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fonte http://www.monthlyreview.org/0604editors.htm
traduzione dall’inglese Bf

Da “Montly Review”
4 Giugno 2004

L’Iraq come il Vietnam?


Un indice di come le cose vadano proprio male in seguito all’invasione e all’occupazione dell’Iraq, è che la comparazione con la Guerra del Vietnam è ora un luogo comune sui media US. In un disperato tentativo di porre fine a ciò, il Presidente Bush il 13 Aprile, in una delle sue rare conferenze stampa, ha notificato che la sola menzione dell’analogia tra il Vietnam e la guerra in atto è antipatriottica e va a detrimento delle truppe. Resta tuttavia la questione che sembra ossessionare l’occupazione US. dell’Iraq: in che misura l’Iraq è diventato un altro Vietnam per l’imperialismo americano?

Vero è che ogni diretto paragone tra le due guerre è segnato dalle enormi differenze tra loro. Agli Stati Uniti nell’Iraq non si oppone, come avvenne in Vietnam, un movimento di liberazione nazionale derivante da una più che centenaria lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo francese e poi americano. Il livello dell’intervento militare in Iraq degli US è molto minore rispetto al Vietnam, così come il numero degli scontri. La Guerra Fredda è finita e la geografia della guerra è differente.

Nondimeno l’Iraq, come il Vietnam nel secolo precedente, sta iniziando a segnare i limiti del potere americano. Gli Stati Uniti sono la sola superpotenza restante, la più grande forza militare sulla terra. La loro pretesa di onnipotenza è ora scossa ancora una volta dalle forze di resistenza popolare e dall’odio per l’invasione in un paese del terzo mondo. Nel solo mese di Aprile le morti di combattenti US. hanno superato quelle dall’inizio dell’invasione americana in Iraq alla caduta di Baghdad – periodo che si supponeva costituisse l’intera durata della guerra. La classe dirigente degli US sembra incline ad accettare una soluzione politica non stabile nell’Iraq. Una soluzione militare del conflitto non esiste. Gli Stati Uniti, è stato spesso osservato, non hanno “una strategia di uscita” – posto che davvero esista l’intenzione di uscire completamente. In queste circostanze, si solleva ancora una volta la questione della disfatta, come in Vietnam. Anche se la situazione mondiale è cambiata drammaticamente, può aiutare ricordare le parole del Quotidiano del Popolo cinese nel 1966: “Le forze preminenti dell’imperialismo degli Stati Unitisi si sono riversate in Asia; più si addentreranno e più profonda sarà la fossa che si scaveranno da soli”. (citazione nel New York Times, 31 Agosto 1966)

Non ci sono dubbi che la classe dominante degli Stati Uniti sia profondamente conscia delle analogie con il Vietnam, consapevole che l’imperialismo US stia affrontando un altro disastro e che, più a lungo rimarrà in Iraq, sarà sempre peggio. Allo stesso tempo un enorme impeto guida gli US alla continuazione e ad un’escalation della guerra. Il 2 Aprile 1970, in un momento critico nella Guerra del Vietnam, il Senatore J.William Fulbright, presidente del Consiglio delle Relazioni Estere, dichiarò che il nemico “non può guidarci fuori dall’Indocina. Ma può forzarci a scegliere se sommergerci tutti quanti o se andarcene tutti quanti”*. Questo descrive il principale dilemma che gli Stati Uniti hanno sperimentato durante la Guerra del Vietnam. La quale è stata in grado di sommergere gli US sempre più profondamente e lo ha fatto. Alla fine, di fronte ad un’implacabile resistenza, sono stati costretti dai loro errori ad andarsene tutti quanti – un risultato che fu anche incoraggiato dalla crescita di un massiccio movimento contro la guerra in patria. Un’analoga scelta spiacevole si pone oggi agli Stati Uniti in Iraq. Una maggior escalation è inaccettabile per le masse della popolazione mondiale, inclusa quella dei maggiori alleati degli US ed è allo stesso modo inaccettabile per le stesse masse popolari degli US. Tuttavia l’andarsene tutti quanti è inaccettabile per la classe dominante degli stati Uniti, che ha le ricchezze del bottino di guerra da perdere e si preoccupa della credibilità del potere US. E perciò un’escalation della guerra appare probabile, nonostante  la ricaduta politica globale che va ad implicare.

