L’aggressività e i limiti della superpotenza imperialista emergono dalle proiezioni e dalle analisi dello staff presidenziale
di Sergio Ricaldone
Dopo oltre due anni dall’invasione della Mesopotamia gli
obbiettivi regionali e mondiali di questa seconda guerra preventiva sono lungi
dall’essere stati raggiunti. La nuova
dottrina strategica di Washington lo riconosce ormai apertamente.
Dopo le prime due prove di “guerra infinita” – Afganistan e Iraq – gli
Stati Uniti stanno mostrando i limiti della loro pur soverchiante potenza
militare. Gli obbiettivi militari e
politici nei teatri di guerra e nelle regioni coinvolte sono lungi dall’essere
stati raggiunti. La nuova dottrina strategica
imperialista, forzata all’eccesso dal clan “neocons” di Bush mostra i suoi
punti deboli. I risultati della
crociata mondiale contro il terrorismo sono semplicemente disastrosi. I metodi impiegati dagli americani in
questa crociata li aveva raccontati vent’anni prima il grande autore di “noir”,
John Le Carrè, nel suo romanzo La Tamburina, quando fa dire a Kurtz,
ideologo del Mossad e mente dell’antiterrorismo israeliano, :”Se vuoi
battere il terrorismo devi costruirti
il tuo proprio terrorismo”.
In parole povere, se vuoi vincere la guerra contro il terrorismo devi
diventare a tua volta un terrorista cento, mille volte peggiore di quello
contro il quale combatti. Esattamente
quello che hanno provato a fare gli USA nel pantano iracheno ma, almeno per
ora, con risultati deludenti (1).
La tradizionale accoppiata USA potenza-prestigio è in piena crisi di
credibilità. Diffidenza, sospetti e
sfiducia hanno raffreddato le relazioni politiche e diplomatiche degli USA con
i paesi tradizionalmente amici, contrari alla guerra. Lo spostamento della NATO verso est, il suo allargamento a
repubbliche ex sovietiche ed il conseguente accerchiamento militare della
Russia ha riacceso una dura competizione tra Mosca e Washington costringendo la
Russia a mantenere alto il livello delle armi a grande copertura strategica. Il riemergere del complesso
militare-industriale quale soggetto centrale del potere americano e principale
fonte del suo espansionismo imperialista, costringe altri paesi a misure
difensive adeguate con effetti moltiplicatori sui bilanci militari. I rapporti di forza tra gli Stati sono
dunque in fase evolutiva.
Declina il fattore “potenza” degli arsenali americani e proliferano i suoi
nuovi antagonisti militari.
Sebbene gli Stati Uniti siano i più grandi produttori di armi di
distruzione di massa, non sono i soli a possederle. Conservano, ovviamente, un vantaggio quantitativo enorme (quello
qualitativo si va assottigliando), ma avvertono il rischio di perdere il loro
più importante primato e compiono ogni sforzo per mantenerlo.
Oltre alla Russia, che riesce, malgrado
tutto, a mantenere un livello di difesa
strategica di primordine, spuntano nuovi temibili competitori decisi a reggere
autonomamente la sfida della corsa agli armamenti lanciata a tutto campo dagli
Stati Uniti. Alcuni, come
l’Inghilterra, il Giappone e Israele rientrano nel sistema di alleanze di
Washington. La Francia collabora con discrezione con la Russia di
Putin e punta a consolidare, insieme alla Germania, la sua autonoma leadership
militare in Europa sottraendosi all’egemonia americana. Altri paesi come la Cina e l’India sono
invece considerati, in prospettiva, dagli USA, antagonisti strategici tra i più
minacciosi. Altri paesi ancora (Iran,
Pakistan, Sudafrica, Brasile, ecc.) che già detengono, o sono in grado di
ottenere sistemi d’arma e tecnologie militari avanzate, sono considerati ostili
o inaffidabili e comunque pericolosi
per la sicurezza americana.
I rapporti di forza militari tra la superpotenza ed il resto del mondo si
trovano dunque in una fase molto dinamica, e ciò allarma la Casa Bianca e il
Pentagono. Sebbene non si parli più di
equilibrio del terrore come all’epoca del confronto USA-URSS, gli Stati
titolari di arsenali nucleari, chimici e biologici sono ormai una ventina. E gli USA sanno che le loro pur grandi
risorse in dollari, supercervelli e laboratori di ricerca non bastano più.
