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13 Febbraio 2005
La prossima
fase dell’agenda globale di Washington: dalla guerra al terrorismo alla guerra
alla tirannia
di F. William Engdahl
Parte I:
Controllo su ogni snodo petrolifero nel mondo
Nelle recenti dichiarazioni pubbliche, George W. Bush e altri
dell'Amministrazione, inclusa Condi Rice, hanno cominciato a fare una svolta
significativa nella retorica della guerra. Sta montando una nuova ‘guerra alla
tirannia’ per sostituire l’obsoleta ‘guerra al terrorismo’. Lungi dall'essere
una sfumatura semantica, è una svolta molto significativa nella prossima fase
dell'agenda globale di Washington.
Nel suo il discorso inaugurale del 20 Gennaio, Bush ha dichiarato: “La politica
degli Stati Uniti è di promuovere e sostenere la crescita di movimenti ed
istituzioni democratici in ogni nazione e cultura, con lo scopo ultimo di mettere
fine alla tirannia nel nostro mondo”. Ed ha ripetuto l'ultima formulazione, “di
mettere fine alla tirannia nel nostro mondo” allo Stato dell'Unione.
Nel 1917 fu una “guerra per salvare la democrazia del mondo” e nel 1941 una
“guerra per finire tutte le guerre”. L'uso della tirannia come giustificazione
per l’intervento militare US segna un nuovo passo drammatico di Washington
sulla strada dell’aspirazione alla dominazione globale. Naturalmente oggi
Washington è costretta dalla prevalenza politica di un gruppo privato di
mega-corporazioni militari ed energetiche, da Halliburton a McDonnell Douglas,
da Bechtel ad ExxonMobil e ChevronTexaco, non diversamente da quanto previsto
nel discorso del 1961 da Eisenhower, che segnalava l’eccessivo controllo del complesso
militar-industriale sul governo.
Il Congresso dichiarò la II Guerra Mondiale in seguito ad un’aggressione
giapponese alla flotta US a Pearl Harbor. Mentre Washington ha stiracchiato ai
limiti della frode e della falsità la giustificazione per le sue guerre in
Vietnam e altrove, almeno fino ad ora ha sempre fatto lo sforzo di dichiarare
che un altro potere aveva iniziato l’aggressione o azioni belliche ostili contro gli Stati Uniti. La tirannia
ha a che fare con gli affari interni di una nazione; ha a che fare con come un
leader ed un popolo che interagisco, non con la sua politica estera. Non ha
niente a che fare con l’aggressione
contro gli US o altri stati.
Storicamente Washington non ha avuto nessun problema ad aiutare tanti tra i
tiranni apparsi al mondo, finché questi erano tiranni pro-Washington, come la
dittatura militare in Pakistan di Pervez Musharraf, esempio di oppressione. Ma
possiamo elencare una serie di tiranni aiutati: Aliyev in Azerbaijan, Karimov
in Uzbekistan, l'Al-Sabah in Kuwait. Nell’Oman, forse in Marocco. O Uribe in
Colombia. C'è un lungo elenco di tiranni pro-Washington.
Per ovvie ragioni, è improbabile che Washington si volga contro i suoi ‘amici’.
La nuova crociata anti-tirannia sembra quindi essere diretta contro i tiranni
anti-americani. La domanda è quali tiranni sono sullo schermo radar del
terrificante arsenale di bombe intelligenti e commandos delle operazioni
segrete del Pentagono? Condoleezza Rice ha lasciato cadere un suggerimento
nella sua testimonianza al Comitato
Relazioni Estere del Senato, due giorni prima dell'inaugurazione di Bush.(La
Casa Bianca, ovviamente aveva sdoganato il suo discorso prima.)
Bersagliare alcune tirannie, allevarne altre…
Rice, tra le asserzione altrimenti gentili della sua testimonianza al Senato,
ha suggerito l’elenco dei tiranni sulla lista nera di Washington, dichiarando:
“..nel nostro mondo restano degli avamposti della tirannia.. Cuba, Birmania,
Nord Corea, Iran, Bielorussia e Zimbabwe."
A parte il fatto che da, Ministro di Stato designato, non si è presa il
disturbo di indicare la Birmania con il suo nome attuale, Myanmar, l'elenco è
un'indicazione della prossima fase nella strategia di guerra preventiva di
Washington per la sua strategia di dominazione globale.
