fonte http://www.monthlyreview.org/0604editors.htm
traduzione dall’inglese Bf
Da “Montly Review”
4 Giugno 2004
L’Iraq come
il Vietnam?
Un indice di come le cose vadano proprio male in seguito all’invasione
e all’occupazione dell’Iraq, è che la comparazione con la Guerra del Vietnam è
ora un luogo comune sui media US. In un disperato tentativo di porre fine a
ciò, il Presidente Bush il 13 Aprile, in una delle sue rare conferenze stampa,
ha notificato che la sola menzione dell’analogia tra il Vietnam e la guerra in
atto è antipatriottica e va a detrimento delle truppe. Resta tuttavia la
questione che sembra ossessionare l’occupazione US. dell’Iraq: in che misura
l’Iraq è diventato un altro Vietnam per l’imperialismo americano?
Vero è che ogni diretto paragone tra le due guerre è segnato dalle enormi
differenze tra loro. Agli Stati Uniti nell’Iraq non si oppone, come avvenne in
Vietnam, un movimento di liberazione nazionale derivante da una più che
centenaria lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo francese e poi americano.
Il livello dell’intervento militare in Iraq degli US è molto minore rispetto al
Vietnam, così come il numero degli scontri. La Guerra Fredda è finita e la
geografia della guerra è differente.
Nondimeno l’Iraq, come il Vietnam nel secolo precedente, sta iniziando a
segnare i limiti del potere americano. Gli Stati Uniti sono la sola
superpotenza restante, la più grande forza militare sulla terra. La loro
pretesa di onnipotenza è ora scossa ancora una volta dalle forze di resistenza
popolare e dall’odio per l’invasione in un paese del terzo mondo. Nel solo mese
di Aprile le morti di combattenti US. hanno superato quelle dall’inizio
dell’invasione americana in Iraq alla caduta di Baghdad – periodo che si
supponeva costituisse l’intera durata della guerra. La classe dirigente degli
US sembra incline ad accettare una soluzione politica non stabile nell’Iraq.
Una soluzione militare del conflitto non esiste. Gli Stati Uniti, è stato spesso
osservato, non hanno “una strategia di uscita” – posto che davvero esista
l’intenzione di uscire completamente. In queste circostanze, si solleva ancora
una volta la questione della disfatta, come in Vietnam. Anche se la situazione
mondiale è cambiata drammaticamente, può aiutare ricordare le parole del
Quotidiano del Popolo cinese nel 1966: “Le forze preminenti dell’imperialismo
degli Stati Unitisi si sono riversate in Asia; più si addentreranno e più
profonda sarà la fossa che si scaveranno da soli”. (citazione nel New York
Times, 31 Agosto 1966)
Non ci sono dubbi che la classe dominante degli Stati Uniti sia profondamente
conscia delle analogie con il Vietnam, consapevole che l’imperialismo US stia
affrontando un altro disastro e che, più a lungo rimarrà in Iraq, sarà sempre
peggio. Allo stesso tempo un enorme impeto guida gli US alla continuazione e ad
un’escalation della guerra. Il 2 Aprile 1970, in un momento critico nella
Guerra del Vietnam, il Senatore J.William Fulbright, presidente del Consiglio
delle Relazioni Estere, dichiarò che il nemico “non può guidarci fuori
dall’Indocina. Ma può forzarci a scegliere se sommergerci tutti quanti o se
andarcene tutti quanti”*. Questo descrive il principale dilemma che gli Stati
Uniti hanno sperimentato durante la Guerra del Vietnam. La quale è stata in
grado di sommergere gli US sempre più profondamente e lo ha fatto. Alla fine,
di fronte ad un’implacabile resistenza, sono stati costretti dai loro errori ad
andarsene tutti quanti – un risultato che fu anche incoraggiato dalla crescita
di un massiccio movimento contro la guerra in patria. Un’analoga scelta
spiacevole si pone oggi agli Stati Uniti in Iraq. Una maggior escalation è
inaccettabile per le masse della popolazione mondiale, inclusa quella dei maggiori
alleati degli US ed è allo stesso modo inaccettabile per le stesse masse
popolari degli US. Tuttavia l’andarsene tutti quanti è inaccettabile per la
classe dominante degli stati Uniti, che ha le ricchezze del bottino di guerra
da perdere e si preoccupa della credibilità del potere US. E perciò
un’escalation della guerra appare probabile, nonostante la ricaduta politica globale che va ad
implicare.
