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da Cubaweb Granma tratto da Indymedia (Colombia)
Traduzione dallo spagnolo di FR

L'Avana, 24 Maggio 2004

Serie di sconfitte degli Stati Uniti in America Latina

di Raúl Zibechi

L'anno 2003 è costellato di sconfitte e fallimenti per Washington, particolarmente in America Latina.
L'instabilità economica e finanziaria dell'Impero, la sua "guerra contro il terrorismo" e l’evidente fallimento del modello neoliberale stanno facendo vacillare la sua egemonia continentale.

La sconfitta di Uribe Vélez, nel referendum l'anno scorso, fa parte del raccolto di sconfitte di Washington.
Impantanatasi la sua politica in Medio oriente, dove non riesce ad imporsi né a garantire un futuro di pace in Iraq; con una situazione interna appena contenuta dalla retorica della guerra ed il permanente appello alla paura - prendendo la popolazione come ostaggio delle sue ambizioni imperiali - , con difficoltà finanziarie che si riassumono in una perdita di credibilità del dollaro, la Casa Bianca non ha potuto, nel corso del 2003, che contemplare una serie di fallimenti in America Latina. Questi vanno dal deragliamento della Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, OMC, fino alla formazione di un fronte guidato dal Brasile che ha reso inutile l'Alca così come l'aveva progettato Washington, passando dal consolidamento del governo di Hugo Chávez ed il rifiuto di Néstor Kirchner a piegarsi alle esigenze del Fondo Monetario Internazionale.

Un'economia indebolita

Sulle difficoltà dell'amministrazione di George W Bush in Medio oriente si scrivono quotidianamente centinaia di pagine. Molto meno evidenti sono le difficoltà che attraversa l'economia del suo paese, le sue finanze, a dispetto dell'euforia che veglia la crescita economica registrata l'anno scorso.

Parte di quelle difficoltà provengono dell'esplosione della bolla speculativa che ebbe in alcuni clamorosi scandali - come quello dell'impresa Halliburton, vincolata al vicepresidente Dick Cheney - il suo costo mediatico, trascinando alla rovina milioni di risparmiatori. O le manipolazioni finanziarie realizzate coi fondi previdenziali che hanno colpito una parte dei 95 milioni di persone che confidarono loro le proprie pensioni.

Tuttavia, oltre queste situazioni, gli Stati Uniti accumulano un deficit monumentale che ammonta a 500 mila milioni di dollari. Il modo per  ridurre quel deficit di cui la politica imperiale è strutturale, si è incentrato nella svalutazione del dollaro - di fronte all'euro - che solo nel corso dell’anno ha visto una caduta del 15 percento.

"La maggiore ragione per il ribasso del dollaro è il suo enorme e insostenibile deficit. Con una quotazione più bassa del dollaro, gli Stati Uniti riescono a rendere  i loro prodotti più competitivi nel mercato internazionale e a diminuire anche il ritmo delle importazioni. Il dollaro deve cadere più del 5 percento nel 2004 e deve continuare così nel 2005", ha dichiarato a Folha di São Paulo, nello scorso dicembre, Farid Abolfathi, direttore della consulente Globale Insight.

Ma questa soluzione al deficit produce problemi ancora più gravi: la fuga di capitali. Nel 2000 gli investitori internazionali comprarono 175 mila milioni di dollari in azioni statunitensi, a fronte dei 15 mila milioni che acquisirono fino all’ottobre di quest‘anno.

Ian Grunner, direttore della banca Mellon Financial, di Londra, segnalò che "i propri investitori statunitensi stanno discutendo l'importanza di avere attivi in dollari", per questo aumentano esponenzialmente l'acquisto di azioni straniere. In effetti, fino allo scorso ottobre gli statunitensi comprarono solo 1.5 mila milioni di dollari in azioni straniere, a fronte dei 66 mila milioni dell'anno 2002.

La mancanza di fiducia nel dollaro colpisce i tradizionali alleati della superpotenza. Dal 11 di settembre del 2001, i paesi arabi hanno ritirato dagli Stati Uniti la metà dei 700 mila milioni di dollari che avevano investito in quel paese; l'ex alleata Arabia Saudita ha ritirato circa 200 mila milioni di dollari.

Stando così le cose, i segnali di allarme nati nel mercato finanziario internazionale intorno al dollaro sono ormai visibili da tutti. Arabia Saudita ed altri paesi dell'OPEC pressano affinché la quotazione ed il commercio del petrolio si realizzino in euro e non in dollari.

Se questo dovesse succedere, molti sostengono che non è imminente (ma è questione di tempo) si avrebbe un cambiamento drammatico nello scenario economico mondiale, bollando così la fine dell'egemonia statunitense.

Il vivace “cortile” vicino
Questo scenario globale avverso agli Stati Uniti si è visto aggravato dalla confluenza di processi politici e sociali che, concentrati nel 2003, segnano un punto di flessione nelle relazioni tra America Latina e Washington.

All'inizio del 2003 il governo di Hugo Chávez ha affrontato una dura offensiva dell'opposizione che minacciava di abbatterlo dal potere ogni volta che l'impresa petrolifera statale (PDVSA) si trovava nel centro della disputa. Ma Chávez ha opposto una dura resistenza ed il suo governo ne è uscito fortificato.

Il 1° gennaio di quell'anno ha assunto la presidenza del Brasile Luiz Inácio Lula dà Silva e quello stesso mese ha fatto la stessa cosa il colonello Lucio Gutiérrez in Ecuador. Entrambi i cambiamenti sono stati prodotti da cambiamenti sociali e politici di lunga durata, che hanno spinto i due presidenti a scegliere strade diverse nei confronti di Washington.

In febbraio è esploso lo sciopero poliziesco in Bolivia, anticipo del crollo statale che sopreggiunse sette mesi dopo.
In maggio, Carlos Menem, capitano continentale del neoliberalismo, ha dovuto rinunciare alla seconda tornata elettorale davanti all'imminenza di una prevedibile sconfitta. L'arrivo di Kirchner alla Casa Rosada ha prodotto un giro di 180 gradi nella politica internazionale dell'Argentina, seppellendo le politiche neoliberali della decade precedente.

Alla fine di aprile i paraguaiani hanno scelto Nicanor Duarte come presidente, che ha preso le distanze dal modello economico dominante, scommesso sul Mercosur e si è impegnato a combattere alcuni mali endemici (come la corruzione) rompendo con l'allineamento internazionale del suo paese praticato dai governi anteriori.

In giugno, Brasile, India e Sudafrica hanno firmatoun accordo di cooperazione, denominato come G-3 la cui intenzione è stringere relazioni tra paesi del Sud. In agosto si è prodotta la rottura del movimento indigeno ecuadoriano Pachakutik col governo di Luccio Gutiérrez, allineato col FMI e Washington, in quello che può si può definire come l'unico successo - in tutto l'anno - della Casa Bianca nel proprio “cortile”.

In settembre si è verificato il fiasco maggiore della strategia imperiale: la Conferenza di Cancun dell'OMC si chiude con un fallimento degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, non giungendo ad un accordo sul commercio agricolo. In compenso c’è stato il successo del movimento contro la globalizzazione - che ha realizzato grandi manifestazioni nello stabilimento balneare messicano - e, in parallelo, quello dell'appena inaugurato G-20, l'alleanza di paesi del Terzo Mondo in cui Brasile e Cina giocano un ruolo determinante.

Il 17 ottobre un'impressionante insurrezione del paese boliviano abbatte il migliore alleato degli Stati Uniti nella regione, Gonzalo Sánchez di Lozada. Il suo successore, Carlos Mesa, si distanzia della gestione precedente e si mostra disposto a stringere legami coi suoi vicini argentini e brasiliani, approfondendo il Mercosur. Nella soluzione della crisi boliviana hanno svolto un ruolo importante le gestioni diplomatiche dei presidenti Kirchner e Lula, che firmavano il cosiddetto “Consenso di Buenos Aires” in quei giorni, cioè l'alleanza strategica tra i due grandi paesi del Sud-America che cerca di rimodellare la regione, e frenare la firma dell'Alca nelle condizioni imposte dagli Stati Uniti.