Quando il potenziale distruttivo accumulato supera di decine o centinaia di
volte la soglia necessaria per distruggere ogni forma di vita sul pianeta la rincorsa
all’arma più letale diventa
paradossalmente inefficace sul piano militare e autolesionistica su quello
economico. Difficile pensare che la
materia possa essere gestita e controllata in sede ONU. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto e di
più per intaccarne i poteri di trattativa. Le ispezioni
dell’agenzia atomica AIEA sono tutt’altro che imparziali. Nessuno si fida più della volpe messa
guardia del pollaio.
Due anni dopo l’invasione della Mesopotamia e quattro dopo quella
dell’Afganistan gli obbiettivi regionali e mondiali di queste prime due guerra
preventive sono ben lontani dall’essere raggiunti. Cresce ovunque in varie forme la resistenza antimperialista.
Il Pentagono chiede maggiori poteri di intervento all’estero.
A metà marzo 2005, il Pentagono ha pubblicato un documento di capitale
importanza intitolato: “National Defence Strategy of the Unided States”
(Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti). Questo testo aggiunge alla dottrina della guerra preventiva, che
ha caratterizzato tutti i piani dopo l’11 settembre 2001, una nuova e assai
pericolosa escalation. Esso prevede non
solo l’uso della forza come mezzo di difesa contro gli Stati classificati come
“ostili” agli Stati Uniti e/o detentori di armi di distruzione di massa, ma
lascia mano libera al Pentagono di intervenire militarmente anche contro i
paesi che, pur non rappresentando affatto una minaccia concreta contro gli
interessi americani, presentano diversità intollerabili sul piano politico,
ideologico e sociale rispetto ai canoni stabiliti dal nuovo ordine mondiale
imperialista.
Il nuovo documento definisce quattro tipi di minacce alla sicurezza degli
Stati Uniti:
1) quelle tradizionali, provenienti da potenze militari conosciute in
grado di far fronte a forme di guerra chiaramente valutabili;
2) quelle definite irregolari provenienti da potenze detentrici di mezzi
non convenzionali in grado di colpire potenze militarmente più forti;
3) quelle definite catastrofiche prefiguranti l’impiego da parte del
nemico di armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche, batteriologice);
4) quelle definite sfide destabilizzanti provenienti da potenze in grado
di contrastare sul piano delle tecnologie avanzate la superiorità americana
(Cina, Russia, India, tanto per cominciare, n.d.r.).
L’impiego della forza militare rimane l’ispirazione politica primaria della
Casa Bianca.
Il vocabolario utilizzato dagli
strateghi del Pentagono è volutamente allarmista e allarmante. Da una attenta
lettura delle quattro minacce, evocate
nel documento di difesa strategica, risulta chiaro che gli Stati Uniti
considerano ormai come nemici potenziali la maggior parte dei paesi dell’intero
pianeta.
Maureen Dowd, cronista iconoclasta del New York Times, una delle penne più
graffianti del giornale newyorkese, invita i suoi lettori a non lasciarsi
cogliere dal panico e a non prendere per oro colato tutto ciò che viene prodotto
nei periodici “brainstorming” dello staff politico-militare della Casa
Bianca. Tuttavia, considerato che il
complesso militare-industriale americano produce quasi i due terzi delle armi
di distruzioni di massa dell’intero pianeta, ed è disposto ad usarle, io credo
che le simulazioni estreme dei loro “war game” vadano prese molto sul serio.
L’equazione strategica messa a punto dallo staff di Bush interpreta il pensiero
imperialista dei “neocons” al potere con un semplicismo disarmante che si può riassumere
nella formula, might is right (la forza è la madre del diritto). Compito di tradurre questa semplice
equazione in una coerente strategia di politica internazionale nei prossimi
quattro anni è stato affidato al Segretario di Stato Condy Rice. I
primi risultati ottenuti da questa politica
non sono, a dire il vero, molto entusiasmanti. Benché la signora Rice
sia – secondo i canoni “neocons” – intelligente, colta, preparata, conosca a
fondo la musica di Brahms e sappia individuare un bolscevico ad un miglio di
distanza, sembra che la matematica non sia il suo forte. Essa ignora, ad esempio, che moltiplicando
zero per mille il risultato è sempre uguale a zero. E che, per conseguenza, moltiplicando i 1700 soldati americani
uccisi in Iraq per i molti zero ottenuti da questa guerra disastrosa il
risultato finale resta sempre il medesimo, zero. Se la Signora Rice avesse consultato il codice da Vinci avrebbe
potuto facilmente scoprire nuovi metodi di calcolo e previsioni: quando
aggredisci un paese è matematico attendersi una resistenza contro le forze
d’invasione. Quando elimini un
resistente altri due lo rimpiazzeranno, se ne uccidi tre altri cinque si
arruoleranno, e cosi via.
