di Naomi Klein – Guardian –
25/12/2005
Ciò che non ha precedenti non è la tortura in sé, ma il fatto che sia diventata
pseudo-legale. I presidenti Usa del passato mantenevano i loro buchi neri
segreti. Bush ha spezzato questo tacito accordo.
Era la "Mission Accomplished" del secondo mandato di George Bush, e
un annuncio di quel genere avrebbe richiesto una locazione adeguata. Ma quale
poteva essere il migliore sfondo per l’infame dichiarazione "noi non
pratichiamo la tortura"? Con la sua caratteristica audacia, la squadra di
Bush ha stabilito che quel luogo sarebbe stato Panama City.
Era certamente una scelta coraggiosa. Ad un’ora e mezza di strada dal luogo in
cui Bush pronunciava il suo discorso, infatti, i militari Usa dal 1946 al 1984
hanno gestito la Scuola delle Americhe (SOA), una controversa istituzione che
se avesse avuto un motto sarebbe certamente stato "Noi torturiamo". È
qui, a Panama, come sarà più tardi sarebbe stato nella sede di Fort Benning in
Georgia, che possono essere rintracciate le radici degli attuali scandali sulla
tortura.
Come descritto da alcuni manuali di addestramento, gli studenti del SOA –
militari e ufficiali provenienti da tutto l’emisfero – venivano addestrati in
molti di quegli "interrogatori coercitivi" che ora ritroviamo ad Abu
Ghraib e a Guantanamo: cattura il mattino presto per massimizzare lo shock,
immediato imbavagliamento e bendaggio, nudità imposta, deprivazione e
sovraccarico sensoriale, manipolazione del sonno e del cibo, umiliazioni,
temperature estreme, isolamento, posizioni di stress, e molto di peggio.
Nel 1996 l’Intelligence Oversight Board del Presidente Clinton ammise che le
materie di insegnamento previste dagli Usa passavano sopra a "esecuzioni
di guerriglia, abuso fisico, coercizione e falsi imprigionamenti". Alcuni
tra coloro che avevano fatto parte della scuola di Panama avrebbero commesso
alcuni dei crimini di guerra più feroci del continente: gli assassini
dell’arcivescovo Romero, e di sei preti gesuiti a El Salvador, il sistematico
rapimento di bambini dei desaparecidos in Argentina, il massacro di 900 civili
in El Mozote, El Salvador, e molti altri golpe militari la cui lista è troppo
fitta per potere esser elencata in questa sede.
Tuttavia, nell’ambito delle analisi del discorso di Bush nessun singolo
importante mezzo d’informazione ha menzionato questa triste storia. Come mai?
Perché ciò avrebbe reso necessario menzionare qualcosa di totalmente assente
dal dibattito: l’ammissione del fatto che la tortura viene utilizzata dai
militari Usa sin dalla guerra del Vietnam.
È una storia ampiamente documentata in una valanga di libri, documenti
desegretati, manuali di addestramento della CIA, registrazioni di dibattimenti
nei tribunali e commissioni varie. Nel suo libro appena uscito, A Question of
Torture, Alfred McCoysintetizza questa evidenza, fornendo una sconcertante descrizione
di come nel 1950 mostruosi esperimenti finanziati dalla CIA su pazienti affetti
da problemi psichiatrici e prigionieri si siano trasformati in una cornice per
quello che l’autore chiama "no touch torture", sistemi di
deprivazione sensoriale e dolore autoinflitto. McCoy mostra come questi metodi
siano stati testati sul campo dagli agenti della CIA in Vietnam nell’ambito del
programma Phoenix e come, successivamente, siano stati importati in America
Latina sotto le sembianze di "police training".
Non sono soltanto coloro che giustificano la tortura che ignorano questa storia
quando parlano degli abusi come di "alcune mele marce". Un
sorprendente numero di eminenti oppositori della tortura continua a raccontarci
che l’idea di torturare i prigionieri è apparsa per la prima volta tra gli
ufficiali a partire dall’11 settembre 2001, quando sono usciti allo scoperto i
dettagli dei metodi usati a Guantanamo dalle sadiche menti di Dick Cheney e
Donald Rumsfeld. Fino a quel momento ci è stato detto: "L’America ha
combattuto i suoi nemici mantenendo intatto il proprio rispetto per
l’umanità".
Il principale diffusore di questa storia (quella che Garry Wills ha definito
"l’assenza di peccato originale") è il senatore John McCain.
Scrivendo su Newsweek della necessità di bandire la tortura, McCain dice che
quando era un prigioniero di guerra ad Hanoi, arrivò presto alla conclusione
che "noi eravamo diversi dai nostri nemici… noi, se i ruoli fossero stati
invertiti, non avremmo disonorato noi stessi commettendo o approvando un
trattamento così violento verso di loro".
È una sconvolgente distorsione storica. Dai tempi in cui McCain venne preso
prigioniero, la CIA ha lanciato il cosiddetto "programma Phoenix" e,
come ha scritto McCoy, "i suoi agenti hanno operato in quaranta centri di
interrogatori nel Sud del Vietnam che hanno ucciso più di 20.000 sospettati e
ne hanno torturati molti di più".
