per L’ERNESTO,
gennaio-febbraio 2004 - www.lernesto.it
VENEZUELA
di Fulvio Grimaldi
L’anno della verità per la revolucion bonita
Hugo
Chavez e i suoi indios allo scontro finale con l’oligarchia e con gli USA
Caracas
Come fossimo in Apocalypse
Now, dal vicino orizzonte di palme
vediamo arrivarci addosso i due elicotteri. E’ la lunga attesa a esaltare
l’impatto dell’avvenimento e la folla assiepata dietro ai cancelli del
minuscolo aeroporto lo recepisce con un’esplosione sonora che fa vibrare vetri
e polsi: “Chavez-Chavez!”. L’elicottero civetta fa un giro stretto e poi
atterra su una pista lontana: giorni fa la Guardia Nazionale, il corpo militare
più fedele a Chavez e alla rivoluzione bolivariana, quello che sventò il golpe
dell’11 aprile e poi, un anno fa, rimise in carreggiata una nazione bloccata
dalla serrata padronale, aveva scoperto un paio di missili nascosti in un altro
aeroporto dove il “comandante” stava per atterrare. La guida del riscatto di
tutto un popolo, a cui il 10% di 25 milioni di venezuelani aveva sottratto
l’80% della ricchezza nazionale, è sotto tiro più che mai, specie ora che il
movimento di emancipazione latinoamericano ha visto schierarsi accanto a Cuba e
Venezuela l’immenso Brasile e la ricchissima Argentina, con Bolivia e Uruguay in dirittura d’arrivo.
Parla Chavez
L’elicottero di colui che nemici e spocchiosi scettici continuano a
chiamare “il colonnello populista”, o “l’ex-golpista” (falsando quello che, nel
1992, fu un autentico sollevamento di settori democratici dell’esercito che,
con Chavez, si rifiutarono di sparare su una folla di affamati inermi) si posa
vicino allo schieramento d’onore e alla fila di “personalità” che avranno il
privilegio di un saluto personale: sono i locali amministratori, dirigenti
della riforma agraria, attivisti del Movimento V Repubblica, il partito della
rivoluzione, dirigenti dei Circoli Bolivariani, struttura di formazione
ideologica capillarmente diffusa nel paese, nei luoghi di lavoro, nei
quartieri, negli istituti di studio. Per tutti, il massiccio ed esuberante
Chavez ha un sorriso, spesso una risatona, un abbraccio, particolarmente
affettuoso per gli anziani, due domande, due parole.
Con la telecamera puntata in pieno viso da due metri, rallentato dalla morsa
degli entusiasti, il presidente del Venezuela (quattro votazioni dal 1998 ad
oggi, quattro conferme, compresa quella della nuova Costituzione, sicuramente
la più “socialista” del mondo) non può esimersi dal rispondermi. Siamo a San
Carlos, stato di Portoguesa, nel cuore dei llanos (la pianura alluvionale che si estende da nord a sud e da est a ovest
del paese grande come Francia e Regno Unito insieme), cuore agricolo in pieno
fermento per l’attuazione della ley de tierra, la grande riforma agraria che
è stata il primo dei grandi passi del processo bolivariano.
Gli sono venute dietro leggi a cascata come come 800 milioni di latinoamericani
le avevano sempre sognate: leggi su sicurezza sociale integrale, protezione dell’infanzia, salvaguardia del
patrimonio pubblico, pianificazione e coordinamento politiche statali,
esproprio per ragioni di pubblica e sociale utilità, previdenza per gli
anziani, legge organica del lavoro, legge per la protezione ambientale, diritti
e poteri di cittadinanza, forze armate, associazioni e cooperative, legge
organica della proprietà orizzontale,
regime penitenziario, università, spazi acquatici e pesca, idrocarburi,
legge organica dei diritti della donna, dell’istruzione pubblica, per citarne
solo pochissime.
