Guerra infinita imperialista e resistenza di classe negli USA
Un incontro con Ellen e John Catalinotto sull’attuale crisi economica, sociale, politica e sulle resistenze dei lavoratori e delle masse negli Stati Uniti
Sabato 12 Aprile ore 16.00-Incontro con Ellen e John Catalinotto
presso l’Associazione culturale Armando Pizzinato - www.pizzinato.org
Via Sant’Elena, 10 – Chirignago (Venezia)
Ellen e John Catalinotto fanno parte di Workers World http://www.workers.org e della coalizione contro la guerra imperialista che fa riferimento al sito http://www.troopsoutnow.org/ e sono stati tra i fondatori dell’International Action Center e di International A.N.S.W.E.R., due organizzazioni che hanno dato grande impulso alle più importanti manifestazioni nazionali contro la guerra negli Stati Uniti. Con Sara Flounders, John Catalinotto è autore di “Hidden Agenda: US/NATO Takeover of Yugoslavia - [L’Agenda Segreta: gli Stati Uniti e la Nato alla conquista della Jugoslavia]” e di “Metal of Dishonour. Depleted Uranium: How the Pentagon Radiates Soldiers & Civilians with DU Weapons [Il metallo del disonore. L’Uranio Impoverito: Come il Pentagono contamina soldati e popolazioni civili con uso di armi al DU]”
“ We are the only force that can stop the war, We in the center of the Empire. Together with the people all around the world. – Noi siamo la sola forza che può fermare la guerra. Noi, al centro dell’Impero, uniti alla gente di tutto il mondo!”-John Catalinotto
Questa comunicazione vuole sottolineare la situazione politica e sociale e la lotta di classe all’interno degli Stati Uniti. Il nostro è il tempo della guerra imperialista e delle occupazioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. È il tempo delle minacce contro l’Iran e la Siria. È il tempo in cui Washington vuole usare la NATO come forza di polizia da imporre a tutto il mondo. È il tempo che segue la fine dell’Unione Sovietica e degli stati socialisti suoi alleati nell’Europa dell’Est. Gli Stati Uniti sono di gran lunga la potenza militare dominante nel mondo. La globalizzazione imperialista ha elevato le dimensioni della classe lavoratrice, comunque costretta a rendersi disponibile allo sfruttamento da parte del capitale finanziario capitalista. I salari di tutti i lavoratori del mondo vengono compressi verso il basso. I lavoratori nei paesi oppressi vengono pagati tanto poco che non possono vivere una vita dignitosa e formarsi una famiglia. Ora che in tutte le parti del mondo possono essere eseguiti gli stessi lavori e si possono avere le medesime produzioni, anche nei paesi imperialisti viene esercitata un’enorme pressione per tagliare i salari e le protezioni sociali dei lavoratori. E in questi ultimi mesi è divenuto evidente che l’economia USA, e probabilmente anche quella mondiale, sono entrate in recessione. Si tratta molto più di una recessione, siamo in presenza di una crisi economica del tutto simile a quella degli anni Trenta. Negli Stati Uniti, i più autorevoli economisti borghesi hanno ammesso che questa recessione si è creata in seguito alla crisi dei fondi ipotecari “sub-prime”. Per gli investitori e i capitalisti della finanza, questo significa instabilità nei mercati finanziari. Per i lavoratori, questo significa la perdita delle loro abitazioni, del loro impiego e delle loro pensioni dopo una vita di lavoro.
Pur in presenza di tutto ciò, di tanta sofferenza per le masse, vi sono anche delle buone notizie per noi anti-imperialisti. Forse sarebbe meglio definirle cattive notizie per gli imperialisti. Le eroiche resistenze dei combattenti in Iraq, Afghanistan, Palestina e Libano hanno messo in chiara luce la debolezza del Pentagono e di Israele, stato cliente pesantemente armato e foraggiato dagli Stati Uniti. La socialista Cuba si conserva forte. In tutta l’America Latina, paesi guidati dal Venezuela Bolivariano si rifiutano di prostrarsi alle politiche neo-liberiste. In Colombia e nelle Filippine, i regimi di destra devono affrontare con le armi le lotte di liberazione. Forse, noi comunisti non ci siamo ancora ripresi dalla perdita dell’Unione Sovietica. Nei primi anni Novanta del secolo scorso i filosofi borghesi avevano affermato che eravamo arrivati alla fine della storia. Ma vi sono segnali che la storia non è finita del tutto. È iniziata la lotta contro il neo-liberismo, contro l’imperialismo. In molte parti del mondo, in particolare nell’America Latina, si parla ancora di lotta per il socialismo.
La questione che vogliamo affrontare adesso è se questa lotta coinvolgerà la classe lavoratrice nei paesi imperialisti, e in modo particolare negli Stati Uniti. Naturalmente, noi ci rendiamo conto quanto sia importante considerare le lotte dei lavoratori in Giappone, in Australia e in Canada, e giustamente anche in Italia e nell’Europa Occidentale. Ma, dato che conosciamo molto meglio la situazione della lotta negli Stati Uniti, punteremo la nostra attenzione su questo specifico. Anche perché la lotta di classe all’interno degli Stati Uniti viene cancellata dai mezzi di informazione corporativi. Perfino i comunisti di altri paesi hanno spesso una visione distorta di quello che succede nel cuore dell’imperialismo mondiale. Tutti vedono i film di Hollywood e dalle televisioni USA sembra che non esista la lotta di classe. Sembra che anche la gente povera sia benestante. E sembra che molti Statunitensi votino per Bush e la pensino come lui. Solo quando capita qualcosa come l’Uragano Katrina - la distruzione di New Orleans nel 2005 – allora viene messa a nudo sotto gli occhi del mondo la realtà della vita negli Stati Uniti.
Quindi, dobbiamo tenere presente che la popolazione degli Stati Uniti si aggira sui 300 milioni di persone. Fra costoro, vi sono 47 milioni privi di assicurazione sanitaria. Esistono 35 milioni di Afro-Americani, che devono affrontare ogni giorno una buona dose di razzismo. Vi sono circa 40 milioni di Latino-Americani soggetti a discriminazioni. Sta aumentando il numero di Asiatici ed Africani immigrati. Fra questi immigrati, vi sono quasi 12 milioni di lavoratori privi di documenti legali. Questi lavoratori immigrati hanno dimostrato a milioni nella primavera del 2006 ed hanno reintrodotto negli Stati Uniti il Primo Maggio. Tantissime sono le lavoratrici, quasi il 50% della forza lavoro, che devono subire salari più bassi e forme di discriminazione. Si riscontrano particolari forme di oppressione nei confronti delle lavoratrici lesbiche e dei lavoratori gay, bi-sexual e trans. 2,2 milioni di proprietari della loro abitazione devono subire la confisca della casa per non essere riusciti a pagare ipoteche da usura. Di tutta la popolazione attiva, quasi tutti sono proletari, nel senso che non hanno nelle loro mani i mezzi di produzione. E dagli anni Settanta, i loro salari mediamente stanno diminuendo. Ora si trovano ad affrontare un precipitoso declino nei loro standard di vita. Esiste la classe. Esiste la necessità della lotta. Quello che ancora necessita è l’assunzione di consapevolezza e l’organizzazione.