 Si può vedere quale sia l’ottica complessiva dell’elite del potere US nel rapporto intitolato “Iraq, un anno dopo”, reso dal Consiglio di Relazioni Estere in Marzo. La commissione di lavoro che ha steso il rapporto è stata co-presieduta da James Schlesinger, già segretario alla Difesa sotto Nixon e Ford, e da Thomas Pickering, già ambasciatore US in Russia e sottosegretario nell’amministrazione Clinton. La commissione di lavoro ha incluso tutte le figure di spicco dell’alta gerarchia della politica estera US., segnatamente Jeane Kirkpatrick, ex rappresentante all’ONU e membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza di Ronald Reagan e James F.Dobbins, esperto di peacekeeping della Rand Corporation (nominato dalle amministrazioni Clinton e Bush inviato speciale per la supervisione degli aiuti all’edificazione nazionale in Somalia, Haiti, Bosnia, Kossovo e Afganistan). Il rapporto insiste sulla necessità degli Stati Uniti di mantenere un “impegno” strategico in Iraq anche nel contesto di un “trasferimento d’autorità” in ordine a 1) prevenire interferenze dai confinanti dell’Iraq, 2) garantire “la stabilità a medio termine della produzione della fornitura di petrolio”, 3) bloccare “l’emergere di stati che vengono meno agli impegni e che possono offrire rifugio ai terroristi”, 4) evitare una “politica fallimentare” US che “accompagna la perdita di potere e di influenza nella regione”. Come Schlesinger e Pickering hanno scritto in un pezzo sul Los Angeles Times (30 Marzo 2004), intitolato “Tenere l’Iraq Sopra la Politica”, entrambi i partiti Repubblicano e Democratico, sostengono ragioni molto simili. Dopotutto l’Iraq può essere tenuto fuori dalle politiche presidenziali: un argomento diretto soprattutto a John Kerry, in qualità di candidato democratico.

La principale lezione che la classe dirigente sembra aver tratto da una guerra così lontana è che è necessaria una più grande forza militare per mantenere l’occupazione. Secondo Business Week (26 Aprile 2004) “ Il potere US in Iraq rimane debole. Per stare in pista occorrono due cose: più truppe per mantenere la sicurezza, coadiuvate da una più abile strategia politica”. Su Business Week, nella pagina dedicata al mondo, l’editoriale di Bruce Nussbaum dice:

A Washington si rifiuta di credere che la strategia militare che sta procedendo in Iraq, la Dottrina Rumsfeld, sia un fallimento. L’ultima speranza che resta di instaurare una democrazia stabile in Iraq, è di rimpiazzare tale dottrina (che si identifica con operazioni militari piccole, leggere e veloci) con la sua rivale Dottrina Powell, escogitata da dieci Presidenti della Giunta del Capo di Stato Colin Powell. La Dottrina Powell richiede una forza schiacciante fondata su traguardi politici molto chiari e su una dichiarata strategia di uscita, due cose che oggi mancano in Iraq. Il fallimento della Dottrina Rumsfeld in Iraq è del tutto chiaro – troppo pochi militari sul territorio, troppo poca legalità per l’America ed il suo selezionato Consiglio di Governo, troppi traguardi spostati ed una strategia di uscita non chiara. Il risultato nelle ultime settimane è un a spirale di sequestri, agguati, contraccolpi, morti e distruzione che riecheggiano in modo crescente il disastro del Vietnam….Che fare? Un ritorno alla Dottrina Powell dovrebbe adempiere a diversi obiettivi chiave. Livelli consistentemente maggiori di truppe schiaccerebbero finalmente la resistenza Baathista e porterebbero più sicurezza all’Iraq…. La realpolitik della Dottrina Powell potrebbe anche spingere Washington a limitare i suoi obiettivi ed a fare una sua strategia di uscita chiara.

