fonte http://www.rebelion.org/opinion/040418iw.htm
traduzione dallo spagnolo di FR
Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra
Immanuel Wallerstein “La Jornada”- 18 Aprile 2004
La sfida all'occupazione statunitense
dell’Iraq all'improvviso è divenuta molto seria. Gli Stati Uniti ce la faranno
a prevalere?
Per la prima volta i media, i politici di tutto il mondo, compresi
quelli degli Stati Uniti, prendono sul serio la questione. La discussione ad un
tratto si incentra non tanto sulla questione che riescano o meno a portare
“democrazia”, ma su cosa fare per evitare un fiasco completo, “un altro
Vietnam”, come si comincia a dire.
Gli aspetti negativi si sommano. Una guerra di guerriglie, certamente di basso
profilo ma continua, cresce nelle aree centrali del paese con popolazione
sunnita, ogni settimana muoiono circa sette statunitensi. Dopo che la
guerriglia ammazzò, mutilò e trascinò per le strade di Fallujah quattro
soldati, gli USA decisero di intraprendere contrattacchi di ampia portata. La
considerabile potenza di fuoco usata, compreso l'attacco ad una moschea, causò
la morte di centinaia di iracheni, un vero massacro in proporzione al numero di
abitanti, senza che per quel motivo, fino ad ora, le forze statunitensi siano
riusciti a prendere la città. La sproporzionata risposta dei soldati
d’occupazione è riuscita ad ottenere che perfino i simpatizzante più vicini,
come Adnan Pachachi (il vecchio ministro degli Esteri dell'Iraq, membro del consiglio
di governo iracheno ed uno di quelli che più hanno appoggiato gli Stati Uniti),
denuncino l'attacco militare statunitense a Fallujah come qualcosa "di
completamente inaccettabile ed illegale", una forma di "punizione
collettiva."
Intanto, gli Stati Uniti decisero che era il momento di sfidare apertamente
Moqtada al Sadr, il giovane radicale sciita più irriducibilmente ostile
all'occupazione statunitense. Quello che sono riusciti a fare è stato di
agitare il vespaio, perché la gente di Al Sadr ha occupato la città sacra di
Najaf ed altre località urbane. Per il momento, gli Stati Uniti non hanno
neanche osato cercare di prendere Najaf. È in più, gli Stati Uniti hanno creato
una delicata situazione per Alí al Sistani, il più potente e moderato ayatollah,
i cui seguaci si sentono ora attratti a militare con Al Sadr, specialmente dopo
le azioni statunitensi. Al Sistani adesso si muove con molta cautela.
E dappertutto, la scissione sciita-sunnita comincia a passare in secondo piano
mentre emerge con forza un patriottismo iracheno. I curdi ne parlano già in
questo modo. Così, ciò che cominciò come azioni guerrigliere isolate comincia
ad essere una vera resistenza. Le forze
della resistenza non mantengono solo sotto controllo alcune città, ma hanno
tagliato la strada tra Amman, la Giordania, e Baghdad, minacciandole linee di
rifornimento.
Inoltre, vari gruppi hanno intrapreso il sequestro dei non iracheni come
misura di pressione significativa per gli altri paesi che hanno inviato truppe
o fanno parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti. L'appoggio popolare
in quei paesi era stato debole, fin dall'inizio. L’appoggio interno a quei
governi ha cominciato ad erodersi ben prima dell’escalation militare. Ora gli
Stati Uniti devono investire molta della loro energia diplomatica nel
persuadere i soci della coalizione affinché non ritirino le truppe, o affinché
inviino rinforzi per chiudere i buchi. La barca fa acqua, e quando gli stessi
Stati Uniti richiedono più truppe, non ne fa meno.
Ovviamente gli Stati Uniti possono inviare più truppe delle loro, se
ripristinassero il reclutamento, il che sarebbe la rovina politica del governo
di George W. Bush. Alcuni politici
chiedono con forza più truppe, ma altri, forse a bassa voce, parlano della
possibilità di una ritirata unilaterale. A Bush non piacerebbe nessuna
di queste opzioni, e spera che la discussione si afflosci. Ma è quasi
impossibile, perché le manovre per "la minaccia terroristica", prima
e dopo il 11 settembre di 2001, sono ora motivo di un dibattito nazionale
televisivo, ed è abbastanza appassionato.