Dato che noi siamo marxisti e quindi dialettici, amiamo osservare gli eventi assieme alle loro contraddizioni.
La prima parte di questa relazione tratterà della strategia e delle problematiche dell’aggressiva politica imperialista della classe al governo degli Stati Uniti, a partire dall’11 settembre 2001. Si evidenzierà come l’amministrazione Bush sia particolarmente arrogante, aggressiva e ingannevole. Inoltre, che questa politica è la politica dell’intera classe dirigente USA, e non solo della combriccola di Bush. Verrà preso in esame lo sviluppo del movimento contro la guerra a partire dal 2001 e lo stato di questo movimento al presente. Verrà posta particolare attenzione al movimento contro la guerra all’interno delle Forze Armate Statunitensi e fra i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan.
Nella seconda parte si discuterà di globalizzazione e del suo impatto sui lavoratori anche nei paesi imperialisti. E di come il suo sviluppo abbia portato ad un attacco frontale alle condizioni di vita dei lavoratori anche in questi paesi. Questo provoca uno slancio nell’inevitabile lotta dei lavoratori, perfino in un paese come gli Stati Uniti. Discuteremo dell’attuale crisi economica, che riscontra il suo centro negli USA. Prenderemo in esame lo sciopero di 3.600 lavoratori dell’industria di componenti di automobili, la “American Axle” (assali), con sede negli Stati Uniti, come fatto emblematico dell’aggressione al salario dei lavoratori e della risposta di lotta ricca di potenzialità. Ed esamineremo anche la resistenza sempre crescente alle preclusioni al diritto di riscatto e alla perdita della proprietà della casa.
La terza parte prenderà in esame le elezioni nazionali negli Stati Uniti. Normalmente, noi, che ci consideriamo comunisti rivoluzionari, poniamo scarsissima attenzione a queste elezioni. E io penso che anche in Italia, quest’anno, almeno una parte della sinistra rivoluzionaria stia scoraggiando a partecipare alle elezioni nazionali Italiane, dato che queste elezioni presentano la stessa impronta politica di quelle negli Stati Uniti. Si tratta di una scelta fra due diverse parti entrambe imperialiste. “Coca e Pepsi”. Anche quest’anno negli USA si tratta di scegliere fra due partiti imperialisti. Ma la presenza di un candidato Afro-Americano, che porta il nome di Barack Hussein Obama, e che potrebbe effettivamente diventare Presidente, contribuisce a colmare di contraddizioni queste elezioni. Allora, prenderemo in considerazione alcune di queste contraddizioni.
L’offensiva della Guerra imperialista nel XXI secolo,
di John Catalinotto
La prima grande fase dell’offensiva imperialista nel XXI secolo si è aperta dopo l'attacco dell'11 settembre 2001 contro il World Trade Center e il Pentagono.
L'attacco e l'utilizzazione da parte dell'amministrazione Bush dello choc psicologico da esso provocato sono serviti al Presidente e ai suoi colleghi per preparare la popolazione a sostenere una “guerra infinita”.
Personalmente comprendo benissimo questo stato psicologico. Io stesso lavoravo al 31º piano della prima torre del World Trade Center. Quel giorno ho fatto tardi al lavoro. Solo per questo, la paura e il trauma che ho provato sono stati ben inferiori di quanto avrebbero potuto essere.
Gli elementi più reazionari e aggressivi dell'amministrazione Bush hanno subito approfittato degli attentati, che hanno fornito loro l'occasione per dare inizio a un’offensiva militare per la conquista del mondo.Non era trascorso un mese che già Washington aveva lanciato la sua offensiva militare contro l'Afghanistan, che avrebbe provocato la distruzione del regime dei Talebani e portato alla sostituzione di questo regime con un governo fantoccio. Attualmente però non esiste un governo stabile a Kabul, esiste un’opposizione armata e in tutto il paese sono presenti gruppi militari indipendenti. E Washington sta cercando di utilizzare la NATO, anche con l’appoggio del governo Italiano, per l’occupazione dell’Afghanistan.
In seguito, la congrega Rumsfeld-Wolfowitz-Cheney ha puntato al vero obiettivo: la conquista dell'Iraq, che detiene il 10% delle riserve petrolifere mondiali. Pensavano di farlo, al meglio, con l'impiego della sola potenza militare USA, senza offrire ai loro rivali, Francia, Germania e Giappone una parte adeguata del bottino.
Desidero evidenziare 935 menzogne. Le hanno conteggiate due gruppi che negli USA tengono sotto controllo i media. [Il Centro per l’Integrità Pubblica, in collaborazione con la Fondazione per un Giornalismo Indipendente]. La banda Bush ha mentito 935 volte, fra l’11 settembre 2001 e il 19 marzo 2003, per giustificare l’invasione dell’Iraq. Bush ha mentito per 259 volte. La menzogna più grande è stata che l’Iraq era in possesso di “armi di distruzione di massa”. E che Saddam Hussein collaborava con al-Qaida. Perché è importante il numero di menzogne? Perché vi sono 935 buoni motivi per mettere sotto inchiesta i mentitori. Le 935 menzogne sono le prove che l’intera classe dirigente degli USA è responsabile di un complotto per scatenare la guerra contro l’Iraq.
I milioni che hanno marciato contro la guerra sapevano che quelle erano menzogne. Non bisognava essere degli Einstein. O dei Lenin! Bush, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz erano alla testa di una cospirazione in favore della guerra. Ma l’intera classe dirigente e le sue istituzioni erano colluse. Il Pentagono procedeva pieno di buona volontà. Il Dipartimento di Stato presentava una documentazione falsa alle Nazioni Unite. Il Congresso votava i finanziamenti. In interviste rese pubbliche nel 2004, l’ex Ministro del Tesoro ammetteva che l’amministrazione Bush aveva dato inizio alla macchinazione dell’invasione subito dopo l’11 settembre 2001.
Nessuna delle più importanti imprese mediatiche si interrogava su queste menzogne, o le contestava. Gli autorevoli New York Times e Washington Post appoggiavano la campagna di guerra. E i mezzi di comunicazione nemmeno consentivano agli oppositori della guerra di smascherare queste menzogne.
Nel gennaio e nel febbraio 2003, le mobilitazioni di massa cercarono di fermare il conflitto. Nessuno dei politici più importanti della classe dirigente e nemmeno una personalità del mondo degli affari ha partecipato a queste proteste. Nessuno dei Kennedy. Non Brzezinski. Nemmeno Soros. La larga maggioranza della classe dirigente di super-ricchi aveva voglia di profitti e di saccheggio da una rapida vittoria USA in Iraq. Il complesso militar-industriale offriva denaro per appalti e contratti. Gli strateghi erano alla ricerca del controllo Statunitense sulle fonti energetiche nel mondo. Se mettevano in evidenza qualche pericolo, immediatamente venivano tacitati.
Ma loro stavano commettendo un grosso sbaglio. Erano stati accecati dall’avidità. Cinque anni più tardi, non esiste ancora la “vittoria lampo”. Invece esiste tanta sofferenza per gli Iracheni, quella sì! Tuttavia, l’occupazione si è rivelata una disfatta per l’imperialismo USA. Hanno ripetuto lo stesso errore che Hitler ha commesso invadendo l’Unione Sovietica nel 1940. E che Washington ha già commesso inviando il suo esercito in Vietnam nel 1967. I dirigenti degli Stati Uniti hanno sottovalutato la volontà degli Iracheni, pronti al sacrificio e a combattere piuttosto che a sottomettersi.
