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fonte http://www.rebelion.org/petras/english/040401pertrasus.htm
Traduzione dall’inglese Bf


Elezioni USA il loro futuro e il nostro


James Petras
Rebelion, 4 Marzo 2004

Aristotele definì l’oligarchia come la politica nelle quale pochi eletti governano sui molti. Questa formula calza perfettamente con la descrizione di primarie ed elezioni generali statunitensi. Nello stato di New York, dove nelle recenti primarie dei Democratici solo il 15% dei membri di partito ha votato, Kerry ha vinto con l’8% dei Democratici registrati. Nelle elezioni generali del novembre, 25 milioni di votanti (su 50 milioni) ha potuto decidere chi avrebbe governato su 280 milioni di cittadini.

La grande maggioranza di neri, ispanici e lavoratori poveri non voterà, in quanto vede che ne il Repubblicano Bush, ne il Democratico Kerry parla dei problemi che più riguardano la loro vita. Nella campagna elettorale molti preferiscono Kerry perché è considerato in grado di battere Bush, il candidato reazionario. La razionale avversione per Bush da parte di molti elettori statunitensi presenta tuttavia un altro aspetto: l’abbraccio irrazionale ad un partito Democratico reazionario

Il senatore Jhon Kerry, l’uomo più ricco del Senato US, ha legami con le Grandi Banche e una registrazione di voti da far invidia a ogni conservatore. In politica estera Kerry critica Bush e Rumsfeld per non mandare abbastanza militari in Iraq. Propone di mandare ulteriori 40.000 soldati a proteggere le autorità dell’occupazione coloniale statunitense, il regime fantoccio provvisorio e gli interessi petroliferi US. Kerry sostiene incondizionatamente la guerra di Israele contro i palestinesi, il muro divisorio di Sharon e il proseguimento dell’aiuto militare di 3 miliardi di dollari annui.

Kerry ha dichiarato il suo sostegno per il blocco economico e di voli a Cuba della mafia di Miami, nonostante l’opposizione del grande business, degli interessi dell’industria e del turismo alle restrizioni US sui viaggi e sul commercio. Kerry è stato un veemente sostenitore del libero commercio, del WTO, dell’ALCA nel corso dei suoi anni in Senato. Kerry ha sostenuto la guerra dell’Amministrazione Bush in Iraq, in Afganistan e l’ostilità alla Siria e all’Iran. Kerry non ha mai messo in discussione il tentativo di Bush di rovesciare il presidente del Venezuela Chavez ne ha sfidato l’assedio triennale di Bush/Noriega/Reich ad Haiti (solo dopo l’estromissione di Aristide e durante l’attuale campagna elettorale ha chiesto ‘un’indagine’). Kerry non ha richiesto nessun taglio al bilancio militare gonfiato ne si è differenziato sulla posizione bellicosa di Bush contro il Nord Corea, e sulle politiche provocatorie verso la Russia (installando basi militari nei Balcani, nel Caucaso e, adesso, nei Paesi Baltici). E’ probabile che una nuova guerra fredda emerga chiunque vinca le elezioni presidenziali.

In politica interna, Jhon Kerry è noto come il ‘Senator Si’: ha votato per il repressivo Patriot Act di Bush, il taglio alle tasse per i ricchi, la deregulation del settore finanziario. Kerry ha rifiutato di sostenere ogni piano sanitario nazionale progressista, la legalizzazione dei residenti messicani, controlli sul capitale speculativo, programmi di aiuto economico per i neri, programmi di occupazione nel comparto pubblico, legislazione progressista del lavoro, o alcuna protezione dell’impiego.  La sola proposta di Kerry di riforma del lavoro è di obbligare i datori di lavoro a dare ai lavoratori la notifica tre mesi prima dell’espulsione. Il rimedio proposto da Kerry per i 3 milioni di posti di lavoro persi sotto Bush è di dare più incentivi ai grandi affari per impiegare lavoratori US.

La registrazione elettorale scorsa e l’attuale programma elettorale di Jhon Kerry, fanno decisamente pensare che anche lui sarà un “Presidente di guerra”, forse con una diplomazia meno abrasiva  e con consultazioni più formali con i regimi europei. Egli intende continuare il libero mercato, la politica economica truffaldina promossa da Clinton e radicalizzata da Bush.

Dove sono la sinistra e i progressisti US ?

