Cerchiamo di capire perché Kerry non poteva vincere
di Enrico Penati
Sono tra coloro che non sono stati sorpresi dall’esito delle elezioni americane
del 2 novembre. Dispiaciuto ma non sorpreso, inorridito, se si vuole, ma non
sorpreso, al contrario quindi di quanto hanno confessato una serie infinita di
persone : erano convinte, fino al giorno prima, che avrebbe vinto Kerry e
poi, la sera del 2 novembre quando seppero che l’affluenza alle urne stava
battendo ogni record, sicurissime che Kerry avrebbe addirittura stravinto alla
grande.
Perché tutte queste persone si sono grossolanamente sbagliate ? E non si
tratta di poveri sprovveduti perché fra i pronosticatori di Kerry c’erano
politici di lungo corso, giornalisti non nati ieri, commentatori non soliti a
sbilanciarsi, infine uomini e donne genericamente, ma anche professionalmente,
di sinistra, maggiorenni, vaccinati, la maggior parte non facilmente
suggestionabile. Allora, ripetiamo : perché hanno preso questa micidiale
cantonata ?.
Le successive spiegazioni del perché e del percome dell”errore” le lascerei
perdere : Kerry non aveva personalità, l’America in guerra non è solita
cambiare il manovratore, i democratici non sono ritenuti capaci di gestire il
potere in tempi di estrema tensione, eccetera eccetera, tutti argomenti che -
veri o falsi che siano ma a mio parere più falsi che veri - erano proponibili
anche prima
del giorno del voto e comunque, di sicuro, non sono emersi
improvvisamente la mattina del 2 novembre 2004.
La ragione del fallimento delle previsione pro Kerry non va ricercata in qualche cosa di specifico - un fatto, un
discorso sbagliato, un atteggiamento deludente, e comunque in nessuna di quelle
comiche dissertazioni dei politologi specialisti nello spiegare il giorno dopo le ragioni
per le quali il giorno prima si erano sbagliati nel prevedere quello che
sarebbe successo. Le ragioni, secondo me, vanno cercate più lontano
e molto più in alto e precisamente nel mito dell’America, in quel complesso di
leggende che hanno accompagnato la nascita e la crescita di quel Paese chiamato
poi Stati Uniti. Sappiamo tutti della
tremenda forza del mito ed il mito dell’America è impresso da secoli nel Dna
della maggior parte degli Europei, America come Terra della Libertà, della
Democrazia oltre che della Ricchezza.
Qualcuno vorrà certo rinfacciarmi che la verità storica (storia, non mito) ci
ricorda che dalla seconda metà del Seicento si è stabilito un flusso migratorio
dall’Europa verso il Nuovo Mondo via via sempre più intenso sino a raggiungere
nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento le dimensioni di una
trasmigrazione biblica: decine e decine di milioni di persone hanno varcato
l’Atlantico cercando, e molte volte trovandola, una nuova vita. Tutto vero. Ma
che cosa li spingeva ? Certamente, per la quasi totalità, non la ricerca
della democrazia, merce sostanzialmente sconosciuta alla gran massa degli
emigranti, né la libertà che non fosse quella dal bisogno e dalla fame. Per
quasi tutti la spinta era costituita
dalla speranza - e non era poco - di un futuro appena migliore del miserrimo
presente.
Ignoravano comunque di approdare in un Paese che stava completando - o aveva
appena terminato - il genocidio di milioni di nativi ( i Pellerossa) e che, e
questo almeno sino alla guerra civile (1861-1865), aveva trasportato in catene
dall’Africa milioni di Neri costretti a lavorare sino allo sfinimento e spesso
sino alla morte per alimentare il mito della Terra promessa, di El Dorado, del
Paradiso terrestre.
Ma la forza del mito non bada a queste quisquilie, ed entra addirittura nel
linguaggio comune. “Quello ha trovato l’America” si dice ancora oggi di uno che
ha avuto un colpo di fortuna o “l’America è qui in Italia” si diceva da noi
negli anni del cosidetto boom economico. Sempre quindi l’immagine dell’America,
nella fattispecie degli Stati Uniti, quando si deve indicare qualche cosa di
buono, di vantaggioso, di positivo. A questa mitologia filo-statunitense si è
aggiunta dagli anni Trenta l’assordante propaganda di Hollywood ed infine qui
da noi, nell’immediato dopoguerra, si sovrappose (con una cifra
qualitativamente ben diversa) l’impegno di molti intellettuali - fra i quali
non hanno fatto eccezione spiccate personalità della cultura di sinistra da
Italo Calvino a Cesare Pavese a Elio Vittorini, da Mario Soldati e Fernanda
Pivano. Il loro impegno culturale, giusto e positivo, era teso a farci
conoscere la letteratura di una certa America, sostanzialmente un’America di
opposizione alla quale il ventennio fascista aveva chiuso le porte,
è stato dai più interpretato anche come adesione agli “evidenti valori
americani” e quindi come adesione all’America tout court, riscoperta una volta
ancora come Terra della Libertà, della Democrazia e di tutto il Bene ed il
Buono possibile ed immaginabile. Come se non fosse mai stato vero che negli
anni Venti e Trenta eminenti intellettuali statunitensi, da Hemingway a
Fitzgerald, da Henry Miller a tanti altri per poter scrivere - ma soprattutto
per poter respirare - furono costretti a fuggire a Parigi. E poi il mito di
Roosevelt, il presidente democratico eletto quattro volte consecutive da un
elettorato apparentemente invincibile.