A fronte di questo gigantesco flop militare, ora alcuni settori della classe dirigente degli USA stanno cominciando a vedere la guerra come un disastro per gli interessi imperialisti Statunitensi. Questo, in nessun modo, potrebbe sminuire le responsabilità della classe al potere rispetto alla guerra e all’occupazione. La guerra non era l’errore di una qualche setta segreta di pensatori o di qualche diabolico gruppo di interesse, ma derivava dall’impulso del paese imperialista più potente ad arraffare tutto.
Malgrado la posizione indebolita del Pentagono, l’amministrazione Bush continua ad alimentare il pericolo di una nuova guerra contro l’Iran.Inoltre, minaccia la Russia e, più a lungo termine, la Cina. Questo è sotto agli occhi di tutti, dalla secessione del Kosovo al tentativo di portare nella sfera della NATO la Georgia e l’Ucraina. L’attacco maggiore dei paesi imperialisti è rivolto alla riconquista del “Sud” e delle ex Repubbliche della ex Unione Sovietica.
Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno creato sconcerto nel movimento progressista degli Stati Uniti. Un movimento nuovo, giovane, stava allora crescendo in tutto il mondo contro i peggiori aspetti della globalizzazione capitalistica. Era sceso in lotta nelle strade, da Seattle a Genova.
Prima degli attacchi, noi dell’International Action Center avevamo progettato una dimostrazione per il 29 settembre 2001, a Washington, davanti alla Casa Bianca. La manifestazione rientrava in una serie di dimostrazioni contro la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Immediatamente, noi tutti ci rendemmo conto che gli avvenimenti dell’11 settembre avrebbero scatenato una nuova guerra. Assieme ad una decina di altre più piccole organizzazioni o gruppi che si adoperavano su questioni come la solidarietà con Cuba o con la Corea, decidemmo di mutare gli obiettivi della manifestazione del 29 settembre in una dimostrazione contro la prossima guerra. Questi gruppi formarono quella che in seguito venne definita come coalizione A.N.S.W.E.R. (Act Now to Stop War and End Racism – Agisci Ora per Fermare la Guerra e Porre Fine al Razzismo).
Molti ci consigliavano che non avremmo dovuto dimostrare. Ma noi ritenemmo che non si poteva solo parlare ed analizzare. Noi sentivamo che si doveva lottare all’aperto per dare coraggio a coloro che si opponevano alla guerra, ma che erano intimoriti dall’ondata di ritorno di sentimenti sciovinisti e di patriottismo che sommergeva il paese. La gente sventolava bandiere USA da ogni parte. Ma le persone erano aperte alla discussione. Vi era un altro aspetto oltre la paura. Fra una non piccola minoranza di popolazione il terrore faceva sorgere una profonda questione: “Cosa avevano fatto gli Stati Uniti al mondo per avere potuto provocare una tale aggressione?”. Questo risvegliava un forte sentimento pacifista, specialmente fra i giovani.
È stato un buon primo passo che quel giorno 20.000 persone si siano riunite sia a Washington che a San Francisco per protestare contro la guerra. Vi erano tantissimi giovani. Questo è stato l’inizio di un periodo di circa due anni, quando una piccola organizzazione anti-imperialista si metteva alla testa di un movimento di massa contro la guerra all’interno degli Stati Uniti.
Questa situazione sottolineava tre condizioni: (1) che il regime era determinato a fare la guerra e persuadeva il resto della borghesia (2) che i gruppi pacifisti socialdemocratici e borghesi erano paralizzati dal terrore di venire isolati dalle forze borghesi (come l’ala sinistra del Partito Democratico) e (3) che malgrado l’ondata di patriottismo esisteva una opposizione di massa alla guerra.
Questa situazione si protraeva per oltre un anno dopo l’11 settembre 2001. Allora vi era un largo e crescente movimento contro la guerra, costituito da tanta gente con ideali pacifisti borghesi. Eppure quelli che organizzavano le manifestazioni erano comunisti con ideali rivoluzionari. ANSWER organizzava le dimostrazioni che vedevano la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. ANSWER è stata alla testa del movimento fino alle dimostrazioni di massa del 15 febbraio 2003, e ne ha condiviso la direzione per un altro anno o due, in competizione con altre forze pacifiste e socialdemocratiche, raggruppate soprattutto in “United for Peace and Justice – Uniti per la Pace e la Giustizia”. È importante sottolineare che, mentre centinaia di migliaia di persone partecipavano a queste manifestazioni di protesta, costoro non condividevano la politica degli organizzatori. Semplicemente, la tolleravano! Forse qualcuno si rendeva convinto. Ma i più speravano che in qualche modo la loro presenza ostacolasse Bush dallo scatenare la guerra.
Devo puntualizzare tutto questo per coloro che hanno avuto familiarità con il movimento dal 1968-1972, quando vi erano decine di migliaia di persone, anche all’interno degli Stati Uniti, che si identificavano come anti-imperialisti.
Dall’inizio della guerra, le dimostrazioni divennero gradualmente sempre meno partecipate. L’ultima importante manifestazione avvenne nel settembre 2005, quando 300.000 persone hanno manifestato a Washington per ritirare le truppe dall’Iraq. I manifestanti portavano cartelloni, costruiti personalmente, con slogan di questa natura: “Fuck Bush – Bush Fottiti” “Bush e Cheney sono criminali di guerra” e - forse il più importante – veniva presentato da una donna afro-americana: “No Iraqis ever left me on a roof to die – Mai gli Iracheni mi hanno lasciato su un tetto a morire”.[N.d.tr.: Forse si riferiva alle condizioni di tanta gente abbandonata sui tetti di New Orleans allagata dopo il passaggio dell’uragano Katrina]
È interessante che il 70% della popolazione negli Stati Uniti sia contro la guerra. Solo il 30% appoggia il Presidente Bush. Ma il movimento contro la guerra non si è sviluppato nelle strade. Noi abbiamo bisogno di tenere presenti queste contraddizioni. Molti di noi pensano che la maggior parte della gente proprio non crede alla lunga di poter cambiare le azioni di Bush e della sua congrega semplicemente testimoniando una protesta e marciando per le strade. Allora, questi hanno votato nel 2006 per i Democratici al Congresso, sperando che così la guerra si sarebbe fermata. Così non è stato. Adesso guardano alle elezioni presidenziali. Sperano che un nuovo Presidente --Hillary Clinton o Barack Obama – indichi la via di uscita.
Durante la guerra degli USA contro il Vietnam, un largo settore dei giovani era altamente coinvolto dal punto di vista personale nella lotta contro la guerra. Tanti giovani potevano essere chiamati sotto l’esercito. Potevano essere costretti a partecipare ai combattimenti. Questo ora non è più vero. Negli Stati Uniti, il servizio militare ora è volontario. Questo significa, in generale, che sono i figli dei lavoratori ad andare sotto le armi. E non lo fanno per patriottismo. Più verosimilmente, questi giovani si arruolano per trovare un posto, quando dovrebbero essere addestrati ad un lavoro decente, o per avere così delle facilitazioni per iscriversi ad una Università.