Quell'anno ha anche registrato le sconfitte elettorali dei due governi più vicini a Washington in America del Sud: Álvaro Uribe è stato sconfitto nei comizi regionali e municipali di ottobre dall'alleanza di centro-sinistra Polo Democratico, che è stata capace di introdurre un cuneo tra i liberali e i conservatori che si spartiscono tradizionalmente il potere in Colombia, mentre Jorge Batlle ha patito, agli inizi di dicembre, una strepitosa sconfitta nel referendum che ha abrogato la legge che permetteva all'industria petrolifera statale di associarsi con capitali stranieri.

Alca o integrazione
L'insieme di cambiamenti guidati dal movimento sociale e dalla sinistra del continente stanno ridisegnando la mappa politica continentale.
Il nuovo scenario è diventato visibile nella riunione ministeriale di Miami, in novembre, quando si è ricordato quello che Lula desiderava, cioè, "fare solamente un Alca in ciò che è possibile, e lasciare il resto per discuterlo nell'Organizzazione Mondiale del Commercio."

Nei fatti, l'Alca che desideravano gli Stati Uniti è sempre di più una chimera. Soprattutto dopo la Conferenza del Mercosur di dicembre, in Montevideo, dove si è giunti ad un accordo tra i quattro paesi che integrano questo meccanismo e la Comunità Andina di Nazioni (Cane). Con varie di queste nazioni, gli Stati Uniti pretendono di realizzare accordi bilaterali per isolare il Brasile.

Sulla stessa linea può situarsi anche l'accordo firmato a Montevideo dai governi di Argentina e Bolivia, per costruire una gasdotto comune che sarà il principale fornitore del Sud. Con ciò si stabilisce un'alternativa al progetto di esportare gas boliviano direttamente negli Stati Uniti, via Cile, che fu il detonatore dell'insurrezione boliviana di ottobre.

Tuttavia, a dispetto di questo insieme di fallimenti e contrattempi, la diplomazia statunitense comincia a recuperare, riconoscendo che non può più imporre la sua volontà come un tempo. È quello che sta facendo il direttore del Commercio Estero degli Stati Uniti, Robert Zoellick, accettando un "Alca flessibile."

È anche un modo per guadagnare tempo, ciò che l'amministrazione di Bush necessita imperiosamente fino alle elezioni del novembre 2004.

Sembra evidente che quante più difficoltà avrà Washington nel mondo, più possibilità avranno i paesi latinoamericani di guadagnare il proprio spazio e negoziare relazioni più vantaggiose con la superpotenza.
È la corsa contro il tempo della diplomazia brasiliana, la più lucida della regione ed una delle più abili del Terzo Mondo, vicino a quella cinese.

Non si dovrebbe, ciononostante, dimenticarsi del fatto che in una situazione come l'attuale, la superpotenza - come tutti gli imperi nella storia - conta su due armi che sta usando con astuzia: l'eterna divisione tra i paesi latinoamericani e la possibilità di cooptare quelli che non possa neutralizzare per altre vie.

Nei prossimi mesi vedremo come si accomodano i pezzi negli scacchi continentali. Richiama l'attenzione che il governo brasiliano - che avrebbe potuto affondare definitivamente l'Alca dopo del fallimento di Cancun - abbia optato per dare tempo ai falchi di Washington, approvando un Alca in versione light.

Per il momento, in America Latina competono non solo due, ma fino a tre versioni dell'integrazione desiderabile. Quella degli Stati Uniti ed i suoi alleati che seguono ostinati in una Alca alla misura delle multinazionali; quella del Venezuela e Cuba che optano per un'integrazione strettamente latinoamericana senza ingerenza degli Stati Uniti, ed una terza che è la proposta brasiliana che pretende un'integrazione nella quale gli Stati Uniti abbiano un ruolo preponderante, ma non decisivo.

Quest’ultima strada - che per adesso è quello che conta più alleati nella regione - sembra fatta su misura della borghesia industriale paulista, che per potenziare la sua espansione necessita più del mercato statunitense che dei mercati regionali. Il governo argentino sembra vacillante, ma tende ad unirsi all'alternativa brasiliana.
Se questa si consolida, si potrebbe essere sul punto di creare nuovamente un'integrazione asimmetrica, a scapito dei paesi più deboli e le regioni più povere.