www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti - 06-09-05

L’aggressività e i limiti della superpotenza imperialista emergono dalle proiezioni e dalle analisi dello staff presidenziale


di Sergio Ricaldone

Dopo oltre due anni dall’invasione della Mesopotamia gli obbiettivi regionali e mondiali di questa seconda guerra preventiva sono lungi dall’essere stati raggiunti.  La nuova dottrina strategica di Washington lo riconosce ormai apertamente.

Dopo le prime due prove di “guerra infinita” – Afganistan e Iraq – gli Stati Uniti stanno mostrando i limiti della loro pur soverchiante potenza militare.  Gli obbiettivi militari e politici nei teatri di guerra e nelle regioni coinvolte sono lungi dall’essere stati raggiunti.   La nuova dottrina strategica imperialista, forzata all’eccesso dal clan “neocons” di Bush mostra i suoi punti deboli.   I risultati della crociata mondiale contro il terrorismo sono semplicemente disastrosi.   I metodi impiegati dagli americani in questa crociata li aveva raccontati vent’anni prima il grande autore di “noir”, John Le Carrè, nel suo romanzo La Tamburina, quando fa dire a Kurtz, ideologo del Mossad e mente dell’antiterrorismo israeliano, :”Se vuoi battere il terrorismo  devi costruirti il tuo proprio terrorismo”.   In parole povere, se vuoi vincere la guerra contro il terrorismo devi diventare a tua volta un terrorista cento, mille volte peggiore di quello contro il quale combatti.   Esattamente quello che hanno provato a fare gli USA nel pantano iracheno ma, almeno per ora, con risultati deludenti (1).

La tradizionale accoppiata USA potenza-prestigio è in piena crisi di credibilità.   Diffidenza, sospetti e sfiducia hanno raffreddato le relazioni politiche e diplomatiche degli USA con i paesi tradizionalmente amici, contrari alla guerra.   Lo spostamento della NATO verso est, il suo allargamento a repubbliche ex sovietiche ed il conseguente accerchiamento militare della Russia ha riacceso una dura competizione tra Mosca e Washington costringendo la Russia a mantenere alto il livello delle armi a grande copertura strategica.   Il riemergere del complesso militare-industriale quale soggetto centrale del potere americano e principale fonte del suo espansionismo imperialista, costringe altri paesi a misure difensive adeguate con effetti moltiplicatori sui bilanci militari.  I rapporti di forza tra gli Stati sono dunque in fase evolutiva. 

Declina il fattore “potenza” degli arsenali americani e proliferano i suoi nuovi antagonisti militari.

Sebbene gli Stati Uniti siano i più grandi produttori di armi di distruzione di massa, non sono i soli a possederle.   Conservano, ovviamente, un vantaggio quantitativo enorme (quello qualitativo si va assottigliando), ma avvertono il rischio di perdere il loro più importante primato e compiono ogni sforzo per mantenerlo.     

Oltre alla  Russia, che riesce, malgrado tutto, a mantenere un livello  di difesa strategica di primordine, spuntano nuovi temibili competitori decisi a reggere autonomamente la sfida della corsa agli armamenti lanciata a tutto campo dagli Stati Uniti.   Alcuni, come l’Inghilterra, il Giappone e Israele rientrano nel sistema di alleanze di Washington.   La Francia  collabora con discrezione con la Russia di Putin e punta a consolidare, insieme alla Germania, la sua autonoma leadership militare in Europa sottraendosi all’egemonia americana.   Altri paesi come la Cina e l’India sono invece considerati, in prospettiva, dagli USA, antagonisti strategici tra i più minacciosi.  Altri paesi ancora (Iran, Pakistan, Sudafrica, Brasile, ecc.) che già detengono, o sono in grado di ottenere sistemi d’arma e tecnologie militari avanzate, sono considerati ostili o inaffidabili e comunque pericolosi  per la sicurezza americana.

