Un'illusione da superpotenza
A un anno dal saggio «Dopo l'impero»,
Emmanuel Todd torna ad analizzare la decomposizione del sistema americano con
«L'illusione economica». Un incontro con il sociologo e demografo francese che
spiega la sua «profezia» del crollo a breve termine dell'egemonia americana
Stefano Liberti
«Tra dieci o vent'anni nessuno parlerà più di impero americano». Emmanuel Todd,
sociologo e demografo francese formatosi all'università di Cambridge, ha il
tono fermo e sicuro. Già assurto agli onori delle cronache alla fine degli anni
Settanta per aver previsto con grande anticipo e in splendida solitudine il
dissolvimento dell'Unione sovietica, ritenta il colpaccio e predice la fine a
breve termine della superpotenza unica. La sua tesi, espressa in un libro
uscito l'anno scorso (Dopo l'impero, Marco Tropea, 13 euro), riceve oggi una
nuova sistematizzazione con la pubblicazione dell'edizione riveduta e corretta
di un saggio che lo studioso aveva scritto nel 1998 (L'illusione economica,
Marco Tropea, 13 euro), in cui tracciava le linee teoriche del declino
dell'egemonia degli Stati uniti. Secondo il suo schema, quella statunitense è
una superpotenza dai piedi argilla, drogata da un deficit commerciale senza
precedenti e da un drammatico divario tra un consumo ipertrofico e una
produzione a dir poco stitica. Insostenibile dal punto di vista economico,
questo sistema può essere tenuto in piedi solo dalla conservazione di una
supremazia politica che passa per una sorta di «strategia della tensione planetaria»:
Washington cerca cioè di persuadere i suoi principali alleati - l'Europa e il
Giappone - della necessità del suo primato militare per arginare le mire
distruttive di pericolosi e infidi stati canaglia. Si tratta di una linea
d'azione che lo studioso definisce «micro-militarismo teatrale», in base alla
quale gli Stati uniti mirano a mantenere l'egemonia schiacciando avversari
insignificanti. È proprio da questo aspetto che partiamo per una lunga
conversazione con Todd nel salotto del suo appartamento parigino.
L'occupazione dell'Iraq sta costando cara
agli americani, sia in termini di vite umane che finanziari. Più che di un
intervento di facciata sembra il caso di parlare di un'operazione bellica in
grande stile. Come si concilia questo scenario con la sua teoria?
Credo che, all'inizio, l'idea di andare in Iraq rispondesse perfettamente alla
dottrina del micro-militarismo. Se la Germania e la Francia non avessero detto
di no, gli Stati uniti avrebbero bombardato Baghdad con l'approvazione delle
Nazioni unite e con i soldi degli alleati. Alla fine delle operazioni,
sarebbero state mandate le truppe di altri paesi a pattugliare il terreno, come
accade oggi in Bosnia e in Kosovo. Si sarebbe cioè verificata la stessa
situazione della guerra del Golfo del 1991 o degli interventi nella ex
Jugoslavia. A un certo punto, però, le cose hanno preso una piega imprevista:
Parigi e Berlino si sono opposte, persino la fedelissima Turchia non ha
permesso il transito delle truppe sul suo territorio. Nel momento in cui gli
alleati si sono tirati indietro, le élite americane avrebbero dovuto capire che
l'intervento in Iraq si sarebbe rivelato controproducente. Avrebbero dovuto
fermarsi. E, in tutta franchezza, io pensavo che si sarebbero fermate. Questo è
il principale punto debole della mia teoria: è troppo razionale. Per la sua
elaborazione, mi sono fatto influenzare dalla lettura degli strateghi realisti
americani, senza tener conto che oggi negli Stati uniti il potere è in mano a
ideologi che agiscono in base a impulsi spesso irrazionali.
La guerra in Iraq sarebbe quindi una mossa
irrazionale da parte di una superpotenza in crisi? Nella decisione di
intervenire non avranno pesato di più ragioni di carattere geopolitico o
strategico?
In generale respingo quelle visioni che sopravvalutano la potenza americana
individuando un disegno coerente e occulto in tutte le sue mosse.