Si può vedere quale sia l’ottica
complessiva dell’elite del potere US nel rapporto intitolato “Iraq, un anno
dopo”, reso dal Consiglio di Relazioni Estere in Marzo. La commissione di
lavoro che ha steso il rapporto è stata co-presieduta da James Schlesinger, già
segretario alla Difesa sotto Nixon e Ford, e da Thomas Pickering, già
ambasciatore US in Russia e sottosegretario nell’amministrazione Clinton. La
commissione di lavoro ha incluso tutte le figure di spicco dell’alta gerarchia
della politica estera US., segnatamente Jeane Kirkpatrick, ex rappresentante
all’ONU e membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza di Ronald Reagan e James
F.Dobbins, esperto di peacekeeping della Rand Corporation (nominato dalle
amministrazioni Clinton e Bush inviato speciale per la supervisione degli aiuti
all’edificazione nazionale in Somalia, Haiti, Bosnia, Kossovo e Afganistan). Il
rapporto insiste sulla necessità degli Stati Uniti di mantenere un “impegno”
strategico in Iraq anche nel contesto di un “trasferimento d’autorità” in
ordine a 1) prevenire interferenze dai confinanti dell’Iraq, 2) garantire “la
stabilità a medio termine della produzione della fornitura di petrolio”, 3)
bloccare “l’emergere di stati che vengono meno agli impegni e che possono
offrire rifugio ai terroristi”, 4) evitare una “politica fallimentare” US che
“accompagna la perdita di potere e di influenza nella regione”. Come
Schlesinger e Pickering hanno scritto in un pezzo sul Los Angeles Times (30
Marzo 2004), intitolato “Tenere l’Iraq Sopra la Politica”, entrambi i partiti
Repubblicano e Democratico, sostengono ragioni molto simili. Dopotutto l’Iraq
può essere tenuto fuori dalle politiche presidenziali: un argomento diretto
soprattutto a John Kerry, in qualità di candidato democratico.
La principale lezione che la classe dirigente sembra aver tratto da una guerra
così lontana è che è necessaria una più grande forza militare per mantenere
l’occupazione. Secondo Business Week (26 Aprile 2004) “ Il potere US in Iraq
rimane debole. Per stare in pista occorrono due cose: più truppe per mantenere
la sicurezza, coadiuvate da una più abile strategia politica”. Su Business
Week, nella pagina dedicata al mondo, l’editoriale di Bruce Nussbaum dice:
A Washington si rifiuta di credere che la strategia militare che sta procedendo
in Iraq, la Dottrina Rumsfeld, sia un fallimento. L’ultima speranza che resta
di instaurare una democrazia stabile in Iraq, è di rimpiazzare tale dottrina
(che si identifica con operazioni militari piccole, leggere e veloci) con la
sua rivale Dottrina Powell, escogitata da dieci Presidenti della Giunta del
Capo di Stato Colin Powell. La Dottrina Powell richiede una forza schiacciante
fondata su traguardi politici molto chiari e su una dichiarata strategia di
uscita, due cose che oggi mancano in Iraq. Il fallimento della Dottrina
Rumsfeld in Iraq è del tutto chiaro – troppo pochi militari sul territorio,
troppo poca legalità per l’America ed il suo selezionato Consiglio di Governo,
troppi traguardi spostati ed una strategia di uscita non chiara. Il risultato
nelle ultime settimane è un a spirale di sequestri, agguati, contraccolpi,
morti e distruzione che riecheggiano in modo crescente il disastro del
Vietnam….Che fare? Un ritorno alla Dottrina Powell dovrebbe adempiere a diversi
obiettivi chiave. Livelli consistentemente maggiori di truppe schiaccerebbero
finalmente la resistenza Baathista e porterebbero più sicurezza all’Iraq…. La
realpolitik della Dottrina Powell potrebbe anche spingere Washington a limitare
i suoi obiettivi ed a fare una sua strategia di uscita chiara.
Una tale conversione alla Dottrina Powell comporterebbe una massiccia escalation
della forza militare in Iraq. Attualmente gli Stati Uniti hanno 135.000 soldati
in Iraq e più di 150.000 complessivamente nel teatro delle operazioni irachene,
che include il Kuwait e gli altri paesi confinanti. Le altre forze della
coalizione, delle quali circa la metà sono britanniche, hanno contribuito
all’occupazione con altri 25.000 soldati. Nondimeno Business Week ha scritto
che “analisti come la Rend Corp, esperta in peacekeeping e l’inviato speciale
James Dobbins, ex Deputato di Stato, dicono che sono necessari qualcosa come
400.000 militari per pareggiare il peacekeeping usato come rimpiazzo in altri
paesi instabili . I 250.000 iracheni che gli US. auspicano di poter avere in
divisa potrebbero essere d’aiuto ma il recente rifiuto di combattere i
compatrioti iracheni dimostra che loro non sono adatti al compito- e non lo
saranno per almeno un anno. Ciò si traduce in una richiesta di aumentare il
dispiegamento di soldati US. Ma da dove devono saltare fuori tutte queste
truppe aggiuntive? Inizialmente, secondo Business Week, queste potevano essere
completate con la rotazione delle unità che avevano già prestato servizio in
Iraq. In seguito potranno venir trovate delle altre soluzioni alla mancanza di
“manodopera militare”.
Altri convengono che ci vuole una maggior escalation. Il New York Times (25
Aprile 2004) ha detto “ Questo non è il momento per ritirarsi e certamente non
è il momento per mezze misure”. Secondo questa pubblicazione, sono richiesti
molti più militari di quelli del piano dell’attuale amministrazione:
Mandare più militari porterà ulteriori pene ad una truppa già stressata, perché
significa prendere atto che queste unità che adesso vengono ruotate a casa
dovrebbero essere poi rimandate indietro in Iraq. Ma sembra che non ci sia
altra scelta. Molte delle attuali preoccupazioni potevano essere evitate se
Rumsfeld non si fosse risolto a confutare la dottrina designata dal suo rivale,
il Segretario di Stato Colin Powell, che adduce che la forza, se proprio si
deve usarla, deve essere schiacciante…Gli Stati Uniti, per l’attuale
occupazione dell’Iraq e per ristabilire l’ordine, avrebbero dovuto disporre di
una forza militare molto più ampia.
Dunque la continuazione dell’occupazione punta ora ad un’effettiva escalation
in tempi brevi, del livello delle forze US in Iraq. Lo scopo principale degli
Stati Uniti è di creare in Iraq
un’ampia forza militare che possa contrastare quei nazionalisti iracheni che
attualmente combattono l’occupazione americana. Ma per ora gli sforzi di creare
un nuovo esercito iracheno sul quale gli US possano contare per aiutarli ad
eliminare la resistenza sono risultati vani. Anche se gli US hanno distribuito
1,8 miliardi di $ al nuovo esercito iracheno, per ora sono riusciti ad istruire
meno di 4.000 dei 40.000 soldati previsti. Metà del primo battaglione della
nuova armata ha abbandonato alla fine dello scorso anno col pretesto che la
paga era inadeguata. In Aprile, quando il secondo battaglione fu chiamato ad
aiutare a combattere la resistenza irachena a Falluja, molti soldati si
rifiutarono, dicendo di aver firmato per combattere nemici esterni all’Iraq e
non iracheni come loro. (Wall
Street Journal ,24 Aprile 2004)
Uno dei problemi più seri dell’imperialismo US è che esso vede la
maggior parte della popolazione irachena come un nemico degli interessi
strategici degli US in Iraq e che non ci sono settori filoimperialisti nella
popolazione ai quali riferirsi per sostegno. Ciò differisce dal Vietnam, dove
un secolo di colonialismo francese aveva lasciato dietro una considerevole
classe urbana media e alta, ceti che si erano alleati con gli Stati Uniti una
volta partiti i francesi. Gli Stati Uniti hanno sciolto l’esercito iracheno fin
dall’inizio dell’occupazione, non fidandosi dei suoi elementi Baathisti. Ora
nel contesto etnico e religioso dell’Iraq, gli Stati Uniti non hanno una base
naturale con la quale potrebbero riempire il vuoto militare da loro provocato.
La maggioranza Sciita è ancor meno accettabile politicamente dagli Stati Uniti
che i Sunniti con le loro connessioni Baathiste, dal momento che gli Sciiti
sono strettamente legati al fondamentalismo islamico iraniano. I Curdi sono
prevalentemente confinati nella parte Nord del paese, isolati dal resto della
società irachena, ed hanno conflitti con gli Stati Uniti sul petrolio e
riguardo alla Turchia. Senza radici profonde in alcun settore significativo
della popolazione, l’imperialismo US sta trovando estreme difficoltà a definire
le basi per un nuovo esercito iracheno, per spalleggiare e infine sostituire le
armate US.
Tutto ciò indica il fatto che il più grande ostacolo militare che gli Stati
Uniti affrontano nella loro occupazione dell’Iraq è un’acuta mancanza di
truppe. Anche qui il paragone con il Vietnam non può essere fatto. Come hanno
scritto nel loro spazio, nel Dicembre del 1969, gli editorialisti di Montly
Reviuw, Harry Magdoff e Paul Sweesy:
E’ estremamente importante capire che la più grande debolezza dell’imperialismo
degli Stati Uniti è precisamente una carenza di manodopera militare. La guerra
del Vietnam sta mostrando che la speranza, un tempo diffusa, di essere capaci
di sostituire la manovalanza con la tecnologia per combattere una guerra
contro-rivoluzionaria è un’illusione. Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 3
milioni e mezzo di uomini sotto il servizio delle armi (la più grande compagnia
militare del mondo) e di questo numero almeno un quinto è stato, direttamente o
indirettamente, a far la guerra in un piccolo paese, parecchie migliaia di
miglia lontano da casa. Molti dei rimanenti sono disseminati in più di 250 basi
militari, sparse in più di 30 paesi attorno al globo. Considerato il fatto che
gli Stati Uniti si sono arrogati il ruolo di poliziotti del mondo…l’attuale
estrema dissipazione di risorse militari portato dalla guerra in Vietnam e dal
sistema mondiale delle basi, porta ad avere una riserva strategica
pericolosamente piccola per lo spiegamento in qualsiasi nuova area di crisi.
Nei precoci imperi capitalisti, in particolare della Britannia e della Francia,
era possibile conquistare e mantenere il controllo su possedimenti ad ampia
gittata senza ricorrere alle armate di leva dalla madre patria. La principale
ragione di ciò era l’assenza di movimenti di resistenza coloniale, la loro
mancanza di accesso alle armi moderne (come disse Hilaire Belloc: “Qualunque
cosa accada noi abbiamo il cannone e loro no”), e il reclutamento di soldati
tra i disoccupati e i sotto-occupati nei paesi a capitalismo avanzato (insieme
con le armate indigene tratte dai territori coloniali). Al tempo della guerra
del Vietnam, tuttavia, gli Stati Uniti non avevano alternative se non
rifornirsi di coscritti da trascinare nei loro obiettivi coloniali. I movimenti
di resistenza del terzo mondo non erano più politicamente incoerenti, era
aumentata la loro capacità di rifornirsi di armi moderne sufficiente a
combattere una guerra di guerriglia, e non esisteva negli Stati Uniti un
insieme di disoccupati adeguato a mantenere un’armata di volontari nella scala
richiesta. Ancora, gli Stati Uniti si allontanarono dal servizio militare
universale come mezzo per mantenere il proprio impero. Dopo la guerra del
Vietnam, che ha mostrato i danni di reclutare coscritti per combattere una
guerra imperialista impopolare, gli
Stati Uniti si sono orientati ad un più piccolo esercito di volontari ( reso
possibile da un più ampio esercito di riserva
di lavoratori in un periodo di stagnazione) con la rinnovata fede che la
tecnologia potesse limitare la necessità di truppe sul terreno.
