da Telesur
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L’America centrale si fa sentire in Nordamerica
Dialettica del movimento dei lavoratori immigrati
James Petras
2 maggio 2006
Tra il 26 di marzo ed il 1 di maggio di quest’anno, quasi cinque milioni di lavoratori immigrati e di cittadini solidali, hanno dato luogo a manifestazioni in quasi un centinaio di città degli Stati Uniti.
Si tratta della più grande e più condivisa manifestazione di lavoratori della storia degli USA.
In nessun momento dei suoi 50 anni di storia, la confederazione statunitense di
sindacati AFL-CIO è stata capace di mobilitare nemmeno una parte dei lavoratori
che ora ha convocato il movimento dei lavoratori immigrati. La nascita e il
successo di quel movimento si inquadra nell'esperienza storica dei lavoratori
immigrati, per lo più provenienti dal Messico, America Centrale e Caraibi,
nell'esperienza di sfruttamento e razzismo che affrontano oggi in USA, e in un
futuro che offre loro solo prigione, espulsioni e sfratti. Il movimento dei
lavoratori immigrati è impegnato in una lotta politica indipendente, diretta
contro i governi locali, statali, ed anche contro il governo federale.
L'obiettivo immediato del movimento è farla finita con una legislazione del
Congresso USA che persegue la criminalizzazione dei lavoratori immigrati
impiegati, ed un "compromesso" che cerca di separare i lavoratori
appena arrivati dai lavoratori arrivati prima. La principale domanda dei
lavoratori immigrati è la legalizzazione di tutti i lavoratori, vecchi e nuovi.
La scelta dell’azione diretta è una risposta alla mancanza di effettività delle
attività legaliste, e degli intrighi delle organizzazioni "latine"
controllate dal ceto medio, oltre che per il fallimento totale della confederazione
di sindacati e suoi soci nell’organizzare i lavoratori immigrati in sindacati,
o almeno nel formare organizzazioni di solidarietà.
Se vogliamo comprendere la dinamica di crescita del movimento di lavoratori
immigrati in USA e la portata della sua militanza, è necessario analizzare i
profondi cambiamenti strutturali avvenuti nelle decadi degli anni 80’ e 90 in
Messico ed America Centrale.
L'Alca, le guerre per procura e i mercati liberi
All'inizio degli anni 80’, gli Stati Uniti, attraverso la mediazione del FMI,
ed i presidente-clienti del Messico (Saline, Zedillo e Fox) promossero una
politica di "libero commercio" cui posero l'etichetta di Area di
Libero Commercio dell'America del Nord, Alca. Quella politica aprì le porte del
Messico all'ingresso in massa di prodotti agricoli statunitensi fortemente
sovvenzionati e che hanno indebolito i piccoli e medi agricoltori. Gli
investimenti stranieri su gran scala nel commercio al dettaglio, le banche e le
speculazioni finanziarie hanno prodotto la bancarotta di milioni di piccoli
imprenditori. La crescita delle zone franche industriali (le cosiddette
“maquiladoras”) hanno degradato la legislazione lavorativa e la protezione
sociale. I pagamenti del debito estero, la corruzione nel processo di
privatizzazione e la crescita degli impieghi precari hanno prodotto una
riduzione dei salari in termini assoluti, insieme a ciò si è moltiplicata il
numero di miliardari messicani.
Enormi benefici e pagamenti di interessi alle grandi compagnie del Nord sono
usciti dal paese in direzione degli Stati Uniti, accompagnando migliaia di
milioni di dollari intascati dai politici corrotti e pagati da banche
statunitensi, come il CITI Corporation.
Al flusso all'estero di benefici ed interessi, seguì presto quello dei lavoratori rurali ed urbani, spaesati ed impoveriti. Il ragionamento, rispetto al "libero mercato", era che la libera circolazione di capitale statunitense verso il Messico sarebbe stata accompagnata dalla libera circolazione di lavoratori, lavoratori messicani, verso il vicino Nord. Ma gli USA non tradussero in pratica la dottrina del "libero mercato", invece perseguirono unicamente una politica di entrata illimitata di capitali in Messico, ed una politica d’immigrazione lavorativa ristretta.