Tutto questo, e tante altre cose sulle quali è giocoforza sorvolare, hanno
fatto sì che in Europa - e non soltanto nella sinistra o più genericamente
nella parte democratica ed antifascista - si è dato per scontato che gli Stati
Uniti fossero quel Paese che in realtà non era e che non era mai stato, se non in
alcuni pochi momenti della sua non lunga storia.
La realtà fattuale dice che il potere negli Stati Uniti è sempre stato
saldamente nelle mani della classe dominante, nelle mani degli Wasp - i
bianchi, anglosassoni, protestanti - direttamente rappresentati dal partito
repubblicano, almeno dalla metà dell’Ottocento.
Il partito democratico è sempre stata una formazione, come dire, di “risulta”,
che a far data dai primi del Novecento metteva insieme o cercava di farlo gli
aderenti ai grandi sindacati del passato, primo fra tutti il famoso IWW -
Lavoratori industriali del mondo, con centinaia di esponenti assassinati negli
anni Venti dalle polizie private delle Corporations, grandi, medie o piccole
che fossero - con i discendenti delle grandi correnti migratorie, gli Ebrei,
gli Irlandesi, gli Italiani, i cattolici in generale, ed in tempi più recenti i
Neri e poi gli Ispanici.
E per molti anni anche pezzi dell’elettorato del Sud culturalmente ancora
affine al Ku Klux Klan, che votava democratico semplicemente in odio al partito
repubblicano, quello di Lincoln, dal quale erano stati sconfitti nella guerra
civile. Sembra più che evidente che non si trattava e non si tratta di un
partito nel senso e nella tradizione europea del termine ma di un assemblaggio
che per funzionare ha bisogno di un innesco eccezionale : lo fu la crisi
terrificante del ’29 che con la disperazione di 50 milioni di disoccupati portò
Roosevelt ed i democratici al governo (sottolineo, al governo non al potere)
per venti anni.
Ma l’America di oggi, quella che ritiene di fare a meno del parere e della
volontà politica degli Stati costieri, quell’America “interna e profonda”,
quell’America “bianca” (la maggior parte delle correnti di immigrazione si è
fermata negli Stati della costa Est o della costa Ovest), che è bianca dal
punto di vista razziale ma nera da quello politico, è da sempre convinta che il
democratico è il partito delle razze inferiori, degli ebrei e dei comunisti,
dei meticci e dei cattolici, degli intellettuali e dei traditori, in una parola
dei non-americani.
Ma, mi si dirà, allora Kennedy e Clinton ? In politica estera (che è
quella che decide, da almeno mezzo secolo) si sono comportati come i più
rigorosi dei repubblicani, il primo facendo finta di non sapere che a Miami si
stava organizzando l’invasione della Baia dei Porci e poi ponendo il blocco
navale a Cuba, il secondo organizzando la prima guerra del Golfo esattamente
come lo avrebbe fatto un presidente repubblicano.
Ma per tornare a Kerry ed alla sua impossibile elezione, tutti coloro che in
Italia hanno previsto la sua vittoria ragionavano come la maggior parte degli
europei i quali di fronte ad un Bush che minacciava i più sanguinosi sfracelli
a tutto il mondo e che pretendeva che Kerry fosse scomunicato perché favorevole
al divorzio e non nemico dell’aborto, avrebbero reagito votando per chiunque ma
non per Bush. Il guaio era che a votare sono stati gli americani e non gli
europei, quegli americani per i quali l’aperto atteggiamento fascista di Bush è
apprezzabile e non condannabile, il suo evidente delirio di onnipotenza è un
elisir ricostituente e non un pericolo mortale, la sua proverbiale stoltezza ed
ignoranza è un rassicurante elemento di identificazione e non un motivo di
repellenza.
Teniamo sempre presente che gli elettori degli Stati Uniti sono, quasi sempre
in maggioranza, più o meno uguali a coloro ai quali nei primi anni Cinquanta
venne fatto credere che Julius ed Ethel
Rosenberg dovevano morire sulla sedia
elettrica perché avevano passato ai sovietici la
formula della bomba atomica scritta su un bigliettino. E ci credono
ancora oggi. Ecco perché Kerry , e forse chiunque altro, di fronte ad un Bush nella sua
condizione di assoluto monopolista del potere nel mondo, non poteva
fare altro che perdere. A guardar bene, Kerry ha preso sin troppi voti.