il settore privato non può utilizzare, e quindi li ha convertiti nella propria valuta.

Le stesse Banche Centrali si ritrovano con l'equivalente delle banconote da 100 dollari accumulate dai Russi.
Almeno le Banche Centrali hanno la possibilità di fornire interessi accreditati a quelle holdings che possono rigirare questi dollari agli Stati Uniti, comprandone Buoni del Tesoro. Questi Buoni costituiscono la base delle riserve internazionali USA.

L'Europa, la Cina e il Giappone sono state le più importanti aree che hanno contribuito ad accumulare queste riserve. Esse finalmente hanno cominciato proprio a chiedersi quale sia l'uso pratico di queste riserve, e quanto valore questi Titoli in dollari conserveranno, dal momento che sono diventati fittizi in modo sempre più crescente. Quando si arriva all'essenza delle questioni, come permetterà oggi il Governo degli USA ai governi esteri di spendere le loro riserve monetarie? L'economia USA si sta affossando da sola, a causa del fatto che l'industria Statunitense viene trattata da veicolo finanziario, trasformando profitti in pagamenti di interessi. La sua forza lavoro è diventata ad alto costo non solo a causa delle spese quotidiane correnti per pagare beni e servizi, ma anche per il brusco incremento degli interessi sui debiti, guidato dall'aumento degli interessi ipotecari relativi al sempre più costoso acquisto della casa.

Sebbene la bolla speculativa finanziaria e sul patrimonio immobiliare sia stata salutata come "creazione di ricchezza" postindustriale, essa sta rendendo l'economia Americana non competitiva sui mercati mondiali e quindi incapace di far fronte al suo debito estero con la gestione di un surplus commerciale. I lavoratori negli USA sono costretti a pagare alti costi per le abitazioni e alti tassi di interesse sui prestiti, che sono loro necessari per stare a galla nell'economia del giorno d'oggi.
L'agricoltura rimane il sostegno principale delle esportazioni statunitensi, ma ultimamente il protezionismo agricolo nazionale è stato sottoposto a critiche da parte delle nazioni con deficit alimentare.
Questo è stato il punto di inceppo nei negoziati per un nuovo commercio globale, sin da quando la Politica Agricola Comunitaria ha scatenato la concorrenza fra Europa e Stati Uniti, 45 anni fa. 

L'ironia dell'egemonia del dollaro: potere e credito illimitato attraverso la minaccia di bancarotta

Gli Stati Uniti ottengono egemonia non solo dalla loro condizione di nazione creditrice come avveniva prima della Guerra di Corea, ma anche attraverso l'attuale status di deficit della bilancia dei pagamenti.
Questa apparente debolezza permette loro di dar corso ad un deficit commerciale che adesso si sta avvicinando a quasi a tremila miliardi di dollari l'anno e non mostra segni di diminuzione.Il mondo si trova di fronte ad un’America che da corso a questo debito senza costrizioni di alcun genere , importando a piacimento dall'estero e permettendo ai suoi investitori di comprare tutte le imprese estere, i pacchetti azionari e le obbligazioni che vogliono, senza limiti.

Con "senza limiti", intendo senza dover provvedere un "quid pro quo" (una qualsiasi forma compensativa) al dei là dei Buoni del Tesoro, le cui prospettive di rimborso decrescono all'aumentare del loro volume. Come gli analisti economici in numero sempre più piccolo riescono a vedere un modo in cui queste obbligazioni ufficiali possano essere rimborsate, così la questione diventa quale fra le nazioni riuscirà per prima ad abbandonare il dollaro, e quali sconvolgimenti politici potrebbero risultare nel momento in cui le nazioni porranno un limite all'accettazione di ulteriori dollari nelle loro riserve.

Per quanto riguarda i rapporti fiscali e monetari interni agli Stati Uniti, il governo può finanziare il suo deficit di bilancio attraverso la richiesta da parte delle Banche Centrali estere di Titoli del Tesoro USA, piuttosto che prendere in prestito denaro dai cittadini o tassarli. Più cresce il deficit della bilancia dei pagamenti, più soldi le Banche Centrali devono riciclare per finanziare il deficit di bilancio dell'America. Perciò, entrambi i deficit possono crescere contemporaneamente, finanziandosi l'un l'altro.

