www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti - 18-07-05

da: www.albasrah.net - 10-07-2005

http://www.albasrah.net/en_articles_2005/0705/itali_150705.htm

 

 

Padri e madri degli americani uccisi nella guerra in Iraq

parlano con il giornale al-‘Arab al Yawm.


Dal quotidiano Al-‘Arab al-Yawm di Amman, Giordania.

Domenica 10 Luglio 2005.

 

Il ponte della morte fra Baghdad e Washington suscita dolore e rabbia fra gli americani.

 

- Cresce negli Stati Uniti il movimento contro la guerra e contro Bush.

- Bill Mitchell: “Ho chiesto a Bush di far tornare a casa mio figlio dall’Iraq, e lui me lo ha rimandato in una bara”.

- Nadia McCaffrey: “Mio figlio e’ stato ucciso in una guerra senza onore basata sulle menzogne”.

- Sue Niederer: “Voglio parlarvi per smascherare l’assassino dell’umanita’ che ha rubato i miei sogni”.

- L’attrice di Fahrenheit 9/11: “Abbiamo invaso l’Iraq per prenderci il petrolio: questo meritava il sangue di mio figlio?”.

 

 

Articolo di Hada Sarhan per il giornale al-‘Arab al-Yawm.

 

 

Bill Mitchell ha partecipato in California a una dimostrazione contro la guerra in Iraq. Aveva chiesto “Fate tornare mio figlio dall’Iraq!” ma suo figlio Michael Mitchell, un meccanico del corpo trasporti, veniva ucciso due settimane dopo a Madinat as-Sadr e torno’ a casa in una bara.

 

Bill Mitchell, che e’ ora un padre disperato, ha detto: “Ho sbagliato… avrei dovuto chiedere che me lo rimandassero dall’Iraq vivo, non morto…”Aggiungeva che avrebbe voluto passare un’ora mostrando a Bush le foto di suo figlio: “il suo volto sorridente… il suo piglio positivo…e dimostrargli che la sua morte era una cosa negativa per il progresso di questo mondo…”

 

“Sappia, Bush, che noi non permetteremo che mio figlio sia morto per una guerra ingiusta… Michael e’ morto con onore per una guerra senza onore”. E aggiungeva: “Vorrei incontrarmi con Bush per fermare la sua pazzia, perche’ il fatto di nascondere il numero dei morti americani e la misura di tutto il male che abbiamo fatto all’Iraq serve solo a rendere piu’ facile la guerra per quelli che vogliono nascondere la verita’”.

 

Mitchell dice che sta lavorando insieme a un folto gruppo di americani che hanno anche essi perso i loro figli o li hanno mandati a combattere in Iraq . Essi stanno ora cercando di fermare questa guerra, di far cessare l’occupazione dell’Iraq, e lasciare che gli iracheni si governino da soli.

 

Questa e’ una delle tante lettere che noi del giornale al-‘Arab al-Yawm abbiamo ricevuto in risposta alle domande che abbiamo rivolto a padri e madri di soldati caduti in Iraq, e che attualmente fanno parte di un movimento contrario alla guerra ingiusta che Bush sta facendo in quel paese.

 

Il movimento si e’ ora talmente esteso da arrivare ai membri del Congresso e del Senato, dove si sono alzate voci che chiedono a Bush di far cessare la guerra e di ritirare i soldati dall’Iraq, ove il numero dei morti americani continua a crescere, mentre il costo della guerra stessa, entrata ormai nel suo terzo anno, cresce anche piu’ rapidamente. Intanto, mentre mentre la guerra si va facendo sempre piu’ feroce ed estenuante, aumenta sempre piu’ il traffico delle bare lungo il “Ponte della Morte” che si e’ creato da Baghdad a Washington.  