Ora, la guerra in Iraq ha reso questa scelta professionale molto meno attraente. È diventato sempre più difficile per l’esercito reclutare truppe bastanti. Quindi, personale dell’esercito, che già c’è stato, viene rimandato ripetutamente in Iraq. Perciò, non dovrebbe sorprendere che un’area di movimento che ha assunto una posizione più radicale sia stata quella degli stessi soldati e marines. Tecnicamente è vero che molti entrano nelle forze armate per i soldi o per le possibilità di istruzione e formazione. Ma ciò non modifica la composizione di classe dell'esercito. La struttura di classe dell'esercito è un microcosmo della struttura della società. I dirigenti più importanti, come i membri dei consigli di amministrazione delle grandi imprese, corrispondono ai generali. La casta degli ufficiali è il corrispettivo delle direzioni di impresa. I sottufficiali corrispondono ai capireparto e i soldati semplici sono gli operai. Anche se la cosa non è sempre evidente, gli interessi di classe dei soldati semplici sono diametralmente opposti a quelli degli ufficiali. I super ricchi mandano in guerra i ceti operai e per comandare la truppa si servono degli elementi dei ceti più benestanti. Anche le mogli e le famiglie dei soldati provengono dai ceti operai e non vedono quali vantaggi potrebbero trarre dall'occupazione di un altro paese.
Durante la guerra contro il Vietnam, io ho organizzato le truppe Statunitensi contro la guerra e il razzismo e contro i loro ufficiali. So che nello stesso periodo anche dei rivoluzionari Italiani hanno cercato di creare organizzazione all’interno dell’esercito. “Lotta Continua” aveva un gruppo denominato “Proletari in Divisa”. Una volta, ho incontrato alcuni attivisti Italiani ad una conferenza ad Utrecht, in Olanda, nel 1974, che stavano portando avanti quel tipo di lavoro. Questa nostra attività riscuoteva in quel periodo grande consenso. I soldati si rifiutavano di combattere, a volte in gruppi numerosi. Molti erano così esasperati che ammazzavano i loro ufficiali. Questo veniva definito “fragging”, voleva dire uccidere un ufficiale con una granata a frammentazione.
Oggi chi esercita principalmente il lavoro di organizzazione all’interno dell’esercito è un gruppo definito come Iraq Veterans Against the War (IVAW) – Veterani dall’Iraq Contro la Guerra .
Dal 13 al 16 marzo di quest’anno, centinaia di veterani dell’esercito impegnato dall’amministrazione Bush nella cosiddetta “guerra contro il terrorismo” hanno partecipato alle udienze del “Winter Soldier 2008” tenutesi a Washington, D.C, al National Labor College, membro della confederazione del lavoro AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organization – Federazione Americana del Lavoro e Associazione delle Organizzazioni Industriali – Sindacati USA). Questo avvenimento, della durata di quattro giorni, organizzato dall’IVAW, è stata la più importante manifestazione contro la guerra fra le centinaia che si sono tenute in tutto il paese durante la settimana per caratterizzare il quinto anniversario dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.
Molti dei veterani avevano partecipato alle occupazioni dell’Iraq e/o Afghanistan e molti erano stati impiegati per più di un periodo di tempo, quasi sempre superiore ai 15 mesi. Molti di loro sono ancora in servizio attivo. I veterani hanno descritto i pestaggi sistematici, gli imprigionamenti, le torture, le umiliazioni e le uccisioni di civili da parte delle forze degli USA. Ed hanno anche spiegato che tutto questo non era opera di pochi individui sconvolti, ma faceva parte delle operazioni standard dell’esercito, specialmente quando era più evidente l’opposizione della gente Irachena all’occupazione del loro paese.
Molti soffrivano di ricordi traumatici e per il rimorso di avere partecipato a quelle azioni. Le udienze venivano condotte secondo modalità di tavole rotonde di testimoni oculari.
Jason Wayne Lemieux, un Marine, aveva prestato servizio in Iraq per tre turni. Ha spiegato come le regole di ingaggio venivano cambiate ogni volta, ad incoraggiare sempre di più il massacro di civili. Nel suo secondo turno, se una persona “stava portando con sé una paletta da segnalazione, od era fermo su un tetto parlando ad un cellulare, o stava in giro dopo il coprifuoco, allora doveva essere ucciso…Al mio terzo servizio, ci hanno detto di ammazzare la gente senza tante storie e gli ufficiali avrebbero pensato loro a noi.”
L’IVAW ha organizzato sezioni in basi militari operative, come nel caso di Fort Drum, a New York, e Fort Hood, in Texas. Dal 13 al 18 di aprile 2008, si sta organizzando un incontro a Fort Bragg nella Carolina del Nord, con lo scopo di provare ad aprire anche in questa sede una sezione.
[Il periodico “Foreign Policy – Politica Estera” e il “Center for a New American Security – Centro per un Nuovo Servizio di Sicurezza Americano” hanno sottoposto ad inchiesta più di 3.400 ufficiali in servizio attivo e in pensione, appartenenti ai più alti livelli di comando, intorno alla situazione dell’esercito degli USA. “Questi ufficiali vedono un apparato militare stressato severamente, fino ai limiti di rottura, a causa delle oppressive esigenze belliche. Il 60% afferma che l’esercito USA è più debole oggi rispetto a cinque anni fa. Interrogati sulle cause, più della metà fanno riferimento alle guerre in Iraq ed Afghanistan, e al ritmo del dispiegamento di truppe che questi conflitti esigono.”]
Per discutere sui cambiamenti nell’economia mondiale e sull’attuale crisi economica negli Stati Uniti sarebbero necessari probabilmente molto più di due volumi. Comunque, in questa breve presentazione, vado a considerare due libri. Il primo è stato scritto dal compagno Fred Goldstein, che è uno dei dirigenti del nostro partito. Il libro tratta dei cambiamenti introdotti dalla globalizzazione imperialista e di come questi cambiamenti possono provocare, di come sono destinati a provocare, una lotta rivoluzionaria delle classi lavoratrici, anche nei centri nevralgici dell’imperialismo, con particolare attenzione agli Stati Uniti. Questo è un libro importante che i Marxisti rivoluzionari avranno bisogno di leggere. Attualmente (2 aprile), il testo non è ancora alle stampe e al momento sarà disponibile solo in inglese. Il secondo è un libro disponibile in italiano scritto dalla compagna Francesca Coin, che tratta in modo esauriente alcuni degli stessi argomenti. L’autrice indica come la globalizzazione imperialista abbia portato alla miseria i lavoratori del cosiddetto “Sud”, costituito dalle ex colonie dell’imperialismo. Inoltre, la Coin analizza l’influenza della globalizzazione sui lavoratori Italiani attraverso le risposte di un ristretto numero di lavoratori esposti alla crescente alienazione della produzione capitalistica.