Per quanto sembri assurdo il pantano iracheno, il fatto che poco dibattito
aperto abbia avuto ancora luogo su una guerra di tale impatto, indica come sia
esteso il consenso all'interno delle istituzioni di Washington per la politica
di guerra degli Stati Uniti. Secondo un rapporto di Seymour Hersh, sul
NewYorker del 24 Gennaio, Washington ha già approvato un piano di guerra per i
prossimi 4 anni del Bush II, che designa come bersaglio dieci paesi del Medio
Oriente ed Asia Est. L’asserzione della Rice dà una chiave di sei su dieci. Lei
ha suggerito che anche il Venezuela fosse sull’elenco riservato degli
obiettivi.
Secondo il rapporto di Hersh, unità delle Forze Speciali del Pentagono sono già
attive in Iran, a preparare dettagli chiave sui luoghi militari e nucleari per
i futuri presumibili bombardamenti. Ai livelli più alti, in Francia, Germania e
EU sono ben consapevoli dell'agenda degli US per l’Iran sul problema nucleare;
il che spiega le frenetiche incursioni diplomatiche dell'EU in Iran.
Il Presidente Bush ha dichiarato nel suo del discorso allo Stato dell’Unione
che l’Iran è “il principale stato del mondo a patrocinare di terrorismo”. Si è
precipitato al Congresso, secondo la linea usuale, iniziando a suonare i
tamburi di guerra sull'Iran. Una testimonianza alla Knesset israeliana del capo
del Mossad, recentemente riportata nel Jerusalem Post, valuta che, dalla fine
del 2005, il programma iraniano delle armi nucleari sarebbe ‘inarrestabile’.
Questo suggerisce la forte pressione di Israele su Washington per ‘fermare’
l’Iran quest’anno.
Anche secondo l’ex ufficiale della CIA, Vince Cannistraro, la nuova agenda di
guerra di Rumsfeld include un elenco di dieci paesi prioritari. Oltre all'Iran,
include Siria, Sudan, Algeria, Yemen e Malaysia. Anche un rapporto sul
Washington Post del 23 Gennaio, del Gen. Richard Myers, Presidente dell’Unione dei Capi Personale,
fornisce un elenco di quelli che il Pentagono individua come “obiettivi
emergenti” per la guerra preventiva, che include Somalia, Yemen, Indonesia,
Filippine e Georgia, un elenco che lui ha spedito al Segretario Rumsfeld…
Mentre la Georgia ora può essere considerata de facto sotto la Nato o sotto il
controllo degli US, fin dall'elezione di Saakashvili, gli altri stati sono
molto significativi dell'agenda della supremazia degli US per la nuova ‘guerra
alla tirannia’. Se sommiamo Siria, Sudan, Algeria e Malaysia, con l'elenco di Condi Rice di Cuba, Bielorussia,
Myanmar (la Birmania) e Zimbabwe, all'elenco di JCS, di Somalia, Yemen,
Indonesia e Filippine, abbiamo 12 obiettivi potenziali sia per azioni di
destabilizzazione ‘coperte’ del Pentagono, sia per interventi militari diretti,
‘chirurgici’ o più ampi. Naturalmente più il Nord Corea, che sembra servire
come punto d’attrito permanente, utile a giustificare la presenza militare US
nella regione strategica tra Cina e Giappone. Siano dieci o dodici gli
obiettivi, la direzione è chiara.
Ciò che colpisce è solo come questo elenco US di paesi ‘obiettivi emergenti’,
‘avamposti della tirannia’ coincida direttamente con la meta strategica
dell'Amministrazione del controllo globale dell’energia, che è chiaramente
l’obiettivo centrale dell'Amministrazione Bush-Cheney.
Il generale Norman Schwarzkopf, che condusse l'attacco del 1991 sull'Iraq, nel
1990 aveva detto al Congresso US: “Il petrolio del MO è la linfa vitale
dell'Ovest. Oggi ci alimenta, essendo provato che 77% del petrolio è riserva
del mondo libero; sta andando ad alimentarci mentre il resto del mondo resta a
secco”. Parlava, senza attirare troppa attenzione sul fatto, di quello che
alcuni geologi chiamano picco del petrolio, la fine di un’era di petrolio
conveniente.