L“egida del Buono del Tesoro” è quindi una definizione più precisa rispetto a "egemonia del dollaro". Questo spiega come questa egemonia viene conseguita. Altre nazioni che presentano un deficit di bilancio sono obbligate ad alzare i tassi di interesse. Soltanto l'America ha abbassato i suoi tassi di interesse, perseguendo una politica di tassazione, e di conseguenza fiscale e monetaria, di "negligenza benevola" a fronte del  suo deficit commerciale e dei pagamenti. Gli Stati Uniti soltanto possono abbassare i loro tassi di interesse per incentivare l'attività economica nazionale, fino al punto di stimolare una bolla finanziaria nel mercato azionario e immobiliare. Tale libertà non è concessa a nazioni in Europa, Asia o in altre aree. Nessuna nazione finora era riuscita a fare questo.

Quando le altre nazioni presentano un sostenuto deficit commerciale, esse sono obbligate a finanziarlo vendendo i beni nazionali, oppure incorrendo in debiti - debiti che sul serio sono obbligate a pagare. Sembra che soltanto gli Americani siano così sfacciati da poter dire "Si fotta il mondo. Noi andremo a fare quello che ci pare!"
Le altre nazioni semplicemente non possono permettersi il caos su cui è poggiata l'economia USA, in conseguenza del fatto che il commercio estero nell'economia Statunitense gioca un ruolo minore rispetto a quello di qualsiasi altra economia nell'odierno mondo interdipendente.

Usando la leva del debito per fissare i termini entro i quali bisognerà trattenersi per non causare il caos monetario, l'America ha trasformato in forza la sua apparente debolezza finanziaria. Il debito del Governo USA ha raggiunto una tale ampiezza che qualsiasi tentativo di metterlo in ordine comporterebbe un interregno di caos finanziario e di instabilità politica. I diplomatici Americani hanno imparato che essi sono comunque ben posizionati nello stare sulla sommità di un tale pozzo senza fondo.

Nessun’altra nazione può giocare la partita della finanza internazionale in questo modo. Le altre nazioni con un deficit della bilancia dei pagamenti sono obbligate a liquidare i patrimoni dei loro beni pubblici e fare debiti che davvero dovranno essere pagati. Libera da tali costrizioni, l'America continua a fornire al mondo dollari di carta o elettronici (virtuali), a volontà.
Il risultato è che sebbene ciò a prima vista appare come un segno di debolezza, il deficit commerciale e dei pagamenti statunitense rifornisce i consumatori e le imprese USA di beni stranieri, anche spendendo militarmente all'estero e abbassando i tassi di interesse fino a gonfiare la bolla di un'economia senza costrizioni internazionali. Questa capacità asimmetrica di sfruttamento è il doppio standard implicito nell'egemonia del dollaro. Esso permette all'America di giocare il doppio ruolo del creditore e del debitore.

Come nazione debitrice gli Stati Uniti sfruttano l'Europa e l'Asia attraverso un deficit della bilancia dei pagamenti che adesso si sta avvicinando quasi a mille miliardi di dollari annui. Gli USA pagano per le proprie importazioni e per l'acquisto di industrie estere con Buoni del Tesoro per i quali i loro diplomatici hanno da molto tempo fatto capire come esista una scarsa intenzione di rimborsarli. Alle banche centrali finiscono "pagherò" cartacei o elettronici che spuntano un 4-5% di interesse, che il Tesoro Statunitense semplicemente aggiunge al bilancio del dare, mentre gli investitori USA acquistano compagnie estere, risorse ed imprese fino ad allora pubbliche, dalle quali ci si aspetta possano rendere attorno al 20% di entrate e di guadagni in conto capitale.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti usano il tradizionale potere creditizio del "denaro contante" verso le nazioni debitrici del terzo mondo. Attraverso il FMI e la Banca Mondiale gli USA costringono queste nazioni a pagare il debito estero attraverso la privatizzazione delle loro risorse naturali e delle pubbliche imprese, che per centinaia di anni sono state considerate come il loro patrimonio nazionale e la loro garanzia di autodeterminazione nella politica economica e fiscale.

