www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti - 18-11-04

Cerchiamo di capire perché Kerry non poteva vincere


di Enrico Penati

Sono tra coloro che non sono stati sorpresi dall’esito delle elezioni americane del 2 novembre. Dispiaciuto ma non sorpreso, inorridito, se si vuole, ma non sorpreso, al contrario quindi di quanto hanno confessato una serie infinita di persone : erano convinte, fino al giorno prima, che avrebbe vinto Kerry e poi, la sera del 2 novembre quando seppero che l’affluenza alle urne stava battendo ogni record, sicurissime che Kerry avrebbe addirittura stravinto alla grande.

Perché tutte queste persone si sono grossolanamente sbagliate ? E non si tratta di poveri sprovveduti perché fra i pronosticatori di Kerry c’erano politici di lungo corso, giornalisti non nati ieri, commentatori non soliti a sbilanciarsi, infine uomini e donne genericamente, ma anche professionalmente, di sinistra, maggiorenni, vaccinati, la maggior parte non facilmente suggestionabile. Allora, ripetiamo : perché hanno preso questa micidiale cantonata ?.

Le successive spiegazioni del perché e del percome dell”errore” le lascerei perdere : Kerry non aveva personalità, l’America in guerra non è solita cambiare il manovratore, i democratici non sono ritenuti capaci di gestire il potere in tempi di estrema tensione, eccetera eccetera, tutti argomenti che - veri o falsi che siano ma a mio parere più falsi che veri - erano proponibili anche prima del giorno del voto e comunque, di sicuro, non sono emersi improvvisamente la mattina del 2 novembre 2004.

La ragione del fallimento delle previsione pro Kerry  non va ricercata in qualche cosa di specifico - un fatto, un discorso sbagliato, un atteggiamento deludente, e comunque in nessuna di quelle comiche dissertazioni dei politologi specialisti nello spiegare il giorno dopo le ragioni per le quali il giorno prima si erano sbagliati nel prevedere quello che sarebbe successo. Le ragioni, secondo me, vanno cercate più lontano e molto più in alto e precisamente nel mito dell’America, in quel complesso di leggende che hanno accompagnato la nascita e la crescita di quel Paese chiamato poi Stati Uniti.  Sappiamo tutti della tremenda forza del mito ed il mito dell’America è impresso da secoli nel Dna della maggior parte degli Europei, America come Terra della Libertà, della Democrazia oltre che della Ricchezza.

Qualcuno vorrà certo rinfacciarmi che la verità storica (storia, non mito) ci ricorda che dalla seconda metà del Seicento si è stabilito un flusso migratorio dall’Europa verso il Nuovo Mondo via via sempre più intenso sino a raggiungere nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento le dimensioni di una trasmigrazione biblica: decine e decine di milioni di persone hanno varcato l’Atlantico cercando, e molte volte trovandola, una nuova vita. Tutto vero. Ma che cosa li spingeva ? Certamente, per la quasi totalità, non la ricerca della democrazia, merce sostanzialmente sconosciuta alla gran massa degli emigranti, né la libertà che non fosse quella dal bisogno e dalla fame. Per quasi tutti  la spinta era costituita dalla speranza - e non era poco - di un futuro appena migliore del miserrimo presente.

Ignoravano comunque di approdare in un Paese che stava completando - o aveva appena terminato - il genocidio di milioni di nativi ( i Pellerossa) e che, e questo almeno sino alla guerra civile (1861-1865), aveva trasportato in catene dall’Africa milioni di Neri costretti a lavorare sino allo sfinimento e spesso sino alla morte per alimentare il mito della Terra promessa, di El Dorado, del Paradiso terrestre.

Ma la forza del mito non bada a queste quisquilie, ed entra addirittura nel linguaggio comune. “Quello ha trovato l’America” si dice ancora oggi di uno che ha avuto un colpo di fortuna o “l’America è qui in Italia” si diceva da noi negli anni del cosidetto boom economico. Sempre quindi l’immagine dell’America, nella fattispecie degli Stati Uniti, quando si deve indicare qualche cosa di buono, di vantaggioso, di positivo. A questa mitologia filo-statunitense si è aggiunta dagli anni Trenta l’assordante propaganda di Hollywood ed infine qui da noi, nell’immediato dopoguerra, si sovrappose (con una cifra qualitativamente ben diversa) l’impegno di molti intellettuali - fra i quali non hanno fatto eccezione spiccate personalità della cultura di sinistra da Italo Calvino a Cesare Pavese a Elio Vittorini, da Mario Soldati e Fernanda Pivano. Il loro impegno culturale, giusto e positivo, era teso a farci conoscere la letteratura di una certa America, sostanzialmente un’America di opposizione alla quale il ventennio fascista aveva chiuso le porte, è stato dai più interpretato anche come adesione agli “evidenti valori americani” e quindi come adesione all’America tout court, riscoperta una volta ancora come Terra della Libertà, della Democrazia e di tutto il Bene ed il Buono possibile ed immaginabile. Come se non fosse mai stato vero che negli anni Venti e Trenta eminenti intellettuali statunitensi, da Hemingway a Fitzgerald, da Henry Miller a tanti altri per poter scrivere - ma soprattutto per poter respirare - furono costretti a fuggire a Parigi. E poi il mito di Roosevelt, il presidente democratico eletto quattro volte consecutive da un elettorato apparentemente invincibile.