Era nel 1990. Oggi, con le truppe degli US che stanno preparando un’occupazione
semi-permanente in Iraq e si muovono per il controllo globale dei nodi del
petrolio e dell'energia la situazione è andata oltre. Negli ultimi anni Cina e
India sono emerse rapidamente come maggiori economie importatrici di petrolio,
proprio mentre le fonti esistenti del petrolio occidentale, dal Mar del Nord
all’Alaska ed oltre, stanno declinando significativamente. In questo è già
prospettato lo scenario che disegna il futuro conflitto su scala globale per le
risorse.
Geopolitica petrolifera e ‘guerra alla
tirannia’…
Cuba come ‘obiettivo tirannia’ è un surrogato per il Venezuela di Chavez , che
è sostenuto fortemente da Putin attraverso Cuba, e adesso dalla Cina. Rice ha
menzionato esplicitamente gli stretti legami tra Castro e Chavez. Dopo il
putsch fallito della CIA, tentato all’inizio del mandato di Bush, Washington
sta cercando di tenere un profilo più basso a Caracas ma la meta rimane il
cambiamento di regime del recalcitrante Chavez, il cui più recente affronto a
Washington è stata la sua ultima visita in Cina, dove ha firmato accordi
bilaterali per una notevole quantità di energia. Chavez ha avuto anche il
fegato di annunciare i piani per stornare le vendite del petrolio dagli Stati
Uniti alla Cina e venderle alle raffinerie US. Parte dell’accordo con la Cina
comporterebbe una nuova conduttura ad un porto sulla costa della Colombia, per
evitare il controllo Stati Uniti sul Canale di Panama. Rice ha detto al Senato
che Cuba è un “avamposto della tirannia" e nello stesso tempo ha
identificato il Venezuela come un “sobillatore regionale”.
L’Indonesia, con enormi risorse di gas naturale che servono principalmente Cina
e Giappone, rappresenta un caso interessante, dal momento che il paese sembra
essere stato cooperativo con la ‘guerra al terrorismo’ di Washington, fin dal
Settembre 2001. Il Governo dell'Indonesia, in seguito al recente disastro dello
Tsunami, ha levato grida quando il Pentagono, nel giro di 72 ore, ha inviato
una portaerei US e truppe speciali per sbarcare su Aceh, a ‘portare aiuto’. La
portaerei Abraham Lincoln, con 2.000 marines a bordo, si suppone dai confini
dell'Iraq, insieme con la Bonhomme
Richard, proveniente da Guam, hanno sbarcato qualcosa come 13.000 soldati US su
Aceh, allarmando molti militari e governativi indonesiani. Il governo ha
aderito, ma ha chiesto agli Stati Uniti di andarsene entro Marzo e di non
stabilire un campo base ad Aceh. Niente meno che il Segretario della Difesa
stratega della guerra in Iraq, nonché ex Ambasciatore US in Indonesia Paul
Wolfowitz, ha fatto un immediato giro di inchiesta nella regione: la ExxonMobil
ha un’enorme produzione di LNG ad Aceh, che provvede energia a Cina e Giappone.
Se noi aggiungiamo all'elenco degli ‘obiettivi emergenti ' Myanmar, uno stato
che, comunque non rispettoso dei diritti umani, è anche buon alleato e
destinatario di aiuti militari di Pechino, un possibile accerchiamento
strategico contro la Cina emerge piuttosto visibilmente. Malaysia, Myanmar ed
Aceh in Indonesia rappresentano i fianchi strategici dai quali le vitali linee
marittime dallo Stretto della Malacca- rotte attraverso le quali le petroliere
con il greggio del Golfo Persico arrivano in Cina- possono essere controllate.
Anche l’80% del petrolio del Giappone passa di qui.
L'Amministrazione delle Informazioni Energetiche del Governo US identifica lo
stretto della Malacca come un dei nodi per il transito del petrolio, più
strategici del mondo. “Quanto sarebbe conveniente se, nel corso
dell’eliminazione di un covo di regimi tirannici, Washington acquisisse
militarmente il controllo di questo Stretto? Fino ad ora gli stati nell'area
hanno rifiutato veementemente i ripetuti tentativi di Washington di
militarizzare lo Stretto.