Il fatto che gran parte del debito estero usato come leva nei confronti dei paesi del terzo mondo possa essere ricondotto agli spostamenti di capitali e all'accumulo degli interessi relativo ai prestiti del passato concessi alle cleptocrazie e alle oligarchie clientelari sostenute dagli Stati Uniti aggiunge un’ulteriore nota di asimmetria che illustra la rimarchevole abilità dell’America di ottenere il meglio di entrambi i sistemi applicando questa duplice strategia internazionale. che sembra Gli USA comprano qualsiasi prodotto da importazione o impresa estera che desiderano, con una linea di credito non avere fine, mentre usano la loro capacità di creare credito bancario (in dollari) a volontà come leva finanziaria sui governi delle nazioni indebitate. Per loro, l’alternativa è di patire lo stesso destino che hanno sofferto Cuba, l'Iraq e gli altri paesi esiliati dal "Washington Consensus".
 
Strumento di crescita economica globale o sfruttamento finanziario?

I diplomatici americani spiegano la spesa estera USA come un "motore di crescita" che pompa dollari nell'economia mondiale fornendo una sorgente di domanda di mercato che salva le altre nazioni dalla disoccupazione e dalla recessione. La logica è che il lavoro all'estero non sarebbe impiegato senza la domanda del consumatore americano, come se Europa e Asia non potessero rimpiazzare le importazioni Statunitensi con la crescita dei loro stessi mercati.

Se ciò fosse vero, costituirebbe un atto di accusa contro il sistema bancario centrale Europeo, che rifletterebbe la misura in cui la BCE e le banche centrali in ogni parte del mondo sono diventate parte del monetarista "Washington Consensus" - una forma di strangolamento finanziario all'esterno degli Stati Uniti, mentre il sistema bancario USA crea liberamente credito e taglia le tasse e le banche centrali estere ne finanziano il deficit di bilancio risultante.

Un eufemismo correlato è che l'economia USA sta andando così bene da "attrarre" denaro, che fornisce agli Stati Uniti le risorse per comprare all'estero più di quanto vendono all'estero. La linea implicita di causa ed effetto capovolge la realtà di quanto sta accadendo. Nelle attuali condizioni geopolitiche questi dollari non possono andare da nessuna parte eccetto che tornare indietro nel sistema economica USA, che immette nel mondo dollari sapendo che come un boomerang le banche centrali estere dovranno restituirli.

Non sono necessari passaggi operativi per riattirare questi dollari. Tutto quello che risulta necessario consiste nel prevenire che l'euro e la sterlina, lo yen e lo yuan vengano usati per espandere la domanda interna di mercato e per finanziare dei programmi sociali di tipo democratico, e che si creino dei titoli di stato che altre nazioni possano tenere in alternativa al debito del Tesoro USA.
È necessario non vedere che la raffigurazione del dollaro come "motore di crescita" mondiale è un eufemismo per "egemonia del dollaro" e che il libero corso Americano sta perdendo il contatto con la realtà finanziaria nel mondo, rovesciando l'effettivo rapporto di causalità.

La domanda che è necessario porsi è come il resto del mondo giunga a essere dipendente dal deficit commerciale e dei pagamenti USA al fine di ottenere sufficiente denaro da spendere per la domanda interna. Storicamente, il denaro è stato una creazione del governo. Esso è anche un titolo di debito - oggi, un debito dovuto principalmente dal Governo degli Stati Uniti. In che modo la creazione delle riserve monetarie internazionali sfugge dalle mani di tutti i governi, eccezion fatta per quello degli Stati Uniti?
Parte della risposta sta nell'imposizione del “Washington Consensus” da parte del FMI e della Banca Mondiale. Quando i consiglieri Americani hanno avuto mano libera in Russia nella metà degli anni Novanta, essi insistettero che la Banca Centrale tenesse dollari USA come contropartita alla creazione di rubli per pagare i lavoratori del paese. Notoriamente la Banca Centrale Russa pagava il 100% di interessi per questi dollari, dollari che avevano poco a che fare con il credito del rublo creato per pagare i lavoratori,  ma molto invece a che fare con la creazione di ampi profitti per gli investitori e speculatori Statunitensi in ottimale combutta. Il problema è ideologico, non necessariamente economico.