Prima di ragionare più diffusamente sul libro di Goldstein, esamineremo uno sciopero ancora in atto (al 2 aprile) vicino a Detroit, Michigan e vicino a Buffalo, New York. Circa 3.600 lavoratori di cinque fabbriche della “American Axle” in Michigan e New York sono scesi in sciopero dal 26 febbraio. Le industrie dell’American Axle producono componenti di automobili. Quasi l’80% della produzione è per conto della General Motors. Questa impresa esige di dimezzare i salari dei lavoratori. Inoltre, pretende di eliminare le pensioni ed eliminare o ridurre le prestazioni di sicurezza sociale per i lavoratori, come l’assicurazione sanitaria e le ferie. Nel 2007, l’American Axel ha realizzato profitti per 37 milioni di dollari, quindi 10.000 dollari per ogni lavoratore impiegato. Il boss dell’impresa, il Presidente Dick Dauch, nell’ultimo anno ha guadagnato 10,2 milioni di dollari. I lavoratori attualmente prendono in media sui 45.000-50.000 dollari al lordo delle tasse, che corrisponde al salario medio per i lavoratori Statunitensi. Ma se la compagnia prevarrà sugli scioperanti, lo stipendio diverrà di soli 25.000-30.000 dollari.
Dato che “American Axel” fa componenti per trazione (assali e trasmissioni), anche la General Motors (GM) non può funzionare senza la produzione dell’“Axel”. Un totale di trenta fabbriche GM, compreso un impianto per trasmissioni nell’Ohio che ha chiuso il 31 marzo, hanno visto bloccata, completamente o parzialmente, la produzione. Complessivamente, in tutta la GM più di 40.000 lavoratori attualmente sono stati messi in sosta. Nell’edizione del 27 marzo della “Detroit Free Press – Stampa Libera di Detroit”, Dauch affermava: “Abbiamo la flessibilità di esternalizzare la nostra produzione in altre parti del mondo, ed abbiamo il diritto di farlo…Se non possiamo concorrere per nuove commissioni negli Stati Uniti, non ci sarà lavoro per le fabbriche “madri”” Questo sciopero è una battaglia estesa alla classe, nella quale tutti i lavoratori e coloro che li sostengono mettono tutta la loro posta in gioco.
Ma questo non è l’unico motivo per cui ne stiamo discutendo qui. Si tratta di uno sciopero ideale per illustrare bene i cambiamenti che sono avvenuti nell’economia globale. E per mostrare come questi cambiamenti trasformino anche uno sciopero di modeste proporzioni in uno strumento estremamente potente. Per mettere in evidenza il potenziale di lotta nel cuore dell’imperialismo. Ed anche per dare indicazioni sulla sfida che i lavoratori Statunitensi devono affrontare in uno sviluppo di solidarietà internazionale. Ci sia concesso prendere in esame i cambiamenti generale che sono avvenuti.
Questi cambiamenti hanno avuto origine nel 1980, ma hanno subito una accelerazione dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e degli stati socialisti dell’Europa dell’Est. Prima di questo terremoto, la Cina, a vantaggio del suo sviluppo industriale, aveva già consentito al sistema capitalistico di produzione di crescere e di corrodere le istituzioni del socialismo. L’India, il secondo paese più popolato al mondo, nel 1991 si è spostata da un capitalismo relativamente controllato dallo stato ad una politica economica di apertura al Fondo Monetario Internazionale e al capitale finanziario straniero, orientandosi verso una integrazione economica con l’imperialismo mondiale. Senza il sostegno materiale dei paesi del campo socialista, gli altri paesi oppressi nel mondo hanno perso ogni possibilità di controbilanciare l’influenza dell’imperialismo e sono diventati facile preda della penetrazione neo-liberista.
La conseguenza è stata che una popolazione di circa tre miliardi di persone si è aperta rapidamente al saccheggio e al super-sfruttamento in meno di due decenni. Di questi tre miliardi di persone, alcuni specialisti della borghesia valutano che forse un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori ha fatto il suo ingresso nella forza lavoro globale, come un esercito di riserva destinato ad essere sfruttato dal capitale finanziario degli USA, dell’Europa e del Giappone.
La crescita delle dimensioni della classe lavoratrice si è sviluppata con un balzo in avanti insieme ad un contemporaneo sviluppo delle forze produttive e ad una nuova fase espansiva dell’economia imperialista – alla qualcosa si fa benevolmente riferimento con il termine di “globalizzazione”.
Perché questo è tanto importante per la classe lavoratrice? La conseguenza più importante di questi sviluppi è la trasformazione nella divisione economica internazionale del lavoro. I progressi nei campi dell’informatica, delle comunicazioni e dei trasporti, nella tecnologia Internet e nello sviluppo dei componenti della programmazione hanno innescato la dissoluzione della vecchia, rigida, divisione del lavoro tra paesi oppressi e paesi oppressori. Le industrie per la produzione e i servizi sono stati concentrati strategicamente nei paesi imperialisti.
Nei paesi sfruttati, gli operai e i contadini hanno lavorato nei porti, nelle miniere, nelle piantagioni e nei latifondi producendo per le esportazioni, o sono stati impiegati per la costruzione di strade, linee ferroviarie e per mantenere in efficienza le infrastrutture. Solamente nel 2004, il 31% della produzione commerciale mondiale proveniva dai cosiddetti paesi in via di sviluppo, vale a dire dalle ex colonie. In questi paesi i salari sono ben più bassi rispetto a quelli dei paesi imperialisti, pur presentando potenzialità tecniche e tecnologiche in continua crescita. Mentre questi paesi sono stati sfruttati come esportatori di prodotti agricoli e di risorse naturali, nel 2004 il 70% delle loro esportazioni è stato di prodotti industriali.
Visti i progressi nell’uso della tecnologia Internet, ci si attende che l’industria dei servizi presenti ancor più cambiamenti relativamente a quella della produzione Negli Stati Uniti, forse dai 30 ai 40 milioni di posti di lavoro nei servizi sono oggetto di decentralizzazione all’estero. Questa è una nuova questione nella storia dell’imperialismo. Gli architetti economici del capitale finanziario mondiale stanno costringendo i lavoratori dei paesi ricchi, privilegiati ad una diretta competizione salariale con i lavoratori dei paesi a basso salario. Quando Lenin scriveva la sua profonda analisi “Imperialism the Highest Stage of Capitalism – Imperialismo, fase suprema del Capitalismo” , egli sottolineava come l’esportazione di capitali da parte dei monopolisti fosse centrale per la fase imperialista. Questa esportazione di capitali procurava enormi super-profitti. Di conseguenza, queste ricchezze formavano le basi materiali per la corruzione dei dirigenti della forza lavoro e per un settore significativo di classe lavoratrice a più alti salari. Questa corruzione aveva come risultato lo sviluppo di una aristocrazia di lavoratori social-patriottici che procurava un sostegno sociale per le classi dominanti. Per Lenin, questo sviluppo forniva la spiegazione del collasso della Seconda Internazionale allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Questa spiegazione rimane ancora valida. Il super-sfruttamento del mondo sottosviluppato costituisce ancora la base del relativo privilegio degli strati superiori della classe lavoratrice nei paesi imperialisti. Ma l’analisi di Lenin può essere estesa alla luce degli attuali sviluppi. A fianco della tendenza a creare privilegi, ora l’esportazione di capitali sta provocando anche un effetto contrario. Nella fase attuale, l’esportazione di capitali sta creando nei paesi oppressi una crescita di larghe dimensioni della classe lavoratrice internazionale super-sfruttata. Questo proletariato in rapido aumento viene organizzato mediante la penetrazione crescente della produzione capitalistica. E quindi, l’esportazione di capitali verso paesi a bassi salari e ad alta disoccupazione sta collocando le fondamenta dell’instabilità e del rivolgimento sociale all’interno dei paesi imperialisti, in particolar modo all’interno degli Stati Uniti.