L’esportazione della democrazia con la forza, idea guida della diplomazia di
Condy Rice.
Tutto ciò lascia comunque imperturbabile il capo della diplomazia americana
i cui discorsi ufficiali sembrano destinati a rendere sempre meno credibile la
sua offerta di democrazia “formato esportazione” e a sporcare sempre più l’immagine,
già molto logorata, della
superpotenza. Senza tradire il minimo
intento umoristico la Rice ha solennemente dichiarato davanti al Congresso USA
che: “L’America e il mondo libero sono nuovamente impegnati in una lunga
lotta contro l’ideologia della tirannia, del terrore, dell’odio e della
disperazione. (…..) L’America resta a fianco dei popoli oppressi in tutti i
continenti. Non ci sentiremo in pace
con noi stessi fino a che ciascun uomo viva in una società dove la libertà
abbia sconfitto la paura”.
In parole povere, la superpotenza che ha affossato la democrazia in
decine di paesi del mondo mediante aggressioni militari dirette, colpi di
stato, assassini di leaders politici e l’impiego su larga scala della tortura,
si presenta oggi come salvatrice dell’umanità e baluardo contro la
tirannia. Con il suo brillante
curriculum di abile manager e di esperta di marketing la Rice dovrebbe sapere
che la democrazia americana è già stata esportata a suo tempo, tramite ben noti
gaglioffi locali, in Indonesia, in Cile, in Vietnam, in Nicaragua e altrove, ma
sempre con pessimi risultati. Incapace
di mantenere relazioni rispettose della storia e della sovranità dei paesi
interlocutori degli USA, ovunque arriva
non resiste all’idea di impartire lezioni e di inquadrare nel suo mirino i
leaders e i regimi sgraditi al suo datore di lavoro. Pare comunque che i risultati non siano molto brillanti.
Un recente sondaggio realizzato dalla BBC International su un campione di 22
mila persone residenti in 21 paesi dell’Asia, Africa, Europa, America Latina e
Canada avverte la Casa Bianca che l’indice di gradimento della politica di Bush
non è mai stato così basso: il 58% lo giudica addirittura nefasto per la pace e
la sicurezza del mondo. La percentuale
di sfiduciati si eleva al 64% in Gran Bretagna, al 75% in Francia e al 77% in
Germania. Questo significativo
sondaggio non sembra avere intaccato minimamente la convinzione della
Segretaria di Stato che “la forza e solo la forza produce il diritto”.
Le pessimistiche previsioni di un rapporto governativo USA.
L’iperpotenza americana si prepara ad affrontare i prossimi 15 anni
come uno dei periodi più difficili e gravi della sua storia: “Stiamo
entrando in un periodo di fluttuazione e di instabilità senza precedenti”
scrive David Gordon, uno degli autori di un altro rapporto governativo
americano contenente una proiezione sullo stato del mondo nel 2020, elaborato
sotto l’egida del National Intelligence Council, organismo federale
incaricato di prospettare al governo degli Stati Uniti i rischi connessi all’attuazione della loro
linea politica.
Una delle conclusioni più importanti che questo documento evidenzia – non è
ovviamente una novità, ma semmai una conferma – è quella che il baricentro dei
nuovi rapporti di forze economiche su scala mondiale si sta insediando in Asia
– Cina e India soprattutto – ove il tasso di crescita cumulato secondo le
previsioni, sarà incrementato dell’80% rispetto a quello del 2005. Si tratta di un dato che gli strateghi di
Washington giudicano molto preoccupante e che costringerà gli Stati Uniti a
rivedere le loro priorità planetarie che attualmente privilegiano l’Europa, il
Medio Oriente e l’Asia centrale ex sovietica.