Molti dirigenti politici statunitensi e di altri paesi dicono volere che le
Nazioni Unite e/o la NATO assumano un ruolo maggiore. Ma benché la dirigenza
statunitense ripeta questo mantra, è difficile da inghiottire, perché
sottovalutano le Nazioni Unite e la NATO, e poi sono impastoiati cercando
l'approvazione delle risoluzioni necessarie. Perciò non è chiaro il panorama.
Così il prezzo è alto: cedere molto controllo in Iraq. Ed il governo
statunitense non è ancora preparato per assumere una tale smacco. In modo che
ora cerca ciò che ha sempre voluto: appoggio di tutti i termini fissati dagli
Stati Uniti. Ma neanche Nazioni Unite e NATO sono disposti, persino il
consiglio di governo iracheno designato da Washington è diventato
recalcitrante.
Le elezioni negli Stati Uniti si avvicinano, e la situazione peggiora. Si
avvicina anche la data magica - il 30 giugno -, quando gli Stati Uniti
dovrebbero restituire la sovranità agli iracheni. E non sembra esserci neanche
un piano chiaro sul da farsi. Gli Stati Uniti pregano, perché in qualche modo
Lakdhar Brahimi usi tutto il suo fascino e la sua intelligenza per riuscire a che gli iracheni producano formule di
accordo accettabili. Questo è davvero improbabile. E nonostante si trovasse la
formula, il nuovo Stato sovrano iracheno avrà la forza militare sufficiente per
controllare la situazione? È molto difficile capire come. Perché se le truppe
statunitensi continuano a dominare lo scenario dopo il primo di Luglio, il
potere sovrano iracheno apparirà davanti al popolo iracheno come un burattino
incapace, e le sconfitte statunitensi continueranno a crescere.
Che cosa può succedere. Se qualcuno nel comando statunitense avesse un piano
chiaro, quello potrebbe stabilizzare la situazione. Ma di Dick Cheney e Donald
Rumsfeld, Paul Bremer e il generale Abizaid, tutti sembrano vagare nella
nebbia. In quanto ai democratici, ancora non si sono decisi se attaccare il
governo di Bush per aver iniziato la guerra o per non riuscire a vincerla. In
qualsiasi caso, anche John Kerry rivolgerebbe il problema alle Nazioni Unite, e forse alla NATO. In
sintesi, lo stesso mantra.
C'è un proverbio antico che dice che
quando uno sta in un buco profondo, la cosa prima che bisogna fare è smettere
di frugare. Per smettere di vangare, tuttavia, la gente deve ammettere la cosa
brutta di essersi messa nel buco, per incominciare. Se non la cosa brutta in
termini morali, per lo meno in termini politici. Francamente non vedo nessuno a Washington che sia disposto ad
ammettere niente. Cosicché è facile predire che gli Stati Uniti continueranno a
vangare.
Arriverà il giorno, più vicino di quello che Stati Uniti suppongano, che
dovranno prendere la decisione di uscire dall'Iraq. Vale la pena ricordare che,
quando gli Stati Uniti evacuarono Saigon, nel 1973, il suo nemico era
unificatore ed aveva un forte controllo sulle sue forze. Il Vietcong ordinò ai
suoi soldati di non sparare contro nessun elicottero vulnerabile che stesse
partendo. Il Vietcong era sul punto di stabilire, subito, un ordine in Vietnam.
In Iraq, non c'è un Vietcong. Gli iracheni possono sparare agli elicotteri che
si ritirano.
Nessuno in realtà si prepara negli Stati Uniti per l'era seguente all'Iraq, una
fase che senza dubbio lascerà residui molto amari. Nella guerra interna
statunitense delle mutue recriminazioni che stanno già emergendo, è indubbio
che qualcuno possa dire qualcosa di buono di Bush.