I rapporti di forza militari tra la superpotenza ed il resto del mondo si trovano dunque in una fase molto dinamica, e ciò allarma la Casa Bianca e il Pentagono.   Sebbene non si parli più di equilibrio del terrore come all’epoca del confronto USA-URSS, gli Stati titolari di arsenali nucleari, chimici e biologici sono ormai una ventina.   E gli USA sanno che le loro pur grandi risorse in dollari, supercervelli e laboratori di ricerca non bastano più. Quando il potenziale distruttivo accumulato supera di decine o centinaia di volte la soglia necessaria per distruggere ogni forma di vita sul pianeta la rincorsa all’arma più letale  diventa paradossalmente inefficace sul piano militare e autolesionistica su quello economico.   Difficile pensare che la materia possa essere gestita e controllata in sede ONU.  Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto e di più per intaccarne i poteri di trattativa.   Le ispezioni dell’agenzia atomica AIEA sono tutt’altro che imparziali.  Nessuno si fida più della volpe messa guardia del pollaio.                                                                                                                                    

Due anni dopo l’invasione della Mesopotamia e quattro dopo quella dell’Afganistan gli obbiettivi regionali e mondiali di queste prime due guerra preventive sono ben lontani dall’essere raggiunti.    Cresce ovunque in varie forme la resistenza antimperialista.

Il Pentagono chiede maggiori poteri di intervento all’estero.

A metà marzo 2005, il Pentagono ha pubblicato un documento di capitale importanza intitolato: “National Defence Strategy of the Unided States” (Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti).   Questo testo aggiunge alla dottrina della guerra preventiva, che ha caratterizzato tutti i piani dopo l’11 settembre 2001, una nuova e assai pericolosa escalation.  Esso prevede non solo l’uso della forza come mezzo di difesa contro gli Stati classificati come “ostili” agli Stati Uniti e/o detentori di armi di distruzione di massa, ma lascia mano libera al Pentagono di intervenire militarmente anche contro i paesi che, pur non rappresentando affatto una minaccia concreta contro gli interessi americani, presentano diversità intollerabili sul piano politico, ideologico e sociale rispetto ai canoni stabiliti dal nuovo ordine mondiale imperialista.

Il nuovo documento definisce quattro tipi di minacce alla sicurezza degli Stati   Uniti:

1) quelle tradizionali, provenienti da potenze militari conosciute in grado di far fronte a forme di guerra chiaramente valutabili;

2) quelle definite irregolari provenienti da potenze detentrici di mezzi non convenzionali in grado di colpire potenze militarmente più forti;

3) quelle definite catastrofiche prefiguranti l’impiego da parte del nemico di armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche, batteriologice);

4) quelle definite sfide destabilizzanti provenienti da potenze in grado di contrastare sul piano delle tecnologie avanzate la superiorità americana (Cina, Russia, India, tanto per cominciare, n.d.r.).

L’impiego della forza militare rimane l’ispirazione politica primaria della Casa Bianca.

 Il vocabolario utilizzato dagli strateghi del Pentagono è volutamente allarmista e allarmante. Da una attenta lettura delle quattro  minacce, evocate nel documento di difesa strategica, risulta chiaro che gli Stati Uniti considerano ormai come nemici potenziali la maggior parte dei paesi dell’intero pianeta.

Maureen Dowd, cronista iconoclasta del New York Times, una delle penne più graffianti del giornale newyorkese, invita i suoi lettori a non lasciarsi cogliere dal panico e a non prendere per oro colato tutto ciò che viene prodotto nei periodici “brainstorming” dello staff politico-militare della Casa Bianca.   Tuttavia, considerato che il complesso militare-industriale americano produce quasi i due terzi delle armi di distruzioni di massa dell’intero pianeta, ed è disposto ad usarle, io credo che le simulazioni estreme dei loro “war game” vadano prese molto sul serio.

L’equazione strategica messa a punto dallo staff di Bush interpreta il pensiero imperialista dei “neocons” al potere con un semplicismo disarmante che si può riassumere nella formula, might is right (la forza è la madre del diritto).   Compito di tradurre questa semplice equazione in una coerente strategia di politica internazionale nei prossimi quattro anni è stato affidato al Segretario di Stato Condy Rice.   I primi risultati ottenuti da questa politica  non sono, a dire il vero, molto entusiasmanti. Benché la signora Rice sia – secondo i canoni “neocons” – intelligente, colta, preparata, conosca a fondo la musica di Brahms e sappia individuare un bolscevico ad un miglio di distanza, sembra che la matematica non sia il suo forte.   Essa ignora, ad esempio, che moltiplicando zero per mille il risultato è sempre uguale a zero.  E che, per conseguenza, moltiplicando i 1700 soldati americani uccisi in Iraq per i molti zero ottenuti da questa guerra disastrosa il risultato finale resta sempre il medesimo, zero.   Se la Signora Rice avesse consultato il codice da Vinci avrebbe potuto facilmente scoprire nuovi metodi di calcolo e previsioni: quando aggredisci un paese è matematico attendersi una resistenza contro le forze d’invasione.   Quando elimini un resistente altri due lo rimpiazzeranno, se ne uccidi tre altri cinque si arruoleranno, e cosi via.