In un solo anno l’Iraq ha dimostrato che questa è un’illusione. L’intero schema
dell’esercito di volontari per mantenere l’impero US è a brandelli. La classe
dominante US sta chiedendo per l’Iraq più truppe da combattimento e non ci sono
più forze disponibili, dato che gli Stati Uniti, impazienti di monopolizzare il
bottino di guerra, hanno scelto di intervenire in Iraq praticamente da soli,
con il sostegno significativo solo dei loro partner britannici, molto minori.
La pericolosità della situazione è stata adombrata dal rapporto del
Congressional Budget Office (CBO), che indica che “ L’Esercito attivo non
sarebbe in grado di sostenere una forza di occupazione nella sua forma presente
oltre il Marzo 2004 se non si scegliesse di tenere le singole unità dispiegate
in Iraq più a lungo di un anno senza ricambio”. Per mantenere una condizione di
stabilità o l’occupazione a scadenza indeterminata allo stato attuale, il
rapporto del CBO sottolinea che l’unica opzione per gli US sarebbe alterare i
modelli di rotazione, mettendo alla prova la forza del suo esercito di
volontari; pescando pesantemente nella Marina, nella Guardia Nazionale, e nelle
unità di forze speciali; usando incentivi finanziari per cercare di portare i
soldati ad accettare un altro giro di servizio; riducendo i propri
dispiegamenti militari nel Sinai, in Bosnia, in Kossovo; cercando vie per
privatizzare molte attività militari, al fine di liberare più soldati per combattere. La crescita delle forze
mercenarie in Iraq - nella forma di ‘contractors’ militari privati sono
ora circa 20.000 soldati privati, che
fanno molte delle cose che abitualmente fanno i soldati regolari - è un a
ricaduta di questa strategia di privatizzazione. Anche se le forze esistenti
fossero estese al loro estremo, includendo un uso più pesante della Marina,
delle unità delle forze speciali e della Guardia Nazionale in servizio di
combattimento in Iraq, il CBO ha stimato ancora che le forze disponibili per il
teatro iracheno in pianta stabile –senza rompere la promessa alle truppe di
mantenere il loro servizio in Iraq entro i 12 mesi e senza esaurire le forze
impegnate altrove – nella migliore delle ipotesi non andrebbero oltre i 2/3 del
livello presente. Il fatto, che l’amministrazione ha annunciato i primi di
Maggio, che si dovrebbero tenere i Iraq decine di migliaia di soldati più a
lungo di un anno, riportando alcune unità indietro, è un riflesso della gravità
di questa crisi di forze disponibili per l’occupazione.
E’ in queste circostanze di acuta carenza di soldati che il Congresso sta
ancora una volta mandando segnali che la leva
dovrà essere reintrodotta negli Stati Uniti, malgrado la sua enorme
impopolarità. Questo è presentato come un caso di imparzialità inteso a
equilibrare l’onere di classe della guerra, per riparare a ciò che sta
ricadendo ora interamente sulla classe lavoratrice –o nel linguaggio ufficiale
delle classi media e inferiore,
rappresentate dal popolo dei comuni lavoratori e dai poveri. “Chi sta facendo
tutto il combattimento?” ha domandato il Senatore Repubblicano del Nebraska
Chuck Hagel all’ NBC Today Show alla fine di Aprile. Secondo Hagel la Guerra al
Terrorismo è probabilmente “una guerra generazionale, forse di 25 anni” e
perciò ricadrà su tutte le classi della società. Sullo stesso programma il
Senatore Democratico del Delaware, Joe Biden ha dichiarato che le milizie US
sono troppo esigue e probabilmente non potrebbero produrre la forza necessaria
senza una base di coscritti. Charles Rangel, congressman Democratico di New
York, si è anche espresso con forza a favore di un ripristino della leva. Ralph
Nader ha ammonito. “Oggi l’arruolamento nella Riserva e nella Guardia Nazionale
sta declinando. Il Pentagono sta reclutando segretamente nuovi membri per
riempire i quadri della leva locale, come meccanismo per richiamare
silenziosamente una nuova generazione di giovani americani. I giovani americani
devono sapere che si è innescato un
sistema che potrà andare oltre la loro generazione, allo stesso modo in cui la
Guerra del Vietnam ha devastato le vite di quelli che erano nell’età per farla
negli anni ‘60” (Toronto Star, “Il peso del ritorno della coscrizione militare
