8 gennaio 2004 -
Un avvertimento, una messa in guardia del Fondo Internazionale Monetario agli
Stati Uniti:
http://www.reseauvoltaire.net/article11832.html
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Le dichiarazioni di autogratificazione dell’Amministrazione Bush che annunciano una crescita economica record vengono smentite dai fatti. In realtà, la disoccupazione è in aumento, la produzione interna sta crollando e l’economia nel suo complesso si sta orientando verso la guerra. Il debito con l’estero raggiunge un livello critico, senza precedenti per un paese industrializzato e, secondo il Fondo Internazionale Monetario (FIM), questo costituisce una minaccia per l’economia mondiale.
La specializzazione delle industrie negli armamenti rende impossibile un ritorno ad una economia di pace.
Gli Stati Uniti sono entrati in un ciclo infernale, per cui la loro sopravvivenza economica dipende dal proseguimento di una situazione di guerra.
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Alla fine del 2003, il Dipartimento del Commercio ha reso pubbliche le sue valutazioni finali sulla crescita degli Stati Uniti : un rialzo dell’ 8,2 % del Prodotto Interno Lordo (PIL) per il terzo trimestre. Il paese non aveva conosciuto mai una così forte crescita da 19 anni. In uno slancio proporzionale, la stampa ha salutato “il ritorno della crescita negli Stati Uniti”.
Nel contempo, qualche analista aveva preso le distanze da questi entusiasmi, osservando che la disoccupazione era fortemente aumentata tra il 2000 e il 2003 (il 4,0 % nel 2000, il 4,8 % nel 2001, il 5,8 % nel 2002 e il 6,1 % nel 2003).
Ma due fatti importanti sono stati rapidamente rimossi.
In effetti, la crescita è collegata 1) ad un pesante indebitamento del paese e 2) ad una ridislocazione delle spese pubbliche dal sociale verso il militare.
L'economia degli Stati Uniti è orientata attualmente verso la guerra.
Il grafico sottostante illustra l’andamento del debito estero (dette extérieure), in migliaia di miliardi di dollari, e del tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo (taux de croissance du PIB), espresso in %.

Gli Stati Uniti hanno finanziato la loro crescita con l’indebitamento. Nel 2002, il paese conosceva il suo primo déficit di bilancio dopo il 1997. Questo, a poco a poco è sprofondato dall’1,5 % del 2002 al 3,5 % nel 2003, per arrivare al 4,2 % nel 2004.
A titolo di confronto, il patto di stabilità di bilancio per la zona euro stabilisce un limite del 3 %.
Il debito estero, che nel 2000 era di 3.600 miliardi di dollari (39 % del PIL), è passato nel 2003 a 6.500 miliardi di dollari (58,5 % del PIL).
Una inquietante valutazione, realizzata dall’Ufficio di Bilancio del Congresso, indica che il debito dovrebbe arrivare a 14.000 miliardi in dieci anni. L'ex Ministro del Tesoro Paul O'Neil ha, d’altro canto, effettuato uno studio secondo cui il déficit degli Stati Uniti nei prossimi cinquant’anni dovrebbe raggiungere i 44.000 miliardi di dollari.
Il 7 gennaio 2004, Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha organizzato una conferenza stampa sulle politiche fiscali degli Stati Uniti e sulle conseguenze di queste politiche sull’economia mondiale. [1]. Il FMI, anche se organizzazione creata e largamente pilotata da Washington, si è abbandonata ad una autentica requisitoria contro la politica economica dell’Amministrazione Bush.
Secondo il FMI, il debito estero degli Stati Uniti ha raggiunto un livello senza precedenti per un paese industrializzato. Questo fenomeno provoca un aumento dei tassi di interesse e un rallentamento della crescita mondiale.
Osservando l’aumento vertiginoso del debito che oltrepassa considerevolmente la solvibilità del paese, Robert Freeman s'interroga sugli orientamenti economici scelti dall’Amministrazione Bush. Secondo lui, esistono cinque strategie possibili. [2]
La prima consiste nell’aumentare le imposte e nel pagare i creditori. Chiaramente questa non è l’opzione scelta dall’Amministrazione Bush.
La seconda consiste nello stampare dollari, i biglietti verdi. Ma l’uso massiccio di una tale soluzione comporterebbe un affossamento inevitabile dell’economia.
Una terza strategia, proposta dal FMI ai paesi del Terzo Mondo, consiste nella privatizzazione delle risorse nazionali e di venderle all’estero.Si potrebbe considerare questa opzione molto improbabile. Eppure, lasciando deprezzare il dollaro, l’Amministrazione Bush non favorisce solamente le esportazioni: permette anche ai capitali stranieri di riscattare imprese Statunitensi.
