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- popoli resistenti - stati uniti - 03-01-11 - n. 346
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Obama e la sinistra al bivio
25/12/2010
Nell'autunno del 2008 avevo scritto il seguente articolo (2008: A Reprise of 1976?) che sembra opportuno riprendere oggi:
Dal suo insediamento, l'amministrazione Carter ha iniziato una costante deriva verso destra. Seguendo l'esempio delineato dallo stratega del Partito Democratico, Patrick Caddell, Carter ha scelto un approccio favorevole alle imprese che poneva la lotta contro l'inflazione al centro della politica interna. La sua personale opposizione al disegno di legge Humphrey-Hawkins ha portato all'approvazione di una legge penalizzante per i sindacati dei lavoratori. L'assistenza sanitaria nazionale è stata accantonata e la riforma fiscale non è mai stata attuata. Carter ha posto il veto ai progetti di legge sulle opere pubbliche visti come inflazionistici. La deregulation neoliberista generalmente attribuita all'ultra-destra si è imposta all'ordine del giorno, avviata con la deregolamentazione promossa da Carter del settore aereo nel 1978, seguita dal processo di liberalizzazione di altri settori, quali le comunicazioni, il petrolio e la finanza.
Poco è stato fatto per migliorare la condizione sociale degli afroamericani e le relazioni interrazziali, anche se Carter ha incaricato nella sua amministrazione una consistente rappresentanza delle minoranze rispetto a qualsiasi precedente presidente.
Nonostante la sua promessa elettorale di ridurre le spese militari, Carter ha invece ampliato il budget per la difesa, invertendo la tendenza dei dieci anni precedenti. Con il consenso di Carter, gli Stati Uniti cominciarono a mandare equipaggiamenti militari ai mujahidin afgani, anche prima dell'occupazione sovietica. Il suo appoggio ai questi signori della guerra feudali, parte del piano per avanzare la posizione statunitense nella guerra fredda, ha presto raggiunto 600 milioni di dollari l'anno. Ironia della sorte, sono le stesse cellule che ora combattono l'occupazione statunitense dell'Afghanistan. La cosiddetta dottrina Carter nasce dall'impegno ad opporsi a qualsiasi influenza che non fosse statunitense nella zona del Golfo Persico. Questa rielaborazione della precedente Dottrina Monroe e Truman, funzionale al petrolio, è rimasta la politica degli Stati Uniti fino ad oggi e giustifica l'uso della forza militare in una regione in cui gli Stati Uniti affermano di avere "interessi".
A suo merito, Carter ha negoziato una riduzione delle armi nucleari (SALT II) e un Trattato per il Canale di Panama, e ha effettuato una leggera riduzione delle truppe di occupazione degli Stati Uniti nella Repubblica di Corea.
L'abbandono di Carter dei principi programmatici del Partito Democratico ha creato alcune correnti di opposizione, tra cui, nel 1977, un'alleanza tra progressisti e operai chiamata “Democratic Agenda” e un'altra, “Progressive Alliance”, nel 1978. La base del Partito Democratico - i lavoratori, gli afro-americani e i progressisti - è stata offesa dal crescente conservatorismo dell'amministrazione Carter, un respingimento che ha portato alla campagna di Ted Kennedy contro il Presidente nelle primarie per le elezioni del 1980.
Quando Carter si è dimostrato incapace di intraprendere politiche nuove e progressiste, l'elettorato, costretto nel sistema bipartitico, ha optato per una direzione diversa nel 1980.
La promessa del 1976 è stata sperperata da parte dell'amministrazione Carter. Le possibilità di cambiamento offerte dall'insuccesso del Partito Repubblicano andranno sprecate anche nel 2008?
Dopo molta esitazione, un più ampio e crescente segmento della sinistra - comunisti, socialisti, democratici radicali, i fautori del New Deal degli anni 1930 - si sta accorgendo che l'operato dell'amministrazione Obama è molto simile alle politiche delle precedenti presidenze del Partito Democratico degli ultimi 35 anni. Carter, come l'attuale presidente, aveva un'alta stima del proprio senso morale e una cortesia ben coltivata, nonostante la propensione ad abbandonare le promesse elettorali e le dichiarazioni programmatiche. Clinton ha dimostrato un opportunismo e una mancanza di principi, che si trova spesso anche nelle dichiarazioni pubbliche di Obama.