Interpretazioni di questo tipo ci impediscono di penetrare il mistero della
politica estera statunitense, la cui soluzione va ricercata dal lato della
debolezza, non da quello della potenza. Credo che la vicenda irachena segni una
svolta semplicemente perché si è passati da una strategia della tensione
diplomatica a una pratica reale della guerra. Si tratta di una fase avanzata,
che mostra il sempre maggiore spaesamento di una potenza in affanno. E che, a
mio avviso, non farà che accelerare il crollo finale. Questo è il grande
paradosso: Bush e i neo-conservatori, che sono coloro che più sfacciatamente
hanno portato avanti una strategia imperialista, passeranno alla storia come i
becchini dell'impero americano.
Ritiene davvero il crollo finale così vicino?
Mi sento di dire che la tendenza è già iniziata. Basta guardare le continue
sconfitte diplomatiche americane: la formazione dell'asse franco-tedesco, il no
turco, il ritiro degli spagnoli. Tutti questi fallimenti sono stati possibili
perché Washington non ha i mezzi finanziari per punire i recalcitranti. Il che
ci mostra una grande verità, raramente messa in luce: non sono gli altri a
dipendere dagli Stati uniti, ma piuttosto il contrario. Venuta meno la
supremazia politica, la grande bolla americana si sgonfierà rapidamente.
Quali sono gli elementi in base ai quali
giudica ineluttabile la fine dell'egemonia americana?
L'analisi del declino dell'impero va condotta su due piani diversi,
strettamente interconnessi. Da una parte, dal punto di vista economico, gli
Stati uniti non hanno futuro: Washington ha un disavanzo commerciale di diversi
miliardi di dollari con quasi tutti i paesi importanti del mondo. Se
rapportiamo tale deficit alla produzione industriale, vediamo che gli Usa
dipendono per il 10 per cento del loro consumo industriale da beni la cui
importazione non è coperta dall'esportazione di prodotti nazionali. Si tratta
di un processo rapidissimo, se si pensa che dieci anni fa questo deficit era
ancora del 5 per cento e che, soprattutto, alla vigilia della depressione del
1929 negli Stati uniti era concentrata quasi la metà della produzione
manifatturiera mondiale. A questo calo produttivo corrisponde poi un degrado
culturale: il livello di istruzione della popolazione americana è oggi in
caduta libera. Qualche giorno fa sul New York Times c'era un articolo che
riportava con inquietudine la notizia che gli americani erano stati superati
dagli europei in termini di pubblicazioni scientifiche. Quando si parla di
pubblicazioni, si fa riferimento a ricercatori affermati. È solo la punta
visibile di un iceberg, il segno evidente di un processo cominciato diversi
anni prima.
A quando si può far risalire l'inizio del
riflusso?
L'ingresso degli Stati uniti in una fase di ristagno culturale è un processo
lento e progressivo che si afferma tra il 1980 e il 1990, ma che giunge a
compimento solo verso il 2000. Questo abbassamento del livello culturale è alla
base di diversi fenomeni regressivi che si manifestano a partire dagli anni
Ottanta: l'aumento del numero dei detenuti e della condanne a morte, la
ricomparsa dei creazionisti ostili alle teorie di Darwin, la rimessa in
discussione dell'aborto, il successo di un cinema d'azione violento e
sanguinario... È nello stesso periodo che Washington ha cominciato ad attuare
il micro-militarismo teatrale, a condurre o minacciare guerre in zone remote
del mondo. Questi interventi sono volti a riaffermare l'egemonia, a consolidare
quello che nel 1991 veniva definito con enfasi il «nuovo ordine mondiale». Ma
hanno anche un'utilità in chiave interna. Da un punto di vista strettamente
psicoanalitico, queste azioni militari sembrano poter rispondere alla
definizione di sacrificio fornita da René Girard: non espongono l'officiante e
il suo pubblico ad alcuna rappresaglia, ma consentono di espellere all'esterno
la violenza della comunità.
Dalle sue parole, sembra di capire che il
crollo è cominciato in concomitanza con la fine della guerra fredda. È come se
la dissoluzione dell'Unione sovietica dovesse necessariamente determinare
quella dell'altro grande impero...
In effetti i due sistemi si sono supportati e indeboliti a vicenda. L'esistenza
di un'ideologia universalista come quella comunista ha spinto i dirigenti
occidentali a portare avanti un modello di capitalismo controllato, in cui le
disuguaglianze venivano limitate. Una tendenza che, con il venir meno
dell'Unione sovietica, è stata bloccata. Inoltre, la vittoria della guerra
fredda ha generato un'euforia incredibile tra gli americani e interrotto ogni
riflessione critica sulle debolezze del loro sistema. In un certo senso
potremmo dire che il crollo dell'Urss ha dato il colpo di grazia agli Stati
uniti: i dirigenti americani hanno vissuto dieci anni nell'illusione della
superpotenza e non hanno minimamente pensato a ristrutturare il proprio
apparato economico ed educativo. In questo contesto, non ci si può sorprendere
che i responsabili politici comincino a comportarsi in modo irrazionale; si
rifugiano nella religione e fanno errori di valutazione giganteschi.