Una tale conversione alla Dottrina Powell comporterebbe una massiccia escalation della forza militare in Iraq. Attualmente gli Stati Uniti hanno 135.000 soldati in Iraq e più di 150.000 complessivamente nel teatro delle operazioni irachene, che include il Kuwait e gli altri paesi confinanti. Le altre forze della coalizione, delle quali circa la metà sono britanniche, hanno contribuito all’occupazione con altri 25.000 soldati. Nondimeno Business Week ha scritto che “analisti come la Rend Corp, esperta in peacekeeping e l’inviato speciale James Dobbins, ex Deputato di Stato, dicono che sono necessari qualcosa come 400.000 militari per pareggiare il peacekeeping usato come rimpiazzo in altri paesi instabili . I 250.000 iracheni che gli US. auspicano di poter avere in divisa potrebbero essere d’aiuto ma il recente rifiuto di combattere i compatrioti iracheni dimostra che loro non sono adatti al compito- e non lo saranno per almeno un anno. Ciò si traduce in una richiesta di aumentare il dispiegamento di soldati US. Ma da dove devono saltare fuori tutte queste truppe aggiuntive? Inizialmente, secondo Business Week, queste potevano essere completate con la rotazione delle unità che avevano già prestato servizio in Iraq. In seguito potranno venir trovate delle altre soluzioni alla mancanza di “manodopera militare”.

Altri convengono che ci vuole una maggior escalation. Il New York Times (25 Aprile 2004) ha detto “ Questo non è il momento per ritirarsi e certamente non è il momento per mezze misure”. Secondo questa pubblicazione, sono richiesti molti più militari di quelli del piano dell’attuale amministrazione:

Mandare più militari porterà ulteriori pene ad una truppa già stressata, perché significa prendere atto che queste unità che adesso vengono ruotate a casa dovrebbero essere poi rimandate indietro in Iraq. Ma sembra che non ci sia altra scelta. Molte delle attuali preoccupazioni potevano essere evitate se Rumsfeld non si fosse risolto a confutare la dottrina designata dal suo rivale, il Segretario di Stato Colin Powell, che adduce che la forza, se proprio si deve usarla, deve essere schiacciante…Gli Stati Uniti, per l’attuale occupazione dell’Iraq e per ristabilire l’ordine, avrebbero dovuto disporre di una forza militare molto più ampia.

Dunque la continuazione dell’occupazione punta ora ad un’effettiva escalation in tempi brevi, del livello delle forze US in Iraq. Lo scopo principale degli Stati Uniti  è di creare in Iraq un’ampia forza militare che possa contrastare quei nazionalisti iracheni che attualmente combattono l’occupazione americana. Ma per ora gli sforzi di creare un nuovo esercito iracheno sul quale gli US possano contare per aiutarli ad eliminare la resistenza sono risultati vani. Anche se gli US hanno distribuito 1,8 miliardi di $ al nuovo esercito iracheno, per ora sono riusciti ad istruire meno di 4.000 dei 40.000 soldati previsti. Metà del primo battaglione della nuova armata ha abbandonato alla fine dello scorso anno col pretesto che la paga era inadeguata. In Aprile, quando il secondo battaglione fu chiamato ad aiutare a combattere la resistenza irachena a Falluja, molti soldati si rifiutarono, dicendo di aver firmato per combattere nemici esterni all’Iraq e non iracheni come loro. (Wall Street Journal ,24 Aprile 2004)