Ma queste sono solo le caratteristiche della loro personalità politica, che impegnano in analisi i cervelloni delle riviste come The Nation e altre pubblicazioni liberali. Il filo comune che lega le amministrazioni Democratiche, gli eletti del Partito Democratico agli incarichi più alti e i loro seguiti, è l'appartenenza a un club esclusivo; immancabilmente le loro priorità saranno gli interessi del gruppo: fanno parte e lavorano per i ricchi e i potenti. Mentre ciò è evidente a molti di noi, ci sono altri in attesa di una confessione pubblica.
Alcuni temperano il loro disappunto sostenendo che l'amministrazione Obama è tutto quello che sta tra noi e un destino ben peggiore nelle mani dell'estrema destra. Dobbiamo quindi sostenerla o accettare il dolore di un'amministrazione più gravosa. Questa è, naturalmente, una reiterazione della vecchia argomentazione sul "male minore". Doveva essere una posizione di arretramento tattico - una storia temporanea e scomoda seguita da un'uscita imbarazzata - e non un matrimonio a vita. Invece, è il ritornello costante, elezione dopo elezione, di molti esponenti della sinistra di primo piano e apologeti "progressisti" del Partito Democratico.
Mentre potrebbe non esservi nulla di sbagliato in tale posizione per coloro che sono solidamente - e felicemente - sposati al Partito Democratico e ai suoi obiettivi auto-limitanti, la concessione al "male minore" è un veleno per chiunque nutra aspirazioni più alte per il futuro degli Stati Uniti e il coinvolgimento nella vita politica della maggioranza della sua popolazione, quella che deve lavorare per vivere. Per la sinistra, è semplicemente disastrosa.
La sinistra del "male minore" e affetta da due patologie: la prima, manie di grandezza, la seconda, un'allergia ai principi della politica d'opposizione.
E' illusorio pensare che la sinistra statunitense conti ancora nella politica borghese nazionale o anche a livello statale, soprattutto nella forma più avanzata della politica borghese: il sistema bipartitico. Quando gli opinionisti e i media si riferiscono alla base del Partito Democratico, alcuni pensano alla "sinistra". Non lo è. In realtà la sinistra corrisponde al movimento sindacale burocratizzato, ai progressisti urbani e agli elettori afroamericani e latini. I loro voti sono cruciali per il Partito Democratico, ma contano sempre meno nelle politiche perseguite da chi viene eletto. Essi non sono, nel complesso, la sinistra, ma rappresentano i sostenitori naturali per i movimenti guidati dalla sinistra. Essi sono potenzialmente una base di sinistra, se la sinistra dovesse organizzare e agitare questi gruppi.
Ma credere che la sinistra abbia un peso all'interno del sistema bipartitico è delirante. Al momento delle elezioni nazionali o negli stati, l'assenza della sinistra o anche il suo operare a favore del Partito Democratico non sono mai decisivi e di solito nemmeno marginalmente influente. E non cambia nulla se la sinistra tifa o non tifa per il Partito Democratico. Alcuni leader ed esperti radunano le truppe per le elezioni, come se una compagnia di fanteria potesse essere decisiva in uno scontro fra eserciti.
Naturalmente c'è sempre l'esempio di Ralph Nader, tirato in ballo ogni volta che si solleva la questione della follia di sostenere candidati deboli e inefficaci. I voti della sinistra che sono andati a Nader, affermano, hanno tolto la vittoria ad Al Gore nelle elezioni del 2000, chiudendo gli occhi davanti alle decine di più scomode ragioni alla base della sconfitta, principalmente la poca brillante campagna elettorale di Gore. E danno per scontato in modo arrogante che i voti dati a Nader veramente appartengono al Partito Democratico. Tale presunzione sottolinea il disprezzo che il Partito Democratico mostra verso la sua base. Anche i loro voti sono di proprietà del partito, una condizione di schiavitù elettorale.
