da: www.rebelion.org - 10-05-2005
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800
giorni a Guantanamo
di Luis de Vega - El Comercio Digital e Diario de León
Parla a voce bassa, gesticola appena e china il capo, come vergognandosi di ciò
che racconta. Bisogna avvicinarsi con l’orecchio per non perdere il filo delle
sue parole. Brahim ha 26 anni ma, che sia per genetica o per quello che ha
sofferto, sembra averne quaranta e più. I suoi capelli e la sua barba sono
pieni di canizie. I suoi occhi grandi rinchiudono una malinconia infinita. La
sua pelle tostata, tuttavia, non presenta rughe e risplende luminosa su un
aspetto sempre serio. È Brahim Benchecrún (Casablanca, 4-8-1979), che ha deciso
di raccontare il suo trascorso nella base nordamericana di Guantanamo mentre
gode della libertà condizionale prima del suo prossimo appuntamento davanti ai
tribunali marocchini il 4 luglio. Fa parte di un gruppo di cinque marocchini
rimpatriati nell’agosto del 2004 da Guantanamo. Lì rimangono ancora nove
cittadini di questa nazionalità da mettere a disposizione della Giustizia del
loro paese. Benché sia uscito il lunedì 28 marzo dalla prigione di Salai,
vicino a Rabat, né dimentica né perdona.
L'incubo di Brahim incominciò alla fine del 2001, a Lahore, in Pakistan. Vi
stava realizzando i suoi studi islamici, come migliaia di musulmani che cercano
nelle scuole coraniche pachistane un'interpretazione più autentica dell'Islam.
La sua illusione, racconta, era concluderli per tornare in Marocco e fare il
professore. “Le retate erano costanti ed i poliziotti che consegnavano
cittadini arabi ricevevano 500 dollari”, spiega.
Brahim rimase prigioniero 40 giorni a Lahore. Per tutto quel tempo nessuno lo
interrogò e nessuno gli disse di che cosa era accusato. Fino a che, un giorno
di fine anno, lo consegnarono ai nordamericani nell'aeroporto militare di
Islamabad. La sua destinazione era l'Afghanistan, in concreto la base di Bagram,
un antico fortino sovietico a nord di Kabul, che gli Stati Uniti avevano
trasformato in uno dei loro principali distaccamenti dopo la loro vittoria sui
talebani. Allora, come racconta il giovane, comincia la tappa più dura della
sua prigionia. “Quella di Guantanamo fu più lunga nel tempo, ma l'Afghanistan
fu molto più duro”.
Da Bagram, fu trasferito alla base di Kandahar, nel sud del paese. Furono due
mesi e mezzo “terribili, i peggiori di tutta la prigionia”. Brahim occupava,
insieme ad altri nove carcerati, una baracca di legno di 10 metri quadrati.
Dormivano addossati gli uni agli altri, in fila, per sfruttare lo spazio e per
combattere il freddo tremendo dell'inverno afghano. La situazione diventò
ancora più insopportabile quando arrivò il caldo.
I soldati nordamericani rompevano e gettavano il Corano nelle latrine
Le torture e gli interrogatori diventarono sistematici nella settimana che
trascorse a Bagram e nei due mesi e mezzo che stette a Kandahar. Ci facevano
“correre per mezz'ora incatenati. C'impedivano di pregare. Prendevano il sacro
Corano, lo sbattevano a terra, lo rompevano, ci pisciavano su e dopo lo
gettavano nelle latrine... Spiegavamo ai soldati che quel libro sacro non è dei
terroristi, ma appartiene a tutti i musulmani. Fu lì che scoprii che gli Stati
Uniti non sono contro il terrorismo ma contro l'Islam”, racconta soffocato.
Sa di non aver subito la parte peggiore dei maltrattamenti fisici, ma chiarisce
che le offese verso la sua religione erano ciò che più gli doleva “ed i soldati
nordamericani lo sapevano bene. A me non applicarono scariche elettriche, ma so
che le utilizzavano. Quando ci giungeva il richiamo alla preghiera, gli
americani ridevano, cantavano, ballavano....”
Sei stato qualche volta in Afghanistan? Conosci gente di Al-Qaida? Hai
combattuto coi talebani?... gli interrogatori si ripetevano una ed altre volte
ancora, condotti dai “detectives” - così ad essi si riferisce - assistiti da
interpreti per l’arabo. Quando la testimonianza si rifiutava di venire alla luce,
una pistola alla tempia ed il sinistro scricchiolare del grilletto aiutavano
l'interrogato, che vestiva “una tuta azzurra come quella dei meccanici”, a
recuperare la loquacità.