Il controllo o la militarizzazione di Malaysia, Indonesia e Myanmar darebbero
alle forze degli Stati Uniti il controllo sul punto nodale del canale marittimo
a maggior traffico petrolifero del mondo, dal Golfo alla Cina e al Giappone.
Sarebbe un colpo enorme per gli sforzi della Cina di assicurarsi l'indipendenza
energetica dagli Stati Uniti. Non solo la Cina ha già perso enormi concessioni
di petrolio dell’Iraq, con l'occupazione Stati Uniti, ma anche
l'approvvigionamento della Cina di petrolio dal Sudan è sottoposto alla
crescente pressione di Washington.
Prendere l’Iran ai Mullahs darebbe a Washington il controllo del punto nodale
strategicamente più importante delle rotte marittime del petrolio, lo Stretto
di Hormuz, un passaggio largo due miglia tra il Golfo Persico ed il Mare
d’Arabia. La principale base militare US nell’intera regione del Medio Oriente
è appena attraversato lo Stretto dall'Iran, a Doha, in Qatar. Anche qui si
trova uno dei più grandi giacimenti di gas del mondo.
L’Algeria è un altro ovvio obiettivo per la ‘guerra alla tirannia’. L’Algeria è
il secondo più importante fornitore di gas naturale dell’Europa continentale ed
ha riserve significative di petrolio greggio della miglior qualità, a basso
contenuto di zolfo, proprio della qualità di cui hanno bisogno le raffinerie
US. Il 90% del petrolio dell'Algeria va in Europa, principalmente in Italia,
Francia e Germania. Il Presidente Bouteflika dopo l’11 Settembre si impegnò
prontamente ad appoggiare la ‘guerra al terrorismo’di Washington. Bouteflika ha
operato per la privatizzazione delle varie partecipazioni azionarie statali ma
non della Sonatrach, cruciale società petrolifera di Stato. E quindi non ha
fatto chiaramente abbastanza per soddisfare l'appetito dei pianificatori di
Washington.
Il Sudan, come sopra accennato, è diventato un importante fornitore di petrolio
della Cina, la cui compagnia nazionale del petrolio investe più di $3 miliardi
dal 1999, per costruire oleodotti dal Sud al porto del Mar Rosso. La
coincidenza di questo fatto con il crescente interesse di Washington circa il
genocidio e disastro umanitario in Darfur, nel Sudan meridionale ricco di
petrolio, non è sfuggita a Pechino. La Cina ha minacciato un veto Onu contro
ogni intervento contro il Sudan. Il primo atto di un Dick Cheney rieletto alla
fine dello scorso anno, fu di riempire il suo jet vice-presidenziale con i
membri del Consiglio di Sicurezza Onu per volare a Nairobi a discutere la crisi
umanitaria in Darfur, con un misterioso promemoria ‘umanitario’ del Segretario
della Difesa Cheney concernente la Somalia nel 1991.
La Somalia e lo Yemen, nella scelta di Washington, sono appaiate, come può
confermare un’occhiata alla mappa del Medio Oriente/Corno d’Africa. Lo Yemen è
situato allo snodo del transito di petrolio di Bab el-Mandap, il punto più
stretto per il controllo del flusso petrolifero che connette il Mare Rosso con
l'Oceano indiano. Inoltre, anche lo Yemen ha petrolio, anche se nessuno sa
ancora bene quanto. Potrebbe essere una quantità enorme. Una ditta US, la Hunt
Oil Co. sta pompando 200.000 barili un giorno di là ma probabile questo è solo
l’inizio della scoperta.
Lo Yemen è un ‘obiettivo emergente’ con l'altro più prossimo, la
Somalia.
‘Sì,Virginia’…, anche l’azione militare in Somalia del 1992 di Herbert Walker
Bush, che diede alla patria un naso insanguinato, era in effetti per il
petrolio... Poco noto è il fatto che l'intervento umanitario di 20.000 soldati
US, ordinato da Bush padre in Somalia, aveva ben poco a che fare con la addotta
assistenza per la carestia dei somali affamati. Aveva molto a che fare col
fatto che le quattro maggiori società di petrolio americane (dirette da amici
di Bush) Conoco di Houston (Texas), Amoco (ora BP), Chevron di Condi Rice e
Phillips, ottennero tutte grandi concessioni per l’esplorazione di petrolio in
Somalia. I patti erano stati fatti col il precedente regime tirannico corrotto
di Siad Barre, ‘filo-Washington’.