Uno dei problemi più seri dell’imperialismo US è che esso vede la maggior parte della popolazione irachena come un nemico degli interessi strategici degli US in Iraq e che non ci sono settori filoimperialisti nella popolazione ai quali riferirsi per sostegno. Ciò differisce dal Vietnam, dove un secolo di colonialismo francese aveva lasciato dietro una considerevole classe urbana media e alta, ceti che si erano alleati con gli Stati Uniti una volta partiti i francesi. Gli Stati Uniti hanno sciolto l’esercito iracheno fin dall’inizio dell’occupazione, non fidandosi dei suoi elementi Baathisti. Ora nel contesto etnico e religioso dell’Iraq, gli Stati Uniti non hanno una base naturale con la quale potrebbero riempire il vuoto militare da loro provocato. La maggioranza Sciita è ancor meno accettabile politicamente dagli Stati Uniti che i Sunniti con le loro connessioni Baathiste, dal momento che gli Sciiti sono strettamente legati al fondamentalismo islamico iraniano. I Curdi sono prevalentemente confinati nella parte Nord del paese, isolati dal resto della società irachena, ed hanno conflitti con gli Stati Uniti sul petrolio e riguardo alla Turchia. Senza radici profonde in alcun settore significativo della popolazione, l’imperialismo US sta trovando estreme difficoltà a definire le basi per un nuovo esercito iracheno, per spalleggiare e infine sostituire le armate US.

Tutto ciò indica il fatto che il più grande ostacolo militare che gli Stati Uniti affrontano nella loro occupazione dell’Iraq è un’acuta mancanza di truppe. Anche qui il paragone con il Vietnam non può essere fatto. Come hanno scritto nel loro spazio, nel Dicembre del 1969, gli editorialisti di Montly Reviuw, Harry Magdoff e Paul Sweesy:

E’ estremamente importante capire che la più grande debolezza dell’imperialismo degli Stati Uniti è precisamente una carenza di manodopera militare. La guerra del Vietnam sta mostrando che la speranza, un tempo diffusa, di essere capaci di sostituire la manovalanza con la tecnologia per combattere una guerra contro-rivoluzionaria è un’illusione. Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 3 milioni e mezzo di uomini sotto il servizio delle armi (la più grande compagnia militare del mondo) e di questo numero almeno un quinto è stato, direttamente o indirettamente, a far la guerra in un piccolo paese, parecchie migliaia di miglia lontano da casa. Molti dei rimanenti sono disseminati in più di 250 basi militari, sparse in più di 30 paesi attorno al globo. Considerato il fatto che gli Stati Uniti si sono arrogati il ruolo di poliziotti del mondo…l’attuale estrema dissipazione di risorse militari portato dalla guerra in Vietnam e dal sistema mondiale delle basi, porta ad avere una riserva strategica pericolosamente piccola per lo spiegamento in qualsiasi nuova area di crisi.

Nei precoci imperi capitalisti, in particolare della Britannia e della Francia, era possibile conquistare e mantenere il controllo su possedimenti ad ampia gittata senza ricorrere alle armate di leva dalla madre patria. La principale ragione di ciò era l’assenza di movimenti di resistenza coloniale, la loro mancanza di accesso alle armi moderne (come disse Hilaire Belloc: “Qualunque cosa accada noi abbiamo il cannone e loro no”), e il reclutamento di soldati tra i disoccupati e i sotto-occupati nei paesi a capitalismo avanzato (insieme con le armate indigene tratte dai territori coloniali). Al tempo della guerra del Vietnam, tuttavia, gli Stati Uniti non avevano alternative se non rifornirsi di coscritti da trascinare nei loro obiettivi coloniali. I movimenti di resistenza del terzo mondo non erano più politicamente incoerenti, era aumentata la loro capacità di rifornirsi di armi moderne sufficiente a combattere una guerra di guerriglia, e non esisteva negli Stati Uniti un insieme di disoccupati adeguato a mantenere un’armata di volontari nella scala richiesta. Ancora, gli Stati Uniti si allontanarono dal servizio militare universale come mezzo per mantenere il proprio impero. Dopo la guerra del Vietnam, che ha mostrato  i danni  di reclutare coscritti per combattere una guerra imperialista  impopolare, gli Stati Uniti si sono orientati ad un più piccolo esercito di volontari ( reso possibile da un più ampio esercito di riserva  di lavoratori in un periodo di stagnazione) con la rinnovata fede che la tecnologia potesse limitare la necessità di truppe sul terreno.