US.”, 22 Aprile 2004)
Dato che la Guerra in Iraq si è rivoltata contro gli Stati Uniti, ora anche i
sostenitori della guerra stanno chiedendo che gli Stati Uniti definiscano una
chiara strategia di uscita. Questa strategia, ammesso che si possa dire che
esiste, adesso gira attorno al piano di mediazione delle Nazioni Unite per
quello che viene definito il “trasferimento dei poteri” alle autorità irachene
il 30 Giugno. Tuttavia l’amministrazione Bush ha precisato che intende
mantenere “limitata" la sovranità dell’Iraq in ogni eventuale
trasferimento di potere. Gli attuali piani US, per i quali si sta ricercando
l’approvazione del consiglio di sicurezza delle UN, intendono negare al nuovo governo
provvisorio iracheno alcuna autorità di promulgare nuove leggi o di cambiare
quelle esistenti. Perciò il nuovo governo iracheno sarà impossibilitato ad
apportare alcun cambiamento alle leggi messe in atto fin dall’inizio
dell’occupazione americana. Al governo provvisorio è anche negata ogni
possibilità di agire sulle forze armate irachene, mentre i ‘commander’ US non
sono in forza ne all’esercito US ne a quello iracheno. Al nuovo governo sarà
quasi certamente negato l’accesso sugli aiuti finanziari all’Iraq e i proventi
del loro petrolio. Il 27 Aprile, testimoniando davanti alla Commissione dei
Rapporti Esteri del Senato, Jhon Negroponte, l’ambasciatore designato
dall’amministrazione in Iraq, ha assicurato il Congresso che il governo
provvisorio iracheno non avrà l’autorità per firmare contratti petroliferi a
lungo termine.
Un segnale di disturbo in tutto ciò è che, mentre si suppone che si stia
lavorando per sistemare un governo provvisorio, gli Stati Uniti stanno cercando
di reclutare migliaia di ex ufficiali delle milizie Baathiste al fine di creare
un nucleo di esercito iracheno che possa essere usato per sopprimere la
resistenza nazionale, e per costruire le basi per un blocco di potere nel paese sul quale gli Stati Uniti possano
contare. Il che equivale a compromettere ogni tentativo di creare un processo
politico e un governo accettabile dalla maggioranza degli Sciiti, che mettono
in discussione la centralità di ogni parvenza di un processo democratico nella
strategia degli americani. L’impegno US alla democrazia è ulteriormente messo in questione dagli
scandali circa le torture e le
degenerazioni nella prigione di Abu Graib e altrove, che stanno minando quelle
poche tracce di legittimazione che l’occupazione US avrebbe potuto avere in
Iraq. Un governo sovrano iracheno, capace di portare avanti da solo le
investigazioni su tali atrocità è chiaramente fuori questione per
l’imperialismo US.
Alla fine da tutto ciò emerge chiaramente che Washington sta sperando di
differire ogni sostanziale trasferimento di controllo politico all’Iraq negando
al governo transitorio ogni reale potere sovrano. Gli obiettivi politici,
economici, e militari US sono interrelati. Il perseguimento degli obiettivi
economici e militari dell’imperialismo US, preclude ogni rapida soluzione della
crisi politica in Iraq. La principale proposta del governo provvisorio, abbiamo
detto, sarà porre le basi per guidare le elezioni all’insediamento ad una
parvenza di vero governo iracheno il prossimo anno. Allo stesso tempo e senza alcun
dubbio, per un periodo il vero potere che governerà l’Iraq sarà l’esercito
americano. Secondo i piani esistenti una ritirata US è ancora lontana anni.
Nonostante la propaganda, l’invasione US dell’Iraq non si era proposta di
fermare l’Iraq dall’uso di armi di distruzione di massa (che non sono risultate
esistenti), nemmeno è stata creata una democrazia in quel paese. Le vere
motivazioni della guerra erano di estendere il controllo US sulle scorte
petrolifere irachene – le seconde riserve di petrolio nel mondo per grandezza –
e di creare una maggior presenza militare in Iraq, che probabilmente assumerà la forma di basi
militari permanenti che andrebbero ad incrementare il possesso US sull’intero
Medio Oriente. Si presuppone anche che la presenza imperialista in Iraq
aiuterebbe gli Stati Uniti a proiettare il proprio potere dal Medio Oriente
all’Asia Centrale ( aree con enormi riserve di petrolio e di gas naturale).