In secondo luogo, la strategia del "male minore" rappresenta un travisamento totale e catastrofico della politica d'opposizione. Un'organizzazione politica di sinistra - in realtà troppo piccola per competere nelle elezioni - serve comunque come forza concreta per influenzare le elezioni, avanzando rivendicazioni progressiste. Tali richieste possono, a loro volta, spostare il discorso elettorale lontano dalla consueta travolgente pressione della ricchezza, dell'accesso ai media e del potere. Naturalmente potrebbero anche non riuscire, ma si creerebbero sostenitori della causa della verità e della giustizia. E nella prospettiva più lunga, la sinistra sarà rafforzata e consolidata. Quindi, la sinistra cresce in tempi di movimenti per il cambiamento sociale forti e indipendenti. E contrastando la filosofia del "male minore", fornisce la spina dorsale per quelle rare occasioni in cui il Partito Democratico avanza effettivamente gli interessi popolari, ad esempio il New Deal o la lotta alla segregazione razziale.
Quindi, il ruolo della sinistra è un ruolo critico: il ruolo di sfidare e provocare le istituzioni sociali ad allontanarsi dalla loro tendenza di accettare e ampliare i privilegi di pochi.
Da quando la sinistra anticapitalista ha perso la capacità di focalizzarsi su questioni prioritarie ed è in disfatta, ha smesso di svolgere questo ruolo fondamentale nella politica degli Stati Uniti. Corroborata da una manciata di pubblicazioni di sinistra ossessionate dalle manovre e le manipolazioni dei politici borghesi, la sinistra (in generale) punta sulla politica elettorale, aspettando pazientemente un candidato, integrato nel sistema, capace di rivisitare i miti collegati ai grandi idoli progressisti: Roosevelt e Kennedy. Si tratta di un travisamento tragico della storia e un abbandono vergognoso della missione storica dei movimenti di sinistra.
Ma ancora più vergognoso è l'atteggiamento di certi elementi della sinistra anticapitalista che parlano e scrivono di una grande coalizione contro l'estrema destra o la destra oltranzista. Si comportano come esistesse una mega-organizzazione unita con l'unico obiettivo di seppellire le orribili creature che vivono in un angolo della politica degli Stati Uniti fin dalla fondazione del paese. Non c'è nessuna coalizione del genere. Ci sono invece molti gruppi con interessi vari che si afferrano al Partito Democratico perché non vedono alternativa. Storicamente, l'obiettivo della sinistra è stato di far crescere una visione più ampia che potrebbe legare questi interessi insieme in una coalizione vera, non solo per contrastare l'influenza delle forze politiche più arretrate, ma per migliorare la sorte della maggioranza.
Miguel Figueroa, leader del Partito Comunista Canadese, ha parlato bene in una recente riunione dei Partiti Comunisti tenuta in Sudafrica:
"… inammissibile per i comunisti stringere alleanze, in modo subalterno, facendo concessioni politiche e ideologiche opportunistiche per mantenere l'unità e rinunciando al ruolo indipendente del Partito Comunista nel processo".
Ma nel caso degli Stati Uniti, vi è solo un'alleanza immaginaria e questa impone una sola condizione ai suoi membri: votare e sostenere i candidati del Partito Democratico. Superata la retorica, "l'alleanza" non è che una foglia di fico per la fedeltà incondizionata al Partito Democratico e al suo programma. E "l'unità" non è mai in pericolo quando c'è soltanto una conversazione a senso unico tra la direzione del Partito Democratico e quelli che obbediscono.
I "marxisti" che hanno congegnato questa alleanza fittizia, nei momenti di nostalgia ideologica, fanno appello alla tattica del fronte unito proposta dal movimento comunista nella lotta contro il fascismo. Ma anche una lettura superficiale dei documenti approvati dall'Internazionale comunista dimostra che questi "marxisti" non capiscono la tattica né sanno quando e come applicarla.
Ma supponiamo che Obama avesse onorato molte delle sue promesse elettorali. Avrebbe così guadagnato il nostro sostegno in modo acritico? Il rispetto, certo. Sostegno critico, forse. Ma non l'idolatria servile che gran parte della sinistra ha dimostrato dopo le elezioni. E il mantenimento delle promesse non avrebbe mai dovuto portare a un collasso quasi totale del movimento per la pace e la giustizia. Per la sinistra, il dovere di spronare sempre e spingere in avanti l'obiettivo politico non deve essere compromesso da una vittoria o una sconfitta.
E ora è il momento di fare qualcosa di più che torcersi le mani su quello che Obama ha promesso, quello che ha fatto e ciò che farà o non farà, e concentrarsi su ciò che faremo noi: una presa di posizione che promette di rivitalizzare la sinistra.
Zoltan Zigedy
zoltanzigedy@gmail.com
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