Compilato seguendo il solito schema da
superpotenza imperialista, il rapporto Gordon prevede quattro possibili scenari
planetari: Prima ipotesi, la più
ottimista, ipotizza che trionfino le idee e le regole dibattute dal gotha
economico e politico dei poteri dominanti concepite nei seminari di Davos. In questo caso la vittoria del neoliberismo
e dei suoi centri mondiali di governo (FMI e BM) sarebbe completa e
durevole. Il secondo scenario è quello di una pax americana che
imponga unilateralmente con la forza la supremazia degli Stati Uniti
all’Europa, al Medio Oriente e all’Asia il che presuppone un budget militare in
continua crescita. Il terzo scenario,
un po’ più pessimista, ipotizza il formarsi di un New Caliphate (Nuovo
Califfato) a seguito di una ondata di integralismo islamico dilagante in tutti
i paesi mussulmani. Un evento di
particolare gravità, dalle conseguenze imprevedibili sulle relazioni
internazionali e sui processi di mondializzazione. Il quarto ed ultimo scenario, decisamente apocalittico, è quello
definito Cycle of fear (ciclo
della paura), conseguente alla proliferazione di armi di distruzione di massa e
la cessione di queste armi ai movimenti eversivi da parte di Stati
“terroristi”.
Vale la pena di notare che, mentre tre su quattro previsioni sono semplicemente
catastrofiche, la sola ipotesi mancante in questo delirante rapporto è quella
che una possibile presa di coscienza del popolo americano possa sfociare in
grandi movimenti di massa, come ai tempi del Vietnam, in grado di licenziare a
furor di popolo il trust di cervelli malati che alimentano le ambizioni
imperiali del loro presidente ed il senso di onnipotenza militare dei generali del Pentagono.
Rispunta l’ombra di modelli repressivi hitleriani.
Leggendo queste previsioni si può constatare come il mondo di domani sia
ben lungi dal combaciare con l’immagine idilliaca proposta da Bush nei giorni
della sua seconda investitura alla Casa Bianca. L’allarmismo che trapela da questi rapporti è, in parte,
volutamente strumentale cioè funzionale ai programmi di riarmo e alla volontà di restringere ulteriormente le
libertà interne gia colpite dal Patriotic Act. E forse anche ad abituare l’opinione pubblica all’impiego di modelli repressivi già visti ai tempi
della Gestapo e della Kempetai giapponese.
Ma è altrettanto vero che malgrado la fine della guerra fredda,
l’occupazione dell’ Afganistan e dell’Iraq ed il vertiginoso aumento delle
spese militari, il mondo non è diventato, contrariamente a quanto asserito da
Bush per giustificare le guerre preventive, né più sicuro, né meno pericoloso. Ma semmai sempre meno disponibile a piegarsi
docilmente alle pretese imperialiste della Casa Bianca.
Il nuovo documento del Pentagono: un intreccio di previsioni catastrofiche e
di interventi repressivi.
Il quadro delle prospettive future e le misure proposte dal National
Intelligence Council contraddicono apertamente l’ottimismo di facciata
contenuto in un terzo documento elaborato dal Pentagono, su incarico del
Congresso, che comprende una revisione
della dottrina militare americana e le
sue prospettive fino al 2015. La cosa
più sorprendente di quest’ultimo documento è la persistenza con cui il
Dipartimento della difesa, che ne è l’autore, ripropone scenari di guerra
vecchi di almeno tre decenni che all’epoca erano le linee guida per far fronte
ad un eventuale conflitto col Patto di Varsavia. Patto che, non solo non esiste più da quindici anni, ma la cui
maggioranza degli Stati che lo componevano sono diventati membri della NATO. Gli esperti del Pentagono che hanno
elaborato il documento descrivono nella sua seconda parte, con ostentato
ottimismo, il clima di sicurezza mondiale che si respira nelle nazioni libere e
democratiche. Dunque un mondo stabile
e felice. E allora, dove sta il
problema? Lo si capisce leggendo il
seguito del rapporto: “….il mondo si presenta come un luogo
estremamente pericoloso ed incerto ed è probabile che Gli Stati Uniti siano
costretti a far fronte ad un certo numero di sfide per la loro sicurezza ed i
loro interessi da oggi al 2015”.
