da Lo Straniero, Ottobre
2004 - www.lostraniero.net
Moore e
Bush a stelle e strisce
di Goffredo Fofi
È molto probabile che
George W. Bush, secondo presidente Usa con questo cognome, verrà rieletto tra
due mesi alla Casa Bianca, nonostante la sua mediocrità, la sua ipocrisia e il
suo integralismo cristian-capitalista-imperialista. E voglia Dio-Allah o la
Storia, e cioè le contraddizioni insite al rapporto tra l´arroganza dei
potentati economici e le tensioni che essa può provocare - ma che loro hanno spesso
i mezzi per schivare - nei sudditi, cioè tra noi tutti che sulla scena della
storia, cioè del potere, non contiamo un fico (o anche, talvolta, non vogliamo
contare), che abbia ragione Johan Galtung, e si avveri ciò che profetizza in
questo stesso fascicolo di "Lo straniero".
Se Bush
cadrà - ed è ben difficile - non sarà certo per merito di Michael Moore e di
"Fahrenheit 9/11", volenteroso pamphlet che fa tutto il possibile per
rendere antipatico Bush al pubblico americano. Per altri pubblici,
ci pare sfondi una porta aperta.
Due ragioni ce ne
allontanano.
La prima è che risente troppo di una demogagia anti-Bush che assomiglia spesso a quella
dei bushiani (a noi italiani può ricordare, e non è un complimento,
il peggio del Dario Fo o del Beppe Grillo più “politici” o i tanti cloni
dell´Eugenio Scalfari anti-berlusconiano). È una questione di metodo e di stile
che ha ben capito, in Francia, l´ottimo Godard. Non si combatte il male con le
sue stesse armi, non si ricorre al metodo dei pubblicitari contro i
superpubblicitari. Bisogna inventare altro, e il cinema militante e
documentario, nelle sue cime come nei suoi abissi, avrebbe avuto molto da
insegnare a Moore se egli avesse voluto studiarselo. Noi, per gli Usa, restiamo
affezionati a certi indignati pamphlet del dimenticato Emile De Antonio o alle
fredde inchieste di Errol Morris o alle lente rilevazioni (o rivelazioni)
socio-antropologiche di Frederick Wiseman.
Insomma,
Moore ha capito che è l´economia a guidare il gioco e le leggi del gangsterismo
a guidare il capitale ma gli manca del tutto... la lettura di Marx. E bene sì,
per raccontare l´impero americano bisogna alzare lo sguardo molto al di sopra
l´America, riflettere sulle leggi e sui costumi che regolano il
mondo, oggi, in quest´epoca storica, e solo dopo ritornare sul terreno
dell´attualità e della polemica.
Il secondo è che nel film di Moore la bandiera a stelle e strisce sventola
ancora e sempre, e si canta ancora un´America buona. Il
meglio Moore è sempre nel suo rapporto con la cittadina da cui viene e con i
suoi abitanti, ma egli si vive da provinciale alla Frank Capra, da populista
generico all’assalto dell’oligarchia della capitale, pronto però a entrare in
quel gioco per il tramite del successo mediatico e spettacolare e solo di
conseguenza politico. Anche Moore - come la signora patriottica che lustra e
appende ogni mattina la sua bandiera alla finestra di casa, e che è contro Bush
solo perché le ha ammazzato un figlio e perché mente - sarebbe per i presidenti
buoni che sanno fingere meglio di Bush: barcamenandosi tra i diritti civili
(statunitensi) delle categorie che sanno farsi rispettare, le corporazioni
forti da cui si fanno indirizzare, le bombe atomiche che continuano a
costruire, le cento e mille invasioni e rapine a danno di altri paesi e popoli
attuate con i mezzi della guerra, della diplomazia, dei servizi segreti, della
pubblicità e oggi soprattutto della scienza e della finanza, e di un sistema
dello spettacolo aberrante ormai in quasi tutte le sue facce (il 99 per cento
delle sue facce!).
L´opposizione
a Bush è un problema di forma e non di sostanza, si direbbe, per quei
democratici americani alla Moore che giustamente si indignano delle
cose malvage che il loro paese fa agli altri e ai suoi stessi; ma noi, alla
signora della bandiera del figlio perduto, cosa possiamo contrapporre se non la
donna irachena che grida la sua maledizione all´impero, alla sua malafede e
alla sua brutalità? E in nome di chi parla davvero Moore, chi lo
"produce" economicamente? Forse è possibile fidarsi dei fratelli
Weinstein? Sì, Bush fa schifo e la sua faccia è parlante - qui è la
forza vera del film, oltre che nei brevi brani con i soldati e con la
"gente comune" del suo paese - ma quante altre facce non sono
parlanti e nascondono un´eguale (o perfino peggiore, perché non si espone)
criminalità?
È un modello a dover
essere discusso, l´"american way of life" e la sua corrotta idea di
democrazia e di mercato, la sua cinica idea dell´uomo ridotto a consumatore e
macchina-di-morte, e non solo Bush. E di quel modello ci sembra che Moore sia
parte consenziente, regista e politico di quella scuola e in quella carriera. Alle
prediche degli americani buoni ci è sempre più difficile credere.
Come alle fiabe teologiche degli ayatollah, come agli spot dei finanzieri di
ogni paese, credo, e partito.