Per tutte queste domande la risposta più sicura viene fornita seguendo il denaro. Come viene asserito che Willy Sutton avesse rimarcato, egli rapinava le banche perché lì si trovava il denaro. Gli imperi seguono la stessa strategia. Un secolo fa, John Hobson osservava che le nazioni imperiali investivano principalmente l'una sull'altra. Dopo tutto, sono esse che hanno il denaro e i mercati, e i cui beni immobiliari, i mercati azionari e di titoli obbligazionari offrono le migliori opportunità per i guadagni provenienti dalle rendite sulle disponibilità finanziarie. Il problema non sta tanto nel ricco che sfrutta il povero, quanto nel fatto che le nazioni ricche sfruttano le altre nazioni ricche. Questa è stata la chiave della costruzione degli imperi durante tutta la storia.

Non era il lavoro che l'America voleva quando ha spedito i suoi consulenti in Russia. I suoi investitori bramavano le materie prime di quella regione, il suo petrolio e il suo gas, i minerali, e specialmente le sue aree cittadine, in quanto le risorse costituite da terreni e quelle del sottosuolo sono ancora i beni principali di ogni economia. Ecco perché sono i principali obiettivi dell'imperialismo, in quanto producono utili da rendite e capitali, la cui entità supera i profitti eventualmente guadagnati dall'impiego di lavoro salariato.

La guerra in Iraq per il petrolio è collegata all'"Egemonia del Dollaro"?
La guerra contro l'Iraq del 2003 ha suscitato la congettura che sia stata combattuta per mantenere il petrolio OPEC valutato in dollari anziché in euro.
Il problema di questa teoria è che quando i dollari o i Buoni del Tesoro USA in mano all'OPEC sono venduti in cambio di titoli definiti in euro, yen o yuan, questi titoli in dollari sono trasferiti rispettivamente alle banche centrali di Europa, Giappone e Cina. Allora, queste banche centrali si trovano obbligate a fare proprio quello che sempre hanno fatto per impedire che le proprie monete correnti si rivalutino rispetto al dollaro: esse riciclano le entrate in dollari nei Buoni del Tesoro Statunitense. Se esse ricevono delle entrate nella bilancia dei pagamenti come risultato di acquisti OPEC, complessivamente le riserve globali delle banche centrali di Titoli del Tesoro non diminuiranno, ma semplicemente si trasferiranno dalle banche centrali dei paesi dell'OPEC a quelle dell'Europa e dell'Est Asiatico. L'OPEC si sarà liberato dal proprio problema con il dollaro passandolo ad altri, come la proverbiale patata bollente.

Questo significa che le questioni concernenti la minaccia dell'euro al dollaro sono state esagerate. Se le nazioni esportatrici di petrolio trasferissero le loro riserve internazionali dal dollaro all'euro, lo farebbero attraverso la vendita dei Buoni del Tesoro USA e l'acquisto di obbligazioni statali o di altri titoli delle nazioni Europee. Ciò spingerebbe in alto il tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro, mettendo l'Europa di fronte allo stesso dilemma con cui si era trovata, quando, nel 1971, il dollaro era stato svincolato dall'oro. Se esse danno l'alt al riciclo del loro surplus di dollari, -  cioè, al loro surplus commerciale e dei pagamenti - riprestandoli al Tesoro USA, le loro valute si apprezzeranno, con il conseguente danno dei loro esportatori. Questo è il dilemma spiegato dettagliatamente nei due capitoli finali di "Super Imperialism".


L'effetto di un trasferimento dal dollaro all'euro da parte dell'OPEC rassomiglierebbe molto ad un Europa che esporta più beni direttamente negli Stati Uniti o in altre aree che usano il dollaro, oppure che sta vendendo maggiormente ad investitori USA imprese, azioni e obbligazioni. Appena l’euro sale rispetto al dollaro, gli esportatori europei cominciano a lamentarsi che i prodotti definiti in euro stanno diventando non competitivi nel mercato mondiale. Per prevenire questa evenienza, le nazioni europee che ricevono flussi di dollari nelle banche centrali dalle nazioni OPEC, (Organization of Petroleum-Exporting Countries), sono già sotto pressione per mantenere basso il tasso di cambio dell'euro usando queste entrate in  dollari per comprare ulteriormente Titoli del Tesoro USA.