Ora, tornando allo sciopero alla “American Axle”, cosa possiamo riscontrare? (1) Il boss minaccia di spostare all’estero la produzione. Lui e gli altri dirigenti non hanno alcuna voglia di pagare i salari e di fornire le sicurezze sociali che i Sindacati Uniti dei Lavoratori dell’Auto hanno conquistato 30-50 anni fa. Specialmente, se hanno la possibilità di pagare molto meno i lavoratori in altri paesi o in aree degli Stati Uniti non sindacalizzate. (2) A causa dell’organizzazione della produzione “just in time” (che viene dalla Toyota) [N.d.tr.:questo modo di produzione è relativo ad un sistema di produzione industriale con rifornimento immediato di pezzi all’unità di montaggio, senza creazione di grosse scorte di magazzino], uno sciopero in poche fabbriche chiave può bloccare la produzione in un ambito molto più esteso. Ecco allora, che lo sciopero di 3.600 lavoratori ne ha bloccato il lavoro di 40.000.
Quello della “American Axle” è un esempio particolarmente lampante, che si adatta bene come modello generale. Negli Stati Uniti, i salari sono diminuiti costantemente a partire dal 1973. Mentre il reddito per famiglia è rimasto quasi uguale, ora dipende da due salariati invece di uno, con le donne che guadagnano salari più bassi. Mentre i salari sono ristagnanti, viene intensificata la giornata lavorativa. Il lavoro in fabbrica è organizzato in modo tale da non esserci quasi pausa nella produzione effettiva.
Il testo di Francesca Coin, Il produttore consumato, descrive nei dettagli questo sviluppo. Spesso, il lavoro di ufficio si prolunga fino a sera, con molti lavoratori costretti a riservare al lavoro settimanale 50-60 ore, il che significa andare oltre alle 20 ore di lavoro non retribuito in occupazioni non sindacalizzate.
La lotta mondiale fra i sistemi sociali contrapposti del capitalismo e del socialismo aveva agito come una costrizione sulle classi dominanti negli USA e nell’Europa Occidentale nel trattamento dei loro lavoratori e sottoposti, finché l’Unione Sovietica e i paesi socialisti avevano imposto al mondo lo standard per i diritti della classe lavoratrice, in particolare il diritto all’occupazione. Il crollo dell’Unione Sovietica sollevava i padroni da ogni pressione atta a soddisfare i principi di sicurezza del lavoro, di salario decente, di ferie, di assicurazione sanitaria, di pensioni, ecc.
Oggi, i salari e le tutele dei lavoratori sono sotto attacco, come mai lo sono stati prima negli Stati Uniti. Le pensioni e le assicurazioni sanitarie sono state eliminate. I sindacati vengono presi a randellate per fare concessioni sotto la minaccia del trasferimento all’estero, su larga scala, delle attività produttive. Ogni settore dell’economia, dall’industria al settore dei servizi, perfino quello della progettazione è sotto attacco.
I monopoli giganteschi, nella loro generale espansione, cercano febbrilmente di alzare il livello della competizione salariale fra i lavoratori a salario più alto nei paesi imperialisti e la classe lavoratrice in aumento nei paesi a salario più basso, così come fra i lavoratori a differenti livelli stipendiali negli stessi paesi a reddito basso. Così facendo, stanno gradualmente ma anche inesorabilmente minando le fondamenta su cui si regge la stabilità del capitalismo. Questa instabilità è stata acuita dall’attuale crisi economica. La flessione economica assume due forme: la minaccia di un crollo finanziario provocato da una sovraestensione del credito e dal collasso del mercato immobiliare; e un rallentamento della produzione dovuto all’espansione delle forze produttive, vale a dire, la classica crisi di sovrapproduzione.
È difficile prevedere attualmente se questo provocherà una generale depressione della stessa natura di quella del 1930. Comunque, stanno già aumentando le difficoltà per la classe lavoratrice, con la perdita dell’occupazione, della casa, delle pensioni e delle coperture dell’assistenza sanitaria. Sono in aumento i senzatetto, i disoccupati e coloro che hanno fame, come dimostrato dalla richiesta in aumento di tessere alimentari, una prestazione di sicurezza sociale che viene offerta solo a coloro che sono più disperatamente poveri. Facendo arretrare tutte le conquiste sociali ed economiche ottenute con le lotte per generazioni, i capitalisti stanno erodendo le basi oggettive del sostegno per la classi lavoratrici nello sfruttamento capitalista. E dove le basi oggettive sono minate, certamente fanno seguito le soggettività. Questo è materialismo; questo è Marxismo: l’esistente determina la consapevolezza. Negli Stati Uniti, l’attuale dirigenza al vertice del movimento sindacale, che può essere definita burocrazia sindacale, ha già dichiarato fallimento. Costoro sembrano incapaci di allargare la lotta al di là di vecchi tatticismi di scioperi limitati a singole imprese, senza la mobilitazione dell’intera classe lavoratrice, e della dipendenza dal Partito Democratico per alleggerire la repressione statuale dei sindacati. Tuttavia, le condizioni deteriorate della classe lavoratrice renderanno assolutamente necessaria per i lavoratori la sostituzione della vecchia dirigenza sindacale.
Accanto a questo indebolimento, sono presenti alcuni segnali di risveglio delle lotte. Per protestare contro una proposta di legge reazionaria sull’immigrazione, per tutta la primavera del 2006 si è radicato un potente movimento di immigrati. Questo ha raggiunto il culmine con lo sciopero/boicottaggio del Primo Maggio 2006, portando milioni di immigrati a scendere nelle strade delle città e delle metropoli, grandi o piccole, da costa a costa. I più importanti porti del paese, da Los Angeles a Long Beach, California, hanno dovuto quasi completamente cessare le attività. Le catene per il trattamento delle carni nel Midwest e nel Sud hanno dovuto chiudere. Hanno chiuso le imprese o hanno dovuto ridurre il personale. La frequenza scolastica si è ridotta, dato che gli studenti sono scesi nelle strade. Una marea di lavoratori immigrati, con alla testa i Latino-americani, che vedeva la presenza di lavoratori immigrati provenienti dall’Asia, Africa, e dal Medio Oriente, si è riversata per le strade di Los Angeles, San Diego, Sacramento, San Francisco, Seattle, Denver, Houston, Kansas City, Milwaukee, Chicago, New York, Atlanta, Orlando, Tampa, Miami, e di molte altre città. Questa è stata la più grande azione politica di massa da parte dei lavoratori negli Stati Uniti nella storia recente.
Si è trattato di una combinazione scioperi/boicottaggi/manifestazioni, quindi non solo di una protesta contro gli attacchi provenienti dal Congresso e dalle destre contro i lavoratori irregolari, ma anche della richiesta di una estensione dei diritti e della fine della repressione. Le manifestazioni avevano avuto origine a Los Angeles per opera di organizzazioni popolari ed erano state indette per il Primo Maggio, Giornata Internazionale del Lavoro, visto che milioni di lavoratori regolari ed irregolari provengono da paesi dove la tradizione del Primo Maggio è radicata e la coscienza di classe è alta.