Le politiche di libero mercato crearono così un enorme esercito di riserva
formato da disoccupati e sottoccupati messicani, insieme alle restrizioni
legali alla libera immigrazione obbligavano i lavoratori ad attraversare la
frontiera senza documenti legali. L'enorme ingresso di lavoratori non era
semplicemente il risultato della ricerca, da parte dei lavoratori messicani e
centroamericani, di maggiori salari: era il risultato delle avverse condizioni
strutturali imposte dall'Alca che espelleva i lavoratori del loro posto di
lavoro. La struttura del libero mercato messicano è un "modello di
accumulazione centrato nell'Impero", e come tale struttura centrata
nell'Impero, si è trasformata in una calamita che attrasse i lavoratori alla
ricerca di impiego nell'Impero.
Il secondo elemento di importanza strutturale che provocò movimenti massicci di
lavoratori dall'America Centrale furono le guerre imperiali degli anni 80’: il
massiccio intervento militare statunitense in Nicaragua, El Salvador, Guatemala
e Honduras distrusse in tutta l'America Centrale la possibilità di realizzare
riforme sociali e stabilire economie vitali. Col suo finanziamento degli
squadroni della morte e la pratica di lotta controinsurgente di terra bruciata,
gli USA hanno espulso milioni di centroamericani dai campi e li ha obbligati ad
ammucchiarsi in miserabili cittadine ed emigrare in Messico, USA, Canada ed
Europa. Il "successo" statunitense nell'imposizione di governi
conservatori corrotti in tutta la zona eliminò ogni possibilità di
miglioramento individuale o collettivo nell’ambito delle economie nazionali. Il
tramonto di misure neoliberali dosate, produsse una maggiore disoccupazione ed
un’accentuata caduta dei servizi sociali, forzando con ciò molti lavoratori a
cercare impiego nell'Impero, precisamente da dov’era originata la loro miseria.
Un’eredità di lotta: la militanza dei lavoratori emigranti
La prima ondata di immigrati, negli anni ottanta, come epilogo dello scontro
neoliberale e del terrore militare, cercava lavoro di qualunque tipo,
nell'anonimato e perfino nelle peggiori condizioni; molti dei suoi componenti
dissimularono il loro passato militante ma non lo dimenticarono. Man mano che
l'affluenza di lavoratori immigranti aumentava, nelle principali città della
California, Texas, Arizona e Nuovo Messico si concentravano grandi quantità di
lavoratori latinoamericani. Ciò condusse alla creazione di una densa rete di
club sociali, culturali e sportivi, e di organizzazioni informali basate su
vecchi vincoli familiari, di quartiere o regionali. Fiorirono molti piccoli
commerci, aumentò il potere d'acquisto, aumentò anche l'assistenza di bambini
in scuole in cui i latinoamericani erano già la maggioranza, e già numerose
stazioni radio si dirigevano ai lavoratori immigrati nella loro lingua madre.
Presto, il sentimento di solidarietà crebbe per la semplice forza del numero,
la facilità di comunicazione, la prossimità di altri lavoratori compatrioti, ed
al di sopra di tutto dell'esperienza comune di uno sfruttamento sregolato né
moderato, nei peggiori impieghi, il tutto accompagnato da atteggiamenti
razzisti da parte d’impresari, lavoratori bianchi, poliziotti ed altre
autorità. La decisione del Congresso di aggiungere a tutto ciò nuove minacce
d’incarceramento ed espulsioni massicce, coincise con la radicalizzazione e la
crescita di reti sociali e solidali all'interno delle comunità latine. La
vecchia militanza proveniente della resistenza popolare massiccia agli
squadroni della morte in El Salvador, il gusto per la libertà e la dignità
acquisito durante il periodo sandinista in Nicaragua, i vari movimenti
contadini del Messico "uscirono" dall'armadio e trovarono nuova
espressione sociale nel movimento di massa dei lavoratori immigrati.
La convergenza di una militanza sommersa o latente con l'esigenza di diritti
lavorativi e riconoscimento legale nel nuovo contesto di
sfruttamento/repressione ha dato impulso alla solidarietà sociale di comunità
intere. Partecipano famiglie e quartieri interi, e persone di ogni età:
studenti delle scuole secondarie vicino ai lavoratori edili, giardinieri,
impiegati di officine di confezione ed impiegati domestici hanno riempito le
strade di Dallas e Los Angeles con centinaia di migliaia di manifestanti, con
gran sorpresa degli osservatori non latinoamericani, ignari dell’eredità
storica, delle potenti reti sociali e della decisione che spingeva quella gente
a mobilitarsi davanti a due opzioni: o lottare per la vita o essere espulsi ed
imprigionati