L’esportazione della democrazia con la forza, idea guida della diplomazia di Condy Rice.

Tutto ciò lascia comunque imperturbabile il capo della diplomazia americana i cui discorsi ufficiali sembrano destinati a rendere sempre meno credibile la sua offerta di democrazia “formato esportazione” e a sporcare sempre più l’immagine, già molto logorata,  della superpotenza.   Senza tradire il minimo intento umoristico la Rice ha solennemente dichiarato davanti al Congresso USA che: “L’America e il mondo libero sono nuovamente impegnati in una lunga lotta contro l’ideologia della tirannia, del terrore, dell’odio e della disperazione. (…..) L’America resta a fianco dei popoli oppressi in tutti i continenti.  Non ci sentiremo in pace con noi stessi fino a che ciascun uomo viva in una società dove la libertà abbia sconfitto la paura”.  In parole povere, la superpotenza che ha affossato la democrazia in decine di paesi del mondo mediante aggressioni militari dirette, colpi di stato, assassini di leaders politici e l’impiego su larga scala della tortura, si presenta oggi come salvatrice dell’umanità e baluardo contro la tirannia.   Con il suo brillante curriculum di abile manager e di esperta di marketing la Rice dovrebbe sapere che la democrazia americana è già stata esportata a suo tempo, tramite ben noti gaglioffi locali, in Indonesia, in Cile, in Vietnam, in Nicaragua e altrove, ma sempre con pessimi risultati.   Incapace di mantenere relazioni rispettose della storia e della sovranità dei paesi interlocutori  degli USA, ovunque arriva non resiste all’idea di impartire lezioni e di inquadrare nel suo mirino i leaders e i regimi sgraditi al suo datore di lavoro.  Pare comunque che i risultati non siano molto brillanti.            

Un recente sondaggio realizzato dalla BBC International su un campione di 22 mila persone residenti in 21 paesi dell’Asia, Africa, Europa, America Latina e Canada avverte la Casa Bianca che l’indice di gradimento della politica di Bush non è mai stato così basso: il 58% lo giudica addirittura nefasto per la pace e la sicurezza del mondo.  La percentuale di sfiduciati si eleva al 64% in Gran Bretagna, al 75% in Francia e al 77% in Germania.   Questo significativo sondaggio non sembra avere intaccato minimamente la convinzione della Segretaria di Stato che “la forza e solo la forza produce il diritto”.

Le pessimistiche previsioni di un rapporto governativo USA.

L’iperpotenza americana si prepara ad affrontare i prossimi 15 anni come uno dei periodi più difficili e gravi della sua storia: “Stiamo entrando in un periodo di fluttuazione e di instabilità senza precedenti” scrive David Gordon, uno degli autori di un altro rapporto governativo americano contenente una proiezione sullo stato del mondo nel 2020, elaborato sotto l’egida del National Intelligence Council, organismo federale incaricato di prospettare al governo degli Stati Uniti i  rischi connessi all’attuazione della loro linea politica.

Una delle conclusioni più importanti che questo documento evidenzia – non è ovviamente una novità, ma semmai una conferma – è quella che il baricentro dei nuovi rapporti di forze economiche su scala mondiale si sta insediando in Asia – Cina e India soprattutto – ove il tasso di crescita cumulato secondo le previsioni, sarà incrementato dell’80% rispetto a quello del 2005.  Si tratta di un dato che gli strateghi di Washington giudicano molto preoccupante e che costringerà gli Stati Uniti a rivedere le loro priorità planetarie che attualmente privilegiano l’Europa, il Medio Oriente e l’Asia centrale ex sovietica.