Questi sono i veri bottini di guerra e sono stati chiaramente la principale
sollecitudine che ha guidato l’intervento US dall’inizio. Il controllo e il
potere geopolitico che rappresenta sono stati il maggior obiettivo
dell’invasione. Così il Generale Jay Garner, la precedente prima autorità
dell’occupazione in Iraq, ha dichiarato in un’intervista televisiva alla BBC,
il 19 Marzo, che la privatizzazione del petrolio e la promozione di un modello
di politica neo liberale hanno assunto, nei piani amministrativi in Iraq, la
precedenza su ogni altra cosa, inclusi non solo i cambiamenti politici ma anche
il ripristino dell’elettricità e della risorsa idrica.
Secondo il Generale Garner, il modello usato quando lui aveva rilevato l’Iraq,
vedeva un ruolo imperiale US in quel paese analogo a quello delle Filippine, che nella strategia goepolitica
US all’inizio del 20° secolo erano considerate “essenzialmente una stazione di
rifornimento” per le navi (guadagnata attraverso la Guerra Ispano-Americana e
la successiva Guerra Filippino-Americana), che ha permesso alle armate US di
proiettare lontano il loro possesso, nel Pacifico e in Asia. Il Generale Garner
ha detto “Io penso che sia una brutta analogia ma penso che adesso dovremmo
guardare all’Iraq proprio come alla nostra stazione di rifornimento nel Medio
Oriente, dove noi abbiamo alcune presenze,
ci da stabilità e ci da anche un vantaggio strategico in quei luoghi, ed
io penso che noi dovremmo proprio accettare questo stato di cose e accettare
questo periodo di tempo, finché il popolo iracheno sarà desideroso di
accoglierci come ospiti nel suo paese” ( www. gregpalast.com)
Tale bottino di guerra, visto come mezzo per la restaurazione dell’egemonia
globale US, non verrà prontamente abbandonato. C’è tutto il motivo di
credere quindi che gli US cercheranno di mantenere il loro
possesso sull’Iraq inglobandolo nell’impero americano con una combinazione di strumenti militari, economici e politici.
Vi sono ulteriori motivi per gli US di continuare a perseguire la guerra in
Iraq. Evitare che possa sembrare una sconfitta e richiamare alla memoria la
“Sindrome del Vietnam” – un terminologia coniata dai conservatori in
riferimento al rifiuto popolare
americano di sostenere maggiori
interventi militari nei paesi del terzo mondo in seguito alla sconfitta in
Vietnam. Si pensava che la Guerra in Iraq avrebbe segnato una definitiva sanatoria rispetto la Sindrome del Vietnam e
la piena restaurazione del potere imperiale US. Adesso improvvisamente i
ricordi degli aspetti più disastrosi della Guerra in Vietnam dal punto di vista
dell’imperialismo US stanno rifluendo: frequenti agguati della guerriglia, una
resistenza popolare incontrollata, bare avvolte nella bandiera e atrocità US.
Questa perdita di credibilità del potere imperiale US è giustamente guardata da
quelli che sono in cima alla società come il più grande danno derivante
dall’attuale guerra Ciò rappresenta anche la definitiva ragione perché la
macchina da guerra US trova difficoltà
a ritirarsi se non riesce a escogitare qualche maniera per salvare la
faccia. Tutto ciò produce un’istanza per la continuazione e anche l’escalation
della guerra.
Ma ci sono anche forze che guidano in un’altra direzione. La più importante di
queste è la crescente resistenza irachena. Un’altra è la risposta negativa con
la quale gli alleati US sembrano salutare ogni escalation di questa guerra.
Infine c’è il minor sostegno per la
guerra negli Stati Uniti stessi, che eventualmente può portare, se occorreranno
ulteriori escalation, in un poderoso movimento anti guerra. A quel punto
l’analogia con il Vietnam sarebbe inevitabile.
Nota
*Citato su Montly Review, Maggio 1970 ne “Il propagarsi della guerra” di
Magdoff, Sweesy