In un solo anno l’Iraq ha dimostrato che questa è un’illusione. L’intero schema dell’esercito di volontari per mantenere l’impero US è a brandelli. La classe dominante US sta chiedendo per l’Iraq più truppe da combattimento e non ci sono più forze disponibili, dato che gli Stati Uniti, impazienti di monopolizzare il bottino di guerra, hanno scelto di intervenire in Iraq praticamente da soli, con il sostegno significativo solo dei loro partner britannici, molto minori. La pericolosità della situazione è stata adombrata dal rapporto del Congressional Budget Office (CBO), che indica che “ L’Esercito attivo non sarebbe in grado di sostenere una forza di occupazione nella sua forma presente oltre il Marzo 2004 se non si scegliesse di tenere le singole unità dispiegate in Iraq più a lungo di un anno senza ricambio”. Per mantenere una condizione di stabilità o l’occupazione a scadenza indeterminata allo stato attuale, il rapporto del CBO sottolinea che l’unica opzione per gli US sarebbe alterare i modelli di rotazione, mettendo alla prova la forza del suo esercito di volontari; pescando pesantemente nella Marina, nella Guardia Nazionale, e nelle unità di forze speciali; usando incentivi finanziari per cercare di portare i soldati ad accettare un altro giro di servizio; riducendo i propri dispiegamenti militari nel Sinai, in Bosnia, in Kossovo; cercando vie per privatizzare molte attività militari, al fine di  liberare più soldati per combattere. La crescita delle forze mercenarie in Iraq - nella forma di ‘contractors’ militari privati sono ora  circa 20.000 soldati privati, che fanno molte delle cose che abitualmente fanno i soldati regolari - è un a ricaduta di questa strategia di privatizzazione. Anche se le forze esistenti fossero estese al loro estremo, includendo un uso più pesante della Marina, delle unità delle forze speciali e della Guardia Nazionale in servizio di combattimento in Iraq, il CBO ha stimato ancora che le forze disponibili per il teatro iracheno in pianta stabile –senza rompere la promessa alle truppe di mantenere il loro servizio in Iraq entro i 12 mesi e senza esaurire le forze impegnate altrove – nella migliore delle ipotesi non andrebbero oltre i 2/3 del livello presente. Il fatto, che l’amministrazione ha annunciato i primi di Maggio, che si dovrebbero tenere i Iraq decine di migliaia di soldati più a lungo di un anno, riportando alcune unità indietro, è un riflesso della gravità di questa crisi di forze disponibili per l’occupazione.

E’ in queste circostanze di acuta carenza di soldati che il Congresso sta ancora una volta mandando segnali che la leva  dovrà essere reintrodotta negli Stati Uniti, malgrado la sua enorme impopolarità. Questo è presentato come un caso di imparzialità inteso a equilibrare l’onere di classe della guerra, per riparare a ciò che sta ricadendo ora interamente sulla classe lavoratrice –o nel linguaggio ufficiale delle classi media e  inferiore, rappresentate dal popolo dei comuni lavoratori e dai poveri. “Chi sta facendo tutto il combattimento?” ha domandato il Senatore Repubblicano del Nebraska Chuck Hagel all’ NBC Today Show alla fine di Aprile. Secondo Hagel la Guerra al Terrorismo è probabilmente “una guerra generazionale, forse di 25 anni” e perciò ricadrà su tutte le classi della società. Sullo stesso programma il Senatore Democratico del Delaware, Joe Biden ha dichiarato che le milizie US sono troppo esigue e probabilmente non potrebbero produrre la forza necessaria senza una base di coscritti. Charles Rangel, congressman Democratico di New York, si è anche espresso con forza a favore di un ripristino della leva. Ralph Nader ha ammonito. “Oggi l’arruolamento nella Riserva e nella Guardia Nazionale sta declinando. Il Pentagono sta reclutando segretamente nuovi membri per riempire i quadri della leva locale, come meccanismo per richiamare silenziosamente una nuova generazione di giovani americani. I giovani americani devono sapere  che si è innescato un sistema che potrà andare oltre la loro generazione, allo stesso modo in cui la Guerra del Vietnam ha devastato le vite di quelli che erano nell’età per farla negli anni ‘60” (Toronto Star, “Il peso del ritorno della coscrizione militare US.”, 22 Aprile 2004)

Dato che la Guerra in Iraq si è rivoltata contro gli Stati Uniti, ora anche i sostenitori della guerra stanno chiedendo che gli Stati Uniti definiscano una chiara strategia di uscita. Questa strategia, ammesso che si possa dire che esiste, adesso gira attorno al piano di mediazione delle Nazioni Unite per quello che viene definito il “trasferimento dei poteri” alle autorità irachene il 30 Giugno. Tuttavia l’amministrazione Bush ha precisato che intende mantenere “limitata" la sovranità dell’Iraq in ogni eventuale trasferimento di potere. Gli attuali piani US, per i quali si sta ricercando l’approvazione del consiglio di sicurezza delle UN, intendono negare al nuovo governo provvisorio iracheno alcuna autorità di promulgare nuove leggi o di cambiare quelle esistenti. Perciò il nuovo governo iracheno sarà impossibilitato ad apportare alcun cambiamento alle leggi messe in atto fin dall’inizio dell’occupazione americana. Al governo provvisorio è anche negata ogni possibilità di agire sulle forze armate irachene, mentre i ‘commander’ US non sono in forza ne all’esercito US ne a quello iracheno. Al nuovo governo sarà quasi certamente negato l’accesso sugli aiuti finanziari all’Iraq e i proventi del loro petrolio. Il 27 Aprile, testimoniando davanti alla Commissione dei Rapporti Esteri del Senato, Jhon Negroponte, l’ambasciatore designato dall’amministrazione in Iraq, ha assicurato il Congresso che il governo provvisorio iracheno non avrà l’autorità per firmare contratti petroliferi a lungo termine.

Un segnale di disturbo in tutto ciò è che, mentre si suppone che si stia lavorando per sistemare un governo provvisorio, gli Stati Uniti stanno cercando di reclutare migliaia di ex ufficiali delle milizie Baathiste al fine di creare un nucleo di esercito iracheno che possa essere usato per sopprimere la resistenza nazionale, e per costruire le basi per un blocco di potere  nel paese sul quale gli Stati Uniti possano contare. Il che equivale a compromettere ogni tentativo di creare un processo politico e un governo accettabile dalla maggioranza degli Sciiti, che mettono in discussione la centralità di ogni parvenza di un processo democratico nella strategia degli americani. L’impegno US alla democrazia  è ulteriormente messo in questione dagli scandali circa le torture  e le degenerazioni nella prigione di Abu Graib e altrove, che stanno minando quelle poche tracce di legittimazione che l’occupazione US avrebbe potuto avere in Iraq. Un governo sovrano iracheno, capace di portare avanti da solo le investigazioni su tali atrocità è chiaramente fuori questione per l’imperialismo US.

Alla fine da tutto ciò emerge chiaramente che Washington sta sperando di differire ogni sostanziale trasferimento di controllo politico all’Iraq negando al governo transitorio ogni reale potere sovrano. Gli obiettivi politici, economici, e militari US sono interrelati. Il perseguimento degli obiettivi economici e militari dell’imperialismo US, preclude ogni rapida soluzione della crisi politica in Iraq. La principale proposta del governo provvisorio, abbiamo detto, sarà porre le basi per guidare le elezioni all’insediamento ad una parvenza di vero governo iracheno il prossimo anno. Allo stesso tempo e senza alcun dubbio, per un periodo il vero potere che governerà l’Iraq sarà l’esercito americano. Secondo i piani esistenti una ritirata US è ancora lontana anni.