Compilato seguendo il solito schema  da superpotenza imperialista, il rapporto Gordon prevede quattro possibili scenari planetari:   Prima ipotesi, la più ottimista, ipotizza che trionfino le idee e le regole dibattute dal gotha economico e politico dei poteri dominanti concepite nei seminari di Davos.  In questo caso la vittoria del neoliberismo e dei suoi centri mondiali di governo (FMI e BM) sarebbe completa e durevole.  Il secondo scenario  è quello di una pax americana che imponga unilateralmente con la forza la supremazia degli Stati Uniti all’Europa, al Medio Oriente e all’Asia il che presuppone un budget militare in continua crescita.   Il terzo scenario, un po’ più pessimista, ipotizza il formarsi di un New Caliphate (Nuovo Califfato) a seguito di una ondata di integralismo islamico dilagante in tutti i paesi mussulmani.  Un evento di particolare gravità, dalle conseguenze imprevedibili sulle relazioni internazionali e sui processi di mondializzazione.   Il quarto ed ultimo scenario, decisamente apocalittico, è quello definito Cycle of fear  (ciclo della paura), conseguente alla proliferazione di armi di distruzione di massa e la cessione di queste armi ai movimenti eversivi da parte di Stati “terroristi”.

Vale la pena di notare che, mentre tre su quattro previsioni sono semplicemente catastrofiche, la sola ipotesi mancante in questo delirante rapporto è quella che una possibile presa di coscienza del popolo americano possa sfociare in grandi movimenti di massa, come ai tempi del Vietnam, in grado di licenziare a furor di popolo il trust di cervelli malati che alimentano le ambizioni imperiali del loro presidente ed il senso di onnipotenza militare  dei generali del Pentagono.

Rispunta l’ombra di modelli repressivi hitleriani.

Leggendo queste previsioni si può constatare come il mondo di domani sia ben lungi dal combaciare con l’immagine idilliaca proposta da Bush nei giorni della sua seconda investitura alla Casa Bianca.    L’allarmismo che trapela da questi rapporti è, in parte, volutamente strumentale cioè funzionale ai programmi di riarmo e alla  volontà di restringere ulteriormente le libertà interne gia colpite dal Patriotic Act.  E forse anche ad abituare  l’opinione pubblica all’impiego  di modelli repressivi già visti ai tempi della Gestapo e della Kempetai giapponese.   Ma è altrettanto vero che malgrado la fine della guerra fredda, l’occupazione dell’ Afganistan e dell’Iraq ed il vertiginoso aumento delle spese militari, il mondo non è diventato, contrariamente a quanto asserito da Bush per giustificare le guerre preventive, né più sicuro, né meno pericoloso.  Ma semmai sempre meno disponibile a piegarsi docilmente alle pretese imperialiste della Casa Bianca.

Il nuovo documento del Pentagono: un intreccio di previsioni catastrofiche e di interventi repressivi.

Il quadro delle prospettive future e le misure proposte dal National Intelligence Council contraddicono apertamente l’ottimismo di facciata contenuto in un terzo documento elaborato dal Pentagono, su incarico del Congresso,  che comprende una revisione della dottrina militare americana e  le sue prospettive fino al 2015.   La cosa più sorprendente di quest’ultimo documento è la persistenza con cui il Dipartimento della difesa, che ne è l’autore, ripropone scenari di guerra vecchi di almeno tre decenni che all’epoca erano le linee guida per far fronte ad un eventuale conflitto col Patto di Varsavia.   Patto che, non solo non esiste più da quindici anni, ma la cui maggioranza degli Stati che lo componevano sono diventati membri della NATO.   Gli esperti del Pentagono che hanno elaborato il documento descrivono nella sua seconda parte, con ostentato ottimismo, il clima di sicurezza mondiale che si respira nelle nazioni libere e democratiche.    Dunque un mondo stabile e felice.  E allora, dove sta il problema?   Lo si capisce leggendo il seguito del rapporto: “….il mondo si presenta come un luogo estremamente pericoloso ed incerto ed è probabile che Gli Stati Uniti siano costretti a far fronte ad un certo numero di sfide per la loro sicurezza ed i loro interessi da oggi al 2015”.   Segue un primo sconcertante  sommario di queste grandi sfide che gli Stati Uniti si preparano ad affrontare:

1) I pericoli derivanti da eventuali invasioni straniere contro paesi alleati o amici degli Stati Uniti.  Viene citato l’Iran (come a suo tempo l’Iraq) come il paese che può provocare il blocco del pompaggio del petrolio, considerato un interesse americano vitale e supremo, oppure quello di bloccare o sabotare i negoziati di pace tra arabi e Israele minacciando la sicurezza dello Stato ebraico.