Segue un primo sconcertante
sommario di queste grandi sfide che gli Stati Uniti si preparano
ad affrontare:
1) I pericoli derivanti da eventuali invasioni straniere contro paesi alleati o
amici degli Stati Uniti. Viene citato
l’Iran (come a suo tempo l’Iraq) come il paese che può provocare il blocco del
pompaggio del petrolio, considerato un interesse americano vitale e supremo,
oppure quello di bloccare o sabotare i negoziati di pace tra arabi e Israele
minacciando la sicurezza dello Stato ebraico.
2) Il collasso o la decomposizione di certi Stati africani, preludio a guerre
civili, carestie o pandemie sono considerate minacce e fattori destabilizzanti
in zone considerate vitali per gli interessi degli Stati Uniti (Golfo di
Guinea, Darfour, Corno d’Africa, ecc).
3) Il Pentagono chiede un controllo più rigido della diffusione di notizie che
certi paesi potrebbero utilizzare per fini non scientifici, bensì militari, per
la produzione di armi nucleari, chimiche e batteriologice, o per imprese
terroristiche, e pone l’esigenza, di una colossale pulizia etnica e politica
nelle università americane di studenti e docenti di origine straniera e di
quelli professanti idee “radical”, antiamericane.
4) Si segnala inoltre che, come nei
primi anni della guerra fredda, la vita degli americani è esposta ai pericoli
di movimenti antiamericani eversivi (il richiamo al movimento comunista è
evidente n.d.r.) a causa della loro aperta ostilità ai valori del sistema
americano. Anche le alleanze e i legami
di amicizia degli Stati Uniti con altri paesi suscitano ostilità e collera nei
movimenti antiamericani locali, il che richiede misure antieversione anche in
paesi terzi.
5) Il flusso incontrollato di
immigrazione clandestina rischia di destabilizzare alcuni paesi alleati degli
Stati Uniti, minaccia la sicurezza di intere regioni e va pertanto considerato
come una minaccia diretta contro gli interessi supremi degli Stati Uniti.
Da Clinton a Bush, identica visione del “nuovo ordine” postsovietico:
disintegrare e circondare la Russia..
Benché la politica del Pentagono mantenga una sostanziale continuità con
quella seguita nei decenni precedenti contro l’URSS, l’asse centrale di questo
ultimo documento appartiene ovviamente
alla strategia postsovietica gestita da tre diversi presidenti, repubblicani e
democratici, (Bush 1, Clinton, Bush 2) il cui fine comune è stato quello di frantumare e balcanizzare,
con ogni mezzo possibile – ideologico, politico e militare – quello che è stato
il nemico numero uno per più di mezzo secolo.
Miliardi di dollari sono stati investiti in questa colossale operazione
di smantellamento dell’URSS in perfetta continuità da entrambi i partiti al
potere. Va perciò ribadito che non vi è
stata nessuna rottura strategica tra la politica di Clinton e quella di
Bush. Le storiche attitudini
imperialiste della superpotenza si sono semplicemente amplificate in
aggressività grazie a quella che è stata definita da Michael Moore la “divina
sorpresa” dell’11 settembre 2001.
I pianificatori di questa strategia l’hanno eufemisticamente definita politica
di instabilità costruttiva, che tradotta correttamente significa
aggressività globale con finalità di dominazione planetaria. Utilizzando al meglio la strategia
antisovietica già elaborata da Ronald Reagan per colpire e distruggere l’impero
del male (allora in Afganistan, più tardi in Cecenia), tutti gli apparati
militari e spionistici – Pentagono, CIA e le varie “national agency”- hanno
operato per accendere ovunque focolai di eversione antirussa: nei paesi
baltici, in Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajgian, Kirkisia, ecc. Poi qualcosa è andato storto: i terroristi
islamici evocati dall’apprendista
stregone della Casa Bianca (e foraggiati con i petrodollari sauditi), sono
sfuggiti al controllo del padrone e, cambiata di spalla al fucile, sono
diventati il loro peggiore nemico.
Il documento del Pentagono esplicita con feroce franchezza l’identikit del
nuovo nemico – il terrorismo – e coglie l’occasione per inglobare sotto
quell’unica definizione, di grande impatto mediatico, tutto ciò che si oppone,
non importa se con la lotta armata o con il pensiero, alla politica della
superpotenza.
“Squadroni della morte”: ritornano i vecchi mezzi per annientare ogni forma
di opposizione e di resistenza antiamericana.
Le linee guida della famigerata Commissione per le attività
antiamericane, costituita mezzo secolo fa dal senatore Mac Carty per
terrorizzare e perseguitare l’America democratica, sono ridiventate oggi una
sorta di manuale evangelico che guida ed illumina le decisioni di politica
interna ed estera dello staff presidenziale di George Bush, con l’intento
dichiarato di estendere i suoi poteri persecutori e repressivi all’intero
pianeta. I mezzi, e persino alcuni
personaggi ombra, sono gli stessi. Ce
lo spiega il New York Times Magazine in uno spietato reportage di Peter Maas
dal titolo: The Salvadorization of Iraq.
Già nel sommario, questo reportage lascia intendere che Abu Graib e
Guantanamo non sono episodi incresciosi, ma comportamenti già sperimentati con
discrezione in precedenti conflitti, che ora diventano “normalità” nelle nuove
guerre infinite a cominciare dall’Iraq: “La controinsurrezione è sempre più
affidata alle vecchie truppe d’èlite dell’esercito di Saddam Hussein, sotto la
guida di un consigliere americano che negli anni 80 comandò le Forze Speciali
in El Salvador. E non è una bella campagna”. Come dire che i metodi usati sono sconsigliati ai soggetti
impressionabili e ai minori. Quel
“consigliere” si chiama James Steel, è uno dei maggiori esperti di “squadroni
della morte” che si è fatto le ossa in Salvador durante la feroce repressione
della ribellione campesina, che fece 70 mila morti su una popolazione di 6
milioni. Persino il nome degli
“squadroni della morte” iracheni ricorda le esperienze americane in Salvador
(ma anche quelle compiute in molti altri paesi, dal Cile al Vietnam): si
chiamano Special Police Commandos e contano, per ora, su cinquemila ex soldati
d’èlite di Saddam Hussein. Ossia una
nuova, tecnologica Gestapo in piena regola.
La gestione militare della politica americana mostra le sue contraddizioni.
In questa dilagante aggressività americana e nella ferocia dei suoi metodi
vanno appunto individuati i limiti
sempre più evidenti della superpotenza. Il più appariscente di questi limiti è il crescente divario tra
la enorme potenza distruttiva dei suoi arsenali e la difficoltà di usarli con
successo contro avversari militarmente insignificanti. L’obbiettivo proclamato da Clinton nel suo
primo mandato di consentire alla forze armate americane di poter combattere e
vincere in pochi giorni due diverse guerre in contemporanea, non importa in
quale luogo del pianeta, si è dimostrato un pio desiderio. Ed anche se Bush si è spinto ben oltre
minacciando d’invasione la Corea del Nord, l’Iran, la Bielorussia, Cuba e il
Venezuela, nessuno di questi paesi si è messo a tremare di paura.
I discorsi e gli impegni che Condy Rice continua prendere di fronte ai suoi
interlocutori promettendo di esportare democrazia, libertà e benessere sono
continuamente coperti dal rumore delle esplosioni che devastano Bagdad e
l’intera Mesopotamia. Erano state
promesse agli iracheni le chiavi del paradiso e invece sono i malcapitati
“marines” che spesso vanno all’inferno.
Il futuro dell’America si presenta assai più complicato del
previsto. Ben più di quanto sta
scritto nei tre speciali rapporti presentati alla Casa Bianca.
Note:
(1) E’ bene ricordare che la storia del terrorismo made in USA
non comincia con l’Iraq. Le sue
apposite strutture sono operanti da decenni in ogni parte del mondo ma anche in
Europa, come ci racconta Daniele Ganser, autore del libro “Gli eserciti segreti
della NATO” (Fazi editore, pag. 448, euro 22). Leggiamo in questo libro che Gladio non è stata solo, come molti
credono, una creatura a misura italiana
affidata alle cure di Francesco Cossiga, ma una vera “spada americana” a
dimensione europea targata CIA, una vera e propria rete di servizi deviati e
non, che ha operato in tutti i paesi NATO, dal Portogallo alla Norvegia, usando
le armi tradizionali del terrorismo (attentati, assassini politici e tentativi
di colpi di stato). Era composta dal
fior fiore dei criminali di guerra
nazifascisti scampati, ma soprattutto graziati da tribunali larghi di
manica, ai processi tenutisi dopo la seconda guerra mondiale.