Una quarta strategia consiste nel rifiuto di pagare i debiti, come hanno fatto già i bolscevichi allorché presero il potere in Russia. Per Robert Freeman, questa opzione è «molto più vicina di quello che possa immaginare la maggior parte dei cittadini americani.». Effettivamente, una parte significativa del déficit riguarda il finanziamento della Sicurezza sociale, per cui le privatizzazioni dovrebbero essere una delle priorità di Bush dopo avere vinto le elezioni del 2004.
Ma è una quinta strategia che l’Amministrazione Bush sembra aver risolutamente adottato. Robert Freeman spiega: “ Come ultima risoluzione, resta il saccheggio. Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte.” Gli Stati Uniti non hanno deciso di attaccare l’Iraq, non perché Saddam Hussein possedeva Armi di distruzione di massa, e nemmeno per instaurare la democrazia. L’obiettivo reale consisteva nell’assumerne il controllo del petrolio, o piuttosto il mercato mondiale del petrolio.
Una crescita legata alle spese militari
I fatti confermano l’analisi di Robert Freeman : sotto l’Amministrazione Bush, l’economia degli Stati Uniti è stata orientata verso la guerra e la conquista.
L'Amministrazione ha legittimato l’aumento del déficit di bilancio con la necessità di condurre la guerra al terrorismo. Questa giustificazione ha anche permesso di commutare le cifre stanziate per le infrastrutture sociali in investimenti per la guerra.
Le spese per la difesa (dépenses de défense) sono passate dal 3,1 % del PIL nel 2001 al 3,4 % nel 2002, e al 3,5 % nel 2003. Vedi tabella:

L’aumento di queste spese pubbliche ha creato profitti per le imprese degli armamenti private. Ed ecco che Northrop Grumman ha conosciuto un aumento del 57% delle sue vendite, fra il 2002 e il 2003 ed è passata da una situazione di perdite ad una di profitto sicuro. La divisione « difesa » della Boeing ha accumulato un reddito d’impresa dell’ordine del 38 %. Il volume di affari della Lockheed Martin, numero uno mondiale nell’industria di difesa, è aumentato del 23 %, mentre il suo settore aeronautico ha visto aumentare le sue vendite del 60 %.
Ma, secondo Robert Pollin, professore di economia all’Università del Massachusetts, le spese per il costo del lavoro e per gli armamenti sono rimaste relativamente deboli. La parte del leone è stata interpretata dall’Halliburton, Bechtel e da qualche altro gruppo privato legato all’Amministrazione Bush.
Quindi, la crescita tanto sbandierata dagli analisti tocca principalmente gli investimenti collegati alla guerra. Durante il secondo trimestre del 2003, in piena guerra contro l’Iraq, circa il 60 % del tasso di crescita era da attribuirsi alle spese militari. [3]
Dal rifiuto di sottoscrivere il Trattato di Ottawa sull’interdizione delle mine anti-uomo, alla guerra contro l’Iraq, passando per il progetto titanico militare delle “guerre stellari” e per la messa in cantiere di una guerra sempiterna contro il terrorismo, tutto sta ad indicare il nuovo orientamento economico degli Stati Uniti verso la guerra e la conquista imperiale.
Nel secolo scorso, la riconversione di una economia di guerra in economia di pace era stata difficile. La trasformazione di una industria dalle caratteristiche belliche risultava comunque delicata. Oggi, gli armamenti sono così sofisticati che quella trasformazione è resa impossibile.
Dunque, l’orientamento economico assunto dall’Amministrazione Bush è senza ritorno.
Per gli Stati Uniti, la guerra è la condizione della loro sopravvivenza economica.
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[1] « Il Fondo Monetario Internazionale denuncia che i debiti USA sono una minaccia per l’economia mondiale » di Elizabeth Becker e Edmund L. Andrews, New York Times (Stati Uniti), 8 gennaio 2004.
[2] « Come si comporterà Bush con i debiti? Coinvolgendo le imprese in Iraq », di Robert Freeman, CommonDreams.org, 5 gennaio 2004.
[3] « Come la macchina da guerra sta guidando l’economia USA », di Andrew Gumbel,
The Independent (Regno Unito), 6 gennaio 2004.
Istituti spostano le proprie riserve ad Eurolandia
(ANSA) - ROMA, 24 GENNAIO 2005 - Banche centrali
internazionali appaiono in fuga dal dollaro. Gli istituti internazionali hanno
da tempo iniziato a spostare le proprie riserve dagli Stati Uniti ad
Eurolandia, con "una mossa che renderà ancora più gravi le difficoltà
dell'amministrazione Bush di finanziarie il già gonfio deficit delle partite
correnti americano". Il deficit corrente Usa e' stimato nel 2004 intorno a
6.500 mld di dollari.
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