2) Il collasso o la decomposizione di certi Stati africani, preludio a guerre civili, carestie o pandemie sono considerate minacce e fattori destabilizzanti in zone considerate vitali per gli interessi degli Stati Uniti (Golfo di Guinea, Darfour, Corno  d’Africa, ecc).

3) Il Pentagono chiede un controllo più rigido della diffusione di notizie che certi paesi potrebbero utilizzare per fini non scientifici, bensì militari, per la produzione di armi nucleari, chimiche e batteriologice, o per imprese terroristiche, e pone l’esigenza, di una colossale pulizia etnica e politica nelle università americane di studenti e docenti di origine straniera e di quelli professanti idee “radical”, antiamericane.

4)  Si segnala inoltre che, come nei primi anni della guerra fredda, la vita degli americani è esposta ai pericoli di movimenti antiamericani eversivi (il richiamo al movimento comunista è evidente n.d.r.) a causa della loro aperta ostilità ai valori del sistema americano.  Anche le alleanze e i legami di amicizia degli Stati Uniti con altri paesi suscitano ostilità e collera nei movimenti antiamericani locali, il che richiede misure antieversione anche in paesi terzi.

5)  Il flusso incontrollato di immigrazione clandestina rischia di destabilizzare alcuni paesi alleati degli Stati Uniti, minaccia la sicurezza di intere regioni e va pertanto considerato come una minaccia diretta contro gli interessi supremi degli Stati Uniti.

Da Clinton a Bush, identica visione del “nuovo ordine” postsovietico: disintegrare e circondare la Russia..

Benché la politica del Pentagono mantenga una sostanziale continuità con quella seguita nei decenni precedenti contro l’URSS, l’asse centrale di questo ultimo documento appartiene  ovviamente alla strategia postsovietica gestita da tre diversi presidenti, repubblicani e democratici, (Bush 1, Clinton, Bush 2) il cui fine comune  è stato quello di frantumare e balcanizzare, con ogni mezzo possibile – ideologico, politico e militare – quello che è stato il nemico numero uno per più di mezzo secolo.   Miliardi di dollari sono stati investiti in questa colossale operazione di smantellamento dell’URSS in perfetta continuità da entrambi i partiti al potere. Va perciò ribadito che  non vi è stata nessuna rottura strategica tra la politica di Clinton e quella di Bush.  Le storiche attitudini imperialiste della superpotenza si sono semplicemente amplificate in aggressività grazie a quella che è stata definita da Michael Moore la “divina sorpresa” dell’11 settembre 2001.

I pianificatori di questa strategia l’hanno eufemisticamente definita politica di instabilità costruttiva, che tradotta correttamente significa aggressività globale con finalità di dominazione planetaria.   Utilizzando al meglio la strategia antisovietica già elaborata da Ronald Reagan per colpire e distruggere l’impero del male (allora in Afganistan, più tardi in Cecenia), tutti gli apparati militari e spionistici – Pentagono, CIA e le varie “national agency”- hanno operato per accendere ovunque focolai di eversione antirussa: nei paesi baltici, in Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajgian, Kirkisia, ecc.   Poi qualcosa è andato storto: i terroristi islamici evocati  dall’apprendista stregone della Casa Bianca (e foraggiati con i petrodollari sauditi), sono sfuggiti al controllo del padrone e, cambiata di spalla al fucile, sono diventati il loro peggiore nemico.

Il documento del Pentagono esplicita con feroce franchezza l’identikit del nuovo nemico – il terrorismo – e coglie l’occasione per inglobare sotto quell’unica definizione, di grande impatto mediatico, tutto ciò che si oppone, non importa se con la lotta armata o con il pensiero, alla politica della superpotenza.

“Squadroni della morte”: ritornano i vecchi mezzi per annientare ogni forma di opposizione e di resistenza antiamericana.