Barre fu sconvenientemente deposto proprio nel momento in cui la Conoco cercava
oro nero con nove fonti esplorative, confermate da geologi della Banca
Mondiale. L’inviato in Somalia US, Robert B. Oakley, un veterano del progetto
statunitense dei Mujahadeen in Afghanistan nel 1980, fece quasi saltare il
gioco agli US quando, nel corso della guerra civile a Mogadiscio nel 1992,
trasportò per sicurezza i suoi quartieri negli stabilimenti Conoco. Una nuova
eliminazione da parte degli US della ‘tirannia’ somala, avrebbe aperto la porta
a queste società petrolifere statunitensi per progettare e sviluppare le
probabilmente enormi quantità di petrolio della Somalia. Yemen e Somalia sono
due i fianchi della stessa configurazione geologica che contiene un grande
potenziale di giacimenti, così come sono i fianchi dello snodo del petrolio dal
Mare Rosso.
Anche la Bielorussia non è un campione di diritti umani dal punto di vista di
Washington, il fatto che il suo governo sia legato ermeticamente a Mosca, ne fa
un ovvio candidato per un tentativo di cambiamento di regime, sul tipo della
‘Rivoluzione arancione’ in Ucraina. Ciò completerebbe l'accerchiamento della
Russia ad Ovest e quello delle condutture di esportazione della Russia ad
Europa. L’81% di tutte le esportazioni di petrolio russe che oggi vanno ai
mercati dell’Europa occidentale. Un tale cambio di regime in Bielorussia
limiterebbe ora la possibilità di formare una connessione tra la Russia
(potenza nucleare) e Francia, Germania e EU, come possibile contrappeso contro
l’esclusivo strapotere degli Stati Uniti; la più alta priorità geopolitica per
Washington in Eurasia.
Anche l’infrastruttura militare per trattare con tali stati tiranni sembra stia
prendendo forma. Nel NewYorker del 24 Gennaio, l’esperto giornalista Seymour
Hersh, citando Pentagono e fonti CIA, ha affermato che la posizione di Rumsfeld
e dei falchi guerrafondai è ancora più forte oggi che prima della guerra contro
l’Iraq. Hersh ha riferito che Bush, senza fanfare, lo scorso anno firmò un Ordine
Esecutivo, che metteva le principali operazioni segrete e l’analisi strategica
della CIA nelle mani del Pentagono, eludendo ogni sorveglianza del Congresso. E
aggiunge che anche i piani per allargare la ‘guerra al terrorismo’ sotto
Rumsfeld furono accettati dall'Amministrazione ben prima dell'elezione.
Il Washington Post ha confermato la dichiarazione di Hersh, riportando che il
Pentagono di Rumsfeld aveva creato, su
Ordine Presidenziale, e bypassando il Congresso, un nuovo Ramo
Strategico di Appoggio, che avoca le funzioni tradizionalmente ‘coperte’ ed
altre della Cia. Secondo un rapporto del Col. Smith Dan, dell’Esercito US
(nella politica estera di Focus dello scorso Novembre) la nuova unità SSB
include le élite militari speciali ‘Sigillo Squadra Sei’, squadroni Delta Force
dell’Esercito e potenzialmente, un’armata paramilitare di 50.000 uomini
disponibile per ‘splendide piccole guerre’ fuori dalle disposizioni del
Congresso.
L'elenco degli ‘obiettivi emergenti’ di una nuova ‘guerra alla tirannia’ è
ovviamente mutevole, provvisorio e adattabile allo sviluppo degli eventi. È
chiaro che un sorprendente apparato giudicante delle future offensive militari
ed economiche è al lavoro ai livelli più alti della politica per trasformare il
mondo. Nei prossimi anni un prezzo del petrolio mondiale di $150 o più al
barile sarebbe unito al soffocante controllo dell'approvvigionamento da parte
di una potenza, se Washington ci riesce.
(continua)
*F. William Engdahl è autore di ‘Un secolo di Guerra: Politica del Petrolio
Angloamericana e il Nuovo Ordine Mondiale’, Pluto Press Ltd.
Traduzione dall’inglese Bf