L'attuale fase di smarrimento è frutto di
scelte sbagliate di dirigenti incompetenti o il segno di una deriva
generalizzata della società statunitense?
Non credo ci siano dubbi che Bush e i suoi consiglieri neo-conservatori abbiano
un problema di carattere intellettuale e psicologico. Ma ciò che colpisce di
più è la passività della popolazione americana; la facilità con cui essa si fa
manipolare dai suoi politici: con pochissime eccezioni, i giornalisti e gli
accademici hanno tutti appoggiato la guerra in Iraq, sposando la tesi
inconsistente delle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein. Questa
facilità di manipolazione, che è legata al degrado culturale cui accennavo
prima, ha fornito un senso di onnipotenza all'amministrazione, che ha creduto
di poter influenzare allo stesso modo l'opinione pubblica e le élite dei paesi
alleati. A questo proposito, mi pare importante sottolineare che tutti i
fallimenti diplomatici americani sono legati a progressi democratici: in
Germania il cancelliere Schröder è stato riletto per la sua opposizione alla
guerra in Iraq, in Turchia è stato il parlamento a esprimersi contro il
passaggio delle truppe Usa sul territorio, in Spagna è di nuovo un voto
popolare a far cadere il governo filo-americano del Partido Popular. Siamo di
fronte a una situazione paradossale: da una parte ci sono gli americani che
pretendono di portare la democrazia in tutto il mondo a suon di bombe; dall'altra
popoli interi che per via democratica mettono in scacco questa politica.
L'ultimo grande smacco è venuto dalla Spagna.
La decisione del nuovo premier José Luis Rodriguez Zapatero di ritirare le
truppe dall'Iraq potrebbe avere un effetto domino devastante per gli
americani...
Credo che l'importanza delle elezioni spagnole non sia stata giustamente
sottolineata. La reazione agli attentati dell'11 marzo a Madrid è stata
straordinaria: invece di piombare nel razzismo anti-arabo, gli spagnoli hanno
deciso di punire le menzogne del loro governo. Con questo voto, gli elettori
iberici hanno rotto il ciclo della violenza. Hanno avuto una reazione opposta a
quella degli americani all'indomani dell'11 settembre 2001.
Se davvero la superpotenza unica è destinata
a declinare, quale fisionomia assumerà in futuro il paesaggio geopolitico
mondiale?
Oggi gli Stati uniti rappresentano un elemento di profonda instabilità per il
mondo intero. Sono nella situazione di un equilibrista che non sa come
mantenere il proprio equilibrio. Ma se guardiamo al resto del pianeta,
osserviamo un movimento di stabilizzazione generale: l'Europa, la Cina, il
Giappone sono perfettamente stabili, la Russia sta ritrovando un suo ruolo.
L'unica incognita per il futuro è proprio l'America: bisogna vedere se
Washington accetterà pacificamente la fine della sua egemonia o continuerà ad
alimentare l'incertezza e i conflitti.
Non ritiene possibile un raddrizzamento di
rotta da parte degli Usa? Una presa di coscienza della propria dipendenza economica
e un rilancio controllato della produzione per evitare la catastrofe?
A livello intellettuale questo dibattito ha già avuto luogo. Negli anni
Ottanta, prima dell'euforia post-guerra fredda, si parlava della
riorganizzazione dell'apparato industriale. In termini tecnici, la cosa è
fattibile. Ma in termini pratici non è facile: una tale inversione di rotta
comporta una gigantesca ridistribuzione interna delle ricchezze. Tanto per fare
un esempio, i salari degli ingegneri aumenterebbero sensibilmente, mentre
quelli degli avvocati internazionali subirebbero una profonda inflessione. Il
problema è che le classi più elevate della società americana beneficiano in
modo così massiccio del sistema economico internazionalizzato, globalizzato e
liberale che difficilmente accetteranno un tale cambiamento.
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Fausto Caffarelli - Torino
SITO PERSONALE - http://xoomer.virgilio.it/faustino/