Le linee guida della famigerata Commissione per le attività antiamericane, costituita mezzo secolo fa dal senatore Mac Carty per terrorizzare e perseguitare l’America democratica, sono ridiventate oggi una sorta di manuale evangelico che guida ed illumina le decisioni di politica interna ed estera dello staff presidenziale di George Bush, con l’intento dichiarato di estendere i suoi poteri persecutori e repressivi all’intero pianeta.  I mezzi, e persino alcuni personaggi ombra, sono gli stessi.  Ce lo spiega il New York Times Magazine in uno spietato reportage di Peter Maas dal titolo: The Salvadorization of Iraq.  Già nel sommario, questo reportage lascia intendere che Abu Graib e Guantanamo non sono episodi incresciosi, ma comportamenti già sperimentati con discrezione in precedenti conflitti, che ora diventano “normalità” nelle nuove guerre infinite a cominciare dall’Iraq: “La controinsurrezione è sempre più affidata alle vecchie truppe d’èlite dell’esercito di Saddam Hussein, sotto la guida di un consigliere americano che negli anni 80 comandò le Forze Speciali in El Salvador. E non è una bella campagna”.  Come dire che i metodi usati sono sconsigliati ai soggetti impressionabili e ai minori.  Quel “consigliere” si chiama James Steel, è uno dei maggiori esperti di “squadroni della morte” che si è fatto le ossa in Salvador durante la feroce repressione della ribellione campesina, che fece 70 mila morti su una popolazione di 6 milioni.   Persino il nome degli “squadroni della morte” iracheni ricorda le esperienze americane in Salvador (ma anche quelle compiute in molti altri paesi, dal Cile al Vietnam): si chiamano Special Police Commandos e contano, per ora, su cinquemila ex soldati d’èlite di Saddam Hussein.  Ossia una nuova, tecnologica Gestapo in piena regola.

La gestione militare della politica americana mostra le sue contraddizioni.

In questa dilagante aggressività americana e nella ferocia dei suoi metodi vanno appunto individuati i limiti  sempre più evidenti della superpotenza.   Il più appariscente di questi limiti è il crescente divario tra la enorme potenza distruttiva dei suoi arsenali e la difficoltà di usarli con successo contro avversari militarmente insignificanti.   L’obbiettivo proclamato da Clinton nel suo primo mandato di consentire alla forze armate americane di poter combattere e vincere in pochi giorni due diverse guerre in contemporanea, non importa in quale luogo del pianeta, si è dimostrato un pio desiderio.   Ed anche se Bush si è spinto ben oltre minacciando d’invasione la Corea del Nord, l’Iran, la Bielorussia, Cuba e il Venezuela, nessuno di questi paesi si è messo a tremare di paura.

I discorsi e gli impegni che Condy Rice continua prendere di fronte ai suoi interlocutori promettendo di esportare democrazia, libertà e benessere sono continuamente coperti dal rumore delle esplosioni che devastano Bagdad e l’intera Mesopotamia.   Erano state promesse agli iracheni le chiavi del paradiso e invece sono i malcapitati “marines” che spesso vanno all’inferno.   Il futuro dell’America si presenta assai più complicato del previsto.   Ben più di quanto sta scritto nei tre speciali rapporti presentati alla Casa Bianca.  


Note:

(1) E’ bene ricordare che la storia del terrorismo made in USA non comincia con l’Iraq.  Le sue apposite strutture sono operanti da decenni in ogni parte del mondo ma anche in Europa, come ci racconta Daniele Ganser, autore del libro “Gli eserciti segreti della NATO” (Fazi editore, pag. 448, euro 22).   Leggiamo in questo libro che Gladio non è stata solo, come molti credono, una creatura a misura italiana  affidata alle cure di Francesco Cossiga, ma una vera “spada americana” a dimensione europea targata CIA, una vera e propria rete di servizi deviati e non, che ha operato in tutti i paesi NATO, dal Portogallo alla Norvegia, usando le armi tradizionali del terrorismo (attentati, assassini politici e tentativi di colpi di stato).  Era composta dal fior fiore dei criminali di guerra  nazifascisti scampati, ma soprattutto graziati da tribunali larghi di manica, ai processi tenutisi dopo la seconda guerra mondiale.