 

Per affrontare questa situazione sempre piu’ difficile e tragica nella quale gli Stati Uniti si trovano ora impegnati in Iraq, una americana della California, Nadia MacCaffrey, ha formato una associazione pacifista dal nome “Organizzazione di Pace delle Donne e dei Bambini”, oggi la piu’ grande organizzazione pacifista dell’Iraq.. Questa donna ha perso in Iraq suo figlio Patrick, di trentaquattro anni, ucciso nella citta’ di Balad. La signora McCaffrey dice che vuole gridare al mondo intero che questa e’ una guerra senza onore.   Fa anche sapere che ci sono gia’ stati numerosi tentativi di attaccare il suo sito web su Internet o di distorcerne il contenuto.

 

In una conversazione con il giornale Al-‘Arab al-Yawm la signora McCaffrey ha raccontato che suo figlio Patrick era andato in Iraq come membro della US National Guard per una missione per “ricostruire l’Iraq”, il tipo di missione tipico della National Guard. Ma il presidente Bush - essa dice -  cambio’ la natura della missione cui l’esercito era destinato, mandando invece i soldati a combattere col pretesto che l’Iraq aveva avuto mano nell’attacco dell’11 Settembre 2001. “Ma io so bene” dice la signora McCaffrey “e molti altri sanno - e pure mio figlio lo sapeva - che questo non era vero per niente. Mio figlio scopri’ in Iraq che questa era soltanto una menzogna, e che l’Iraq non aveva avuto a che vedere coi fatti del Settembre 2001. Insomma: mio figlio aveva combattuto per delle menzogne”.

 

Nadia McCaffrey ci ha scritto dicendo che non aveva la minima stima di Bush e che non lo aveva votato. “Ci ha mentito” dice “e si e’ messo in questa guerra immorale uccidendo tanta gente innocente da ambo le parti solo per il petrolio. Adesso stanno vendendo l’Iraq   alle compagnie petrolifere americane”.

 

“L’America siamo noi: la gente” continua la signora McCaffrey “e ora abbiamo perso i nostri diritti… Glielo direi in faccia, a Bush… e gli volterei le spalle! Voglio alzare la mia voce contro la guerra per amore dei miei nipotini, perche’ so che mio figlio, che e’ stato ucciso in Iraq, sentiva vergogna e si sentiva disonorato per quello che stiamo facendo in quel paese. Patrick era rattristato e addolorato dall’odio che adesso gli iracheni hanno per gli americani, e con ragione”.

 

Alla fine del nostro colloquio Nadia ha aggiunto: “Nell’ultima lettera che Partick mi ha scritto, ha detto: qui in Iraq non abbiamo niente da fare; dobbiamo solo andarcene”. Nadia ha poi anticipato che nell’Ottobre prossimo vuol venire in Giordania, per visitare di nuovo questo paese nel quadro della sua campagna, nel corso della quale e’ stata in molte nazioni arabe ed europee facendo conferenze e tenendo incontri nei quali chiede la fine della guerra e invita  tutti ad alzare la voce contro la guerra di Bush in Iraq. Dice alle madri americane che la paura sta venendo loro incontro e che e’ gia’ alle loro porte.

 

Un’altra americana, Sue Niederer, appare in una foto nel mezzo di un’immagine che mostra stivaletti da combattimento dell’esercito vuoti, tanti quanti sono i soldati caduti nella guerra - un numero che continua ad aumentare - immagine che e’ stata adottata come poster dal movimento pacifista, e diffuso in tutti gli Stati Uniti.

 

Sue dice che secondo lei l’esercito americano non dovrebbe stare in Iraq, perche’ quel paese ha diritto di governarsi da se’. Ha dichiarato all’ al-‘Arab al-Yawm che il suo giovane figlio Seth Dvorin non aveva ricevuto l’addestramento necessario per i combattimenti che avrebbe dovuto affrontare, eppure era stato spedito in Iraq a cinque giorni dal suo matrimonio per quella che la signora Niederer definisce “una missione suicida”.