A San Carlos, come ogni anno, Hugo Chavez viene a celebrare Ezechiele Zamora
che, seguace del libertador
dell’America Latina, Simon Bolivar, primo nemico del latifondo, tradì la sua
classe di provenienza e, a metà dell’800, condusse battaglie vittoriose contro
il feudalesimo e per i diritti dei campesinos. Fu ucciso nel 1861 da un sicario della coalizione grandi
proprietari-gerarchia ecclesiastica, tutt’oggi punta di lancia della reazione,
con una fucilata dal campanile della cattedrale di San Carlos. L’ambiente,
l’occasione impongono una domanda a Chavez sul significato della presenza qui
del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
"San
Carlos è uno dei centri della rivoluzione. Oggi celebreremo la ricorrenza
dell’uccisione di Zamora facendo fare un altro passo a quella che è la legge
fondamentale, per noi come per miliardi di contadini in tutto il mondo. Qui,
come nella Cina di Mao, la rivoluzione o è dei contadini, o non è. Da secoli
sentiamo parlare di riforma agraria, solo parlare. Qui la facciamo."
Perché proprio a San Carlos?
"San
Carlos è la prima grande città dei llanos, è il crocevia che uno incontra
viaggiando da Nord a Sud e da Est a Ovest. Venendo in elicottero la si vede
immersa in un’immensa savana, tutta terra coltivabile e in gran parte
abbandonata. E’ dunque una terra che ha enormi potenzialità ed è qui che si può
misurare il successo o l’insuccesso della nostra legge sulla terra. E’ una
terra altamente simbolica per noi rivoluzionari del Venezuela, per noi
zamoriani.
E oggi rendiamo omaggio a questo grande venezuelano, il generale del popolo
sovrano, come si definiva, Ezechiele Zamora. Fu il primo ad innalzare la
bandiera bolivariana della rivolta contro i poteri tradizionali in questa terra
e a lanciare la lotta contadina nel segno del suo canto “Terre e uomini liberi,
elezioni popolari e morte all’oligarchia”. Quel canto è oggi nostro più che
mai: terra e uomini liberi contro l’oppressione e lo sfruttamento degli
oligarchi. Zamora cadde assassinato, in questo giorno del 1861, a pochi passi
da qui.
Quella rivoluzione che lui avrebbe voluto realizzare fallì, fu fermata dalle
forze reazionarie che spadroneggiavano nella savana. Ma i semi di quella
rivoluzione vennero custoditi dalla terra e dal popolo della savana, ne vennero
nutriti, fino a quando non tornarono a germogliare."
Cosa dirà oggi al suo popolo, anche
sull’ennesimo tentativo delle forze della restaurazione, los escualidos, come li chiamate voi, di rovesciare il
governo, distruggere la rivoluzione e tornare ai privilegi del passato?
"Diremo
che siamo qui per portare alla vittoria la rivoluzione e lo dimostreremo
consegnando ancora una volta ai contadini titoli di proprietà della terra e
titoli di credito agevolato per intraprendere un’attività autonoma o, meglio,
in cooperativa.
E con questa distribuzione delle terre dei latifondisti, eccedenti i 5000
ettari, come con l’assegnazione di titoli di proprietà urbana agli abitanti dei
quartieri poveri, che avanzano le nostre riforme e che si compie una
rivoluzione sociale vera. Noi abbiamo una priorità: insieme al pane vogliamo
restituire la dignità. L’operazione alla quale lei assisterà oggi sarà un
messaggio di fiducia a tutto il paese."
Impossibile chiedere a Chavez, invocato a gran voce dalla coloratissima folla,
altre cose, magari sulla congiuntura internazionale che vede all’opera ancora
una volta i cospiratori di Washington, oppure sulla nuova minaccia eversiva
della borghesia creola, quella che razzisticamente si vanta di non avere nulla
a che fare con quei primitivi di meticci (80% della popolazione), neri (12%),
indios (2%) e di essere investita da dio (e qui la soccorre la Chiesa, su
posizioni ultrareazionarie, diversamente da altri paesi della regione), se non
dai protettori yankee, del diritto a governare, reprimere, emarginare,
rapinare, liquidare chi si oppone. Ma qualche risposta verrà dal lungo
colloquio che il presidente avrà con una massa di popolo inebriato dalla sua
identificazione con chi, per la prima volta dai tempi di Zamora e Bolivar, dopo
decenni di dittatura (Jimenez) e di governi autoritari, mafiosi e corrotti
(l’ultimo di Carlos Andres Peres, sconfitto da Chavez nel 1998), lo rappresenta
davvero.
Chavez parlerà a lungo dei nuovi tentativi della minoranza colonialista, dopo
quelli falliti del golpe e del paro, la serrata, di arrestare la marcia di emancipazione del paese,
dell’appoggio fornito ai sovversivi dal governo USA, delle provocazioni attuate
tramite governi di paesi vicini, amici di Washington. Ribadirà la
determinazione delle forze rivoluzionarie di stroncare golpisti,
sabotatori, terroristi, fascisti, che si annidino nella polizia metropolitana,
nei media, tra i grassi capitalisti di Plaza Altamira (il centro geografico dei quartieri alti a Caracas).
Ma insisterà con altrettanto vigore sull’urgenza dell’unità patriottica, urgenza
che adombra uno dei principali indirizzi della politica governativa, quello che
punta al recupero dei ceti medi produttivi, danneggiati dalla morsa delle
multinazionali statunitensi, e all’isolamento di una numericamente infima, ma
finanziariamente forte e politicamente priva di scrupoli, borghesia compradora.
Si tratta di una strategia di fondo
per il “paese della tre società”: la società disorganizzata, il proletariato
urbano e agricolo, gli indios; la società organizzata, il ceto medio; la
società degli affari, o business community, che alla seconda è alleata e ancora intimamente intrecciata.
Le priorità della rivoluzione, come ci sono state ribadite da molti
interlocutori al vertice dello Stato, sono l’organizzazione del popolo (e i Circoli Bolivariani sono lo strumento
per questa vera e propria formazione ideologico-pratica) e lo scioglimento del
nodo che unisce i ceti medi, anch’essi rapinati dai poteri che si sono
susseguiti per un secolo, ma avidi di promozione sociale, all’oligarchia
latifondista e finanziaria, da sempre rompighiaccio della penetrazione di
Washington.
Golpisti sconfitti
L’anno scorso di questi tempi avevo visto Chavez e il gruppo di suoi giovani collaboratori proiettati al contrattacco. Fallito il golpe
e il successivo
sequestro di Chavez, liberato da
reparti lealisti delle forze armate e da una sterminata discesa di popolo dalle
favelas (ranchos li chiamano qui) che pencolano dalle
colline franose sulla metropoli dei grattacieli, l’oligarchia in corso di
spodestamento aveva tentato la carta cilena: il blocco del paese a iniziare
dalla serrata della PDVSA, la società di Stato degli idrocarburi che, nella
gestione ladrona dei suoi antichi manager, era riuscita
a ridurre gli introiti statali del quinto produttore del mondo al 17%, rispetto
al 60% - 70% dovuto (il resto finiva nelle tasche dei dirigenti, che lo
investivano a titolo e profitto personale in società estere). Due mesi, fino al
febbraio 2003, era durato il sabotaggio, coinvolgendo tutti i settori
produttivi, privando il paese di carburante, viveri, farmaci, mobilità. Furono
proprio i ceti medi, artigiani, commercianti, piccole imprese produttrici a
restare disincantati per primi: la serrata li aveva privati dei guadagni del
periodo Natale-Befana e dei successivi saldi, voce cruciale del bilancio
annuale.
Intanto, con l’aiuto di tecnici algerini e di rifornimenti brasiliani, Chavez
aveva parzialmente svuotato di forza il blocco della PDVSA, poi arrivato
addirittura al sabotaggio criminale dei pozzi di Maracaibo, e pian piano ne
aveva sostituito tutti i quadri con quella che
venne definita “la seconda nazionalizzazione del petrolio venezuelano”.
La Guardia Nacional, nei cui
alti gradi, come in quelli del resto delle forze armate, il governo aveva
inserito ufficiali indios e meticci, fino allora istituzionalmente subalterni,
riapriva le stazioni di servizio e tornava a dar da bere a milioni di veicoli
da settimane in fila, costringeva, a termini di legge, i proprietari dei
depositi alimentari ad aprire e riattivare la distribuzione, proteggeva le
manifestazioni popolari in appoggio alla rivoluzione contro le incursioni di
teppisti agli ordini dell’oligarchia e della polizia metropolitana che, come
quella di altri centri, non era che la milizia privata dell’oligarca sindaco,
nel caso di Caracas il sindaco-boss Alfredo Pena (polizia metropolitana poi
trovata in possesso di un arsenale di armi da guerra, fornite dagli USA, e
disarmata dal governo, mentre una nuova legge prevede l’unificazione e
“statalizzazione” di tutte le polizie. Come è noto, l’Italia, ammanettata da
Bossi, marcia in senso contrario).
I lavoratori della metropolitana, seguiti da quelli degli altri trasporti, in
particolare da quelli della ferrovie, che ora il governo rilancia su vasta
scala, rifiutarono il paro e
diedero vita a un nuovo sindacato generale nazionale, l’Union Nacional
de Trabajadores (UNT), che oggi si
contrappone con forza ai residui della CTV, il corrotto sindacato del golpista
Carlos Ortega (in fuga negli USA insieme ad altri protagonisti del golpe di
aprile), alleato storico della Confindustria. Intanto la mobilitazione delle
masse, con continui cortei e manifestazioni in tutto il paese, animate dai
circoli bolivariani, dava all’azione del governo il necessario sostegno di
massa.
Successivamente fallì anche il tentativo di minare il potere rivoluzionario con
un “referendum consultivo” che chiedeva la rimozione del presidente. Dei tre
milioni di firme vantate dai promotori, il Comitato Elettorale Nazionale, ne
trovò oltre due milioni scopertamente falsificate. Oggi, a un anno di distanza,
l’oligarchia reazionaria ha abbassato i toni. Gli strepiti scomposti delle sei
emittenti private, tutte in mano a oligopoli transnazionali come la Globo
brasiliana e tutte ampiamente foraggiate dagli USA, che invitavano
incessantemente alla defenestrazione violenta del presidente, sono stati
ricondotti a toni più moderati da una legge che definisce “le responsabilità
sociali” dei mezzi di comunicazione e punisce gli inviti aperti alla violenza.
Contemporaneamente la rivoluzione, la cui voce si diffondeva soltanto
attraverso modeste radio e televisioni di quartiere, come la gloriosa
“Catia-TV” collocata in uno dei più poveri ranchos di Caracas, entrava nel mondo dei grandi
media rafforzando l’unico canale pubblico e dandosi un quotidiano e alcuni
periodici.
Sul modello di Cuba
Me ne capitano tra le mani alcuni, mentre, insieme a una folla
sterminata, riunitasi da tutto il paese nell’ippodromo della capitale, assisto
al coronamento dell’operazione “Robinson 2003”. Si chiamano Impacto, Viva Venezuela” o, pubblicazione dell’Istituto Nacional de
Cooperaciòn Educativa, Robinson. Abbondano
tra le pagine le immagini e le citazioni dei grandi delle rivoluzioni
socialiste, da Lenin a Mao, da Gramsci a Marx, da Fidel e Che Guevara a
Bolivar, a conferma delle radici ideologiche di una rivoluzione che si sforza
di fondere le grandi teorie storiche della liberazione umana alle nuove
elaborazioni dell’antagonismo sociale e politico contemporaneo.
Non per nulla a Porto Alegre, l’anno scorso, il leader più acclamato fu proprio
Hugo Chavez, a conferma dell’evoluzione di una cospicua parte dei movimenti,
dal riformismo correttivo, ma compatibile, della cosiddetta “globalizzazione
neoliberista”, a una prospettiva rivoluzionaria che riempie il vago slogan
dell’altro mondo possibile con la prospettiva socialista. “Non per nulla”, come
mi spiega Rodrigo Chavez, coordinatore nazionale dei Circoli Bolivariani e vero
ideologo della trasformazione venezuelana, “qui da noi la democrazia partecipativa
non è limitata al ruolo consultivo della cittadinanza su una percentuale
insignificante del bilancio, mentre tutto il resto rimane in mano al capitale,
ma comporta la partecipazione assembleare della popolazione a tutti i momenti
della vita sociale e del relativo processo decisionale”.
E allora eccoli, nelle parole del loro responsabile, i compiti di questi
circoli, organismi che ricordano da vicino i soviet di ottobrina memoria: “In Venezuela abbiamo
avuto molte rivolte popolari. Penso al famoso caracazo del 1909. La gente ne aveva troppo delle
angherie dell’oligarchia, dello sfruttamento, della fame. Quella violenza fu
una valvola di sfogo di infinite sofferenze e frustrazioni represse. Ma dopo
tornò l’apatia, la rassegnazione. Noi, con i circoli, non ci limitiamo a
rivitalizzare la memoria storica del nostro popolo, ma preprariamo la coscienza
dei cittadini alla completa trasformazione dello Stato. Curiamo quattro aree di
sviluppo: politica, sociale, economica, internazionale-antimperialista.
L’obiettivo è di formare nuovi soggetti protagonisti a tutti i livelli, dal barrio al municipio, dalla provincia (così qui
chiamano i 23 Stati, più il distretto federale di Caracas, in cui è suddivisa
la repubblica federale. N.d.r.) al governo centrale, in modo che si possa
costituire gradualmente un autentico potere popolare con un’economia sociale
solidale, lo sviluppo delle capacità produttive nazionali finalizzate ai
consumi interni, che ci porti all’autosufficienza, contro il 65% di generi
alimentari che questo paese agricolo importava dall’estero.
Stiamo creando nuove reti di distribuzione e commercializzazione legate a
realtà organizzate locali, associazioni, cooperative, assistite dalla legge sul
microcredito, nel quadro delle leggi sulla terra e sulla pesca. E’ un processo
inevitabilmente rivoluzionario, perché non si accontenta di aggiustamenti
riformatori, ma modifica la società nel profondo. Non vogliamo un
assistenzialismo di Stato, che è stato il massimo che regimi socialdemocratici
hanno osato in questo continente, ma una società di uguali e protagonisti. Se
si pensa che in un paese di 25 milioni di abitanti, 10.000 persone avevano la
proprietà dell’80% delle terre coltivabili, si ha l’idea delle dimensioni del
problema che la rivoluzione sta affrontando. In tutto questo, non c’è bisogno
di violenza, o di rotture democratiche. Noi ci atteniamo rigorosamente alla
costituzione bolivariana e alla legge e seguiamo un processo pacifico e
democratico. L’articolo 13 della Costituzione ci da lo strumento per lottare
contro l’abuso delle posizioni dominanti.
Altri articoli ci autorizzano a una salvaguardia dell’ambiente che nessun
interesse particolare può violare. L’articolo 158 prevede un decentramento, ma
non una devolution all’italiana: il potere va alle masse nel quadro della
pianificazione generale, non ai pochi arrivati a ruoli di rappresentanza e alla
delega mediante la manipolazione del consenso. A livello internazionale, non
possiamo certo vincere da soli la globalizzazione, ma possiamo rivendicare con
forza e fino all’ultimo uomo il rispetto della nostra autoderminazione e della
nostra sovranità. E’ una sovranità tutta da ricostruire sull’identità
latinoamericana e contro i continui ritorni neocolonialisti dell’imperialismo.
Sappiamo che qui abbiamo una responsabilità che va molto al di là delle nostre
frontiere”.
Con Cuba e contro gli yankees
Nell’ippodromo che tracima di comitive bolivariane scese dalle Ande
e venute fin dai llanos e dalle
remote foreste tropicali dell’Amazzonia e dell’Orinoco, piovono paracadutisti,
quell’arma che, insieme alla Guardia Nacional e all’aviazione, contribuì a
sventare il tentativo golpista. E fanno riflettere, nell’entusiasmo che la
folla tributa alle esibizioni dei parà, come in America Latina non valga sempre
il sospetto ontologico nei confronti delle forze armate. Un minimo di
contestualizzazione fa capire che la conquista del controllo sui militari da
parte della sinistra rivoluzionaria, non meno che nella rivoluzione d’ottobre,
è un lavoro politico imprescindibile, se ci si vuole proteggere dai ritorni
della reazione e dai colpi di stato fomentati dall’imperialismo statunitense.
Il solito boato saluta la comparsa di Hugo Chavez, venuto a premiare il
milionesimo alfabetizzato nel corso del 2003 della Mision Robinson, la grande campagna di
alfabetizzazione lanciata dal governo e
che si è avvalsa, come analoghe operazioni per il recupero dei maturandi e dei
laureandi usciti dalla scolarizzazione per insufficienza di mezzi finanziari,
della partecipazione di centinaia di insegnanti e studenti volontari di Cuba. E
Cuba ha anche fornito un buon numero di medici che, entro il 2003, hanno
assicurato a 12 milioni di venezuelani un presidio sanitario.E stato questo
strettissimo legame con Cuba, forte anche dei rifornimenti di petrolio che
Caracas fornisce all’isola sotto embargo a prezzo politico, che ha dato la
spinta ai maggiori paesi latinoamericani a guadagnare una politica di dignità e
di fermezza nei confronti dell’arroganza annessionista statunitense.
Si è visto nel vertice delle Americhe a Monterrey, dove Bush si riprometteva di
richiamare all’ordine messicano, o cileno, o ecuadoregno, o peruviano, i paesi
che davano segni di crescente insubordinazione, anche attraverso il
rafforzamento dei legami con Cuba. Argentina, Brasile e, più energico di tutti,
Venezuela hanno difeso con forza la proprie posizioni e il proprio diritto a
una politica estera autonoma, a contrastare con l’alleanza economica del
Mercosud, unito all’Alleanza delle Ande, i tentativi annessionistici degli USA
portati con l’Area di Libero Scambio delle Americhe, il famigerato ALCA (cui
Chavez ha opposto un diniego totale, mentre Lula si è mostrato disponibile a
una “rinegoziazione” e l’argentino Kirchner pare muoversi piuttosto sulla linea
venezuelana, anche per quanto riguarda il rifiuto dei ricatti dell’FMI, che
Lula, condizionato dall’alleanza con i partiti di destra, ha invece in parte
dovuto subire).
USA e oligarchi contro la rivoluzione
Washington è perfettamente
consapevole che se il Brasile di Lula e
l’Argentina di Kirchner presentano opzioni socialdemocratiche venate
di nazionalismo anticoloniale, ancora
recuperabili agli obiettivi dell’espansionismo USA, tali opzioni minacciano di
rafforzarsi e radicalizzarsi nelle frequentazioni con Cuba e con il Venezuela,
prospettando un asse antimperialista che dalla Terra del Fuoco arriva fin nel
cortile di casa. Le forze che rappresentano gli interessi nordamericani in
Venezuela sono dunque incoraggiate a riprendere l’offensiva dopo la sconfitta dei
due tentativi precedenti. Un’offensiva che non viene sottovalutata da Chavez e
dai suoi e che si articola su due fronti, uno interno e l’altro esterno.
Quello interno è il famoso referendum revocatorio che l’oligarchia vuole
imporre, dopo aver fallito il bersaglio del referendum consultivo. Previsto
dalla Costituzione alla metà del mandato di qualsiasi rappresentante eletto, il
revocatorio del presidente ha registrato, secondo gli organizzatori, la
raccolta di oltre tre milioni di firme. Cifra che viene duramente contestata
dal governo, ma anche da molti osservatori neutrali, perché di nuovo raggiunta
con brogli e falsificazioni di ogni genere. Si sono viste carte d’identità
riprodotte in centinaia di fotocopie, che hanno permesso agli stessi cittadini di
firmare più e più volte. Numerosissime sono state le denunce di lavoratori cui
si è imposto di firmare con il ricatto del licenziamento.
Esiste dunque il rischio che il Comitato Elettorale Nazionale (CNE) invalidi
buona parte delle firme, cancellando un referendum che richiede lo stesso
numero di firme dei voti con cui il revocando è stato eletto. Dal canto suo, il
Movimento V Repubblica ha raccolto le firme per un referendum revocatorio
contro 26 parlamentari della Camera unica, alcuni dei quali sono passati dalla
maggioranza all’opposizione e hanno sistematicamente sabotato il lavoro
legislativo.
Già los escualidos stanno
esercitando pressioni enormi sul CNE e sull’opinione pubblica, anche
internazionale, in ciò assistiti dai media e dai politici occidentali (un
esempio per tutti, Massimo D’Alema, convinto sostenitore delle ragioni degli
oligarchi spodestati sul quotidiano degli italiani del Venezuela “La voce
d’Italia”) e minacciano sfracelli qualora “Chavez dovesse impedire al popolo di
manifestare democraticamente la sua volontà”.
Di fronte al rischio di essere accusato di rottura della legalità democratica,
con conseguenti manifestazioni sediziose in tutto il paese, nel caso che il CNE
proclamasse la invalidità di un numero sufficiente di firme (la pronuncia
dovrebbe avvenire nei prossimi giorni), il governo potrebbe accettare che lo
stesso CNE, di non provata fede istituzionale, chiuda un occhio sui brogli. O
che lo faccia la Corte Suprema di Giustizia, che l’opposizione investirà della
faccenda qualora il responso del CNE fosse
negativo.
Gli indicatori attuali, del resto, puntano tutti in direzione di una vittoria
di Chavez. Se, peraltro, il CNE dovesse accertare la dimensione di brogli
denunciata e tener duro, si può essere certo che seguirebbero vaste manovre di
destabilizzazione del paese, con l’accusa che il “tiranno” avrebbe imposto quel
verdetto agli esaminatori. Che la longa manus USA non rinunci a pescare nel torbido veniva confermato intorno a
Natale dalla scoperta di tre spedizioni
clandestine di dollari dalla Bank of America (la stessa del Parmacrack)di Miami
a un’agenzia di Caracas, denominata
“Italcambio” e appartenente a un potente oligarca, tale Carlos Dorado,
finanziatore dell’opposizione e collaboratore del foglio di estrema destra El
Universal. I dollari, per complessivi
18 milioni di dollari e che dovevano passare illegalmente la dogana aeroportuale in pacchi da 45 chili, erano,
secondo gli inquirenti, destinati agli ambienti golpisti.
Che quest’estate si svolgano o meno i referendum revocatori, un’altra occasione
di scontro duro con l’opposizione verrà al governo dalle imminenti elezioni per
il rinnovo dei governatori dei 24 Stati della Federazione, per i quali
competono contro il Movimento V Repubblica, sostenuto dal Partito Comunista
Venezuelano e dalla formazione di sinistra Patria para todos, gli screditati partiti cattolico e
socialdemocratico, più un gruppuscolo trotzkista chiamato Bandera Roja, riuniti ora nella Coordinadora
Democratica, che avevano prodotto le
direzioni politiche nei decenni della corruzione e della svendita del paese
agli interessi statunitensi. La maggioranza, che finora ne controllava 13,
spera di poter neutralizzare i numerosi focolai eversivi che, anche a livello
armato, i governatori legati al golpismo alimentavano in alcuni dei restanti
11.
Verso un conflitto con la Colombia americana?
A livello internazionale, gli USA appaiono ancora più visibili.
Agiscono su due fronti. Da un lato cercano di costituire alleanze anti-Chavez,
ricorrendo a pressioni sui governi più allineati, Cile, Colombia, Perù e
accusando il Venezuela, come recentemente hanno fatto Bush e Colin Powell, di
lavorare alla destabilizzazione di “regimi democratici”, soprattutto in Bolivia
e Colombia. Per quanto riguarda la Bolivia, viene criminalizzata l’amicizia che
Chavez ha instaurato con il leader dell’opposizione di sinistra, Evo Morales,
di cui ha condiviso il “sogno di poter fare il bagno in una spiaggia boliviana”
(riferimento alla rivendicazione della Bolivia dell’accesso al mare
sottrattogli dal Cile oltre un secolo
fa.
Il gioco si fa più duro con la Colombia, il cui presidente Uribe, partorito
dagli ambienti del narcotraffico e massimo collaborazionista della penetrazione
statunitense in America Latina, da qualche tempo intensifica le accuse al
Venezuela di dare rifugio e sostenere i guerriglieri delle FARC e di effettuare
incursioni nel proprio territorio. La verità è un’altra: sono i paramilitari
venezuelani, negli ultimi mesi, ad essere entrati in territorio venezuelano attaccando
villaggi e guarnigioni dell’esercito e uccidendo, in occasioni diverse, mezza
dozzina di militari del Venezuela.
Non è affatto escluso che una Colombia, già zeppa di “consiglieri” statunitensi
in virtù del famigerato Plan Colombia, sia sollecitata da Washington a intensificare queste provocazioni
armate, fino ad arrivare, nel caso della probabile sconfitta referendaria ed
elettorale dei golpisti d’aprile, a una vera e propria resa dei conti militare
con Chavez, alla quale non mancherebbe di certo la partecipazione “umanitaria”
dei guerrafondai di Washington. La
Resistenza irachena ha finora imposto un alt ai fremiti aggressivi USA. Se
questa situazione si prolungherà e si
aggraverà per gli Stati Uniti, come è probabile, alla rivoluzione bolivariana
sarà concesso altro respiro e altro spazio di manovra per superare le prossime
scadenze e rafforzarsi. In quel caso, un anno pieno di insidie sarà stato
superato.
Alla foce dell’Orinoco, tra i primi latinoamericani
Sono piroghe, o a pagaia o a motore, che consentono ai nativi dello
sconfinato delta dell’Orinoco, solcato dal terzo fiume dell’America Latina e da
innumerevoli corsi minori e fittamente coperto da una foresta tropicale
integra, di muoversi di abitazione in abitazione, o fino allo spaccio nel
piccolo centro di San Juan de Buja, per rifornirsi del poco che non riescono a
trarre direttamente dal loro habitat. Sono indios Warao, del grande ceppo dei
Guaranì, rimasti fermi nelle pratiche di vita al momento della loro irruzione
sul continente sudamericano, salvo qualche ingegnosa conquista
tecnologica, tratta esclusivamente
dalle potenzialità offerte dell’ambiente.
Dalle terrazze delle capanne su palafitte in riva ai corsi d’acqua, affollate
di bimbetti nudi, schiamazzanti e sorridenti che, fin dalla più tenera età,
sanno barcamenarsi in instabili tronchi scavati, loro prime imbarcazioni, al
passaggio della nostra piroga, sprofondata nel tempo e nello spazio a ore e ore
di fuoribordo dalla cosiddetta civiltà, si agitano mani e manine nel saluto,
mai mercenario o servile, al viandante in transito. Spesso le mani spuntano
appena dalle amache ondeggianti sotto i soffitti di palma: l’indio pesca e
caccia, l’india cucina, cuce e accudisce, gli indios marmocchi giocano e
confezionano ingenue e scintillanti collane di semi e frutti secchi. Dopodiché
tutti in amaca.
Josè Ramon ha 19 anni e già due bimbe. E’ svelto e informato, appollaiato sulla
prua mi racconta come ora sia finalmente arrivata la scuola elementare e tutti
sapranno leggere e scrivere e giostrare con qualche numero. Le passiamo
davanti, una grande capanna piena di banchi e con su la scritta “Bienvenidos
a la escuela”. Ma è vacanza di Natale
e gli scolari sguazzano tra le piroghe, spesso con in braccio il fratellino
ancora più piccolo. Molte capanne in riva all’Orinoco, immenso da sembrare un
mare, sono vuote, abbandonate. La mia guida
dal profilo bruno di Tupac Amaru spiega che gli indios non aggiustano i
tetti, i montanti, le palafitte. Lasciano la vecchia casa e si spostano altrove
per costruirne una nuova. Lo fanno per non pesare troppo sull’ambiente,
considerato sufficientemente sfruttato già dopo qualche anno. La loro impronta
ecologica è lieve. Un milionesimo di quella di un occidentale.
Ramon ci fa sfidare, con sicurezza di inesorabile sconfitta, gli stormi di
zanzare della foresta equatoriale. Ci apre la strada a colpi di machete. Ogni
tanto si ferma per trarre dagli abitanti vegetali della foresta un qualche
prodigio di sopravvivenza. Un albero abbattuto rivela nella polpa del suo legno
piccoli vermi, buoni da mangiare e pieni di proteine; dalla corteccia di un
altro si sfila una guaina sulla quale si incide scrittura, come fosse una cera;
la morbida scorza di un altro ancora, fornisce l’estro per la confezione di un
paniere bellissimo, idoneo a raccogliere erbe e frutti; percuote un tronco e ne
trae un suono vibrante e profondo che vola su acque e vegetazione e raggiunge
lontananze incalcolabili, per dire “io sono qua”.
Internazionalismo
Non ci crederete, ma da una delle capanne indios più lontane ed
estraniate del mondo, accerchiata dalle scimmie e strisciata dagli anaconda,
sotto il filo di fumo del focolare, che si arrampica per i rigogliosi figli
verdi della selva fino a sciogliersi in un frammento di cielo, svetta su un
palo una tavola di legno con una scritta. Leggo l’incisione e non credo ai miei
occhi: “Viva Iraq”. La sera
prima della mia partenza dalla turbolenta Caracas delle fantastiche forme
femminili e della miriade di banchetti salvavita dei poveri, frastornati di
colori e musiche a manetta, il giovane concierge Enrique mi aveva offerto, con voce tonante e accompagnandosi con lo
strumento a quattro corde, una compilation di Alì Primera, suo cantante
preferito e cantautore amatissimo della rivoluzione, ucciso anni fa da un
misterioso incidente automobilistico.
Parlano, i canti di Primera, di paura e fame dei dimenticati, di forza e
coraggio dei rivoltosi, delle albe rivoluzionarie future, del grano ricuperato
dai suoi coltivatori, della donna padrona del suo destino e dei suoi amori,
delle struggenti bellezze di una terra che racchiude tanti mondi ma non si
chiude a nessuno, di Zamora e Bolivar. E di popoli che resistono e, resistendo,
già vincono. Pensando a quella scritta nello sprofondo della foresta, non saprò
mai se sia stato Alì Primera a far incontrare una civiltà umana vera con una
rivoluzione vera e con una vera resistenza. O il suo spirito, quello del
Venezuela della rinascita.