La schiacciante maggioranza di quelli che passavano per progressisti e anche la sinistra ha assunto la posizione “chiunque ma non Bush”. La politica del meno peggio, che porta al peggio assoluto, è una politica usualmente promossa dai progressisti US. Questi hanno sostenuto Kennedy nel 1960, e fece il Vietnam e andò vicino alla III Guerra Mondiale, con la crisi dei missili. Hanno sostenuto Lyndon Johnson (come il meno peggio) che portò 500.000 soldati in Indocina - dove ne morirono 58.000. Hanno sostenuto James Carter e fece la II guerra fredda. Hanno sostenuto Clinton, e fece l’invasione dei Balcani e il bombardamento di Belgrado.

La storia si ripete, prima in tragedia e poi in farsa. Diversamente dai Democratici del passato, Kerry non ha promesso Pace, Grande Socializzazione, Assistenza Sanitaria Nazionale; come i Democratici del passato, come Kennedy, Johnson, Clinton ha poi beffato gli elettori. Egli non offre nulla di nuovo o innovativo - solo vuota banalità, opposizione a Bush e al suo personale atto di guerra. Il consigliere capo per la politica estera di Kerry, Rand Beer, fino a poco tempo fa era nel National Security Council del presidente Bush.

Un sostegno progressista per Kerry eliminerebbe virtualmente la Sinistra come ogni altra significativa opzione in queste elezioni. Anche peggio, indebolirebbe se non cancellerebbe dall’agenda politica ogni protesta di massa come Seattle del 1999. Lo slogan “chiunque ma non Bush” porterebbe i progressisti dalla parte della guerra, dell’ALCA e dalla parte dell’esclusione sociale. Sicuramente c’è stata la manifestazione del 20 Marzo, ignorata da Kerry. E ci sarà dibattito tra i progressisti sul programma della Convenzione dei Democratici di Boston ma che si ridurrà ad una vetrina. Kerry non risponderà alle piccole minoranze di delegati dissidenti ma ai 1.000 ricchi sponsor della campagna che lo forniranno dei milioni per finanziare la campagna elettronica, per avere il 25% dell’elettorato necessario per vincere.

Che cosa resta a noi e ai movimenti popolari negli US e nell’America Latina? Per quanto riguarda gli US una piccola minoranza dell’elettorato voterà per candidati progressisti ( come Ralph Nader); la maggioranza dell’elettorato non voterà e una pluralità capitolerà e sosterrà Kerry, abbandonando così la lotta per la pace e la giustizia. Nelle elezioni del 2004 la Sinistra US si perderà nella disfatta.

In America Latina comunque, il 2004 è iniziato come un anno di grandi contrasti – l’invasione riuscita degli US e il rovesciamento del presidente haitiano Aristide e l’intensificarsi della campagna di destabilizzazione contro il presidente Chavez. Tuttavia l’offensiva militare di Washington del 2004 sta venendo seriamente sfidata dall’esterno e non dall’interno. In Iraq, Cuba e Venezuela, la presidenza bellicista di Bush sta soffrendo profonde sconfitte. La “coalizione” di occupazione coloniale oggi in Iraq ha perso il controllo di tutte le principali città: solo la polizia mercenaria irachena di controllo pattuglia le vie di notte subendo pesanti perdite. I militari US stanno nella periferia, per la paura del 90% degli iracheni che con la violenza si sforzano di contrastare l’agitazione dei ‘conflitti interni’. Politicamente se non militarmente, gli US stanno perdendo la guerra: il governo provvisorio fantoccio crollerà immediatamente con il ritiro delle truppe US.

Cuba ha disarticolato con successo l’opposizione ricollocata internamente agli US, diversificando i suoi commerci con compagnie US ed ha predisposto il suo sistema di sicurezza contro le imminenti provocazioni dalla gang Bush/Noriega /Reich.

In Venezuela il presidente Chavez ha il seguito di milioni di attivisti e la lealtà delle Forze Armate ed ha accelerato l’agenda delle riforme sociali. Gli US hanno investito sulla destabilizzazione; i violenti gruppi paramilitari sono stati respinti ma non ancora eliminati. Nonostante tre tentativi falliti di estromettere Chavez, gli US stanno ancora seguendo una strategia fatta di violenza interna, guerra civile e invasione militare, con conseguenze imprevedibili per tutta l’America Latina.

Per i movimenti popolari dell’America Latina e degli Stati Uniti nella loro richiesta di autodeterminazione, pace e giustizia sociale le elezioni oligarchiche negli US sono un fastidioso spettacolo massmediatico che offre poca speranza o ispirazione. Nel bene e nel male, il vero conflitto non è tra Bush e Kerry ma tra Bush/Kerry contro Castro, Chavez e il popolo iracheno. Il futuro degli oligarchi del mondo corre sul risultato elettorale negli US. Il futuro dell’umanità si appoggia al successo della resistenza in Iraq, Cuba e Venezuela e degli altri movimenti popolari del Terzo Mondo, contro qualunque dei due candidati vinca a Novembre.