 

Il soldato Seth Dvorin e’ stato ucciso in Iraq ad al-Iskandariyah, lasciando una moglie di soli 24 anni. “Il suo sogno era quello di continuare l’universita’” - dice la madre - “ ma questo sogno Bush glielo ha rubato”.

 

Dopo la morte di suo figlio, Sue Niederer e’ divenuta un’attivista anti-guerra. “Bisogna che la gente capisca” - essa dice - “che ci sono famiglie che sono state dimenticate, e che non tocca alle madri seppellire i loro figli”. E’ questo il motivo per cui essa e’ ora contro la guerra, e partecipa alle marce anti-guerra al pari di tante altre donne. 

 

Dice la signora Niederer: “La nostra andata in Iraq, giustifica forse la rinunzia alla vita di  uno qualsiasi dei nostri figli?” E conclude dicendo che ha voluto partecipare alla discussione con l’al-‘Arab al-Yawm  “per far luce sull’assassinio di una vita umana”.

 

Quanto a Lila Lipscomb, tutti conoscono il suo volto, perche’ e’ una delle figure apparse nel film di Michael Moore Fahrenheit 9/11. Essa ha letto una lettera che suo figlio Michael Pedersen, di 26 anni, le ha scritto dall’Iraq, e nella quale egli descriveva quanto fossero dure le condizioni in cui si trovava.

 

Lila Lipscomb tiene ancora sulla porta di casa la bandiera americana, e nelle interviste con i giornalisti dice: “Si’, sono orgogliosa di essere una cittadina americana, ma ho perso ogni fiducia in coloro che guidano il mio paese”. Nella sua lettera all’al-‘Arab al-Yawm  

essa dice piu’ volte: “Il sangue di mio figlio e’ stato sparso invano? No. Non lo credo”, e aggiunge che  ha voluto partecipare a questa discussione con l’al-‘Arab al-Yawm perche’ e’ convinta che saranno le madri a salvare le nazioni.

 

Ma Lila Lipscomb e’ angosciata dal fatto di non sapere in quali circostanze e’ morto suo figlio, e per quale motivo l’esercito gliene ha dato versioni multiformi e contraddittorie. Essa dice: “Alcuni dicono che Michael e’ stato ucciso in una missione di soccorso, altri che e’ caduto in un attacco con razzi e che e’ morto insieme a sei dei suoi compagni…” Ma al pari di altre famiglie di militari essa ha molti dubbi su quanto sia realmente accaduto, e ha molte domande da fare… “Ma ci saranno mai delle risposte?” - essa dice - “Probabilmente mai”.  

 

E aggiunge: “Mi hanno mandato mio figlio in una bara chiusa. Cosicche’ dovrei aver fiducia che un governo nel quale non ho fiducia abbia messo proprio mio figlio nella bara che mi ha mandato... A volte lo rivedo entrare nella veranda col suo sorriso sulle labbra, come faceva sempre…”. 

 

E conclude dicendo: “No, non credo nella presenza dei soldati americani in Iraq, e neanche mio figlio ci credeva. Abbiamo invaso un paese per prenderci il petrolio, e una volta li’ il governo americano ha stabilito che era per combattere il terrorismo. Non capiscono che la causa del terrorismo e’ proprio la presenza americana in Iraq? Forse che una menzogna vale la vita di un figlio di mamma? Importa forse se a piangerlo sia una mamma irachena o americana? Il dolore non e’ lo stesso?”.

 

Lynn Bradach ha perso in Iraq suo figlio Travis, di 21 anni. Sono ormai due anni da quando e’ morto, ed essa ha gia’ partecipato a molte iniziative contro la guerra. L’al-‘Arab al-Yawm le e’ stato vicino nel suo dolore via Internet, ed essa ha considerato questa un’utile occasione per esprimere i suoi sentimenti e la sua rabbia, anche se da tempo era decisa a non aver contatti con la stampa e con i mezzi d’informazione. 