Quindi la guerra per il petrolio del 2003 non è parte di una rivalità monetaria tra dollaro ed euro, perché Europa ed Est Asiatico restano le aree che in ultima istanza assorbono il surplus mondiale di dollari. Non è sorta ancora nessuna opposizione all'egemonia Statunitense del dollaro, come avrebbe detto la signora Thatcher, malgrado tutto non c'è alternativa.
Ma ciò non significa che non ve ne sia una, in fase di gestazione.
Come gli Stati Uniti giocano entrambi i ruoli di debitore e creditore, allora Europa, Asia, America Latina e Africa (e anche il Canada) si trovano obbligati per autotutelarsi a creare un sistema più giusto dei pagamenti e della gestione del debito nel mondo.

Passi verso una contro-strategia

Una risposta allettante potrebbe essere il ritorno al vecchio sistema dei due tassi di cambio, uno per il commercio e un altro per i movimenti finanziari. Ciò dovrebbe essere fatto in modo da non lasciare agli speculatori possibilità di arbitraggio tra i due tassi, vendendo titoli e accoppiando ordini di vendita e di acquisto. Un tale compito implicherebbe una complessa gestione di regole che correrebbe il rischio dell'inutilità.

Un'opzione più semplice sarebbe di fare quello che hanno fatto gli Stati Uniti nel 1922 quando furono minacciati dalle importazioni a basso costo dalla Germania, nel momento in cui il tasso di cambio del marco era crollato sotto il fardello del pagamento delle riparazioni di guerra. Il Congresso ripristinò la tariffa doganale dell'Americana Sellini Prime (ASP, Prezzo di Vendita Americano) del 1909 nei confronti delle nazioni con la moneta in via di svalutazione. Veniva imposta una tariffa fluttuante pari al differenziale di vantaggio delle importazioni estere rispetto ai prezzi delle merci nazionali USA. Questo impedì alla Germania e ad altre nazioni di ottenere un vantaggio nei prezzi, risultante dalla svalutazione o anche da un rendimento maggiore.
Europa e Asia potrebbero imporre una tale tariffa di ritorsione e usare il ricavato o le altre entrate in dollari per sovvenzionare le loro esportazioni nei mercati in competizione con le esportazioni Statunitensi per controbilanciare il vantaggio dei prezzi USA derivante dalla svalutazione del dollaro.

Ancora più importante, le nazioni estere dovrebbero capire che non hanno bisogno dei dollari al fine di rispondere il mercato interno. I loro Tesori possono creare il proprio denaro basato sui loro bisogni economici piuttosto che lasciar diventare le riserve delle loro banche centrali un derivato del deficit della bilancia dei pagamenti USA.

Finora i diplomatici Statunitensi hanno usato il contrasto tra le culture politiche a proprio vantaggio. Sembra che soltanto gli Stati Uniti agiscano secondo i loro interessi nazionali, mentre Europa, Asia e Terzo Mondo acconsentono al “Washington Consensi” come se fossero delle oligarchie clientelari. Soltanto respingendolo, queste nazioni possono creare una organizzazione più equa tra dollaro, uro, yen e yuan. E soltanto dando corso ad un deficit della bilancia dei pagamenti, Europa e Asia possono seguire il modello USA, fornendo uno strumento alle altre nazioni per conservare le loro riserve monetarie internazionali. Ciò esige l'abbandono della dipendenza mondiale dal “Washington Consensus” e della relativa imposizione di austerità monetarista al di fuori degli Stati Uniti.

Michael Hudson è "Distinguished Research Professor of Economics" alla University of Missouri di Kansas City (UMKC). Quest’anno una nuova edizione del suo Super Imperialism: The Origins and Fundamentals of World Dominance è stata pubblicata da Pluto Press, la quale ha pubblicato anche il suo Trade, Development and Foreign Debt: A History of Theories of Convergence and Polarisation in the International Economy
(2 vol., 1992).
Il prof. Hudson è stato consulente economico dell’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research, Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca) e dei governi degli Stati Uniti, Canada, Messico e di altri governi governi esteri, così come di numerose società internazionali e di operatori finanziari. Dal 1995 è stato presidente dell’"Institute for the Study of Long-term Economic Trends" (ISLET, Istituto per lo Studio delle Tendenze Economiche a lungo Termine).