Attualmente, negli Stati Uniti, i lavoratori immigrati, quelli privi di documentazione regolare, giocano un ruolo decisivo, inseriti nelle seguenti attività: ristoranti, alberghi, edilizia, lavorazione delle carni, agricoltura, servizi domestici e di cura dei bambini. La grande partecipazione al Primo Maggio 2006, e la più ridotta, ma ancora impressionante, del 2007, hanno dimostrato che la campagna messa in atto dal padronato per estendere la competizione salariale, negli USA e nel resto del mondo, ha iniziato a produrre un effetto contrario sulle classi dirigenti. Ha apportato rinnovate energie, in primo luogo al settore costituito da immigrati del movimento dei lavoratori, e questa energia è destinata a diffondersi a tutti i settori dei lavoratori nel momento dell’acuirsi della crisi.
Quest’anno, per la sinistra, è più importante che mai, anche per la sinistra rivoluzionaria, porre la propria attenzione su queste elezioni capitalistiche ed inoltre cercare modalità di intervento. Dove sta la differenza? Nelle normali elezioni Presidenziali Statunitensi, la competizione si svolge fra due uomini bianchi, più o meno conservatori. Questi sono sempre politici capitalisti o filo-capitalismo. Nelle prime elezioni, tra i candidati vi sono stati proprietari di schiavi. Più di recente, i candidati hanno trasudato la più estrema insensibilità, se non la condivisione più completa, nei confronti del razzismo, dell’omofobia e del sessismo. E costoro hanno concorso e sono stati eletti Presidenti nello spazio di più di 200 anni di storia capitalista degli Stati Uniti.
Ora i candidati nelle posizioni di testa per il Partito che sta attirando più elettori e più denaro sono una donna e un Nero Americano. Possiamo vedere che un Afro-Americano, con un nome come Barack Hussein Obama risulta vincitore nelle elezioni primarie in stati che presentano una percentuale di votanti bianchi del 95%. Prima di analizzare questo dal punto di vista politico, dobbiamo dire, maledizione!, che si tratta di un buon segnale. Non possiamo ignorare il significato importante di moltissime persone bianche che votano per un candidato Nero, fatto senza precedenti negli Stati Uniti.
Nulla di tutto ciò muta le verità fondamentali intorno alle elezioni USA. La competizione presidenziale rimane fermamente nelle mani delle classi al potere e dei loro uomini politici presenti nei due grandi partiti capitalisti, i Repubblicani e i Democratici. Chi vince è strettamente correlato alla quantità di denaro raccolto dai candidati, che lo (o la) mette in condizioni di essere in obbligo nei confronti dei donatori delle classi dominanti. Hillary Rodham Clinton ed Obama sono stati i maggiori raccoglitori di fondi, procurandosi denaro ancor più dei candidati Repubblicani, che di solito sono quelli che ramazzano di più.
I tre concorrenti rimasti, il Repubblicano è il Senatore militarista John McCain, sono stati fermi difensori degli interessi imperialisti USA e le loro carriere politiche sono state sostenute dal grande capitale. E lo sono tuttora, e ci si può aspettare che le cose resteranno così.
Nelle recenti primarie, Obama ha fatto incursioni nell’elettorato dei lavoratori bianchi, in aggiunta all’appoggio schiacciante che ha ottenuto dalle masse Nere, cambiando così la situazione. Anche quelli di noi che detestano in modo assoluto il Partito Democratico, considerandolo una trappola della borghesia, e noi fra costoro dobbiamo valutare positivamente il momento storico: la possibilità che il candidato proposto dai Democratici sia una persona Nera e la possibilità che una persona Nera diventi Presidente. Dobbiamo essere consapevoli di questa contraddizione e ad adattarci a questo.
Sia Clinton che Obama sono favorevoli a continuare l’occupazione dell’Afghanistan. Entrambi appoggiano Israele al 110%, anche quando l’esercito di Israele ammazza bambini Palestinesi.
Il principale consigliere della Clinton per la politica estera è Madeleine Albright, sostenitrice della guerra contro la Jugoslavia. Di Obama, il consigliere è il fautore della guerra fredda Zbigniew Brzezinski.
Ma George Bush si è alienato il mondo. Ha portato il paese in conflitto con tutti, con i Latino-Americani, con gli Arabi, con i Musulmani. Molte persone stanno votando per Obama come un modo per cercare di dire al mondo che noi negli Stati Uniti non odiamo nessuno. Se considerano Obama come un agente del cambiamento, questo è più per l’immagine da lui emanata che per il suo programma.
La prima cosa che noi comunisti dobbiamo fare è assicurare che noi non stiamo facendo nulla per ingannare la classe lavoratrice. Noi non possiamo dire: “Votate per Obama e le cose andranno meglio!”. Ma noi dobbiamo anche capire perché tanta gente, tanta gente di colore, ma non solo, possa essere esaltata per la candidatura di Osama e andarne orgogliosa. Alle sue manifestazioni accorrono a migliaia. E così, tanti giovani muovono i loro primi passi politici.
Negli Stati Uniti non esiste una cultura chiara dell’idea di “sostegno critico”. Per esempio, in Francia, quando Chirac era in ballottaggio per l’elezione con il razzista Le Pen, i progressisti dichiaravano: “Votate per il ladro, per il truffaldino, non per il fascista!” Quella non era una felice situazione per la classe lavoratrice Francese, ma per lo meno risultava chiaro che un voto per Chirac non significava appoggio al suo programma. Negli Stati Uniti, per la sinistra la tradizione è quella di sostenere sempre uno dei candidati del capitalismo, di solito il Democratico. Sfortunatamente, questo cancella le posizioni politicamente indipendenti dei comunisti.
Noi prevediamo che per tentare di sconfiggere Obama, supponiamo che venga nominato dai Democratici, i Repubblicani scateneranno un’ondata di razzismo. Se la Clinton dovesse conquistare la nomina, ci sarebbe un’ondata di misoginia. Già tormentano Obama per il suo nome di tipo Islamico. Anche i Clinton cercano di avvantaggiarsi per questo, ma più sottilmente. Ma se noi uscissimo col dire: “Oh, Obama è un capitalista. Non è altro che un tirapiedi!”, questo potrebbe essere frainteso, come se noi fossimo contigui agli attacchi di stampo razzista.
Siamo riusciti a capire dove la gente è pervenuta, quindi troviamo i modi per ribadire: “Sì, comprendo il vostro entusiasmo, ma…Permettetemi di discutere di questo, visto che esiste qualche problema. Dato che forse Obama non potrà fare tutto quello che voi sperate si accinga a fare, questa può essere una ragione perché ci si organizzi ad ampio livello in modo indipendente, qualsiasi cosa avvenga con Obama.”
È di vitale importanza per noi avere qualche sorta di punto di riferimento di lotta, indipendente dai candidati, da cui possiamo intervenire. Tanta parte della gente di colore, di Latino-Americani, di giovani bianchi e forse anche di lavoratori sono entrati per la prima volta nella vita politica per appoggiare Obama. Clinton e McCain possono parlare a centinaia di persone, qualche volta a migliaia. Obama parla a 20.000 persone.