Nonostante la propaganda, l’invasione US dell’Iraq non si era proposta di fermare l’Iraq dall’uso di armi di distruzione di massa (che non sono risultate esistenti), nemmeno è stata creata una democrazia in quel paese. Le vere motivazioni della guerra erano di estendere il controllo US sulle scorte petrolifere irachene – le seconde riserve di petrolio nel mondo per grandezza – e di creare una maggior presenza militare in Iraq, che  probabilmente assumerà la forma di basi militari permanenti che andrebbero ad incrementare il possesso US sull’intero Medio Oriente. Si presuppone anche che la presenza imperialista in Iraq aiuterebbe gli Stati Uniti a proiettare il proprio potere dal Medio Oriente all’Asia Centrale ( aree con enormi riserve di petrolio e di gas naturale). Questi sono i veri bottini di guerra e sono stati chiaramente la principale sollecitudine che ha guidato l’intervento US dall’inizio. Il controllo e il potere geopolitico che rappresenta sono stati il maggior obiettivo dell’invasione. Così il Generale Jay Garner, la precedente prima autorità dell’occupazione in Iraq, ha dichiarato in un’intervista televisiva alla BBC, il 19 Marzo, che la privatizzazione del petrolio e la promozione di un modello di politica neo liberale hanno assunto, nei piani amministrativi in Iraq, la precedenza su ogni altra cosa, inclusi non solo i cambiamenti politici ma anche il ripristino dell’elettricità e della risorsa idrica.

Secondo il Generale Garner, il modello usato quando lui aveva rilevato l’Iraq, vedeva un ruolo imperiale US in quel paese analogo a quello delle  Filippine, che nella strategia goepolitica US all’inizio del 20° secolo erano considerate “essenzialmente una stazione di rifornimento” per le navi (guadagnata attraverso la Guerra Ispano-Americana e la successiva Guerra Filippino-Americana), che ha permesso alle armate US di proiettare lontano il loro possesso, nel Pacifico e in Asia. Il Generale Garner ha detto “Io penso che sia una brutta analogia ma penso che adesso dovremmo guardare all’Iraq proprio come alla nostra stazione di rifornimento nel Medio Oriente, dove noi abbiamo alcune presenze,  ci da stabilità e ci da anche un vantaggio strategico in quei luoghi, ed io penso che noi dovremmo proprio accettare questo stato di cose e accettare questo periodo di tempo, finché il popolo iracheno sarà desideroso di accoglierci come ospiti nel suo paese” ( www. gregpalast.com)

Tale bottino di guerra, visto come mezzo per la restaurazione dell’egemonia globale US, non verrà prontamente abbandonato. C’è tutto il motivo di credere  quindi  che gli US cercheranno di mantenere il loro possesso sull’Iraq inglobandolo nell’impero americano  con una combinazione di strumenti militari, economici e politici.

Vi sono ulteriori motivi per gli US di continuare a perseguire la guerra in Iraq. Evitare che possa sembrare una sconfitta e richiamare alla memoria la “Sindrome del Vietnam” – un terminologia coniata dai conservatori in riferimento al rifiuto popolare  americano  di sostenere maggiori interventi militari nei paesi del terzo mondo in seguito alla sconfitta in Vietnam. Si pensava che la Guerra in Iraq avrebbe segnato una definitiva  sanatoria rispetto la Sindrome del Vietnam e la piena restaurazione del potere imperiale US. Adesso improvvisamente i ricordi degli aspetti più disastrosi della Guerra in Vietnam dal punto di vista dell’imperialismo US stanno rifluendo: frequenti agguati della guerriglia, una resistenza popolare incontrollata, bare avvolte nella bandiera e atrocità US. Questa perdita di credibilità del potere imperiale US è giustamente guardata da quelli che sono in cima alla società come il più grande danno derivante dall’attuale guerra Ciò rappresenta anche la definitiva ragione perché la macchina da guerra US trova difficoltà  a ritirarsi se non riesce a escogitare qualche maniera per salvare la faccia. Tutto ciò produce un’istanza per la continuazione e anche l’escalation della guerra.

Ma ci sono anche forze che guidano in un’altra direzione. La più importante di queste è la crescente resistenza irachena. Un’altra è la risposta negativa con la quale gli alleati US sembrano salutare ogni escalation di questa guerra. Infine  c’è il minor sostegno per la guerra negli Stati Uniti stessi, che eventualmente può portare, se occorreranno ulteriori escalation, in un poderoso movimento anti guerra. A quel punto l’analogia con il Vietnam sarebbe inevitabile.

Nota
*Citato su Montly Review, Maggio 1970 ne “Il propagarsi della guerra” di Magdoff, Sweesy