Per caso rende meno gravi gli orrori odierni ammettere il fatto che non è la
prima volta che il governo americano utilizza la tortura, che ha utilizzato
prigioni segrete già da molto tempo prima, che ha supportato attivamente regimi
che cercavano di cancellare le dissidenze lanciando gli studenti dagli
aeroplani? E che, più vicino a noi, fotografie di linciaggi e di torture venivano
vendute e scambiate come trofei di guerra? Molti pensano di sì. L’8 Novembre,
il democratico del Congresso Jim McDermott ha fatto lo sconvolgente annuncio
alla Camera dei Rappresentanti che l’America non ha mai avuto problemi circa la
sua integrità morale, fino ad oggi".
Altre culture si rapportano con l’eredità della tortura dichiarando "Mai
più!" Perché così tanti americani insistono nell’affrontare l’attuale
crisi gridando "Mai prima"? Sospetto che ciò sia dovuto al sincero
rifiuto di voler comunicare i crimini perpetrati dall’amministrazione nel
passato. E oggi il ricorso così palese alla tortura non ha precedenti.
Ma bisogna avere le idee chiare su ciò che non ha precedenti: non la tortura in
sé, ma la spudoratezza con cui se ne parla. I presidenti del passato
mantenevano i loro buchi neri segreti; i crimini venivano commessi, ma
nell’ombra, ufficialmente condannati e negati. L’amministrazione Bush ha
spezzato questo tacito accordo: dopo l’11 settembre si chiedeva il diritto di
torturare senza vergogna, grazie alla legittimazione di nuove definizioni e di
nuove leggi. Nonostante tutti i discorsi fatti sulla tortura al di fuori dei
confini Usa, l’innovazione reale è stata averla riportata tra le mura
domestiche, con i prigionieri che subiscono abusi da cittadini americani in
prigioni americane e vengono trasportati in nazioni terze attraverso aerei
americani.
È questo affrancamento dall’etichetta di clandestinità che è così figlia di
questa amministrazione politica e militare: Bush ha derubato tutti
dell’imbarazzo di dover negare. Questa rottura ha un enorme significato. Quando
la tortura viene praticata di nascosto ma ufficialmente e legalmente viene
ripudiata, c’è ancora la speranza che, se le atrocità vengono esposte, la
giustizia possa prevalere.
Quando invece la tortura diventa pseudo-legale e i responsabili negano che si
tratti di tortura, quello che muore è ciò che Hanna Arendt chiamava "la
persona giuridica nell’uomo". Presto le vittime non si daranno più da fare
per cercare giustizia, sicuri come sono dell’inutilità – e del pericolo – che
caratterizza una richiesta del genere. È una visione molto più grande di quello
che succede dentro le camere della tortura, quando ai prigionieri viene detto
che possono gridare quanto vogliono tanto nessuno può sentirli e nessuno verrà
a salvarli.
La terribile ironia antistorica che contraddistingue il dibattito odierno sulla
tortura è che nel tentativo di sradicare i futuri abusi i crimini del passato
vengono cancellati dalla memoria. Poiché gli Usa non hanno mai avuto
commissioni che indaghino sulla verità, la memoria della loro complicità in
crimini lontani è stata sempre fragile. Adesso queste memorie svaniscono ancora
di più, e gli scomparsi scompaiono di nuovo.
Questa amnesia non va solo contro le vittime: si ripercuote anche su chi cerca
di rimuovere la tortura dall’arsenale politico statunitense una volta per
tutte. Ci sono ancora segnali del fatto che l’amministrazione Bush affronterà
le proteste ritornando al paradigma della negazione. L’emendamento McCain
"protegge ogni individuo che sia in custodia o sotto il controllo psichico
degli Usa"; non dice niente dell’addestramento alla tortura o della
compravendita di informazioni con l’emergente industria dei
"mercenari" di interrogatori.
In Iraq il lavoro sporco è sempre stato lasciato nelle mani delle squadre della
morte irachene, addestrate dagli Usa e supervisionate da comandanti come Jim
Steele, che ha preparato a questo tipo di operazioni predisponendo unità simili
a quelle di El Salvador. Il ruolo Usa nell’addestramento e nella supervisione
del ministro degli interni iracheno è stato dimenticato, inoltre, quando 173
prigionieri sono stati recentemente scoperti in un luogo di prigionia del
ministero, alcuni torturati così ferocemente che la loro pelle era
letteralmente caduta. "Guardate, è una nazione sovrana. Il governo
iracheno esiste", ha detto Rumsfeld. L'affermazione ha ricordato quelle di
William Colby, un uomo della CIA che in un congresso del 1971 di fronte alla
domanda sulle migliaia di persone uccise sotto il programma Phoenix – programma
che egli stesso aveva contribuito a promuovere – replicò che si trattava di
"un’operazione sudvietnamita".
Come dice McCoy, "se non si comprendono la storia e il fardello della
complicità pubblica e istituzionale, allora non si può pensare di portare
avanti riforme significative". I legislatori risponderanno alle pressioni
eliminando una porzione dell’apparato di tortura: ad esempio chiudendo una
prigione, nascondendo un programma, persino arrivando a chiedere le dimissioni
di una mela, oltre che marcia, veramente cattiva come Rumsfeld. Ma, avverte,
"la prerogativa della tortura sarà mantenuta".
Fonte: http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1664174,00.html