Costoro possono chiedere ad Obama: “Cosa hai intenzione di fare?” per contrastare gli attacchi razzisti. E molti di questi possono avere voglia di lottare. Chi sarà là per dare loro consigli e aiutarli ad organizzarsi? Probabilmente la campagna di Obama non è congegnata per organizzare questo lavoro. Non voglio esagerare nell’affermare che noi, un piccolo partito rivoluzionario, saremmo in grado di farlo.
Comunque, noi stiamo organizzando un’azione indipendente per il Primo Maggio, una grande manifestazione di lavoratori, insieme agli immigrati. Vi saranno anche dimostrazioni sia alla Convention Nazionale Democratica che a quella Repubblicana, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Questo ci fornirà l’opportunità di interporre un programma della classe lavoratrice all’interno delle elezioni. Inoltre, stiamo dando il nostro contributo nell’organizzare proteste con lo scopo di bloccare le preclusioni del diritto di riscatto della casa dovute al non pagamento delle ipoteche, e di fermare gli sfratti delle persone che sono in affitto della loro abitazione. Dovremo renderci conto se esiste qualche possibilità di trasformare questo in lotte di massa, come è avvenuto negli anni Trenta.
Quello che abbiamo potuto riscontrare negli Stati Uniti è un quasi incessante aumento del militarismo e dell’aggressività militare. Questo entra in conflitto con le necessità di pace da parte della popolazione e in particolar modo dei giovani soldati provenienti dalle classi lavoratrici chiamati alle armi per diventare carne da cannone in queste guerre di aggressione e di occupazione. Allo stesso tempo, vi è un continuo declino negli standard di vita dei lavoratori dovuto alla globalizzazione imperialista. Negli Stati Uniti, questo declino influisce in modo spropositato sulla gente di colore e le donne, ma comunque colpisce tutti i lavoratori. Questo cambiamento ha minato la stabilità capitalista e costringerà i lavoratori a chiedere una nuova leadership.
Nel passato, simili condizioni hanno provocato non solo un intensificarsi della lotta di classe, ma almeno un settore della classe operaia ha adottato una ideologia rivoluzionaria e ha organizzato la lotta per il potere. Questa lotta richiederà la più alta solidarietà internazionale, con l’organizzazione che vada oltre i confini e con la coordinazione per contrastare i piani globali del padronato. Ci sarà bisogno della lotta più strenua contro l’oppressione nazionale e per l’unità della classe per fare opposizione ai tentativi di divisione. Esiste la necessità dei più grandi sforzi in favore della solidarietà con i lavoratori immigrati, la cui situazione presenta sicuramente un altro aspetto della globalizzazione capitalista e della frenesia per salari più bassi. Il capitalismo ha fornito ai lavoratori i mezzi tecnici per rendere fattibile questa organizzazione. Spetta ai rivoluzionari che hanno preso coscienza fornire l’ideologia, la cultura, e la tattica per far sì che la lotta abbia successo.
John Catalinotto è nato a Brooklyn nel febbraio del 1940. Anche i suoi genitori sono nati negli Stati Uniti. I nonni facevano parte dell’ondata di immigrati arrivati negli USA agli inizi del secolo scorso. Suo bisnonno era un massone e un Garibaldino, che prese parte alla impresa Romana. Due nonni erano originari dalla Sicilia centrale, dalla cittadina di Santo Stefano Quisquina. Arrivarono negli USA con altre 300 persone che si insediarono a Ybor City, Tampa, Florida. Tutti lavoravano nell’industria del tabacco. Suo nonno era un “lettore”, con il compito di leggere libri e giornali ai lavoratori che confezionavano sigari, durante il lavoro. Inoltre era un anarco-sindacalista e aveva partecipato al grande sciopero nell’industria del sigaro nel 1910. Venne quasi ammazzato dal Ku Klux Klan. Se ne dovette scappare a New York.
Sua nonna materna era una contadina, nata vicino a Maniago, qui nel Veneto. Divenne cameriera d’albergo. Alla fine si sposò con suo nonno, che era di Vienna (di madre Ceca), e che era cameriere nel ristorante dell’albergo a Londra dove entrambi lavoravano. Entrambi emigrarono negli Stati Uniti verso il 1910.
Perciò il suo DNA unisce l’Italia del Nord al Mezzogiorno.
Catalinotto è un laureato in matematica. Si deve sapere che quando l’Unione Sovietica ha lanciato nello spazio lo Sputnik, negli Stati Uniti l’andamento del sistema scolastico era senza ostacoli e molti giovani della classe operaia poterono accedere alle università. La classe dirigente confidava che alcuni di loro potessero diventare scienziati missilistici o costruttori di più raffinate armi nucleari. Alcuni di loro lo diventarono. Catalinotto afferma: “Io non ho combinato nulla di significativo nel campo della matematica, invece sono diventato quello che in giorni lontani veniva definito un rivoluzionario di professione.”
Ellen Cohen e John Catalinotto sono insieme dall’aprile 1962. Nell’ottobre di quell’anno avveniva la Crisi dei Missili a Cuba. Come risultato di quella crisi, entrambi si iscrissero al Workers World Party, al Partito dei Lavoratori nel Mondo. Si trattava di una veramente piccola organizzazione rivoluzionaria. Non più grande di qualche piccolo gruppo anti-imperialista nell’Italia odierna. Si intende quei gruppi che non si fanno coinvolgere in competizioni elettorali! Così, sono stati per più di 45 anni attivisti politici comunisti all’interno degli Stati Uniti.
Il loro più importante lavoro di massa durante questi 45 anni è avvenuto fra il 1967 e il 1971, quando John era un attivista civile per l’American Servicemen's Union. (Sindacato di Soldati Americani) Si trattava di uno dei più importanti gruppi che organizzavano i soldati semplici degli USA contro la guerra in Vietnam. Inoltre organizzava la truppa contro gli ufficiali dell’esercito. E agiva anche contro il razzismo.
Dal 1982, John Catalinotto è divenuto l’editore responsabile del giornale “Workers World”, notiziario del Workers World Party. Sia il Partito che il giornale esistevano dal 1959. Dal 1974, “Workers World” è stato settimanale. Catalinotto ha anche pubblicato due libri, “Metal of Dishonor- Il Metallo del Disonore” sull’uranio deplete (tradotto anche in Italiano) e “Hidden Agenda – l’Agenda Segreta” sulla guerra in Jugoslavia.
Le persone che in Europa appartengono alle sinistre non-parlamentari lo conoscono bene. Dal 1999, Catalinotto ha avuto contatti personali con le sinistre anti-imperialiste, sia negli Stati Uniti che in Europa. E anche con coloro che sono semplicemente contro la guerra. Ha collaborato con Ramsey Clark nell’ambito dell’ International Action Center. Riesce bene nel ruolo di comunicatore, data la sua conoscenza di sei lingue Europee. Ed anche perché risponde subito alle e-mail!
Ellen ha preso parte in questi 45 anni a tutte le lotte. Ha guidato interventi di organizzazioni femminili su questioni che interessano le masse, come i prezzi degli alimenti, e nella lotta per il diritto all’aborto. Conosce in modo profondo le problematiche sulla salute e sulle sicurezze sanitarie, visto che ha fatto l’ostetrica per 22 anni, assistendo alla nascita di 1.400 bambini, e lavorando sulle ricerche sull’AIDS.