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I Sioux [popolo Lakota] si sono dichiarati indipendenti dagli Stati Uniti
 
Koldo Campos Sagaseta
04/01/2008
 
La storia dei popoli indigeni nordamericani, probabilmente, è uno dei capitoli piè vergognosi nella storia universale dell’infamia, e non solo perché si è trattato di un genocidio prolungato nei secoli. A parte gli sforzi che fanno i diretti interessati per far sentire la loro voce, e il sostegno di qualche organizzazione di solidarietà, non se ne scrive e non esistono né cifre ufficiali né memoria.
 
Grazie ad una sfacciata manipolazione di quanto è accaduto, nazioni sono state trasformate in tribù, esseri umani in selvaggi e parole in grida.
 
Gli indigeni non avevano divinità, ma spiriti da adorare, non avevano cultura ma solo abilità artigianale; ma la cosa peggiore è che non avevano un’industria cinematografica e mediatica che gli permettesse di seguire la propria indole, tanto che è successo a tutti di giocare a “cowboys e indiani” imitando John Wayne, o di suonare la tromba per la carica con incrollabile ingenuità.
 
I pellerossa sono stati condannati per sempre a dipingersi il viso e a fare piroette, assetati di sangue con strane capigliature nei pressi di carovane civilizzatrici o di treni del progresso.
 
Il progresso, ha poi destinato gli indigeni sopravvissuti al circo o al manicomio.
 
Perciò non c’è niente di strano se i Sioux Lakota, uno dei sette popoli che formano la nazione Sioux, hanno deciso, come c’informa il bollettino Democracy Now y (si può leggerlo in inglese alla pagina http://www.lakotafreedom.com), di dichiararsi indipendenti dagli Stati Uniti
 
Nel corso dei secoli, i Sioux e altri popoli alleati, come gli Arapaho e i Cheyennes, si sono difesi dal progresso imposto dagli stessi che oggi determinano la sorte del mondo. Ad ogni guerra seguiva un trattato, ad ogni trattato una violazione, ad ogni violazione una protesta, ad ogni protesta un massacro, e ad ogni massacro seguiva una guerra cui un altro trattato poneva fine, ma solo fino a quando veniva scoperto un giacimento d’oro nella riserva e il ciclo ripeteva il suo tragico epilogo.
 
Intanto Holliwood trasformava Bufalo Bill, un fenomeno da baraccone, nel paradigma del patriota “americano”.
 
Anni dopo, in un accampamento chiamato Wounded Knee, l’esercito statunitense assassinava, in nome del progresso, centinaia di Sioux, riducendo i sopravvissuti in una riserva ancora più esigua.
 
Prima che quel crimine compisse cent’anni d’impunità, Wounded Knee sarebbe tornato a fare notizia. Nel 1973, quasi un migliaio di Sioux si concentrava in quella località e denunciavano il mancato rispetto dell’ultimo trattato firmato dai loro rappresentanti e dal governo statunitense.
 
Denunciavano la corruzione, l’abbandono, le condizioni di vita infame in cui li si costringeva, le violenze, gli assassini, la disoccupazione. Appena 24 ore dopo, migliaia di agenti provenienti da tutte le sedi governative avevano accerchiato i Sioux. L’assedio è durato due mesi. Dal popolo indigeno è venuto una proposta di cessate il fuoco: “Gli USA non firmano trattati”, è stata la risposta del negoziatore. I morti si sono contati a decine.
 
Nessuna delle denunce venne considerata, e non fece scattare nessuna accusa. Il governo non adottò nessuna misura per correggere le irregolarità, le violenze e gli abusi. Non venne accusato nessuno, nessuno ha risposto per quei delitti annunciati.
 
Oggi nessuno può stupirsi se i Sioux hanno deciso di ritirarsi da ogni accordo sottoscritto con gli Stati Uniti ed abbiano proclamato la loro indipendenza. Non devono stupire neppure le parole del rappresentante Sioux: “Non siamo più cittadini degli USA, e quelli che vivono nelle aree dei cinque stati (i due Dakota, Nebraska, Montana e Wyoming) che formano il nostro paese, sono i benvenuti”. Per più di cent’anni, il governo statunitense ha fatto di tutto perché i Sioux abbandonassero la loro lingua e cultura. Venne proibita la loro lingua, le loro manifestazioni culturali, le loro cerimonie religiose. Oggi la prospettiva di vita di un Sioux, benché statunitense, è di 46 anni, quasi la metà di un afgano e inferiore di vent’anni a quella di un boliviano, la più bassa d’America.
 
Non so se prima dell’arrivo del progresso la vita dei Sioux fosse così lunga, però mi azzarderei ad assicurare che oggi non ci sono motivi per celebrarlo. Emarginazione, indigenza, alcoolismo, suicidi sono parte della condizione miserevole in cui sopravvivono i Sioux ed altri popoli indigeni nordamericani.
 
Noi Sioux abbiamo molti nomi, tante famiglie, molte tribù (..)
 
Gli altri Sioux, quelli condannati dalla storia ufficiale a continuare ad essere indigeni, devono sperare e continuare a lottare per il loro giusto diritto all’indipendenza, che li porti il più lontano possibile dai visi pallidi prima che si avveri l’augurio del capo indiano Seattle, quello espresso in una lettera ad un presidente degli USA: “Voi morirete soffocati nei vostri rifiuti”.
 
Siamo a questo punto.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org  a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare