Caracas - nostra inviata
Guardie
armate tutte intorno, l'intero isolato sorvegliato a vista, rotoli di filo
spinato all'imbocco della strada. Nei saloni di Miraflores la cortesia è
assoluta, il protocollo quasi inesistente. Tutti in jeans e maglietta. Tutti
all'erta. A fatica si distinguono i ministri dagli agenti di sicurezza. Una
semplicità sobria, elegante. Dalle finestre del palazzo entra il vento fresco
di dicembre e il tintinnio assordante dei cacerolazos dei quartieri alti. Hugo
Chavez Frias, il presidente assediato dal capitolo tropicale della guerra per
il petrolio, ci riceve al suo tavolo da lavoro. Un enorme ritratto di Simon
Bolìvar, el libertador alla parete.
Corpo
granitico e cordialità caribeña, lo sguardo acceso da un'enfasi a tratti mistica,
il "presidente dei poveri" giura a sé stesso: resisteremo. Da questo
ufficio, lo scorso aprile, i generali golpisti lo tirarono fuori, armi in
pugno, minacciando di bombardare l'edificio. Da qui, promette ora spalancando
le braccia «me ne andrò solo quando sarà il popolo a chiedermelo».
Contro il suo governo è stata scatenata una violenta campagna
di disinformazione che dispone di tutte le tv private e dei maggiori quotidiani
del paese. La crisi venezuelana è ignorata o stravolta dalla stampa internazionale.
Come intende far fronte al terrorismo mediatico?
E' una
guerra. Siamo pronti a lottare, come in ogni battaglia. E' chiaro che siamo in
svantaggio. Mi ingiuriano in ogni modo. Mi hanno detto di tutto: che sono
legato alla guerriglia colombiana, che sto formando l'Internazionale della
Spada, che sono un assassino. Mi hanno dato del carapintada argentino. Del
pazzo. Dello squilibrato. La guerra mediatica va affrontata con una strategia
razionale. E' una battaglia cruciale. Stiamo cercando soluzioni.
Presidente, ordinerà la chiusura di alcuni canali televisivi?
Qualsiasi
misura verrà presa al riguardo, sarà tra quelle consentite dalla nostra
Costituzione. Servono sanzioni di fronte alla manipolazione della realtà. Molte
persone hanno già presentato esposti ai tribunali per proteggere sé stessi e i
loro figli da questa strategia di menzogne.
La società venezuelana appare drammaticamente divisa. Tenterà
una riconciliazione del paese?
Io non ho
tanto potere da poter riconciliare i venezuelani. Questa frattura è profonda e
esiste da tanto tempo. Il riavvicinamento tra settori sociali, la
riunificazione delle coscienze e dell'anima della nazione sono parte degli
obiettivi della rivoluzione. La frattura che osservi, ciò che sta accadendo in
questi giorni, non sono altro che impatti momentanei del processo di
cambiamento. La rivoluzione bolivariana ha a che vedere con la lotta di classe,
nel senso inteso da Carlo Marx. Ma va oltre, è il prodotto di qualcosa di più
profondo. E' la lotta tra la dignità e la miseria tra la giustizia e
l'ingiustizia. Tra la pace e la guerra. E' la lotta per la vita.
Soffiano venti di guerra in Iraq. Quale posizione assumerà il
suo governo di fronte alla prossima guerra imperiale?
Ci siamo
dichiarati da subito contrari a tutte le guerre. La nostra Costituzione ci
obbliga a mantenere una politica internazionale di ricerca della soluzione
pacifica dei conflitti. Sia di quelli interni, come quello colombiano, nel
quale appoggiamo una soluzione negoziata, sia di quelli internazionali. Siamo
contrari alla guerra in Iraq. In questo siamo d'accordo con la Cina, con la
Francia, con il Messico. Si cerchino vie diplomatiche. La guerra è un atto
criminale.
Il movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista
si sta opponendo con forza a questa nuova guerra. Come guarda, presidente, dal
suo Venezuela, al movimento?
Mi rende
felice constatare come questo movimento sappia farsi presente. In tutti i
continenti. Siamo milioni, ormai, a sostenere che si deve cercare
un'alternativa al modello neoliberista di dominio del pianeta. Quello che sta
accadendo in Venezuela, compreso il tentativo di golpe e l'assalto all'impresa
petrolifera statale, è l'attuale scenario di battaglia tra il modello
neoliberista e le sue alternative. Qui è precipitata al momento la lotta tra un
modello putrido, vecchio, perverso e un modello nuovo che sta nascendo. Il
fenomeno è mondiale, ma in Venezuela, in questi giorni, si sta concentrando la
battaglia. Lasciami utilizzare uno schema. Ignacio Ramonet sostiene che la
globalizzazione proceda per fasi successive. In un primo momento, quello della
nascita del modello, si rimane come stupefatti, sconcertati. Sorge l'idea del
pensiero unico e della fine della storia. Reagire al modello è difficile,
perché lo sanno vendere manipolandone mediaticamente gli effetti. Nel nostro
continente ce l'hanno fatto arrivare nello stile Chicago boys. Modello
elegante, pettinato, ben vestito, occhi verdi, speak in english. Non c'è spazio
per noi, i neri, gli indios. Il modello è escludente, razzista, violento. E' un
assassino dal bello aspetto e dal buon eloquio. Ci sono voluti dieci anni per
decifrare il fenomeno. Poi il mondo ha cominciato a svegliarsi. Inizia la
seconda fase: la contestazione. Sorgono le manifestazioni di Seattle, del
Quebec, di Genova. Cosa è accaduto, solo qualche settimana fa, a Firenze?
Un'enorme protesta nella terra di Machiavelli, dei Medici, di Girolamo
Savonarola, il profeta disarmato. Ecco, io non farò la parte del profeta
disarmato.
Comunque
Ramonet dice che dopo la fase della protesta si entra in quella della proposta.
In Venezuela questo schema si è rotto. Qui siamo passati subito alla protesta
insieme alla proposta. E' l'unico caso in America, perché quella di Cuba è
un'esperienza differente. In Venezuela, nel 1989, si assiste a una rivolta
enorme contro un pacchetto di misure imposte dal fondo monetario
internazionale. E' stata presentata come una ribellione contro il governo, ma
era un'autentica ribellione popolare contro il modello che il fondo monetario
voleva imporre. Contro l'aumento del costo del combustibile, contro la
privatizzazione delle imprese, dei servizi, della salute, dell'educazione. Io
ho partecipato a una ribellione militare, progressista, a lato del mio popolo.
Contro le oligarchie, contro quelle stesse persone che mi vogliono far fuori
adesso. Quella rivolta antiliberista è costata la morte a studenti,
giornalisti, dirigenti politici. Altrove, nel continente, accettarono il
modello. In Argentina si sono fatti un'overdose di neoliberismo. Hanno
privatizzato tutto. Si vede ora con quali risultati. Se il Venezuela nell'89
non si fosse ribellato ora starebbe come l'Argentina. Da tre anni, a Caracas,
siamo nella fase della proposta. La proposta si è fatta Costituzione. E'
antiliberista la nostra norma fondamentale e sono antiliberiste le leggi che
stiamo approvando. L'ultima l'abbiamo appena votata: la legge che impedisce la
privatizzazione del sistema pensionistico.
Ha detto più volte di non condividere il progetto
statunitense dell'Area di libero commercio delle Americhe. Gli Stati Uniti sono
il primo partner commerciale del Venezuela, a loro vendete il vostro petrolio.
Quali alternative di mercato ha in mente?
Con l'Alca
siamo in disaccordo. In Quebec siamo stati gli unici, purtroppo, a votare
contro la data di inizio del piano fissata al 2005. Quella data è un suicidio
collettivo, se venisse rispettata milioni di esseri umani si incamminerebbero
verso un abisso. Come possiamo competere, a queste condizioni, con i paesi del
Nord? I campesinos che coltivano il cotone, che non ricevono sussidi, che
devono lavorare utilizzando il machete o gli strumenti antichi degli indios,
gli stessi di 500 anni fa, come possono competere con economie protette da
sussidi, studi scientifici, e semi migliorati in laboratorio? Se vogliamo
realizzare un'area di libero commercio, ripristiniamo prima condizioni di
uguaglianza. Io all'Alca non dico no. Dico dipende.
Lula definisce l'Alca «un piano di annessionismo economico».
La nuova presidenza del Brasile, crede possa esserle di sostegno?
In America
Latina stanno cambiando molte cose. Per anni io sono andato ai vertici e mi
sentivo solo. Soltanto quando veniva Fidel, vedevo qualcuno col quale
identificarmi, in quanto a criteri di analisi. Credo che a lui succeda lo
stesso.
A un
vertice, una volta, mi ha fatto arrivare un bigliettino. «Finalmente non sono
l'unico diavolo» c'era scritto. Siamo solo esseri umani con idee nostre.
Persone che non hanno paura delle parole che pronunciano. Sai quante volte
dirigenti latino americani mi hanno detto: è molto utile che tu dica queste
cose. E io rispondevo: perché non lo dite pure voi? Adesso, mi pare, che i
discorsi dei leader del continente stiano cambiando. Cardoso, poche settimane
fa, mi diceva: nell'intero periodo del mio governo, non ha mai smesso di
crescere il prodotto interno lordo. L'anno in cui è cresciuto di meno è
avanzato del 3%. In nessuno di questi anni ha smesso di crescere la povertà.