 

“E’ difficile” - essa dice - tradurre in parole i miei sentimenti. A volte penso che Lynn  e Tavis siano morti insieme…”. E aggiunge: “Continuo a credere che gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto invadere l’Iraq. Sappiamo che l’unica mira di Bush era quella di   

liberarsi di Saddam Hussein, nonostante tutti i rapporti che dimostravano che egli non aveva armi di distruzione di massa e che l’Iraq non aveva a che fare con i fatti dell’undici Settembre e con Bin Laden. Come abbiamo noi potuto, come nazione, consentire che l’Iraq venisse invaso? Come abbiamo potuto permettere che Bush e la sua amministrazione prendessero in mano il paese e ci portassero in questa direzione?” .

 

“Adesso mi rendo conto”- Lynn continua - di quanto la politica di questo paese dipenda da me. Dipende da me fare bene attenzione a per chi voto e a contro chi voto, e darmi da fare per spiegare agli altri il mio punto di vista. Non posso piu’ fingere di ignorare quanto accade fuori della mia esistenza - del mio splendido, verde Oregon - solo perche’ cio’ mi spaventa. Ognuno e ciascuno di noi, col suo atteggiamento compiacente, e’ responsabile della morte di mio figlio e di tanti altri”.

 

 “Il mio messaggio per Bush e’ quello che dia ascolto a coloro che sono fuori dal suo piccolo circolo protettivo. Che parli con gente esperta nelle cose di guerra, nella storia del terrorismo, nella storia dell’Iraq e dei popoli arabi. Gli direi: cosa significa per te la vittoria, e quanti nostri soldati e innocenti iracheni devono morire per questa tua vittoria?”.

 

“E vorrei anche sapere: tu, Bush, cosa sei disposto a sacrificare? Dato che l’esercito ha un disperato bisogno di truppa fresca, vorresti che le tue figlie si arruolassero e andassero a combattere per questa tua vittoria?”. 

 

Lynn Bradach conclude dicendo: “Non ho mai sentito questo presidente ammettere di aver preso delle decisioni sbagliate. Bisognera’ aspettare che sia la storia, a mostrare quanto e quanto abbia avuto torto”.

 

Fra tutti coloro che hanno risposto alle domande di al-’Arab al-Yawm vi e’ stata anche un’americana di origine giordana, Adelle Qabba’ayn, lettrice in una universita’ americana. Essa ha una storia differente. Non ci ha voluto dare una foto della figlia ne’ ha voluto permetterci di parlare con lei, perche’ essa e’ tuttora in servizio nell’esercito. Ma ci ha detto che sua figlia sui era arruolata nella National Guard e che di cio’ era fiera, ma che non immaginava il disastro che l’attendeva quando venne inviata in Iraq con le truppe americane. Quel che accadde fu che essa si trovo’ coinvolta in uno scontro militare. L’elicottero in cui si trovava venne abbattuto e tutto l’equipaggio fu ucciso; lei sola sopravvisse, per quanto ferita cosi’ gravemente da restare invalida. 

 

Essa si chiede: “Vorrei proprio sapere se c’era una ragione convincente perche’ mia figlia e tanti altri soldati americani pagassero quel prezzo, quando furono mandati in Iraq”.

 

Ora la signora Qabba’ayn e’ entrata a far parte di un gruppo che lotta contro la guerra, in solidarieta’ con le madri e con le vedove che sono in lutto a causa di questo conflitto. Essa vuole che la gente si faccia sentire contro la guerra in Iraq, e sostenga tutti coloro che organizzano dimostrazioni e proteste miranti a porre fine al conflitto.   

 

Questo e’ soltanto un campione del fiume di e-mails con cui madri, padri, e mogli di soldati americani morti in Iraq ha inondato l’al-‘Arab al-Yawm, alzando le loro voci contro il governo americano. Ora essi si stanno tutti riunendo allo scopo di esercitare

una pressione concreta che contribuisca a far cessare la guerra contro il popolo iracheno.

 

Al-‘Arab al-Yawm - Domenica 10 Luglio 2005.