Una doccia al mese
“Saremmo stati circa 200. Di molte nazionalità. Ammucchiati a gruppi di dieci
in baracche di legno di circa 10 o 15 metri quadrati. Una volta al mese ci
tiravano fuori nudi all’aperto e lì ci facevamo una doccia collettiva”. Nel
frattempo, si stavano portando a termine i trasferimenti di prigionieri verso
la base militare del sud di Cuba, della cui esistenza si erano man mano resi
conto per bocca dei militari stessi. Quello era il destino che aspettava anche
Benchecrún, che era già diventato il prigioniero numero 587.
Mi avvisarono “venti ore prima della partenza. Ci cambiarono i vestiti. Ci
diedero la camicia ed i pantaloni arancioni. Andavamo scalzi. Né orologio, né
niente. Solo il braccialetto col numero. Avevamo occhi ed orecchie coperte e
mani e piedi incatenati”. Fu così che avvenne il suo trasferimento alla base di
Guantanamo. “Ascoltavamo i rumori degli aeroplani, ma non sapevamo dove
andavamo, benché lo sospettassimo. Durante tutto il viaggio avemmo le mani
incatenate dietro la schiena. Ad alcuni somministrarono calmanti, ad altri
scariche elettriche”.
Una mattina di aprile o maggio del 2002 uno dei militari nordamericani portò
una lista con dei numeri. Il 587 era compreso. Quelli selezionati furono
denudati. Bendarono loro gli occhi e misero loro dei caschi in testa. “Restammo
così una ventina di ore, seduti e senza sapere dove ci avrebbero portati. Ci
fecero salire su un aeroplano. Ad alcuni diedero sedativi perchè non
disturbassero, ad altri scariche elettriche per immobilizzarli”, dice.
Furono otto ore di volo, una scalo per cambiare aereo, due mele per mangiare ed
altre quindici ore di viaggio, sempre con le mani legate dietro la schiena. Ed
allora, arrivarono a Guantanamo. Erano le due del pomeriggio e c’era un sole
cocente. “Tornarono a farmi le stesse domande che a Kandahar e tornai a dar loro le stesse risposte. Allora il
militare prese un foglio bianco e scrisse ‘Al Qaida’. Me lo fece vedere e lo
mise nella cartellina del mio fascicolo.
Poi mi disse: ‘passerai chiuso qui tutta la tua vita puttana’."
Gli interrogatori furono giornalieri per le due prime settimane. Poi si
andarono diradando nel tempo, fino a divenire quindicinali. “Guantanamo è
pensato per farti impazzire. Tutto è costruito per minarti il morale. La cella
è claustrofobica, nelle gabbie di passeggiata non c'è spazio neanche per
correre un po'. Stai tutto il tempo solo e non è permesso parlare, benché lo
facessimo di nascosto.
I metodi di tortura sono di quelli che non lasciano traccia, ma ti annientano.
Come metterti in una stanza con l'aria condizionata molto molto fredda e dopo
alzartela improvvisamente ad un calore insopportabile. Questo è tanto duro che
perfino le guardie americane ci chiedevano come potevamo sopportarlo, perché
loro non avrebbero potuto”. Le umiliazioni sessuali, cui sono tanto sensibili i
musulmani, erano anche presenti. “Essi sapevano quello che più ci faceva male e
non stentavano ad usarlo”, dice. Brahim racconta che tra i prigionieri si
sentivano testimonianze di abusi e perfino di stupri, ma lui dice che non ne
subì alcuno. “Quello che sì, capitava, a volte, è che le soldatesse che avevano
le mestruazioni - qualcosa che nell'Islam ha connotazioni molto peccaminose -
venivano davanti a te, si toglievano l'assorbente e te lo tiravano in faccia”,
dice.
Brahim passò due anni e tre mesi a Guantanamo. Uscì di lì il 31 Luglio
dell'anno scorso, dopo che un'ufficiale chiamata Anna gli comunicò che non
avevano nulla contro di lui. “Hanno avuto bisogno di due anni e mezzo
d’interrogatorio per rendersi conto che i pachistani li avevano ingannati”,
commenta. Fu consegnato alle autorità del Marocco, che lo incarcerarono fino
alla fine di marzo. In tutto questo tempo non c’è mai stata un'accusa formale
contro di lui.
Tradotto da Adelina Bottero e Luciano Salza