E' un
modello di disuguaglianza mostruoso. E' un modello selvaggio di distribuzione
delle ricchezze. Questo continente cambierà, però. Con l'elezione di Lula, per
esempio, con Lucio Gutierrez in Ecuador, rafforzeremo le nostre posizioni. Lula
è un amico. Lucio non lo conosco, ma sono sicuro che condividiamo idee
importanti. Altri presidenti ci seguiranno in America Latina. Nasceranno nuovi
movimenti sociali e politici.
Da più parti, anche dall'Europa, si guarda con sospetto alla
rivoluzione bolivariana e si chiede a lei di spiegare chi è davvero Hugo
Chavez.
Faccia
l'Europa lo sforzo di farsi capire. Io sono Hugo Chavez e amo il mio paese.
L'Europa ci ha fatto molto male. Erano altri tempi, certo, ora gli europei sono
fratelli. Ma l'Europa non ha mai capito l'America Latina. Fate uno sforzo
maggiore, cancellate le cicatrici. Sai cosa diceva Simon Bolivar? Io sono una
foglia soffiata dall'uragano. Capite l'uragano non me. Non è importante
decifrare Hugo Chavez, è importante capire cosa rappresenta la fase del
processo venezuelano. Qui, fratelli, una rivoluzione è in marcia. Pacifica e
democratica. Che importanza ha capire chi sono io? Perché si ribellano i
contadini? E gli studenti? E gli indios? Quando capiranno il processo,
capiranno le ragioni di queste rivolte e capiranno anche perché è in corso il
tentativo di strapparmi dal governo del paese. Capiranno tutto insieme, perché
si tratta di un processo storico.
L'opposizione, al tavolo delle trattative, pretende un'uscita
elettorale dalla crisi. Non anticiperà le elezioni?
Sono
disposto a discutere di qualsiasi cosa, ma dentro il dettato costituzionale. Un
piano golpista, assassino, vuole imporre al paese un cammino che non è nel
tracciato costituzionale. A un tavolo di trattative, senza golpe, senza imprese
paralizzate, senza sabotaggi del paese, senza guerra mediatica, si può
discutere qualsiasi cosa. Di un referendum consultivo, se vogliono. Di un
referendum revocatorio. La Costituzione, però, stabilisce molto chiaramente il
periodo di mandato presidenziale di sei anni. Io ne ho fatti due e mezzo.
Un'anticipazione delle elezioni è una opzione anticostituzionale, quindi
impossibile. Si può cambiare la legge fondamentale, ma bisogna passare per il
Parlamento, perché quello è il centro della discussione politica. Qualcuno l'ha
già proposto. Se i deputati, a maggioranza, approvano la modifica, si deve
andare a un referendum popolare. E' questa una delle meraviglie della nostra
democrazia: non è un'élite a decidere passi storici. Le rappresentanze prendono
accordi politici, ma solo il popolo può approvare una modifica costituzionale.
Se il popolo votasse a favore, rimarrebbe comunque un problema da risolvere: in
Venezuela le leggi non possono essere retroattive. Un'eventuale modifica,
quindi, potrebbe valere per il periodo futuro ma non per questo. Io sono stato
eletto per sei anni. Se in questo momento fosse davvero in corso uno sciopero,
se davvero fossero i lavoratori ad essersi fermati, se fossero i poveri e gli
studenti universitari a protestare, se l'impresa petrolifera fosse paralizzata
dagli operai non da un'élite padronale, se questo stesse succedendo, e non
succede, io avrei già rimesso il mio mandato. E' stato il popolo a contrattarmi
per questo lavoro politico di governo, io sono il loro impiegato, se io sbaglio
sono loro a stracciarmi il contratto. Il popolo, però, i poveri soprattutto, mi
vogliono qui, mi amano e io amo loro.
Abbandonarli?
Tradirli? Preferirei morire. Te lo giuro. Quali garanzie ci sono? Conservare
l'appoggio popolare perché l'amore del popolo e per il popolo ha delle radici
concrete. Continuiamo a realizzare microcrediti per le donne povere, a dare le
case a chi non ce l'ha, a cedere la terra ai contadini, a costruire scuole
bolivariane per i bambini. Ne abbiamo recuperati un milione e mezzo dalle
strade. Non potevano andare nelle scuole private a pagamento. Ora hanno una
scuola e prima delle lezioni mangiano. Perché non si studia volentieri a pancia
vuota. Questa è la nostra rivoluzione. Sono pronta a difenderla.
Non ha paura?
Usciremo
vittoriosi da questa guerra. Rafforzati anche nello spirito.
Buona fortuna, presidente.
Buona
fortuna.
Dal sito Giovani Comunisti