Tutto questo, e tante altre cose sulle quali è giocoforza sorvolare, hanno fatto sì che in Europa - e non soltanto nella sinistra o più genericamente nella parte democratica ed antifascista - si è dato per scontato che gli Stati Uniti fossero quel Paese che in realtà non era e che non era mai stato, se non in alcuni pochi momenti della sua non lunga storia.

La realtà fattuale dice che il potere negli Stati Uniti è sempre stato saldamente nelle mani della classe dominante, nelle mani degli Wasp - i bianchi, anglosassoni, protestanti - direttamente rappresentati dal partito repubblicano, almeno dalla metà dell’Ottocento.
Il partito democratico è sempre stata una formazione, come dire, di “risulta”, che a far data dai primi del Novecento metteva insieme o cercava di farlo gli aderenti ai grandi sindacati del passato, primo fra tutti il famoso IWW - Lavoratori industriali del mondo, con centinaia di esponenti assassinati negli anni Venti dalle polizie private delle Corporations, grandi, medie o piccole che fossero - con i discendenti delle grandi correnti migratorie, gli Ebrei, gli Irlandesi, gli Italiani, i cattolici in generale, ed in tempi più recenti i Neri e poi gli Ispanici.

E per molti anni anche pezzi dell’elettorato del Sud culturalmente ancora affine al Ku Klux Klan, che votava democratico semplicemente in odio al partito repubblicano, quello di Lincoln, dal quale erano stati sconfitti nella guerra civile. Sembra più che evidente che non si trattava e non si tratta di un partito nel senso e nella tradizione europea del termine ma di un assemblaggio che per funzionare ha bisogno di un innesco eccezionale : lo fu la crisi terrificante del ’29 che con la disperazione di 50 milioni di disoccupati portò Roosevelt ed i democratici al governo (sottolineo, al governo non al potere) per venti anni.

Ma l’America di oggi, quella che ritiene di fare a meno del parere e della volontà politica degli Stati costieri, quell’America “interna e profonda”, quell’America “bianca” (la maggior parte delle correnti di immigrazione si è fermata negli Stati della costa Est o della costa Ovest), che è bianca dal punto di vista razziale ma nera da quello politico, è da sempre convinta che il democratico è il partito delle razze inferiori, degli ebrei e dei comunisti, dei meticci e dei cattolici, degli intellettuali e dei traditori, in una parola dei non-americani.

Ma, mi si dirà, allora Kennedy  e Clinton ? In politica estera (che è quella che decide, da almeno mezzo secolo) si sono comportati come i più rigorosi dei repubblicani, il primo facendo finta di non sapere che a Miami si stava organizzando l’invasione della Baia dei Porci e poi ponendo il blocco navale a Cuba, il secondo organizzando la prima guerra del Golfo esattamente come lo avrebbe fatto un presidente repubblicano.

Ma per tornare a Kerry ed alla sua impossibile elezione, tutti coloro che in Italia hanno previsto la sua vittoria ragionavano come la maggior parte degli europei i quali di fronte ad un Bush che minacciava i più sanguinosi sfracelli a tutto il mondo e che pretendeva che Kerry fosse scomunicato perché favorevole al divorzio e non nemico dell’aborto, avrebbero reagito votando per chiunque ma non per Bush. Il guaio era che a votare sono stati gli americani e non gli europei, quegli americani per i quali l’aperto atteggiamento fascista di Bush è apprezzabile e non condannabile, il suo evidente delirio di onnipotenza è un elisir ricostituente e non un pericolo mortale, la sua proverbiale stoltezza ed ignoranza è un rassicurante elemento di identificazione e non un motivo di repellenza.

Teniamo sempre presente che gli elettori degli Stati Uniti sono, quasi sempre in maggioranza, più o meno uguali a coloro ai quali nei primi anni Cinquanta venne fatto credere che  Julius ed Ethel Rosenberg dovevano morire sulla sedia elettrica  perché avevano passato ai sovietici la formula della bomba atomica scritta su un bigliettino. E ci credono ancora oggi. Ecco perché Kerry , e forse chiunque altro, di fronte ad un Bush nella sua condizione di assoluto monopolista del potere nel mondo, non poteva fare altro che perdere. A guardar bene, Kerry ha preso sin troppi voti.